Quando Ozzy Osbourne si innamorò di So: la storia meno metal degli anni Ottanta
Se qualcuno avesse scommesso, a metà anni Ottanta, che il Principe delle Tenebre passava le sue giornate ascoltando in loop Peter Gabriel, probabilmente sarebbe stato accompagnato con gentilezza all’uscita più vicina. E invece. A raccontarlo non è una leggenda metropolitana né l’ennesima storia gonfiata dal mito, ma Louis Osbourne, figlio di Ozzy, durante una puntata del podcast Trying Not To Die condotto dal fratello Jack. Un racconto che, più che sorprendere, ribalta definitivamente l’immagine monolitica del metal come mondo impermeabile a tutto il resto.
Secondo Louis, nel periodo dell’uscita di So, Ozzy Osbourne sviluppò una vera e propria ossessione per il disco di Peter Gabriel. Non un ascolto distratto, non una fase passeggera: una dedizione totale, quasi militante.
«Papà era completamente preso dalla produzione di So. Lo ascoltavamo di continuo. Era impazzito per quell’album. Di solito in casa giravano sempre Beatles, Beatles, Beatles… ma So era uno di quei dischi che tornavano sempre sul piatto.»
Un’anomalia apparente, che però trova una conferma definitiva nelle parole scritte dallo stesso Ozzy nella sua autobiografia Last Rites, pubblicata poche settimane dopo la sua morte, avvenuta il 22 luglio 2025. Ed è lì che il quadro diventa chiarissimo: non si trattava di semplice ammirazione, ma di una vera e propria infatuazione sonora. Ozzy non usa giri di parole: So è un album senza punti deboli. “In Your Eyes”, “Red Rain”, “Mercy Street”: canzoni che, secondo lui, suonano oggi fresche esattamente come allora. E soprattutto, canzoni che per un anno intero accompagnarono ogni momento della sua vita fuori dal palco.
Tour bus, hotel, stereo portatile a bordo piscina: Peter Gabriel ovunque, sempre, a volume rigorosamente eccessivo. L’unica pausa concessa era durante i concerti. Per il resto, Ozzy cantava a squarciagola qualsiasi brano gli capitasse in testa. Il risultato? Una conseguenza inevitabile: la sua guardia del corpo fu costretta a prendersi una pausa per quella che Ozzy stesso definì, con affetto, una “disintossicazione da Peter Gabriel”. Non da alcol, non da droghe: dal disco So.
Poi, come in ogni grande storia rock che si rispetti, arriva il momento dell’assurdo. L’incontro casuale. Il destino che decide di fare il suo numero migliore. Siamo a Midtown Manhattan, in un hotel qualunque, durante un tour. Ozzy entra in ascensore, preme il pulsante del piano terra, tutto procede normalmente. Poi l’ascensore si ferma al mezzanino. Le porte si aprono. Entra un uomo. È Peter Gabriel. La reazione di Ozzy è esattamente questa: incredulità, entusiasmo, devozione totale. Gli dice quanto ami l’album, quanto lo consideri un capolavoro, quanto il solo vederlo di persona gli faccia venire voglia di riascoltarlo altre mille volte. Gabriel, racconta Ozzy, è gentile, disponibile, perfettamente inglese nella sua compostezza. A quel punto Ozzy gli fa una domanda fondamentale: quanto tempo ci è voluto per realizzare So? Risposta: almeno tre mesi. Ozzy riflette. Tre mesi. E arriva alla sua conclusione definitiva: se avesse provato a fare un disco in quel modo, ci avrebbe messo trent’anni!
So, quinto album solista di Peter Gabriel, uscì il 19 maggio 1986 e diventò il suo disco di maggior successo commerciale dopo l’esperienza con i Genesis. Ma, a quanto pare, è stato anche qualcosa di più: il raro esempio di un album capace di conquistare uno dei personaggi più lontani dal suo universo estetico. E forse è proprio questo il punto. La vera grandezza di certi dischi non sta nel genere a cui appartengono, ma nella loro capacità di insinuarsi ovunque.
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