mercoledì 3 giugno 2026

Il Macca nel mio salotto buono - Racconto breve di Luca Varani



“Pensa che bello se Paul McCartney venisse a fare un concerto privato a casa nostra.” Una frase che reputavo divertente, non so neanche come mi fosse uscita. Buttata lì per dire una sciocchezza come un'altra, forse per vedere - come cantava il sommo Jannacci - l'effetto che fa. Ma non di nascosto, anzi... col preciso intento di prendere in giro mia moglie!

Lei, in tutta risposta, mi guardò come si guarda un uomo che ha appena detto di voler allevare bisonti in salotto.

“Ma sei matto?”

“Immagina… lui col mitico basso Hofner, qui, davanti alla libreria…”

Lei spalancò gli occhi.

“Nooo... che poi mi rovina il parquet!”

Erano passate appena tre settimane dalla ristrutturazione del nostro appartamento di Sesto San Giovanni. Lo stesso dove avevo abitato da piccolo. Quel parquet nuovo fiammante si era trasformato nel terzo componente della famiglia. Lo contemplava con la stessa apprensione con cui una madre guarda un neonato dormire.

Io risi per mezz’ora. Lei meno. Da quel giorno, però, la frase entrò nella nostra storia familiare. Ogni occasione era buona per tirarla fuori.

“Attento alla sedia.”

“Perché?”

“Che poi mi rovina il parquet.”

“Passami il vino.”

“No, che poi McCartney lo versa sulla tovaglia pulita...”

Negli anni la cosa si trasformò in una specie di tormentone coniugale. Finché accadde davvero. O quasi.

Tutto iniziò durante una lunga intervista che feci ad un vecchio produttore legato all’ambiente Apple Corps. Doveva essere un pezzo tecnico sulla rimasterizzazione analogica dei Beatles, roba da fanatici veri. A registratore spento, però, l’uomo mi raccontò una cosa sorprendente: Paul conservava gelosamente articoli e interviste “diverse”, non le solite domande sui Beatles, Lennon o Yesterday.

“Gli piacciono le persone che gli ricordano che era umano prima di essere leggenda.”

Gli parlai allora di un mio vecchio editoriale, scritto anni prima, in cui sostenevo che la vera grandezza di McCartney non fosse aver scritto Hey Jude, ma essere sopravvissuto al proprio mito senza trasformarsi in una caricatura nostalgica. Quel pezzo, incredibilmente, gli era arrivato. E lo aveva colpito. Due mesi dopo ricevetti una mail. Non dalla EMI. Non da un ufficio stampa. Da un assistente personale di Paul: “Sir Paul sarà a Milano privatamente per quarantotto ore. Ha letto alcune sue cose. Vorrebbe incontrarla informalmente.” Lessi la mail almeno diciassette volte.
Poi chiamai mia moglie.

“Amore…”

“Sì?”

“Ho una notizia.”

“Non avrai speso soldi per altri bootleg dei Beatles, vero?”

“No.”

“E allora... mi devo preoccupare?!?”

“Paul McCartney viene a casa nostra.”

Silenzio. 

“…In che senso viene a casa nostra?”

“Nel senso che… viene qui!”

Altro silenzio. Poi la sentenza:

“Luca, ti giuro che se mi graffia il parquet... lo denuncio.”

I giorni successivi furono deliranti. Io vivevo in uno stato mistico, galleggiando nell'aria. 

Senza uscire fuori dalla mia porta
Posso conoscere tutte le cose della Terra
Senza guardare fuori dalla mia finestra
Potrei conoscere le vie del Paradiso.


Mettevo e rimettevo in ordine la mia collezione di vinili dei Beatles, sistemavo i libri a loro dedicati come se dovessi subire un’ispezione ministeriale. Scoprii perfino di avere troppi oggetti beatlesiani esposti: il mio studio sembrava un negozio di souvenir di Liverpool gestito da un maniaco compulsivo. Mia moglie, da par suo, entrò in modalità protezione civile. Feltrini sotto ogni sedia. Percorsi obbligati. Copriscarpe all’ingresso. A un certo punto ipotizzò persino di fargli lasciare il basso fuori casa.

“Ha ottant'anni passati, non può andare in giro a rigare pavimenti.”

“Amore… è Paul McCartney!”

“Appunto. Sicuramente indossa quelle scarpe inglesi durissime..”

La sera stabilita per l'incontro pioveva a dirotto. Naturalmente. 

Ascoltami, che piova o che ci sia il sole
(che piova o che ci sia il sole)
non è che uno stato mentale
(che piova o che ci sia il sole)
riesci a sentirmi, puoi sentirmi?

Quando il campanello suonò ebbi una specie di mancamento. Aprii. E lui era davvero lì. Più basso di quanto immaginassi. Elegantissimo anche se informale. Con un sorriso disarmante.

“Hi Luca.”

Entrò guardandosi attorno con curiosità sincera, non con quell’aria da celebrità annoiata che possiedono la quasi totalità dei musicisti famosi. Sembrava uno zio inglese capitato per caso in una dimensione parallela.

Ci dispiace molto zio Albert
ci dispiace se ti abbiamo causato sofferenza
ci dispiace molto zio Albert
ma a casa non è rimasto più nessuno
e credo che stia per piovere.

Mia moglie lo salutò cordialmente, ma i suoi occhi controllavano le suole. Paul notò immediatamente la tensione che aleggiava in casa.

“Did I do something wrong?”

Io scoppiai a ridere. E raccontai la storia del parquet. Lui rise così forte da piegarsi in avanti.

“After sixty years of rock’n’roll… this is the greatest review I ever got.”

Poi aggiunse:

“I promise: I’ll protect the parquet.”

E da quel momento sembrò divertirsi immensamente. Camminava piano. Chiedeva permesso per spostare le sedie. A un certo punto si tolse addirittura le scarpe. Rimanendo in calze di filo di Scozia blu, le stesse che uso io. Probabilmente le mie saranno state più economiche. Stavo quasi perdendomi in quel ragionamento surreale sulle calze di una delle personalità più influenti del XX secolo quando tornai lucido   Paul McCartney scalzo nel mio salotto. Credo sia stato allora che il mio cervello smise definitivamente di funzionare. Parlammo per ore. Di musica, ovviamente. Ma anche di invecchiare, di memoria, di quanto sia strano vedere le proprie canzoni trasformarsi in arredamento emotivo della vita degli altri. Sorseggiando quell'orrendo Old Grey in bustina acquistato all'Iper che lui fece finta di gradire. 

                                    Quando invecchierò e perderò i capelli
Tra molti anni
Mi manderai ancora biglietti d’amore
Auguri di compleanno, una bottiglia di vino?


Poi guardò il basso che aveva fatto portare dal suo assistente.

“Should we?”

Io non risposi nemmeno ma l'espressione dei miei occhi parlò in mia vece. Lui iniziò a suonare BlackbirdCosì. Nel mio salotto. A pochi metri dalla cucina. Con la pioggia fuori. E mia moglie immobile accanto alla libreria, combattuta tra la commozione assoluta e il terrore che il piede del microfono lasciasse un segno sul legno. Quando finì, in casa c’era un silenzio irreale. Quel tipo di silenzio che esiste solo dopo qualcosa che non si potrà più spiegare bene a nessuno.

Merlo che canti nel cuore della notte
Prendi queste ali spezzate e impara a volare
Per tutta la vita
non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo.


Paul sorrise. Poi guardò il pavimento.

“Still okay?”

Mia moglie osservò attentamente il parquet. Fece due passi. Controllò in controluce. Infine, sorridendo, annuì.

“Sì. Però per sicurezza, la prossima volta facciamo tutto in giardino.”

Paul rise così tanto che gli vennero le lacrime. E io capii una cosa. Che certe persone diventano immortali non solo perché hanno scritto Let It BeMa perché, anche dopo aver cambiato il mondo e i cuori delle persone, riescono ancora a sentirsi ospiti in casa d’altri. E forse, in una surreale serata di pioggia, riescono pure a ricordarti che il tempo passa per tutti, ma che alcune emozioni trovano sempre un modo per restare.

E non appena le persone col cuore spezzato
Che vivono nel mondo saranno d’accordo
Ci sarà una risposta, lascia correre...



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