lunedì 2 febbraio 2026

Quando il rock ti entra nelle ossa (letteralmente)


Una radiografia che ha imparato a cantare. Trasparente, fragile, illegale per natura. La luce gli passa attraverso come faceva la censura, eppure il suono resta, inciso sulle ossa di qualcun altro e ora pronto a vibrare nelle tue. Impossibile non pensare a Eugenio Finardi con la sua Musica ribelle che non chiede permesso, che ti entra nella pelle e non se ne va più, che non si ascolta soltanto ma si prende il corpo intero. Sovversivi per necessità, poetici per urgenza. Dischi fatti di scarti e di coraggio, di lastre mediche strappate al silenzio e trasformate in veicoli clandestini di rock, jazz, voci proibite. Ogni solco è una ferita che diventa ritmo, ogni crepa una dichiarazione di libertà. Promettono scosse, ricordandoti che la musica, quando è davvero viva, non sta mai ferma: circola, contagia, si infiltra. E soprattutto... non chiede il permesso di esistere. C’è un momento, leggendo il libro RËBRA – Musica sulle costole (Vololibero), in cui ti rendi conto che questa non è “solo” una storia di musica proibita, ma un racconto su quanto lontano può spingersi il desiderio di ascoltare una canzone. L'autrice Cristina Giuntini prende uno degli episodi più incredibili della storia culturale del Novecento e lo trasforma in uno scritto che vibra come un disco inciso male, ma carico di elettricità emotiva.  

Siamo nell’Unione Sovietica del dopoguerra, quando jazz, rock’n’roll e canzoni occidentali erano considerati virus ideologici. Elvis, Bill Haley, ma anche artisti russi non allineati, diventano materiale pericoloso. Il risultato? Un’operazione di ingegneria clandestina che oggi sembra fantascienza punk: incidere musica su vecchie lastre radiografiche recuperate dagli ospedali. Bacini, toraci, femori: la musica passava letteralmente attraverso le ossa. Non a caso quei dischi vennero chiamati rëbra, “costole”.


L'autrice descrive questo mondo sotterraneo con un approccio che mescola saggio storico, narrazione e gusto per il dettaglio umano. Non si limita a spiegare come funzionava il fenomeno dei cosiddetti “bone records” (ben documentato anche da fonti storiche e archivi occidentali), ma si concentra soprattutto sul perché. Perché rischiare il carcere, l’esilio o il gulag per un 78 giri inciso male? Perché la musica, qui, non è intrattenimento: è ossigeno, identità, disobbedienza.

Uno dei punti di forza del libro è il modo in cui la scena musicale clandestina viene intrecciata con quella sociale. Gli stilyagi — giovani vistosi, colorati, innamorati del jazz e della moda americana — emergono come figure quasi mitologiche, eroi pop ante litteram che trasformano una cravatta sgargiante o un passo di boogie-woogie in un atto politico. In questo senso RËBRA è anche un libro sulla moda, sul corpo, sullo stile come forma di resistenza. La scrittura risulta accessibile ma mai banale. Quando il racconto si avvicina al romanzo — tra traffici segreti, tecnici improvvisati, collezionisti ossessivi e vite spezzate — lo fa senza tradire la base storica. Anzi, quel confine sfumato tra realtà documentata e ricostruzione narrativa rende la lettura più viva, quasi cinematografica. Si avverte distintamente il lavoro di ricerca, ma anche l’amore viscerale dell’autrice per la musica come linguaggio universale.

Interessante anche il modo in cui viene raccontata la fine di questa stagione: l’arrivo dei registratori a nastro rende obsolete le incisioni su radiografia, senza però cancellare il loro valore simbolico. Le rëbra restano come reliquie di un’epoca in cui ogni ascolto era una scelta morale, ogni disco un piccolo atto rivoluzionario.

La prefazione di Antonio Bacciocchi incornicia bene il progetto, inserendolo in una tradizione di studi e narrazioni che guardano alla musica popolare come forza storica e politica. E sapere che questo è il libro d’esordio di Cristina Giuntini — musicologa in formazione, poliglotta, appassionata di Eurovision, Sanremo e teatro — aggiunge un ulteriore livello di curiosità: RËBRA sembra il punto d’incontro naturale di competenze diverse, tenute insieme da una passione autentica. In definitiva, RËBRA – Musica sulle costole è un libro che parla a chi ama la musica, ma soprattutto a chi crede che ascoltare non sia mai un gesto neutro. Dopo averlo letto, difficilmente guarderete una radiografia allo stesso modo. E forse... nemmeno un disco.

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