Ralph Towner, compositore e polistrumentista statunitense tra le figure più poetiche e originali della musica del secondo Novecento, è morto a Roma all’età di 85 anni. Da tempo aveva scelto l’Italia come luogo di vita e di lavoro, stabilendosi nella capitale, dove ha continuato a creare e collaborare fino agli ultimi anni. Avrebbe compiuto 86 anni il primo marzo. Piccola curiosità: condivideva il compleanno con Roger Daltrey dei The Who.
Nato il 1° marzo 1940 a Chehalis, nello Stato di Washington, Towner si è formato inizialmente come pianista, per poi avvicinarsi alla chitarra classica, strumento che ha studiato e perfezionato a Vienna con Karl Scheit. Da quella solida base accademica nasce uno stile del tutto personale: una sintesi raffinata di jazz, musica colta europea, folk ed echi provenienti da tradizioni sonore di tutto il mondo. La chitarra a dodici corde, in particolare, è diventata una delle sue voci più riconoscibili.
Il grande pubblico internazionale lo ha conosciuto soprattutto come fondatore degli Oregon, quartetto acustico nato nel 1970 e destinato a lasciare un’impronta profonda nella storia del jazz contemporaneo. Con gli Oregon, Towner ha contribuito a ridefinire i confini del genere, puntando su un suono cameristico, sull’improvvisazione collettiva e su una forte attenzione al colore timbrico. Il gruppo è rimasto per decenni un laboratorio creativo unico, capace di influenzare musicisti ben oltre l’ambito jazzistico. Accanto all’esperienza con gli Oregon, Towner ha costruito una carriera solista di grande prestigio e ha intrecciato dialoghi musicali con alcuni dei nomi più importanti della scena internazionale: da Gary Burton a John Abercrombie, da Jan Garbarek a Gary Peacock, fino a Keith Jarrett. Ogni collaborazione ha messo in luce la sua capacità di ascolto e la sua naturale inclinazione a far emergere la musica come spazio condiviso, più che come esibizione individuale.
Il legame con l’Italia è stato profondo e duraturo. Qui Towner ha trovato un ambiente fertile, collaborando con artisti come Pino Daniele e Maria Pia De Vito, e avvicinandosi anche al mondo del cinema. Tra i suoi lavori figurano infatti contributi alla colonna sonora dello splendido film Un’altra vita, (guardalo qui per intero) interpretato da Silvio Orlando e diretto dal compianto Carlo Mazzacurati, ulteriore testimonianza della sua versatilità e della sua sensibilità narrativa applicata alle immagini.
La sua discografia, ampia e influente, comprende titoli diventati punti di riferimento, come Solstice (1975), e lavori più recenti come At First Light (2023), salutato dalla critica come un esempio di maturità espressiva e lirismo senza tempo. In ogni fase della sua carriera, Towner ha mantenuto uno sguardo curioso e aperto, lontano da ogni manierismo di sorta. Un vero gigante.
A rendere ancora più singolare la sua eredità c’è un omaggio che arriva addirittura dallo spazio: due crateri lunari portano il nome di altrettante sue composizioni, “Icarus” e “Ghost Beads”, battezzati così da un astronauta della missione Apollo 15 nei primi anni Settanta.
Con la sua scomparsa se ne va un musicista capace di trasformare la chitarra acustica in uno strumento di meditazione, racconto e scoperta. La sua musica continuerà a parlare a chi cerca nel suono non solo virtuosismo, ma profondità e libertà.

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