Certe notizie arrivano come una stonatura improvvisa in una canzone che conosciamo a memoria. La scomparsa di David Riondino, a 73 anni, è una di quelle. Se ne va un artista difficile da incasellare, uno di quelli che attraversano linguaggi e generi con leggerezza e intelligenza, lasciando ovunque una traccia personale, ironica, inconfondibile. Riondino si è spento nella sua casa di Roma, dopo aver affrontato negli ultimi anni una malattia importante. A dare la notizia è stata l’amica Chiara Rapaccini, con un messaggio carico di affetto e memoria condivisa. I funerali si terranno domani alle 11:00 nella Chiesa degli Artisti, a Piazza del Popolo: un luogo simbolico per salutare chi dell’arte ha fatto una vita intera.
Nato a Firenze il 10 giugno 1952, Riondino non è stato soltanto un cantautore. È stato anche attore, regista, scrittore, performer. Uno spirito curioso e irrequieto, capace di passare con estrema disinvolura dalla satira alla poesia, dalla televisione al teatro, senza mai perdere quella vena giocosa che lo ha reso unico. Prima ancora di salire su un palco, lavorava come bibliotecario: forse già lì, tra libri e silenzi, si preparava a costruire il suo mondo fatto di parole e musica.
Il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto negli anni ’80 e ’90, grazie alle sue apparizioni televisive e alle irresistibili improvvisazioni. Memorabili le sue incursioni al Maurizio Costanzo Show, così come le parodie dei cantautori brasiliani, dove mescolava cultura alta e nonsense con una naturalezza sorprendente. E poi c’è Maracaibo. Una canzone diventata un piccolo mito popolare, interpretata da Lu Colombo (e poi da Jerry Calà), legata indissolubilmente alla sua creatività. Un brano che, ancora oggi, continua a vivere nelle estati italiane, tra leggerezza e malinconia.
La sua carriera è stata un mosaico ricchissimo. Cinema, teatro, televisione: ha attraversato tutto, collaborando con alcuni dei nomi più interessanti della scena italiana. Nel 1995 salì anche sul palco di Sanremo insieme a Sabina Guzzanti, portando una canzone che già nel titolo – Troppo sole – lasciava intravedere il suo gusto per il paradosso. Ma ridurre Riondino ai suoi momenti più noti sarebbe ingiusto. È stato anche un autore raffinato, un uomo di cultura profonda, capace di spaziare dalla letteratura alla musica popolare, dalla tradizione orale alle sperimentazioni più contemporanee. I suoi spettacoli teatrali, i libri, i progetti mai del tutto conclusi – come la Scuola dei Giullari – raccontano di una mente sempre in movimento, sempre alla ricerca.
Chi lo ha conosciuto lo descrive come brillante, colto, ma anche imprevedibile e libero. Un “giullare” nel senso più nobile del termine: qualcuno capace di far ridere e pensare nello stesso momento, senza mai prendersi troppo sul serio. Resta il vuoto, inevitabile, ma resta soprattutto il suo modo di stare al mondo: leggero, ironico, profondamente umano. E restano le sue parole, le sue canzoni, i suoi personaggi. Forse, in fondo, è proprio così che va salutato: immaginandolo mentre parte per un altro viaggio, con una chitarra in spalla e un sorriso obliquo. Direzione Maracaibo, ironica e lontana, sospesa tra realtà e invenzione.
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