martedì 10 marzo 2026

In memoria di un sovrano delle tastiere



Oggi ricorre l'anniversario della scomparsa di Keith Emerson e, più che ripercorrere cronologicamente una carriera facilmente consultabile online, ciò che conta davvero è provare a spiegare come nasce il legame profondo tra un artista e chi ascolta la sua arte. Perché nel caso di Emerson non si tratta solo di ammirazione: è qualcosa che ha segnato intere generazioni.

Quando la musica cambia la vita

Ci sono momenti nella vita in cui la musica apre improvvisamente nuovi orizzonti. Il mio primo contatto con la musica di Emerson arrivò però da due strade completamente diverse, quasi opposte. Da una parte c’era la facciata più colta, quella che scoprii attraverso l’album Works Volume 1 degli Emerson, Lake & Palmer, dove la dimensione quasi sinfonica della sua scrittura mostrava quanto fosse forte il legame con la tradizione classica. Dall’altra  la faccia più popolare e immediata: l’irresistibile "Honky Tonk Train Blues", diventata celebre in Italia come sigla della trasmissione televisiva Odeon.

Due lati della stessa personalità musicale: il compositore raffinato e il virtuoso spettacolare, il pianista classico e il performer funambolo.. Ed era proprio questo contrasto a rendere Emerson un musicista unico.

Un pioniere della tecnologia musicale

Quando la sua figura iniziò a imporsi tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Emerson era già anni avanti rispetto a molti contemporanei. Dopo l’esperienza con i The Nice e poi con gli Emerson, Lake & Palmer, trasformò la tastiera in uno strumento protagonista assoluto del rock. Tra Moog modulari, Hammond modificati e nuovi strumenti elettronici, la tastiera non era più un accompagnamento: diventava spettacolo, potenza sonora e innovazione.

Il primo tour nei '70

Il primo concerto italiano degli ELP risale a Genova 1972, io a quell'epoca ero troppo piccolo per essere fra il pubblico: avevo solo 9 anni. Era il tempo in cui i tour delle grandi band spostavano intere colonne di camion carichi di scenografie. E sul palco succedeva di tutto: Emerson cavalcava l’organo Hammond, lo maltrattava, lo colpiva con coltelli piantati tra i tasti. Un gesto diventato leggendario che simboleggiava il rapporto fisico e quasi teatrale con lo strumento. L'anno dopo a Roma e soprattutto a Milano, al Vigorelli: una venue che rappresentava una specie di “tempio” dei concerti rock in Italia. Le testimonianze dei fan raccontano di un velodromo pienissimo, con migliaia di giovani arrivati da tutta la Lombardia e anche da altre regioni: per molti spettatori italiani era la prima volta che vedevano dal vivo una produzione così grande. Emerson manipolava il grande sintetizzatore modulare, creando suoni che all’epoca sembravano arrivare letteralmente dal futuro.

L’uomo dietro il mito

Nel 1992, in occasione di un concerto degli ELP a Milano presso il PalaTrussardi, ebbi finalmente modo di vederli in azione, parlando per qualche minuto con Keith! Ricordo che il discorso cadde sulla tecnologia e la sua posizione mi apparì molto precisa e senza mezzi termini. Per lui aveva inevitabilmente migliorato il modo di vivere delle persone, anche se il computer rappresentava una fonte di fastidio, qualcosa di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Secondo lui il tempo dovrebbe essere speso diversamente: leggere libri, osservare le persone, dialogare, uscire a fare una passeggiata. Rivendicando con orgoglio di appartenere a un’altra generazione: quella che utilizzava ancora carta e penna per scrivere. Una visione da uomo maturo che mi apparve comunque suggestiva.

La sua eredità

Raccontare davvero la musica di Keith Emerson significherebbe ripercorrere quasi cinquant’anni di storia del rock. Dalle radici classiche al jazz, fino alla rivoluzione del progressive rock, la sua musica ha dimostrato che non esistono limiti quando la creatività incontra il talento. Ancora oggi, ogni volta che ascolto Trilogy, la magia si ripete: la voce superba di Greg Lake, la batteria pirotecnica di Carl Palmer e la tastiera visionaria di Emerson creano brividi veri. Un patrimonio artistico destinato a restare nel tempo.

Perché i giovani dovrebbero ascoltarlo

A chi scopre oggi il nome di Keith Emerson consiglio una sola cosa: ascoltare con curiosità. La grande musica si riconosce subito. Non importa l’epoca in cui è stata scritta: se è autentica, continua a parlare anche alle nuove generazioni. Emerson non è stato solo uno dei più grandi tastieristi della storia del rock. È stato un compagno di viaggio musicale per milioni di persone. E continuerà ad esserlo.

“Non venire, quando sarò morto, a versare le tue inutili lacrime sulla mia tomba… Che sia il vento lo spazzino, e sia il piviere a piangere: ma tu va via.”
Alfred Lord Tennyson

Con questi versi si chiude la prefazione del libro “Lucky Man – Autobiografia di un tastierista rock”, il volume da lui rilasciato nel 2004. Parole forti, quasi un manifesto personale, che oggi suonano ancora più intense pensando alla sua eredità musicale.

P.S. - Fra Emerson e Wakeman degli Yes non ho mai avuto dubbi...



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