C’è una tradizione più solida del ghiaccio olimpico: quella dei governi che scoprono improvvisamente di aver sempre creduto nello sport… il giorno dopo la prima medaglia! Succede ciclicamente. L’atleta scende in pista, salta, pattina, scivola, cade, si rialza, vince. E mentre sul podio risuona l’inno, nei palazzi del potere risuona un più sommesso ma deciso: “Lo sapevamo.” Non si capisce bene cosa sapessero, ma lo sapevano.
I Giochi olimpici invernali sono perfetti per questo rituale. Hanno tutto: neve candida (come certe narrazioni), ghiaccio compatto (come certi sorrisi istituzionali) e telecamere puntate sul mondo intero. È l’ambiente ideale per la metamorfosi: da spettatori distratti a padri orgogliosi della patria sportiva. Il meccanismo è semplice e universale. Se l’atleta vince, la vittoria diventa immediatamente frutto di: lungimiranti investimenti strategici, riforme strutturali visionarie, una “nuova stagione” iniziata - guarda la combinazione - con l’attuale ciclo politico. Se invece perde… beh, lo sport è imprevedibile, la competizione è dura, bisogna avere pazienza. L’importante sono “i valori”.
Il bello è che questo copione non ha bandiera. È successo nell’epoca dei cinegiornali in bianco e nero e continua nell’era dei social. Dai tempi di Olimpiadi invernali di Soči 2014, dove l’evento fu anche vetrina geopolitica, fino alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, dove ogni medaglia si trasformava in simbolo di efficienza nazionale, la dinamica è rimasta sorprendentemente stabile: l’atleta fatica quattro anni, il comunicato stampa impiega quattro minuti.
È un’arte sottile. Nessuno dice esplicitamente: “Abbiamo allenato noi lo slalomista.” Si preferisce qualcosa di più elegante: “Questo risultato dimostra che il Paese è sulla strada giusta.” Quale strada? Una innevata, evidentemente.
In questi momenti si crea un curioso effetto ottico: il cronometro che misura i centesimi diventa una specie di sondaggio istantaneo. Il podio si trasforma in grafico di gradimento. La medaglia è oro, ma anche consenso dorato. I governi hanno capito una cosa fondamentale dello sport: le vittorie sono emotive, immediate, condivise. Un oro olimpico è un condensato di orgoglio nazionale. È difficile resistere alla tentazione di salirci sopra, come su uno snowboard istituzionale, lasciandosi trasportare dalla discesa.
A giochi conclusi, personalmente mi viene da dire, con graffiante spirito vanziniano: anche queste Olimpiadi invernali se le semo levati dalle palle! Cosa ci rimane? Un ingente bottino di vittorie, la chiusura di un ciclo importante (visto che alcune golden women difficilmente le rivedremo alla prossima edizione), qualche memorabile papera dei telecronisti e il ricordo della Pausini che - alla cerimonia di apertura - canta "L'elmo di Scipio se n'è andato e non ritorna più"...
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