giovedì 28 maggio 2026

La storia siate voi, io c'ho altro da fare...



Fa sempre un certo effetto scoprire che chi un tempo cantava il peso della coscienza collettiva oggi suggerisca, più o meno elegantemente, la filosofia del “meglio non impicciarsi”. Eppure eccoci qui: Francesco De Gregori che bacchetta Bruce Springsteen per aver osato criticare Trump. Come dire: il rock impegnato va bene, purché rigorosamente in playback. Viene quasi da chiedersi cosa intendesse davvero quando scriveva “La storia siamo noi”. Un’esortazione civile? Un esperimento sociologico? O forse una gigantesca candid camera generazionale? Perché se oggi il messaggio è “l’artista deve farsi i fatti propri”, allora qualcuno deve aver cambiato il libretto delle istruzioni mentre dormivamo.

La cosa straordinaria è che De Gregori sia riuscito perfino nell’impresa di sembrare eccessivo agli occhi di Eros Ramazzotti. E già questo, da solo, meriterebbe uno studio antropologico. De Gregori non è mai stato il prototipo del trascinatore da barricate né il poster boy dell’ardore civile: il suo fascino stava altrove, nella scrittura, nella raffinatezza, nella capacità rara di trasformare malinconia e immagini in poesia. Ma c’è un punto in cui perfino il talento smette di fare da paracadute.

Perché invitare al silenzio proprio mentre il mondo urla non è prudenza: è arredamento morale. Elegante, magari. Ma sempre arredamento.

Naturalmente è partita subito la gara alle spiegazioni. C’è chi attribuisce tutto all’età, come se superata una certa soglia anagrafica scattasse automaticamente l’abbonamento al quieto vivere. Altri sostengono che, semplicemente, stia emergendo la versione autentica del personaggio: la famosa teoria del “in vino veritas”, solo senza vino e con molta più rassegnazione.

Poi esiste una terza ipotesi, forse la più interessante: che questa metamorfosi non sia affatto individuale ma faccia parte di una corrente più ampia. Un lungo riflusso musicale e culturale in cui molti artisti hanno progressivamente sostituito il dissenso con la compatibilità ambientale. D’altronde i concerti vanno riempiti, le playlist presidiate, gli sponsor rassicurati, le collaborazioni custodite come panda in via d’estinzione. Meglio evitare attriti con chi può rendere tutto più semplice. O più remunerativo. Ed è qui che Springsteen diventa il problema. Perché il Boss continua a fare esattamente ciò che un artista dovrebbe fare quando sente il bisogno di esporsi: parlare. Rischiare. Scontentare qualcuno. Mettere il prestigio al servizio di un’idea e non il contrario. Può piacere o no, ma almeno non scambia il silenzio per profondità.

Il paradosso finale è quasi comico: invece di intervenire sulle tragedie, le guerre, le disuguaglianze o le mille brutalità contemporanee, De Gregori ha scelto di intervenire… contro chi interviene. Un capolavoro di meta-disimpegno. E allora sì, dispiace. Perché certe canzoni restano. Le emozioni restano. Ma restano anche le cadute, soprattutto quando arrivano da chi aveva insegnato a intere generazioni che la cultura dovesse avere una schiena, non solo uno stile.


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