Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli non è stato subito un uomo di musica. Prima di arrivare alle canzoni, ha attraversato mestieri e tentativi: facchino, grafico pubblicitario, pittore. La sua traiettoria non è stata lineare, né tantomeno rapida. Le prime composizioni faticano a trovare spazio, ma qualcosa si muove con La gatta, che lentamente conquista ascolti e attenzione. È l’inizio di un passaggio decisivo: l’incontro con Mogol e, soprattutto, l’approdo a Mina con Il cielo in una stanza. Da quel momento, Paoli smette di essere una promessa e diventa un autore centrale.
I primi anni Sessanta sono anche un laboratorio sentimentale. Le relazioni diventano materia viva delle sue canzoni. Con Ornella Vanoni nascono brani come Senza fine e Anche se, ma soprattutto un legame destinato a trasformarsi nel tempo in una profonda amicizia. Poi arriva Stefania Sandrelli, giovanissima, e con lei una relazione che scuote opinione pubblica e cronaca: Paoli è sposato, ma da quell’amore nascerà Amanda. Il 1963 - nel quale sono nato io - è l’anno che sembra contenere un’intera vita. Da una parte il successo pieno, con Sapore di sale e Che cosa c’è. Dall’altra il crollo improvviso: l’11 luglio si spara al cuore. Sopravvive per un caso, o forse per destino. Il proiettile non colpisce organi vitali e resta nel suo petto per sempre, come una presenza silenziosa, un promemoria fisico di una frattura mai del tutto rimarginata. Dopo Sanremo nel 1964 — palco che tornerà a frequentare più volte — attraversa una fase più appartata. Ma è una ritirata solo apparente: negli anni Settanta rientra con lavori più maturi, e parallelamente si muove dietro le quinte come produttore e scopritore di talenti. Negli anni Ottanta torna al centro della scena con Una lunga storia d’amore, che riaccende la sua popolarità e lo riporta anche sul palco insieme alla Vanoni. Nel 1991 firma Quattro amici, contenuta in Matto come un gatto, che conquista il Festivalbar e lo riconsegna a un pubblico trasversale. Un disco che condividevo con mio padre, responsabile di avermi fatto conoscere Paoli quando ero bambino, al quale questo blog è dedicato.
Paoli ha sempre raccontato il proprio percorso con una certa ironia distaccata. Diceva di essere entrato nella musica quasi per caso, lui che preferiva dipingere in solitudine, lontano dai riflettori. Non amava l’idea del cantante mondano, anzi: si definiva refrattario a quel mondo. Un uomo schivo come un gatto, capace però di improvvise accensioni polemiche. Introverso e spigoloso, ma mai domo. Ed è forse proprio questa tensione — tra riserbo e intensità, tra fragilità e orgoglio — che ha reso le sue canzoni così durature. Non solo successi, ma frammenti di vita trasformati in musica, capaci ancora oggi di parlare con una sincerità disarmante. Con la sua scomparsa, resta un vuoto difficile da colmare, ma anche un’eredità che continua a respirare nelle parole e nelle melodie che ha lasciato.
| Alle prese col mortaio, fondamentale per la preparazione del Pesto... |
Ero molto amico e collega di suo figlio Giovanni (morto lo scorso anno... ciao Giò, ovunque ti trovi ora...) col quale spesso scherzavo, sottolineando come alcune cose presenti nella casa di Gino fossero frutto dei miei puntuali acquisti di dischi del padre. Grazie a Giovanni nel 2023 trascorsi un bel fine pomeriggio presso il Teatro Strehler nel suo camerino, insieme a Ricky Gianco. In quella occasione Gino mi recitò una poesia che amavo molto, scritta dal poeta dialettale Edoardo Firpo, L'öchin, che si conclude così:
Proprio in quei versi oggi si raccoglie il senso più profondo della sua dipartita. Quando me li recitò, con quella voce capace di essere insieme ruvida e carezzevole, non sembravano un addio ma una dichiarazione di resistenza, quasi una filosofia minima: restare leggeri anche quando il mare si agita, trovare ogni volta la forza di sollevarsi appena sopra ciò che ci travolge. Ora che Gino non c’è più, quelle stesse parole cambiano peso. Non sono più soltanto un desiderio, ma diventano una traccia, una direzione lasciata a chi resta. La sua musica, come quel gabbiano, ha saputo attraversare decenni di mare mosso, di silenzi e ritorni, di malinconie ostinate e improvvisi slanci. E ogni volta si è alzata, un poco sopra, senza mai perdere il contatto con l’onda. Forse è così che si può pensare la sua morte: non come un punto fermo, ma come l’ultimo movimento di quella traiettoria leggera. Un sollevarsi definitivo, appena oltre il rumore del mondo, lasciando a noi il compito di riconoscere, in ogni nuova onda, la possibilità di non affondare.
Bellissimo ricordo
RispondiEliminaGrazie
RispondiEliminaGrazie mi ha fatto molto piacere leggere e mi ha commosso
RispondiElimina"Restare leggeri anche quando il mare si agita...." molto bello.
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