martedì 26 maggio 2026

In viaggio fra le canzoni meno conosciute del "Principe" De Gregori



Il progetto “Nevergreen (Perfette sconosciute)” di Francesco De Gregori continua a espandersi tra musica, cinema e teatro, trasformandosi in un’esperienza artistica completa che coinvolge pubblico, media e luoghi simbolici della cultura italiana. Dopo la presentazione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il percorso approda in televisione, nei teatri di Roma e Milano, e si completa con l’uscita di un nuovo album live registrato al Teatro Out Off di Milano.

Il docufilm in prima serata su Rai 3

Il progetto prende forma anche sul grande schermo con il docufilm: “FRANCESCO DE GREGORI. NEVERGREEN” di Stefano Pistolini. Il film racconta la residenza artistica del 2024 al Teatro Out Off di Milano, dove il cantautore ha realizzato 20 concerti in un mese, davanti a un pubblico ristretto di circa 200 spettatori a serata. Il docufilm andrà in onda in prima serata su Rai 3 il 4 giugno, per poi restare disponibile su RaiPlay. Prodotto da OUR FILMS (Mediawan), Friends TV, Darallouche e Caravan, il film non è un semplice biopic o concerto filmato, ma un racconto immersivo dentro la musica di De Gregori. Sul palco, insieme alla band storica, anche ospiti speciali come Elisa, Jovanotti, Ligabue, Zucchero e Malika Ayane.

L’album live in uscita nell’autunno 2026

Dal progetto teatrale nasce anche un nuovo disco live, Nevergreen (Perfette sconosciute)L’album, registrato durante le serate milanesi al Teatro Out Off, sarà pubblicato il 16 ottobre 2026 da Caravan / Friends & Partners con distribuzione Sony Music Italy. Sarà disponibile in digitale, CD e doppio vinile. Il disco restituisce l’essenza del progetto: un ascolto ravvicinato, intimo, in cui le canzoni meno note del repertorio di De Gregori emergono con nuova forza emotiva. Pre-order disponibile qui: https://bio.to/Nevergreen

Il tour teatrale 2026: Roma e Milano al centro del progetto

Il cuore del progetto “Nevergreen” torna dal vivo con una nuova serie di concerti esclusivi e a numero limitato.

Roma – Teatro Sala Umberto, dal 27 ottobre 2026

Milano – Teatro Out Off, dal 25 novembre 2026


Le due residenze teatrali confermano la natura intima del progetto: poche centinaia di spettatori per serata e una scaletta che cambia ogni sera, con focus sulle canzoni meno conosciute del repertorio e alcune rarità.

La band e gli ospiti del progetto

Sul palco, Francesco De Gregori sarà accompagnato dalla sua storica band:

  • Guido Guglielminetti (basso e contrabbasso)
  • Primiano Di Biase (direzione artistica, tastiere, hammond, fisarmonica)
  • Carlo Gaudiello (piano e tastiere)
  • Paolo Giovenchi (chitarre)
  • Alessandro Valle (pedal steel guitar e mandolino)
  • Simone Talone (batteria e percussioni)
  • Francesca La Colla e Cristina Greco (cori)

Un’esperienza musicale intima e irripetibile

Nevergreen (Perfette sconosciute) non è un semplice tour, ma un’esperienza costruita sull’ascolto profondo e sulla riscoperta del repertorio meno noto di uno dei più importanti cantautori italiani. Ogni concerto è diverso, ogni scaletta è unica, ogni serata diventa irripetibile. Un progetto che unisce Milano e Roma in un unico racconto musicale, destinato a proseguire anche oltre il 2026.

Paranoid.exe: l’ultima frontiera del rock trasformata in simulacro capitalista


Quando il rock smette di essere un linguaggio di rottura e diventa un dispositivo di conservazione del brand, anche la morte perde significato. L’annuncio dell’ologramma interattivo di Ozzy Osbourne segna un punto di non ritorno: non più ristampe o documentari commemorativi, ma la trasformazione dell’artista in software perpetuo. Una presenza sintetica progettata per continuare a generare interazione, consumo e valore economico oltre il limite biologico.

La voce senza corpo: quando l’identità diventa interfaccia

La promessa tecnologica è raccontata come meraviglia: “Ha la sua voce, il suo aspetto, i suoi movimenti”. Ma ciò che viene presentato come continuità è in realtà simulazione. Non si conserva Ozzy: si ricostruisce un comportamento. Un algoritmo addestrato su archivi, frammenti vocali, gestualità e memoria mediatica. La domanda centrale resta sospesa: chi decide cosa “avrebbe detto” Ozzy? E quanto resta dell’umano quando l’identità diventa un sistema interrogabile?

Dal mito alla macchina: il rock come industria della replica

Dietro la retorica della “preservazione dell’eredità” si intravede una mutazione più profonda: il rock, nato come frattura culturale, viene assorbito nella logica della replicabilità industriale. L’urlo dei Black Sabbath — prodotto di una Birmingham tossica e operaia — diventa materiale da archivio interattivo, pronto per essere attivato su richiesta. Il caos originario viene riformattato in esperienza controllata.

Elvis Presley e la grammatica dell'eterno sfruttamento

Il riferimento al Re del Rock'n'Roll non è ornamentale ma strutturale. Elvis rappresenta il precedente storico di questa logica: la trasformazione del corpo artistico in macchina economica postuma. Graceland non è solo dimora di memoria, ma infrastruttura del consumo perpetuo. Il mito sopravvive non perché ricordato, ma perché venduto. Il rock diventa così una forma di immortalità commerciale, dove la morte non interrompe il mercato: lo stabilizza.

Ozzy interattivo: dalla nostalgia alla simulazione totale

Con Ozzy si compie un salto ulteriore. Non si consuma più il ricordo: si dialoga con esso. L’ologramma non è archivio, ma interfaccia conversazionale. È il passaggio dalla nostalgia alla simulazione: una forma di necromanzia tecnologica in cui l’artista non è più persona ma servizio. Una presenza attivabile, interrogabile, aggiornabile.

Il rock addomesticato e la fine del rischio

La figura di Ozzy — incarnazione di eccesso, autodistruzione e imprevedibilità — viene ricostruita in versione controllata. L’AI elimina il disordine, la deviazione, il silenzio. Resta una versione coerente, stabile, autorizzata. Il risultato è una rockstar senza pericolo. Un mito sterilizzato dal copyright e dalla governance del brand.

Dagli ABBA ai Kiss: l’industria della resurrezione permanente

Il modello è ormai diffuso: dagli avatar degli ABBA agli show virtuali dei Kiss, la musica storica non produce più futuro ma replica il passato in alta definizione. Non si tratta di innovazione, ma di manutenzione dell’archivio emotivo collettivo. Una cultura che non accetta la conclusione di nulla perché ogni fine è una perdita economica. Il rock, nato per rompere il sistema, diventa così una delle sue tecnologie più raffinate. Non più rivoluzione, ma esecuzione continua del mito.

L’ultimo respiro del Colosso



Con la morte di Sonny Rollins, scomparso a 95 anni nella sua casa di Woodstock, si chiude uno degli ultimi capitoli viventi dell’età aurea del jazz americano. Non era soltanto un grande sassofonista: Rollins era un’idea stessa di libertà musicale, un uomo che aveva trasformato l’improvvisazione in una forma di ricerca spirituale. Per oltre settant’anni il suo suono ha attraversato il bebop, l’hard bop, il calypso, le contaminazioni africane e caraibiche, senza mai perdere quella voce ruvida, profonda, inconfondibile. Quando entrava in scena, il tenore non serviva più soltanto a eseguire melodie: diventava racconto, sfida, meditazione. Rollins suonava come se ogni assolo fosse una conversazione con sé stesso e con il mondo.

Gli anni in cui il jazz cambiò voce

Nato ad Harlem nel 1930 con il nome di Walter Theodore Rollins, crebbe in una New York attraversata dalla musica nera americana. I locali del quartiere, le orchestre swing, le voci che uscivano dalle finestre contribuirono a formare un ragazzo destinato a condividere il palco con giganti come Thelonious Monk, Miles Davis e Charlie Parker. Negli anni Cinquanta arrivarono i dischi destinati a entrare nella storia: Saxophone Colossus, Tenor Madness, Freedom Suite, Way Out West. Album che ridefinirono il linguaggio del jazz moderno e imposero Rollins come uno dei più grandi improvvisatori del Novecento. Il brano “St. Thomas”, ispirato alle radici caraibiche della sua famiglia, aprì inoltre nuove strade ritmiche al jazz americano.

Il ponte della solitudine

Ma la grandezza di Rollins non risiedeva solo nel virtuosismo. La sua vita fu segnata anche dall’inquietudine. Dipendenza dall’eroina, arresti, crisi artistiche: ogni volta sembrava scomparire per rinascere diverso. Celebre rimane il suo ritiro alla fine degli anni Cinquanta, quando abbandonò improvvisamente i concerti per esercitarsi in solitudine sul ponte di Williamsburg, a New York. Per mesi suonò lassù per ore, cercando un nuovo linguaggio, una verità musicale che sentiva ancora lontana. Da quell’esperienza nacque The Bridge, uno dei ritorni più leggendari nella storia della musica jazz.

La disciplina dell’inquietudine

Rollins non smise mai di mettersi in discussione. Diceva spesso di considerarsi “un lavoro in corso”, incapace di adagiarsi sul proprio mito. Anche quando il mondo lo celebrava come “Saxophone Colossus”, lui continuava a studiare yoga, filosofia orientale e meditazione, convinto che la musica dovesse essere prima di tutto elevazione interiore. Quella tensione spirituale si rifletteva anche nel suo modo di improvvisare: lunghi assoli costruiti come percorsi mentali, pieni di deviazioni, ironia, pause improvvise e intuizioni melodiche. Rollins non cercava la perfezione tecnica, ma una sincerità assoluta nel suono.

Oltre il virtuosismo

Negli anni Ottanta collaborò perfino con i Rolling Stones, lasciando un’impronta memorabile nell’album Tattoo You. Eppure, nonostante Grammy, National Medal of Arts e Kennedy Center Honors, conservò sempre il temperamento dell’artista irrequieto, mai davvero soddisfatto della propria arte. La malattia polmonare che lo costrinse al ritiro nel 2014 aveva spento il musicista, non la sua presenza culturale. Rollins era diventato una figura quasi mitologica: l’ultimo grande testimone diretto di una stagione irripetibile del jazz.

L’uomo che non smise mai di cercare

Uno degli ultimi uomini immortalati nella storica fotografia A Great Day in Harlem, Sonny Rollins incarnava un’intera generazione di musicisti che aveva trasformato il jazz in un linguaggio universale di libertà, identità e resistenza culturale afroamericana. Anche nei lunghi anni lontano dal palco continuò a rappresentare qualcosa di raro: un artista capace di convivere con il dubbio senza smettere di creare. Per Rollins, la musica non era mai un punto d’arrivo, ma una domanda continua.

L’ultima nota di un’epoca

Oggi resta la sua eredità: oltre sessanta album, standard immortali, migliaia di assoli che continuano a sembrare vivi, imprevedibili, contemporanei. Ma soprattutto resta un’idea di musica come ricerca infinita. Sonny Rollins non cercava semplicemente di suonare bene. Cercava la verità dentro il suono. Ed è forse per questo che il suo sax, ancora oggi, continua a parlare.

giovedì 21 maggio 2026

Quant’è bella giovinezza… anche per gli Stones

Tra nostalgia e rughe rock Mick Jagger versione 1972, il miracolo digitale che nessuno aveva chiesto

I vecchi leoni del rock tornano giovani grazie all’intelligenza artificiale. Succede nel nuovo videoclip dei Rolling Stones, In The Stars, tratto dall’ultimo album dalla copertina che definire discussa è un atto di generosità. Eppure il punto non è l’estetica discutibile del disco. Il punto è un altro: vedere Mick Jagger, Keith Richards e compagnia ringiovaniti artificialmente produce uno strano cortocircuito emotivo. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia... lo scriveva Lorenzo il Magnifico secoli fa, ma oggi basterebbe un software di AI generativa per aggiungere: “e se fugge troppo, la ricreiamo in post-produzione ”.   

Satisfaction a colpi di algoritmo

Nel clip, gli Stones appaiono come fantasmi lucidi del proprio passato. Pelle tirata digitalmente, occhi vivi come negli anni Settanta, movenze da eterni ribelli. Una macchina del tempo in alta definizione. E forse proprio qui nasce la malinconia. Perché gli Stones ci sono ancora, eccome se ci sono. Suonano, incidono, riempiono stadi. Sono venerandi monumenti viventi del rock. Ma quel disperato tentativo di rincorrere la giovinezza perduta tradisce qualcosa di profondamente umano: il rifiuto del tempo. E chi può biasimarli? Il rock è sempre stato una religione dell’eterna giovinezza. Sudore, eccessi, corpi immortali. Solo che poi arrivano gli ottant’anni, le mani artritiche e il fiatone. L’AI, allora, diventa il trucco definitivo: non per sembrare migliori, ma per fingere che il tempo non sia mai passato.

 

Paint It Black… ma con filtro Instagram

Il risultato è affascinante e inquietante insieme. Da una parte c’è il fan che sorride nel rivedere il Jagger indiavolato del 1969. Dall’altra c’è la sensazione che qualcosa stoni. Perché la grandezza degli Stones non è mai stata nella perfezione estetica. Era nella sopravvivenza. Keith Richards che pare scolpito nel bourbon e nelle sigarette è molto più rock oggi che da giovane. Le rughe raccontano più di qualsiasi algoritmo. Sono il vero archivio del rock’n’roll.

Forever young...

Il rock non invecchia, i rocker sì

E forse è proprio questo il messaggio involontario del videoclip: nessuno accetta davvero il tempo che passa. Nemmeno chi ha attraversato sessant’anni di storia musicale restando sul palco. Quant’è bella giovinezza, certo. Ma il fascino degli Stones oggi sta proprio nel fatto che siano ancora lì, irriducibili, sfiniti, magnificamente umani. L’AI può restituire un volto giovane. Non potrà mai ricreare tutto quello che quel volto ha vissuto.

mercoledì 20 maggio 2026

All You Need Is Piano: Fabrizio Grecchi torna a Milano



A Milano, il mese di maggio continua a parlare la lingua dei Beatles grazie a Fabrizio Grecchi. Dopo l’ottima accoglienza ricevuta durante la sua recente partecipazione a Piano City Milano, il pianista e compositore torna nel capoluogo lombardo con due nuove date del progetto “Beatles Piano Solo”, uno spettacolo che negli anni ha conquistato migliaia di spettatori tra Europa e Stati Uniti.

Il primo appuntamento è fissato per venerdì 29 maggio al Gogol&Company, mentre sabato 30 maggio Grecchi si esibirà allo Spazio Alda Merini. Entrambi i concerti inizieranno alle 21.00 e saranno a ingresso libero fino a esaurimento posti.


La serata del 29 maggio segnerà anche il debutto di Festival Musa, iniziativa nata da un’idea dello stesso Grecchi con l’obiettivo di valorizzare il tessuto culturale dell’area di via Savona. Prima del concerto principale saliranno sul palco il producer e polistrumentista elettronico Fance e la pianista e compositrice Melody Bach, dando vita a una serata costruita attorno a contaminazioni e ricerca sonora.

Il giorno successivo, il pianista sarà protagonista di un evento legato al progetto C.A.S.T. (Casa Artisti Senza Tetto), realtà impegnata nella raccolta fondi attraverso la piattaforma di crowdfunding civico Produzioni dal Basso. Prima dell’esibizione è previsto un aperitivo solidale alle ore 19.00.


“Beatles Piano Solo” non nasce come semplice omaggio ai Fab Four. Il cuore dello spettacolo è la reinterpretazione: Grecchi destruttura armonie e tempi originali mantenendo però intatte le melodie, così da permettere al pubblico di riconoscere immediatamente i brani e partecipare cantando. Un dialogo continuo tra pianoforte e platea che trasforma ogni concerto in un’esperienza condivisa.

Nel repertorio convivono classici intramontabili come Yesterday, Michelle, Yellow Submarine e Come Together insieme a composizioni amate dai fan più appassionati della band di Liverpool, tra cui A Day in the Life e I Want You (She’s So Heavy). Il tutto accompagnato da improvvisazioni, racconti e aneddoti che rendono ogni performance diversa dalla precedente.

Negli anni il progetto ha viaggiato molto: dai club di New York City al Warwick Summer Festival, passando per il leggendario Cavern Club durante la Beatles Week. “Beatles Piano Solo” è approdato anche in numerosi festival italiani, tra cui Villa Arconati Festival, Festival Orme e Naturalmente Pianoforte, oltre a quindici edizioni consecutive di Piano City Milano.

Parallelamente all’attività concertistica, Grecchi ha sviluppato un percorso artistico estremamente trasversale. Dopo gli studi alla Civica Jazz di Milano, si è dedicato alla composizione, agli arrangiamenti e alla produzione musicale collaborando anche con programmi televisivi e campagne pubblicitarie legate a format popolari come MasterChef Italia, Pechino Express e 4 Ristoranti. Ha inoltre composto musiche per il cinema, il teatro e la danza, firmando progetti internazionali che spaziano dalla Giornata Mondiale dell'Acqua di Tokyo fino al Edinburgh Fringe Festival. Accanto alla carriera artistica continua anche il suo impegno sociale: insegna pianoforte a bambini e ragazzi con autismo e porta avanti attività educative in Kenya, dove sostiene progetti musicali e scolastici destinati ai più giovani.

giovedì 14 maggio 2026

Tori Amos, quando il talento basta ancora

Ci sono ritorni che somigliano a un’operazione nostalgia guidata dal desiderio del "vil denaro" e altri che possiedono il peso specifico di una riaffermazione artistica. In Times of Dragons appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Tori Amos non si limita a riprendere il filo della propria storia: lo intreccia nuovamente con lucidità, trasformando il passato in materia viva, ancora capace di ferire e illuminare.

Forse è la libertà conquistata dopo decenni di carriera, forse l’urgenza generata dal clima politico e sociale americano, o forse semplicemente la consapevolezza di chi conosce ormai perfettamente il proprio linguaggio. Sta di fatto che il disco restituisce un’artista centrata, intensa, sorprendentemente vitale. La sua scrittura continua a muoversi fuori dalle mode, ma senza mai risultare distante dal presente.

 

L’album mette in comunicazione le diverse anime della Amos: quella più irregolare e visionaria degli esordi e quella elegante, melodicamente accogliente, affinata negli anni successivi. Gli arrangiamenti, ricchi e stratificati, conservano un gusto teatrale quasi barocco, ma convivono con refrain immediati e linee melodiche che rimangono addosso dopo pochi ascolti. Tutto ruota attorno al racconto di una donna in fuga da un matrimonio con un magnate divorato dall’ambizione e dal controllo: un concept che il disco porta avanti con coerenza, senza mai sacrificare l’emotività o la precisione delle parole. Ogni verso sembra cesellato con cura maniacale. È anche un lavoro che mostra la convivenza definitiva tra la figura pubblica, austera e iconica, e la donna fragile, ironica, profondamente umana che da sempre abita le sue canzoni. Song of Sorrow e Flood colpiscono con una delicatezza quasi disarmante; St. Theresa ha il calore di una confessione notturna; Shush guarda direttamente agli anni di Silent All These Years, interrogandosi su ciò che resta della ragazza di allora. E viene spontaneo immaginare il brano manipolato dalle mani oscure di Trent Reznor.

            

Altrove la Amos si diverte a deformare le strutture, accumulare suoni e cambiare pelle (Blue Lotus), oppure si concede deviazioni rétro sorprendenti come Fanny Faudrey, sospesa in un’eleganza da cabaret anni Trenta.  

Non ci sono singoli costruiti per imporsi immediatamente, perché In Times of Dragons rifiuta l’idea stessa di playlist. È un disco pensato come esperienza compatta, da attraversare senza interruzioni, lasciandosi trascinare per oltre un’ora dentro le sue correnti emotive e narrative. Chiede attenzione, e la ripaga. Eppure, se un momento va isolato, 23 Peaks merita una menzione speciale: una chiusura magnifica, tra le cose più riuscite scritte dalla Amos degli ultimi anni. Visionaria ma concreta, sognante senza diventare evanescente, sostenuta da arrangiamenti che le impediscono di disperdersi nell’atmosfera. Resta invece qualche rimpianto per Black Is the New Black, confinata a una versione speciale dell’album distribuita da HMV: scelta discutibile, visto quanto il pezzo riesca a lasciare il segno...

 

Capolavoro definitivo? Probabilmente no. Ma è difficile immaginare oggi un disco più completo, sincero e ispirato da parte di un’artista di questa statura. 

mercoledì 13 maggio 2026

Supertramp, il concerto che cambiò tutto: finalmente in video il leggendario live del 1975



Per molti appassionati di rock, il 1975 rappresenta l’anno della definitiva consacrazione dei Supertramp. Dopo gli esordi ancora acerbi di Supertramp e Indelibly Stamped, la svolta arrivò con Crime Of The Century: un album destinato a ridefinire l’identità della band e a proiettarla nell’élite del rock internazionale. Trainato dal successo planetario di “Dreamer”, il disco riuscì a fondere ambizione progressive, melodie raffinate e immediatezza pop in un equilibrio rarissimo per l’epoca.

Il segreto di quella magia stava soprattutto nella scrittura complementare di Rick Davies e Roger Hodgson. Le loro composizioni custodivano l’eleganza visionaria del prog britannico, ma anche un’ironia sofisticata e una sensibilità melodica capace di avvicinarli, per certi versi, agli Steely Dan. A valorizzare ulteriormente quel suono contribuì la produzione di Ken Scott, già al lavoro con Beatles e David Bowie, che seppe trasformare Crime Of The Century in un capolavoro dal respiro cinematografico.

Sull’onda del trionfo del disco, i Supertramp intrapresero un imponente tour di 45 date culminato nello storico concerto del 9 marzo 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra, registrato integralmente in audio e video davanti a un pubblico in delirio. Quella sera la band eseguì dal vivo l’intero Crime Of The Century, aggiungendo anche alcuni brani che sarebbero poi confluiti nel successivo Crisis? What Crisis?, tra cui “Sister Moonshine”, “Another Man’s Woman”, “Lady” e “Just A Normal Day”.

Tra i momenti più memorabili dello show spicca l’esilarante interpretazione di “You’re Adorable (The Alphabet Song)”, accolta da una vera ovazione. Era il segnale evidente che i Supertramp stavano ormai superando i confini del progressive per trasformarsi, quasi inconsapevolmente, in una delle più grandi band pop-rock del decennio.

A rendere ancora più prezioso questo documento è la qualità della ripresa originale, diretta da Derek Burbridge, futuro autore di celebri video per Gary Numan, The Police e AC/DC. Restaurato partendo dal negativo originale in 16mm e remixato in Dolby Atmos, il concerto arriva oggi per la prima volta in DVD e Blu-ray dopo essere rimasto inedito per oltre quarant’anni. Se l’audio era già stato pubblicato nel 2014 per il quarantennale di Crime Of The Century, il film completo non aveva mai visto la luce in formato home video.

Questo live cattura i Supertramp nel momento esatto in cui stavano per conquistare definitivamente l’America e preparare il terreno a Breakfast In America. Un ritratto straordinario di una band nel pieno della propria ispirazione: impeccabile sul piano musicale, coinvolgente sul palco e capace di trasformare un concerto in un’esperienza senza tempo.

martedì 12 maggio 2026

A Day in the Life… dei Beatles: apre il museo di Savile Row



Nel cuore di Londra, in uno dei luoghi più iconici della storia della musica, nascerà nel 2027 un nuovo museo dedicato ai The Beatles. Le porte del celebre edificio al numero 3 di Savile Row si apriranno finalmente al pubblico, trasformando l’ex quartier generale della Apple Corps in uno spazio espositivo permanente destinato ad attirare fan e appassionati da tutto il mondo.

L’annuncio ha già acceso l’entusiasmo degli amanti della band di John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr. Savile Row non è infatti un luogo qualunque: proprio qui i Beatles registrarono parte di “Let It Be” e, soprattutto, tennero nel gennaio del 1969 il loro leggendario rooftop concert, l’ultima esibizione dal vivo della band. Un concerto improvvisato sul tetto dell’edificio che paralizzò il traffico londinese e diventò una delle immagini simbolo della cultura pop del Novecento.

Il nuovo museo promette di offrire ai visitatori un viaggio immersivo nell’universo creativo del gruppo, con materiali d’archivio, strumenti originali, fotografie inedite e ricostruzioni degli studi della Apple. Per la prima volta sarà possibile esplorare da vicino gli spazi in cui nacquero alcune delle ultime canzoni della band, entrando nei luoghi reali dove prese forma la storia.

 

L’iniziativa rappresenta anche un importante progetto culturale per Londra, città che continua a valorizzare il patrimonio musicale britannico. Dopo il successo di attrazioni dedicate alla musica rock e al fenomeno della British Invasion, il museo dei Beatles punta a diventare una tappa imprescindibile per il turismo internazionale.

A quasi sessant’anni dalla separazione del gruppo, il mito dei Beatles continua infatti a parlare a nuove generazioni. Le loro canzoni, la loro estetica e la loro rivoluzione artistica restano ancora oggi un punto di riferimento per la musica contemporanea. E dal 2027, grazie all’apertura di 3 Savile Row, i fan come me potranno vivere quell’eredità in modo ancora più diretto, entrando letteralmente dentro una delle pagine più celebri della storia del rock. Mi toccherà volare a Londra per l'ennesima volta...

lunedì 11 maggio 2026

Claudio Milano, il canto distopico di un artista fuori dagli schemi



Con "Flipper (Folk Songs for the Judgment Day)", Claudio Milano firma uno dei lavori più radicali e visionari della musica italiana contemporanea. Cantante, compositore, performer e mente storica dei NichelOdeon, Milano è da anni una figura di culto nell’universo avant-prog europeo: un artista davvero impossibile da etichettare, capace di attraversare rock sperimentale, musica contemporanea, folk, elettronica e teatro sonoro con una libertà creativa rarissima.

Un puzzle sonoro emozionale... ed emozionante

"Flipper” rappresenta la sua ventunesima pubblicazione e probabilmente anche il progetto più ambizioso della sua carriera. Nato da oltre quindici anni di lavorazione insieme al compositore elettronico Teo Ravelli, il disco è un gigantesco collage emotivo e culturale che unisce secoli di musica in una sorta di flusso onirico e distopico. Fondamentale, nella sua realizzazione, anche il contributo dell'amico Paolo Siconolfi, figura chiave nella registrazione e nella finalizzazione di un progetto che Milano stesso descrive come “durato una vita”.

La copertina del disco

Oltre il concetto di cover: la trasformazione della memoria musicale

Dai canti medievali a Monteverdi, da Luigi Tenco a Franco Battiato, da Tori Amos a David Bowie fino a David Guetta e Sia: tutto viene smontato, ricostruito e trasfigurato attraverso la voce di Milano, vero centro magnetico dell’opera. Più che un album di cover, Flipper è una negazione stessa del concetto di “cover version”. Le melodie emergono e scompaiono, si intrecciano come ricordi alterati, frammenti di memoria collettiva e personale immersi in un paesaggio dominato dalla paura, tema centrale del progetto. Curiosa anche la modalità di registrazione: ogni brano nasce inizialmente dalla sola voce a cappella, prima dell’inserimento di qualsiasi elemento sonoro. Un approccio che rende ancora più evidente la centralità interpretativa dell'artista, cantante dalla tecnica straordinaria e dall’espressività fuori scala.

Foto di Alessandra Di Lecce

Dove il Medioevo incontra le macerie del presente

L’originalità di Flipper sta proprio nella capacità di trasformare la tradizione in materia viva. In questo lavoro convivono musica colta, folk europeo, canzone d’autore, avanguardia e sperimentazione elettronica senza mai perdere coerenza narrativa. Ogni frammento sonoro diventa parte di un viaggio fuori dal tempo, dove il Medioevo dialoga con il presente e la memoria musicale occidentale viene filtrata attraverso una sensibilità profondamente contemporanea.

         

In un panorama spesso dominato da produzioni prevedibili e spesso inutili, Flipper si pone come un’opera coraggiosa, stratificata e assolutamente unica. Un disco che non cerca compromessi, che richiede dedizione all'ascolto e che conferma Claudio Milano come uno degli artisti più originali e sottovalutati della scena italiana ed europea.

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Tom Waits rompe il silenzio e firma “Boots on the Ground”, un pugno nello stomaco contro guerra e autoritarismo



Dopo quindici anni di assenza discografica, Tom Waits torna con un brano feroce e profondamente politico. Si intitola Boots on the Ground ed è nato dalla collaborazione con la band di Bristol dei Massive Attack, da sempre tra le voci più radicali e impegnate della musica contemporanea. Il risultato è una traccia cupa, martellante, quasi militaresca, che mette sotto accusa la violenza del potere, la militarizzazione della società e il cinismo delle classi dirigenti. Non un semplice ritorno discografico, ma una dichiarazione di guerra artistica. Secondo quanto raccontato da Waits, il pezzo era stato scritto anni fa, dopo un invito della band di Bristol a collaborare. Il cantante non ha mai avuto fretta di pubblicarlo: “La follia distruttiva dell’uomo è sempre attuale”, ha spiegato, definendola “un banchetto per le mosche”. Un’immagine perfettamente coerente con l’universo poetico dell’autore di Rain Dogs: sporco, apocalittico e disperatamente umano.

Una canzone che parla dal fronte

Boots on the Ground adotta il punto di vista dei soldati mandati a combattere guerre decise altrove. Waits canta uomini trasformati in carne da macello, operai della violenza spediti nelle trincee mentre i politici restano al sicuro “in stanze con l’aria condizionata”. Il titolo richiama un’espressione militare usata per indicare le truppe effettivamente schierate sul territorio. Ma qui gli “stivali sul terreno” diventano il simbolo di chi paga davvero il prezzo del potere: soldati, emarginati, giovani sacrificabili. Nel testo - che alcuni siti hanno deciso di non pubblicare - emergono immagini brutali e allucinate: elicotteri, bossoli, città incendiate, corpi lasciati marcire nella sabbia. La scrittura di Waits resta tagliente, teatrale, attraversata da sarcasmo e rabbia. E quando attacca “i federali nascosti nel Senato come zecche gonfie”, il bersaglio è chiarissimo: il connubio tra politica, repressione e propaganda militarista.

 

Il testo tradotto

Grandi gambe penzolano dal portellone di un elicottero

Un ritmo pesante e cadenzato, deve essere adesso, oh!

Marrone, cattivo e giovane

Stupido e pieno di sperma

A cosa può servire un marine?

Questa è una fottuta guerra di mitragliatrici del caz*o

Con i tuoi stivali a terra

Stivali a terra

Stivali a terra

Stivali a terra

Potiamo le vostre siepi, combattiamo le vostre guerre

Aspettiamo nelle trincee e scopiamo finché non siamo indolenziti

Stivali a terra

Stivali a terra

Nati proiettili lucenti in un esercito di formiche

Suona quel corno, dormiamo con i pantaloni addosso

Grandi tette, grandi tette

Beh, urliamo e bruciamo intere città

Stivali a terra

Stivali a terra

Mettendo a ferro e fuoco la città

Restando nella buca finché non ritrovano Jimmy Hoffa

Con i miei stivali a terra

Beh, qualcosa fa "tink" quando il bossolo è vuoto

Dove pensi che sia finita tutta la tua cartilagine?

Stivali a terra

Stivali a terra

Ora, chi diavolo sono questi stronzi dei federali?

Nascosti nel Senato come zecche gonfie del cazzo

Stronzi con i mocassini nell'aria condizionata

Seduti in una stanza piena di poster dell'esercito

Il carbone diventa diamante, un voto diventa legge

Fanno campagna elettorale su tutto il sangue che possono versare

Modellano il tuo mondo, un soldato è solo argilla

Quanto pesa ogni soldato?

Ti tagliano le caviglie e buttano via tutto il resto

Stivali a terra

Fa freddo e caldo come lo zoccolo di Satana

Ruotando sul mondo, mi nascondo su un tetto

Uccido un uomo nero che non ho mai fottutamente conosciuto

Soffocato dalla saliva e poi è diventato blu

Ha sputato sangue nero, ha tirato le cuoia

È morto proprio qui, gli ho preso la perla dal grugno

Un soffio di fumo grigio dalla lingua di una nuvola

È marcito nella sabbia e tutto ciò che hanno trovato sono stati i suoi

Stivali a terra, stivali a terra, stivali a terra

Tutto ciò che hanno trovato sono stati i suoi stivali a terra, stivali a terra.

Il significato della canzone

La canzone ha il punto di vista dei soldati: "Potiamo le vostre siepi, combattiamo le vostre guerre" canta Waits. "Urliamo e bruciamo intere città (…) mettendo a ferro e fuoco la città. Restando nella buca finché non ritrovano Jimmy Hoffa", riferimento al celebre sindacalista americano scomparso nel nulla, per dire che i soldati rimarranno in trincea forse per sempre. 

I Massive Attack dicono addio a Spotify

Il singolo segna anche il ritorno ufficiale dei Massive Attack con l’etichetta PIAS ed è il primo brano pubblicato dopo la drastica decisione da parte del gruppo di rimuovere la propria musica da Spotify. Una scelta coerente con l’attivismo della band guidata da Robert Del Naja, da anni impegnata su temi come la crisi climatica, i diritti civili e la questione palestinese. La band ha definito Waits “un artista di integrità e originalità assolute” e ha spiegato che Boots on the Ground nasce come denuncia dell’autoritarismo statale e della crescente fusione tra politica neofascista e militarizzazione delle forze dell’ordine.

Un video che guarda all’America di oggi

Ad accompagnare il brano c’è anche un videoclip costruito sulle fotografie dell’artista thefinaleye. Le immagini raccontano proteste, repressione e tensioni sociali nell’America contemporanea, in un clima segnato dalle contestazioni contro l’ICE e contro l’uso sempre più aggressivo delle forze federali. Non è solo una canzone antimilitarista: Boots on the Ground è un racconto sul collasso morale dell’Occidente, sulla trasformazione dei cittadini in bersagli e dei soldati in strumenti sacrificabili. E forse proprio per questo il ritorno di Tom Waits oggi suona necessario: perché poche voci riescono ancora a trasformare rabbia, disillusione e poesia in qualcosa di così disturbante e vivo.

mercoledì 6 maggio 2026

L'anima ribelle di Sir Paul, una protesta senza compromessi



“Give Ireland Back to the Irish”, pubblicata da Paul McCartney nel 1972 con i suoi Wings, rappresenta uno dei momenti più espliciti della sua carriera sul piano politico. Spesso contrapposto a John Lennon, considerato il Beatle più impegnato e militante, McCartney dimostra invece con questo brano di essere perfettamente in grado di scrivere una canzone di protesta diretta, urgente e senza ambiguità. Il pezzo nasce come reazione immediata ai fatti del Bloody Sunday in Irlanda del Nord del 30 gennaio 1972, quando l’esercito britannico sparò su manifestanti civili durante una pacifica manifestazione. La risposta di McCartney è netta: il titolo stesso è uno slogan, quasi uno striscione sonoro, che rivendica autonomia e giustizia.

A differenza di Lennon, che spesso adottava un linguaggio più simbolico o concettuale, McCartney sceglie qui una comunicazione frontale, accessibile e immediata. La melodia è energica, quasi marziale, ma è soprattutto il contenuto a colpire: non c’è ironia né distanza, solo indignazione. Questo dimostra come la presunta “leggerezza” del Macca sia in realtà una semplificazione critica: quando vuole, sa essere incisivo quanto il suo ex compagno.

Il legame con l’Irlanda, inoltre, non è solo politico ma anche personale. McCartney ha radici familiari irlandesi, un elemento che rafforza l’autenticità del suo intervento. Una testimonianza simbolica di queste origini si trova nella cattedrale di St. Patrick a Dublino, dove è conservato un documento storico noto come “Ireland’s Memorial Records” - che ho avuto modo di fotografare la scorsa settimana - in cui compaiono i predecessori della sua famiglia. Questo legame genealogico aggiunge profondità emotiva alla canzone, trasformandola da semplice presa di posizione a gesto fortemente identitario.


“Give Ireland Back to the Irish” fu prontamente censurata dalla BBC, ma proprio questa reazione ne confermò la forza. McCartney, spesso visto come il più “pop” dei Beatles, dimostrò invece di saper usare la musica come strumento politico con la stessa determinazione del suo altrettanto famoso collega...

lunedì 4 maggio 2026

Sotto il cielo d'Irlanda... c'è tanta musica!



"Il cielo d’Irlanda…”, cantava Massimo Bubola, e la voce intensa di Fiorella Mannoia ha reso quelle parole familiari a tutti noi. Ma finché non ci metti piede davvero, in Irlanda, non capisci fino in fondo quanto quella frase sia vera. Il mio recente viaggio tra Dublino e i suoi dintorni è stato molto più di una semplice visita: ha rappresentato un’immersione continua in un paese dove la musica non è solo intrattenimento, ma linguaggio, memoria e identità.

In posa presso Tower Records, 40 O'Connell Street Lower a Dublino

The Irish Rock'n'Roll Museum in Curved Street a Dublino

In memoria di Shane MacGowan dei Pogues

A Dublino la musica è ovunque. Esce dalle porte socchiuse dei pub di Temple Bar, si diffonde tra le strade acciottolate, accompagna il passo dei passanti senza mai essere invadente. È qualcosa che sembra appartenere all’aria stessa. Basta entrare in un locale qualsiasi per ritrovarsi dentro una session improvvisata: violini, chitarre, bodhrán che si accordano tra loro come se si conoscessero da sempre. Non c’è palco, non c’è distanza tra chi suona e chi ascolta. Tutti partecipano, anche solo battendo il tempo col piede, con una pinta di Guinness in mano.

Praticamente in ogni pub c'è musica dal vivo

Quello che colpisce è che ogni melodia racconta qualcosa. L’Irlanda è un paese che ha attraversato invasioni, carestie, migrazioni, lotte per l’indipendenza. E ogni evento, ogni ferita, ogni speranza si è trasformata in musica. Le ballate popolari non sono solo canzoni: sono cronache. Parlano di amori perduti e di navi che partono, di ribellioni e di sogni mai spenti. È come se la storia qui non fosse scritta solo nei libri, ma cantata, tramandata di voce in voce.

Anche fuori dalla capitale, nei piccoli centri e lungo le coste battute dal vento, questa sensazione non cambia. Anzi, si rafforza. Nei villaggi sembra che il tempo scorra più lentamente, ma la musica resta un punto fermo. Non importa quanto sia piccolo il posto: ci sarà sempre qualcuno pronto a suonare, a condividere una canzone, a raccontare una storia in forma di melodia. E poi c’è un altro aspetto che sorprende, soprattutto per chi viene dall’Italia: i negozi di dischi. Resistono. Non come reliquie nostalgiche, ma come luoghi vivi. Entrarci è un’esperienza: scaffali pieni di titoli, consigli appassionati dei proprietari, clienti che si fermano a chiacchierare. Non è solo commercio, è cultura. È il segno di un rapporto con la musica che non è stato completamente travolto dal digitale, ma che continua a valorizzare l’ascolto, la scoperta, il contatto diretto. 

Io e Phil...


Come per esempio da Hickey's Music, situato nel paesino di Sneem, nel Ring of Kerry, un piccolo e accogliente negozio di musica famoso per la sua vasta selezione di musica irlandese, fischietti (whistles) e artigianato locale. Dove ho trovato alcuni cd degli Altan e dei Moving Hearts che cercavo da tempo.


Oppure nel minuscolo Mojos Records a Dublino, dove ho trovato alcune chicche di Van Morrison e dei Thin Lizzy.

L'ingresso di Mojos Records al 2 di Merchant's Arch

Alla ricerca di musica irlandese

Un doppio bootleg di Van "The Man" che mi mancava... oltretutto ad un ottimo prezzo!

Forse è proprio questo il segreto dell'Irlanda: la musica non è mai separata dalla vita quotidiana. Non è qualcosa da consumare distrattamente, ma da vivere. È memoria collettiva, è identità condivisa, è un modo per tenere insieme passato e presente. E allora sì, sotto il cielo d’Irlanda c’è davvero tanta musica. Ma non è solo una questione di quantità. È la profondità, l’intensità, la naturalezza con cui ogni nota trova il suo posto nella vita delle persone. Ed è questo che, tornando a casa, resta più di ogni paesaggio: una colonna sonora che continua a suonare, anche a distanza.