lunedì 2 marzo 2026

Sanremo 2026: l’orchestrina del Titanic continua a suonare...



Provate a pensarci: la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 — probabilmente il capitolo più debole degli ultimi anni — non è un incidente di percorso. È uno specchio. E riflette perfettamente l’Italia di oggi. Dopo gli ultimi trionfi di Marco Mengoni, Angelina Mango e Olly, sembrava che il Festival avesse finalmente imboccato una traiettoria contemporanea: produzione internazionale, scrittura più audace, un’estetica europea capace di dialogare con il presente. I loro brani possono piacere o meno... ma sicuramente hanno contribuito a rendere Sanremo meno provinciale, più competitivo, meno ripiegato su sé stesso.

E invece no. Nel 2026 si torna indietro. Alla melodia antica. Alla comfort zone sonora. Alle balere, ai matrimoni, ai video con le colombe in slow motion e i tramonti saturi di nostalgia. Una scelta che non è solo musicale, ma culturale: un ritorno al passato elevato a manifesto.

Doveva essere il Festival della restaurazione. Lo è stato, eccome. In un’epoca che corre — tra intelligenza artificiale, nuove piattaforme, mercati globali e linguaggi ibridi — Sanremo risponde come chi, spaventato dall’eccesso di tecnologia, rispolvera il Commodore 64 e lo chiama “rivoluzione”. È la celebrazione del rassicurante, del già sentito, del già visto. Un grande revival permanente spacciato per identità nazionale.

Il risultato? Una manifestazione nazionalpopolare così anacronistica da diventare quasi sublime nella sua ostinazione. Mentre il mondo ridefinisce i confini del pop, noi torniamo al copione conosciuto. Mentre le classifiche internazionali premiano contaminazioni e coraggio, qui si applaude la prevedibilità. È l’orchestrina del Titanic che continua a suonare, convinta che la tradizione basti a tenere a galla la nave.

La vittoria di Sal Da Vinci non è solo un verdetto musicale: è una fotografia del Paese. Un’Italia che non spinge in avanti, ma tira il freno a mano. Che preferisce la nostalgia alla sperimentazione. Che si rifugia nel “già sentito” perché rassicura, perché non destabilizza, perché non costringe a cambiare prospettiva.

Il problema non è la tradizione in sé. Il problema è quando la tradizione diventa un alibi. Quando si trasforma in paura del nuovo. Quando l’innovazione viene percepita come minaccia e non come opportunità. Così il Festival — che dovrebbe intercettare il futuro della musica italiana — finisce per certificare il suo contrario: una restaurazione estetica e culturale. Sanremo 2026 non è stato solo un’edizione debole. È stato un segnale. Un messaggio chiaro: meglio voltarsi indietro che rischiare di guardare troppo avanti.

E forse è proprio questo che fa più rumore della musica.

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