mercoledì 9 settembre 2026

Sea Songs, Vittore Baroni e quella rete che esisteva prima di Internet



Trentuno artisti, due CD, il mare come denominatore comune e l’Hotel Acapulco di Forte dei Marmi come porto d’imbarco. Sea Songs – Music for Hotels Vol. 3 è un disco ricco, trasversale e sorprendente. Ma per me è anche l’occasione per ritrovare Vittore Baroni, conosciuto quasi quarant’anni fa attraverso la mail art, quando per fare rete servivano francobolli, fotocopie, acetati e una discreta dose di curiosità.

Ci sono persone che si incontrano una volta, magari senza neppure frequentarsi davvero, eppure rimangono archiviate in qualche cassetto della memoria. Vittore Baroni, per me, è una di queste. Abbiamo parecchie conoscenze in comune e forse non è casuale: anch’io ho sempre creduto molto nel potere della rete. Non quella che oggi misuriamo in follower, condivisioni e algoritmi, ma quella più antica e probabilmente più autentica fatta di persone, contatti, curiosità, scambi e contaminazioni. Vittore quella rete la praticava quando Internet apparteneva ancora alla fantascienza.

Lo conobbi molti anni fa attraverso la mail art, l’arte postale: quel magnifico circuito internazionale nel quale opere, collage, cartoline, fotografie, fanzine e idee attraversavano il mondo dentro una busta.

Jimmy Page deformato dalla Rank Xerox

All’epoca mi divertivo a sperimentare anch’io. Ricordo di avergli spedito alcune fotocopie ottenute con una tecnica rudimentale ma dagli effetti, almeno ai miei occhi, piuttosto suggestivi: muovevo l’originale mentre la macchina stava effettuando la copia.

Il soggetto era una fotografia a figura intera di Jimmy Page. Lo spostamento durante la scansione deformava il corpo del chitarrista e la sua doppio manico, allungandolo, torcendolo e moltiplicandone alcune parti. Una specie di psichedelia analogica ottenuta senza Photoshop, che ovviamente ancora non esisteva



Qualche esempio personale di sperimentazione mail artistica più recente: le vecchie passioni sono difficili da archiviare completamente...

Qualche tempo dopo – credo fossimo nel 1985 o nel 1986 – realizzai invece alcune cartoline stampate su acetato trasparente, ispirate alla parola che in quel momento cominciava a invadere i giornali: glasnostIn russo significa più o meno trasparenza, apertura. Fu il termine adottato da Michail Gorbačëv per indicare quella politica di maggiore libertà d’informazione, critica e discussione pubblica che avrebbe accompagnato gli ultimi anni dell’Unione Sovietica. Mi sembrò divertente prendere il concetto alla lettera e stamparlo proprio sulla trasparenza fisica dell’acetato.

Anche quelle cartoline finirono nella posta di Vittore.

Sono passati quarant’anni e non pretendo naturalmente che ogni dettaglio della memoria sia esatto. Ma ricordo però molto bene la sensazione: dall’altra parte c’era una persona preparatissima, curiosa, disponibile e amichevole, capace di accogliere le idee degli altri senza quell’atteggiamento sacerdotale che talvolta accompagna gli ambienti della sperimentazione artistica.

VHS, autopsie e T.O.P.Y.

Non ci limitammo alla carta. A un certo punto cominciammo anche a scambiarci qualche VHS dal contenuto decisamente poco rassicurante. Ricordo di avergli mandato la registrazione di una vera autopsia umana musicata dagli SPK, gruppo australiano tra i nomi più estremi dell’industrial e della cultura post-industriale. Non esattamente il genere di videocassetta da proporre dopo il pranzo di Natale.

Vittore, se la memoria non mi tradisce – e dopo tutto questo tempo qualche beneficio del dubbio è obbligatorio – rispose inviandomi a sua volta un video legato al T.O.P.Y., The Temple ov Psychick Youth, il network occultistico-artistico nato intorno a Genesis P-Orridge e all’universo Psychic TV.

O forse - boh - era esattamente il contrario, vatti a ricordare. Erano comunque anni strani, meravigliosi e irripetibili. Per trovare qualcosa bisognava cercarlo. Per conoscere qualcuno bisognava scrivergli. Per condividere un video servivano una videocassetta, due videoregistratori collegati per la duplicazione, una busta imbottita, un francobollo e parecchi giorni di attesa.

Forse proprio per questo ogni scoperta sembrava avere un peso maggiore.

Sea Songs, il mare secondo trentuno artisti

Quasi quarant’anni dopo ritrovo Vittore alla barra di un progetto che, in fondo, continua a utilizzare lo stesso principio: mettere persone in relazione.

Sea Songs – Music for Hotels Vol. 3 è il terzo e conclusivo capitolo della serie ideata e curata da lui. Dopo Return to Acapulco – Music for Hotels Vol. 1 del 2024, che chiamava sedici musicisti a immaginare una sorta di colonna sonora per gli ambienti di un albergo balneare, e Summer Fun del 2025, costruito intorno a venti reinterpretazioni di brani estivi, il progetto arriva ora al suo approdo più ambizioso.

Due CD, trentuno artisti italiani e internazionali, uniti da un tema tanto semplice quanto inesauribile: il mare. Mare come vacanza, viaggio, memoria, inquietudine, eros, perdita, gioco. E soprattutto quella malinconia tutta particolare che accompagna la fine dell’estate, quando ciò che abbiamo appena vissuto comincia già a sembrarci lontano.

Il titolo richiama inevitabilmente la splendida Sea Song di Robert Wyatt, qui affrontata dalle imprevedibili Forbici di Manitù, presenza quasi naturale all’interno dell’universo baroniano. Ma la forza del progetto è proprio la sua estrema varietà.

Da Robert Wyatt a Lou Reed, passando per l’industrial

Dentro Sea Songs convivono rock, elettronica, pop, jazz, blues, new wave, punk, surf, rockabilly, industriale e sperimentazione sonora. Ci sono reinterpretazioni e composizioni originali, canzoni vere e proprie, interventi strumentali, recitazioni e derive sonore.

Affiorano titoli come La Mer di Charles Trenet, The Dolphins di Fred Neil, Song to the Siren di Tim Buckley e Ocean di Lou Reed, anche se la sensazione non è mai quella della classica compilation di cover.

C’è piuttosto una pluralità di linguaggi tenuta insieme da un’idea curatoriale molto precisa.

Nel cast convivono musicisti della Versilia e della Toscana – Luciano Federighi, Michela Lombardi e Andrea Garibaldi, Giuseppe Giannecchini con Ugo Cappadonia, Brunilde Galeotti, Elenband, Staindubatta, Dome La Muerte E.X.P., Mirco Magnani, Gabriele Bartolucci, Xayde e The Garden of Love – e personaggi provenienti da territori musicali e generazionali molto diversi.

Ci sono Steve Piccolo, Maurizio Marsico (che conobbi anni fa attraverso la mia ex fidanzata romana Margherita, ritrovato anni dopo attraverso il lavoro di ufficio stampa col cantautore milanese Marco Massa), Teho Teardo, Simon Balestrazzi, Adriano Zanni, Tommaso Leddi, Carlo De Martini, Stefano Saletti, fino agli Spectral Unit di Adi Newton ed Enrico Marani.

Marsico appare persino in doppia veste: con MARSICODITRAPANI in Lunadimare e con la Monofonic Orchestra, insieme a Roger Stanza e Mauro Tondini.

Altrove arrivano gli Shocking Blue riletti dalle Wide Hips 69, il naufragio di Percy Bysshe Shelley evocato da Gianluca Becuzzi ed Elia Ulian, atmosfere lovecraftiane con i Teatro Satanico e il vascello fantasma degli Spectral Unit.

Insomma, più che un genere musicale, una geografia.

Vittore Baroni, professione: collegare mondi

Ed è probabilmente questo l’aspetto che trovo più interessante.

Vittore Baroni non è semplicemente un giornalista musicale – oggi scrive sul sempre pregevole mensile Blow Up (al quale sono felicemente abbonato da anni) dopo una lunghissima attività che lo ha visto passare anche attraverso Rockerilla e la fondazione di Rumore – ma è contemporaneamente musicista, artista, autore, sperimentatore, editore e figura storica della mail art internazionale.

Dalla fine degli anni Settanta partecipa infatti a quella cultura del networking artistico che anticipò di decenni molti dei meccanismi sui quali si sarebbe costruita Internet.

Con Piermario Ciani e Massimo Giacon, all’inizio degli anni Ottanta, diede vita anche all’esperienza di TRAX, grande progetto aperto e collettivo capace di mettere in contatto centinaia di artisti.

Oggi si usa continuamente la parola network. È diventata gergo per riunioni aziendali, da LinkedIn, quasi da ufficio marketing. Allora significava spedire cento lettere e magari riceverne venti. Significava trovare nella cassetta della posta qualcosa che non avevi chiesto ma che cambiava improvvisamente il tuo pomeriggio.

E Sea Songs, in qualche modo, continua quella storia.

Perché guardando l’elenco dei musicisti coinvolti si capisce che Baroni non ha semplicemente compilato una lista di nomi: ha messo in forma musicale una rete di relazioni costruita in decenni di incontri, giornalismo, amicizie, corrispondenze, collaborazioni e curiosità.

Non è un caso che nel progetto compaiano anche personaggi provenienti direttamente dall’antico universo della mail art, come David Greenberger e Grey T. Noise.

L’Hotel Acapulco: quando l’albergo diventa parte del disco

C’è poi un luogo senza il quale probabilmente tutta la serie Music for Hotels non sarebbe mai esistita: l’Hotel Acapulco di Forte dei Marmi, produttore del doppio CD e gestito dalla famiglia Baroni dal 1968.

L’Acapulco non rappresenta semplicemente uno sfondo turistico. Nel corso della sua lunga storia ha avuto rapporti profondi con la musica e con chi la produce. Nei mesi invernali è stato per anni anche sala prove per diverse band locali, mentre tra i suoi ospiti sono passati artisti e personaggi diversissimi.

Qualche nome rende bene l’idea: Cabaret Voltaire, Earth Wind & Fire, Renzo Arbore, Incognito, i già citati SPK e il critico Riccardo BertoncelliMa nell’elenco figurano anche Cochi e Renato, Nocturnal Emissions, Merzbow e Gianni BellaUna promiscuità artistica che probabilmente racconta la struttura meglio di qualsiasi brochure turistica.

Anche la confezione del disco merita attenzione. Copertina e impaginazione sono affidate a Reg Mastice, artista e autore, tra l’altro, de I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rockUn altro dettaglio tutt’altro che secondario in un’epoca in cui la musica rischia di essere ridotta all’icona di una copertina osservata per tre secondi sullo schermo di un telefono.

Prima si chiamava semplicemente "conoscersi"

Sea Songs chiude dunque la trilogia di Music for Hotels nel migliore dei modi: evitando qualsiasi tentazione di uniformità e mettendo invece al centro proprio le differenze.

Ed è qui che la storia torna, almeno per me, al punto di partenza.

A quelle fotocopie deformate di Jimmy Page. Alle cartoline trasparenti dedicate alla glasnost. Alle videocassette spedite per posta. Agli SPK. Al T.O.P.Y. A due persone che allora non potevano immaginare cosa sarebbe diventata, qualche anno più tardi, la parola “rete”.

Di Vittore conservo soprattutto questo ricordo al telefono: una bella persona, colta senza ostentazione, curiosa e amichevole.

Potrei sbagliare qualche dettaglio – dopo quarant’anni la memoria comincia inevitabilmente a montare una sua personalissima director’s cut – ma quella sensazione è rimasta intatta. E forse Sea Songs dimostra che una cosa non è cambiata. Le idee migliori nascono ancora quando qualcuno mette in comunicazione persone che apparentemente appartengono a mondi diversi. Oggi la chiamiamo rete. Allora, molto più semplicemente, ci scrivevamo.

martedì 1 settembre 2026

Måneskin, rieccoli di nuovo: il rock col POS sbarca all'Ariston



De Martino sogna la reunion all’Ariston e il Festival si prepara al colpaccio: pelle, tacchi, nostalgia, TikTok e soprattutto incassi. Il rock nato per mandare a quel paese il sistema ormai ci fa affari insieme.

Una volta il rock voleva incendiare il sistema. Adesso gli chiede il bonifico. Stefano De Martino lavora al ritorno dei Måneskin a Sanremo 2027 e già si sente tintinnare il registratore di cassa. Damiano, Victoria, Thomas ed Ethan di nuovo tutti insieme all’Ariston: per i fan sarebbe la reunion, per la Rai lo share, per gli sponsor il paradiso terrestre, per gli algoritmi una settimana di clip, meme, reel, TikTok e lacrimuccia programmata. Manca soltanto il codice sconto.

Il loro possibile ritorno a Sanremo 2027 sarebbe il colpo perfetto per un Festival sempre più giovane nell’estetica e sempre più antico nella liturgia. E racconta soprattutto la grande metamorfosi del rock: nato come rivolta contro il sistema, è diventato uno dei business più redditizi del sistema stesso. Ribelli, certo. Ma dopo aver controllato gli incassi...

Sanremo fa il giovane. Possibilmente senza esagerare

Il Festival, va detto, negli ultimi anni si è rifatto faccia e guardaroba. Via un po’ di orchestra da bocciofila, dentro rapper, trapper, social star, adolescenti con milioni di follower e canzoni progettate scientificamente per esplodere nei quindici secondi di un video verticale. Peccato che sotto la felpa oversize continui a spuntare la canottiera della nonna.

Perché la liturgia è sempre quella: l’ospitone, il superospite, l’evento irripetibile già annunciato sei mesi prima, la standing ovation telecomandata e il conduttore che spalanca gli occhi come se sul palco fosse appena ricomparso Jim Morrison.

Sanremo si è svecchiato. Ma la naftalina, evidentemente, ha una persistenza olfattiva formidabile.

Da “zitti e buoni” a “quanto fatturiamo?

Nel 2021 i Måneskin sembravano la grandinata sul pranzo della domenica: pelle, tacchi, trasparenze, lingue, sesso, provocazione. I benpensanti aggrottavano il sopracciglio e loro, intanto, conquistavano Eurovision e mezzo mondo. Oggi quella rivoluzione è diventata arredamento.

Il rock che doveva scandalizzare mamma e papà arriva in prima serata con mesi di preavviso, la scaletta concordata e il lancio social. Non terrorizza più neppure i novantenni: al massimo qualcuno chiede di alzare il volume perché l’apparecchio acustico fa contatto. E sarebbe pure ingiusto dare la colpa ai soli Måneskin. Le reunion delle rockstar sono diventate da anni una specie di fondo pensione con le chitarre.

Ci si separa tra insulti, tradimenti, dichiarazioni definitive e “mai più insieme”. Poi passano dieci, quindici, vent’anni e, miracolo, torna l’amore. Quasi sempre proprio quando il promoter mette sul tavolo una montagna di soldi. Gli Oasis hanno dimostrato che perfino l’odio fraterno, se confezionato ad arte, può diventare un magnifico prodotto finanziario.

Il sistema non ha sconfitto il rock: se l’è comprato

Ed eccolo il capolavoro.

La musica che una volta voleva sovvertire il capitalismo è diventata una delle sue linee premium: vinili deluxe, magliette da collezione, biglietti dinamici, pacchetti vip, reunion, documentari, anniversari e tournée dell’addio seguite magari da un’altra tournée dell’addio.

La rivoluzione continua, passando alla cassa.

Così Sanremo si traveste da adolescente e il rock continua a recitare la parte del cattivo ragazzo. Solo che adesso il cattivo ragazzo ha il commercialista, il merchandising e probabilmente un piano industriale.

Altro che “Zitti e buoni”. Zitti, magari... ma col POS acceso.


martedì 25 agosto 2026

Santi, poeti, navigatori e sapientoni: l’Italia dove tutti capiscono di tutto... meno che di musica


Nel Paese in cui creare una playlist basta per sentirsi critici musicali e tre accordi autorizzano una masterclass, la competenza sembra diventata quasi un fastidio. Fuori dai nostri confini, invece, musicisti, produttori e manager raccontano la musica partendo da un dettaglio rivoluzionario: averla studiata davvero.

L'Italia, secondo la vecchia liturgia patriottica, sarebbe una terra di santi, poeti, navigatori ed eroi. Possiamo aggiornare tranquillamente l'elenco aggiungendo cuochi, commissari tecnici, epidemiologi, costituzionalisti e, soprattutto, esperti di musica. Questi ultimi hanno una caratteristica che li distingue: spesso non hanno alcun bisogno di conoscere la materna per parlarne diffusamente.

Basta un canale YouTube, un microfono vagamente professionale, una libreria alle spalle e magari una chitarra appesa al muro — possibilmente una Fender, perché fa curriculum anche spenta — ed ecco materializzarsi l'autorità. Beatles? Sopravvalutati. Prog? Troppo lungo. Jazz? Una roba complicata. Autotune? Il male assoluto, anche se non si sa bene cosa faccia. Battisti? Genio, a dispetto di Mogol. Vasco? Poeta rock. E dopo cinque minuti siamo già pronti per spiegare a Quincy Jones dove sbagliava gli arrangiamenti.

Il problema non è avere opinioni. Quelle sono gratuite e, nonostante la Meloni, ancora esenti da IVA. Il problema nasce quando il gusto personale viene scambiato per conoscenza, come se dire “a me piace” equivalesse a sapere perché un brano funziona, com'è costruito, da quale tradizione deriva e quali rivoluzioni tecniche o armoniche contiene.

All'estero parlano quelli che sanno qualcosa

È qui che il confronto diventa leggermente imbarazzante. Basta uscire dalla nostra confortante provincia digitale per incontrare divulgatori come l'imperdibile Rick Beato, capace di discutere con Pat Metheny o Brian May entrando davvero dentro armonie, arrangiamenti, produzione e scrittura. Oppure Dave Pensado, produttore e mixer premiato con un Grammy, che per anni ha trasformato tecniche da studio normalmente incomprensibili ai non addetti ai lavori in materiale divulgativo. Ci sono poi podcast come One Song, dove una canzone viene letteralmente smontata nelle sue singole tracce per capire perché proprio quel basso, quella batteria o quella voce abbiano prodotto un'emozione. E c'è pure Simon Napier-Bell, manager passato attraverso Yardbirds, Marc Bolan e Wham!, che quando racconta il music business può permettersi il lusso di averlo frequentato per sessant'anni.

La differenza non è che gli stranieri siano geneticamente più intelligenti. È molto più banale: prima studiano, poi parlano. Noi, spesso, abbiamo invertito le due operazioni.

La musica non è una compilation di ricordi

C'è poi un altro piccolo equivoco nazionale. In Italia la musica viene frequentemente trattata come una gigantesca autobiografia collettiva: “questa canzone mi ricorda il liceo”, “quest'altra la mettevamo al mare”, “con questa ho dato il primo bacio”. Tutto meraviglioso, ma è memoria sentimentale, non critica musicale.

Capire la popular music significa conoscere almeno un po' di blues, gospel, soul, jazz, rhythm and blues, rock'n'roll, elettronica; comprendere cosa abbiano significato culturalmente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nella costruzione del linguaggio musicale del Novecento. E significa inevitabilmente conoscere l'inglese, perché una parte enorme della documentazione, delle interviste, della manualistica e delle fonti nasce in quella lingua. È anche il suggerimento centrale proposto da The Elysian Lovers: per comprendere davvero la musica angloamericana dalla quale deriva gran parte del pop italiano degli ultimi decenni, affidarsi alle fonti internazionali può essere molto più utile che chiudersi nel nostro piccolo circuito autoreferenziale.

Da noi, invece, può capitare che uno conosca perfettamente la classifica di Sanremo del 1987 e non sappia chi sia Brian Eno. Che discuta per quaranta minuti della voce di un cantante ignorando cosa sia una progressione armonica. Che definisca “capolavoro” qualsiasi disco pubblicato quando aveva diciassette anni e “rumore” tutto ciò che è arrivato dopo i suoi trenta.

È la critica musicale, baby... trasformata in anagrafe.

Santi, poeti e navigatori. Ma il groove?

Naturalmente esistono anche in Italia musicisti, giornalisti, produttori e divulgatori preparatissimi. Il punto è un altro: la competenza musicale, nel dibattito pubblico, non sembra più un requisito indispensabile. Conta maggiormente la capacità di stare davanti a una telecamera, avere una community, pronunciare giudizi assoluti possibilmente entro trenta secondi.

E così continuiamo serenamente a considerarci un popolo musicale perché abbiamo inventato l'opera, abbiamo avuto Verdi, Puccini, Mina, Battisti, Morricone e qualche decina di altri giganti. Più o meno come sostenere di essere tutti grandi pittori perché Giotto era nato da queste parti.

Forse sulla famosa iscrizione bisognerebbe dunque intervenire. Italiani: santi, poeti, navigatori, eroi e conoscitori di musica. L'ultima categoria, però, scriviamola a matita.



domenica 23 agosto 2026

Non ci sono più i "tormentoni" estivi: siamo passati dai Beach Boys al reggaeton da supermercato



C’è stato un tempo - chi ha i capelli sale & pepe come me se lo ricorda - in cui l’estate aveva una sua precisa colonna sonora. Oggi ha un algoritmo. La differenza non è esattamente trascurabile. Negli anni Sessanta potevi andare al mare con Sapore di sale di Gino Paoli, che era sì una canzone estiva, ma conteneva malinconia, desiderio, sensualità e persino qualche accordo che non sembrava scelto da un’intelligenza artificiale dopo aver analizzato le preferenze dei clienti di un villaggio turistico. Potevi imbatterti in Azzurro di Adriano Celentano, scritta dall'avvocato Conte, oppure ascoltare Battisti trasformare tre minuti di orologio in qualcosa che ancora oggi possiede una misteriosa capacità di sopravvivenza, anche senza necessariamente apprezzare i testi dell'allora sodale Mogol.

All’estero andava persino peggio, almeno per chi oggi deve tentare il confronto. I Beach Boys confezionavano canzoni apparentemente solari dietro le quali Brian Wilson nascondeva armonie vocali da laboratorio rinascimentale. I Beatles riuscivano a essere popolari senza considerare il pubblico un insieme di deficienti. I Kinks potevano raccontare l’estate con Sunny Afternoon, facendo contemporaneamente pop, ironia sociale e meraviglia melodica.

Insomma, il tormentone esisteva già. Solo che era anche bella musica.

Ai tempi nei quali il disimpegno possedeva una melodia

Negli anni Settanta l’estate poteva avere il passo della disco, ma dietro quattro quarti apparentemente elementari c’erano musicisti che sapevano suonare. Gli Chic di Nile Rodgers costruivano architetture ritmiche sulle quali ancora oggi campano, direttamente o indirettamente, intere generazioni di produttori. I Fleetwood Mac riuscivano a vendere milioni di dischi senza rinunciare a scrittura, arrangiamenti e personalità. Mentre David Bowie poteva essere sofisticato e popolare contemporaneamente, concetto che oggi sembra quasi sovversivo. Canzoni a volte leggere, leggerissime, persino sciocche. Ma con una precisa identità.

Poi arrivarono gli anni Ottanta, il decennio che oggi viene saccheggiato senza pietà da chiunque possieda un sintetizzatore e un account Spotify. E anche lì il famigerato tormentone poteva chiamarsi Vamos a la playa dei Righeira: apparentemente una filastrocca da spiaggia, in realtà un allegro balletto post-atomico. Altro che “baby, stanotte facciamo tardi” ripetuto diciassette volte sopra una base prefabbricata.

Dalle acrobazie vocali agli sculettamenti da talent

E poi, come non citare Giuni Russo? Una voce capace di acrobazie che oggi probabilmente provocherebbero una riunione d’emergenza in una major: estensione vertiginosa, tecnica, follia, ironia, sperimentazione. Poteva cantare Un’estate al mare e trasformare persino l’imitazione di un gabbiano in un esercizio di virtuosismo, perché dietro l’apparente leggerezza c’era una cantante vera, di quelle che prima imparavano a usare la voce e solo dopo, eventualmente, pensavano al resto. Confrontarla con certa produzione estiva contemporanea è quasi sleale. Oggi il percorso sembra talvolta rovesciato: passaggio nel talent, immagine accuratamente confezionata, promozione social, qualche sculettamento strategico, consacrazione a sex symbol nazionale e infine la canzone da far transitare a Sanremo, purché non intralci troppo il resto. Badate, non è moralismo gratuito: ognuno utilizzi pure glutei, addominali e coreografie come meglio crede. Il problema nasce quando la confezione diventa più importante del contenuto e l’industria pretende persino di convincerci che siano la stessa cosa. Giuni Russo poteva stare immobile davanti a un microfono e riempire lo spazio con una nota. Oggi, per riempire tre minuti, a volte serve un intero corpo di ballo.

Esterofilia di qualità

Gli Wham! potevano produrre pop da spiaggia con una qualità melodica oggi quasi imbarazzante. Don Henley scriveva The Boys of Summer, una canzone estiva che parlava proprio della fine dell’estate, del tempo perduto e della memoria. I Police, i Talking Heads, persino i Clash riuscivano a entrare nelle classifiche senza dare l’impressione di aver compilato un modulo ministeriale per ottenere il requisito della radiofonicità.

Dal tormentone al muzak con mojito

Poi qualcosa si è rotto. Non la musica, naturalmente. Nel mondo continuano a esistere artisti magnifici, gruppi straordinari, jazzisti, rocker, cantautori, musicisti elettronici e ragazzi che registrano dischi meravigliosi nelle proprie camere. È finita, semmai, la musica popolare industriale come luogo nel quale qualità e successo potevano occasionalmente incontrarsi. Le grandi case discografiche — o quello che ne rimane dopo fusioni, acquisizioni e trasformazioni in gigantesche società di gestione dei cataloghi — sembrano aver sviluppato una particolare ossessione per la canzone che non deve lasciare traccia.

Oggi il tormentone nasce con le stesse logiche di un prodotto alimentare. Durata ridotta. Intro possibilmente abolita. Ritornello entro pochi secondi. Base ritmica riconoscibile. Frase elementare adatta a diventare didascalia social. Eventuale duetto tra cantante pop, rapper e ospite latino, perché evidentemente l’estate, dal 2015 in poi, è diventata costituzionalmente incapace di esistere senza una spruzzata di reggaeton.

Il risultato non è necessariamente brutto. Peggio... è tremendamente innocuo. Trattasi di muzak contemporaneo, per accompagnare l’aperitivo, il reel, la palestra, il supermercato, il viaggio in automobile. Non chiede attenzione perché l’attenzione potrebbe diventare pericolosa.

Una volta ascoltavi una canzone e magari ti domandavi: Che cos’è questa roba? Oggi l’obiettivo sembra essere esattamente opposto: fare in modo che nessuno se lo domandi.

Quando una canzone restava attaccata alla vita

Il problema non è la nostalgia. Anche negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta uscivano sul mercato brutte canzoni. Soltanto che il tempo, galantuomo e critico musicale molto più severo delle playlist editoriali, le ha giustamente relegate all'oblio. Ma accanto alla spazzatura si palesavano brani capaci di trasformarsi in persistente memoria collettiva. Sentivi quattro note e immediatamente ricordavi una spiaggia, uno sguardo di ragazza, una macchina, un viaggio, un amore.

Oggi molti tormentoni sembrano avere una data di scadenza incorporata: giugno, luglio, agosto e raccolta differenziata a settembre.

La differenza fondamentale è questa. La musica estiva non è diventata peggiore perché noi siamo diventati irrimediabilmente vecchi. È diventato peggiore il meccanismo industriale che pretende di stabilire preventivamente che cosa dovremmo canticchiare. E così continuiamo a chiamare “tormentone” qualcosa che tormenta pochissimo.

Passa. Funziona. Macina streaming. Accompagna milioni di video e poi scompare. Forse è questo il vero capolavoro dell’industria musicale contemporanea: essere riuscita a trasformare persino la canzone dell’estate in un prodotto usa e getta.

Una volta finiva agosto e una canzone restava. Adesso, molto spesso, finisce agosto. E, finalmente, smette anche la canzone.

martedì 18 agosto 2026

Bergamo va a caccia dello “Snark”: quattro giorni di documentari rari e gratuiti



Dal 10 al 13 settembre al Cineteatro Lottagono torna Snark Festival, con otto documentari internazionali in lingua originale sottotitolati, impreziositi da incontri con studiosi e giornalisti ad ingresso libero. Bergamo torna quindi a caccia dello “snark”, creatura imprendibile presa in prestito da Lewis Carroll e diventata simbolo di un festival che cerca film altrettanto sfuggenti: grandi documentari, spesso celebrati ma difficili da trovare. Questa terza edizione, organizzata dall’associazione culturale Essi Vivono, consta di otto titoli per un viaggio tra India, Stati Uniti, Inghilterra, Canada, Iran e Italia.


Dagli operai americani a Makhmalbaf

Tra i titoli più attesi c’è The Wobblies di Stewart Bird e Deborah Shaffer, storia orale degli Industrial Workers of the World, storico sindacato statunitense. Con Salam Cinema, invece, Mohsen Makhmalbaf trasforma nel 1995 un casting affollatissimo in un esperimento sul cinema e sul desiderio di apparire.

In programma anche Marjoe, Oscar 1972 al miglior documentario, ritratto del predicatore evangelista Marjoe Gortner, capace di conquistare migliaia di fedeli prima di svelare i propri trucchi. Sul fronte italiano torna D’amore si vive di Silvano Agosti, viaggio nell’Italia degli anni Ottanta attraverso confessioni su amore, tenerezza e sessualità.

Film da vedere e da discutere

Ogni proiezione sarà accompagnata da incontri con esperti. Tra gli ospiti Alessandro Portelli, Bruno Cartosio, Giulia Bellentani, Marcello Lorrai e Chawki Senouci. In cartellone anche Forest of BlissKanehsatake: 270 Years of Resistance e l'imperdibile Step Across The Borderdocumentario dedicato al troppo spesso dimenticato chitarrista e compositore inglese Fred Frithdi Nicolas Humbert e Werner Penzel (Germania/Svizzera 1990).






Nato nel 2024 quasi come una scommessa, lo Snark ha raddoppiato le presenze già alla seconda edizione. Segno che il documentario, quando torna sul grande schermo, sa ancora richiamare pubblico e accendere discussioni.


giovedì 13 agosto 2026

Il riff della resurrezione: Blackmore torna coi Deep Purple e Smoke on the Water diventa un miracolo - VIDEO



A Jones Beach è successo ciò che per tre decenni era sembrato impossibile: Ritchie Blackmore è tornato sul palco con i Deep Purple. Una sola canzone, naturalmente Smoke on the Water, per spazzare via dubbi, ironie social e sospetti di burla estiva. E dimostrare che certi dinosauri sanno ancora ruggire.

Dopo 33 anni di lontananza, Ritchie Blackmore ha suonato nuovamente con la sua band, abbandonando per un attimo pifferi e saghe medievali. Lo storico chitarrista è comparso sul palco coi compagni di allora, trasformando in realtà una reunion che molti avevano scambiato per un improbabile pesce… d’agosto.

Per una volta il Dio del Rock deve aver deciso di ascoltare le preghiere dei fedeli. E, già che c’era, di concedere pure il miracolo completo. Ritchie Blackmore, 81 anni e un curriculum sufficiente a riempire da solo un museo della musica, è tornato sul palco con i Deep Purple dopo 33 anni. Era dal 1993 che il chitarrista aveva chiuso la porta dietro di sé, lasciando una delle band più importanti della storia del rock con quella cordialità tipica delle separazioni fra vecchi compagni di gruppo: cioè pochissima.

Poi, a Jones Beach, nello Stato di New York, la porta si è improvvisamente riaperta.

Una canzone sola. Ma quale poteva essere?

Blackmore è comparso vestito di nero, quasi dovesse officiare una messa pagana, ha abbracciato Simon McBride, oggi titolare della chitarra nei Purple, ha incrociato Ian Gillan e infine ha fatto partire quelle quattro note che anche chi sostiene di non ascoltare rock riconosce dopo mezzo secondo: Smoke on the Water.

Non una canzone qualsiasi, praticamente l’alfabeto universale della chitarra elettrica: il riff che milioni di adolescenti hanno massacrato nelle camerette prima ancora di imparare ad accordare lo strumento.

L’annuncio era arrivato poche ore prima attraverso Blackmore stesso, durante una diretta Instagram con la moglie Candice Night. Aveva raccontato di aver chiamato Gillan “per i vecchi tempi”, proponendo una comparsata senza drammi e senza obblighi. Troppo semplice. Troppo bello. E infatti sui social qualcuno aveva immediatamente fiutato la fregatura, vissura parecchie volte con i Genesis e Peter Gabriel: vuoi vedere che è un pesce d’aprile arrivato con quattro mesi di ritardo? Un pesce… d’agosto?

Acciacchi, iniezioni e rock’n’roll

Il dettaglio che rende tutto ancora più sorprendente è che Blackmore non aveva nascosto i suoi problemi fisici: vertigini, artrite, gotta, quattro ernie discali. Prima del concerto aveva persino raccontato di essersi sottoposto a un’iniezione nella zona lombare e di avere preparato uno sgabello nel caso l’equilibrio lo tradisse.

Lo sgabello è rimasto inutilizzato.

Per pochi minuti non c’erano acciacchi, età o bollettini medici. C’erano Blackmore, Gillan, i Deep Purple e quel riff.

Poi tutto è finito. Una sola canzone, appena il tempo di ricordare a qualche pischello convinto che il rock sia nato su TikTok che i “dinosauri”, quando decidono di muoversi, fanno ancora tremare la terra.

mercoledì 12 agosto 2026

Salvini canta De André, la nipote presenta il conto: Faber non è un karaoke per sovranisti



La polemica sul recente, consueto tributo live a Fabrizio De André riapre una questione ormai ricorrente: si può amare un artista ignorando tutto ciò che ha raccontato? Dori Ghezzi tiene vivo Faber con grande tenacia, la vedova Battisti ha scelto invece una custodia quasi sacrale. E mentre Salvini rivendica la sua passione, dalla famiglia De André arrivano parole che rendono il cortocircuito ancora più evidente.

Salvini e Dori Ghezzi a L'Agnata, dietro lo scrittore Gianrico Carofiglio osserva,
davanti a loro Giorgio Gori li ignora...

Ci sono vedove e vedove. Grazia Letizia Veronese ha protetto il suo Lucio con una cura quasi notarile: poche celebrazioni, poche concessioni, nessuna trasformazione del marito in bene comune da luna park. La Ghezzi, al contrario, ha scelto di far vivere Fabrizio De André: concerti, riletture, nuove generazioni, memoria continuamente rimessa in circolo.

Due strategie opposte. Entrambe legittime.

Il problema nasce quando dentro quella memoria entra la politica con le scarpe sporche.

Salvini e quel De André ascoltato a metà

Matteo Salvini sostiene da anni di amare Faber. Benissimo. L’arte non prevede tessere di partito all’ingresso. Ma il cortocircuito resta gigantesco: De André ha raccontato per una vita ultimi, migranti, prostitute, disertori, emarginati, anarchici e uomini perseguitati dal potere. Salvini, invece, ha costruito una parte importante della propria identità politica su temi che con quell’universo dialogano, diciamo così, con qualche difficoltà.

Cristiano De André lo aveva già liquidato magnificamente: Salvini, disse, con Il pescatore probabilmente si era fermato al “la la la”, senza assimilarne il significato.

E adesso pesano ancora di più le parole di Alice De André, nipote di Fabrizio. Spiegando che il nonno, uomo sempre dalla parte degli ultimi, davanti al presente sarebbe stato affranto soprattutto per il destino dei migranti e arrivava a immaginare che oggi avrebbe cantato le deportazioni degli immigrati. Non è una dichiarazione elettorale postuma, naturalmente. È però una lettura familiare assai coerente con un’opera costruita sull’attenzione verso chi viene respinto, escluso e giudicato.

Insomma: ascoltare De André è consentito a tutti. Usarlo come arredamento culturale mentre si pratica l’opposto di ciò che quelle canzoni raccontano è un altro sport, molto scorretto.

La grande Opa della destra sui cantautori

Ed è qui che il caso diventa più ampio. Perché da anni assistiamo a una specie di Opa della destra sul cantautorato italiano. De André, Battisti, Rino Gaetano, Lucio Dalla. Prima o poi toccherà pure a Guccini, magari ridotto a testimonial delle trattorie dell’Appennino purché qualcuno si dimentichi La locomotiva. Il fenomeno è stato raccontato più volte: artisti complessi vengono separati dal contesto, sterilizzati e trasformati in icone buone per qualsiasi comizio.

A questo punto manca soltanto la scena definitiva: Ignazio La Russa in prima fila a un tributo per Claudio Lolli, assorto durante Ho visto anche degli zingari felici.

E magari, alla fine, pure commosso. Quello sì che sarebbe il vero capolavoro del revisionismo musicale all'italiana.

lunedì 10 agosto 2026

Eugenio Finardi a Ballando con le Stelle: la musica ribelle è finita, adesso c’è il cha cha cha


Annunciati i primi concorrenti della nuova edizione di Ballando con le Stelle. Il consueto caravanserraglio televisivo è servito: ex calciatori, influencer, attori, figli d’arte, personaggi da rotocalco e celebrità di varia stagionatura. Poi, in mezzo alla compagnia, compare un nome che costringe a strofinarsi gli occhi: Eugenio Finardi.

Se ce lo avessero raccontato vent’anni fa avremmo cercato immediatamente la telecamera nascosta. Non per Ballando, ma per Scherzi a parte.

C’è Alessandro Matri: perfetto. Jimmy Ghione: inevitabile. Aurora Ramazzotti, Anna Safroncik, Riccardo Rossi, Noemi Bocchi, Alberto Ravagnani. Tutto regolare nel grande centro commerciale dello spettacolo italiano, dove prima o poi transitano tutti, purché abbiano un minimo di notorietà, due ginocchia ancora operative e qualche sabato sera libero.

Poi arriva lui. Eugenio Finardi.

Per Eugenio le palette della giuria

Finardi. Quello di Musica ribelle. Quello de La radio. Uno che per generazioni ha rappresentato, almeno nell’immaginario, l’esatto contrario della televisione cotonata, del sorriso da prima serata e della liturgia del “tesoretto”.

E invece eccolo lì, pronto presumibilmente a farsi giudicare un paso doble, un tango o un casqué. Mezzo secolo di carriera per arrivare al momento sublime in cui qualcuno potrebbe spiegargli che “manca un po’ di connessione con la partner”.

È la straordinaria capacità digestiva della televisione italiana: inghiotte tutto, metabolizza tutto e alla fine restituisce tutto con le paillettes. La ribellione, purché faccia share. Il rock, ma con le scarpe di vernice. La controcultura, purché finisca entro mezzanotte e venti per lasciare spazio al Tg1 della notte.

Manca solo che dopo Musica ribelle Finardi incida Musica ballabile.

Il grande villaggio turistico dello spettacolo

Naturalmente Finardi è liberissimo di fare ciò che vuole. E magari ballerà magnificamente. Il punto non è lui: è il paesaggio circostante. La televisione italiana sembra ormai un gigantesco resort all inclusive dove non esistono più carriere, identità o percorsi, ma soltanto personaggi disponibili. Cantanti, ex sacerdoti, compagne di calciatori, giornalisti, influencer, attori, figli di qualcuno, ex centravanti e reduci da altri reality vengono rovesciati nello stesso frullatore del sabato sera.

Prima avevamo la televisione generalista. Adesso abbiamo il riciclaggio generalista.

E così Eugenio Finardi, uno che cantava “la musica ribelle che ti vibra nelle ossa”, potrebbe ritrovarsi a vibrare davvero. Ma per tenere il tempo di una rumba.

Che amarezza. Con tanto di orchestra dal vivo. Mi viene qualche verso sparso  di Nuovo swing di Enrico Ruggeri:

Cambia il tempo attorno a te

e la musica vecchia dov'è

La canzone che vuoi tu

poco dopo non la riconosci più...


domenica 9 agosto 2026

L'eredità economica di Francesco Guccini: essere di sinistra non significa fare voto di povertà



Francesco Guccini
avrebbe lasciato alla moglie Raffaella Zuccari e alla figlia Teresa un patrimonio considerevole, stimato da alcune ricostruzioni tra 6 e 10 milioni di euro. Canzoni, libri, diritti d’autore, case, terreni, mezzo secolo abbondante di lavoro.

E già immaginiamo il brusio dei ragionieri dell’ideologia, quelli che davanti a una dichiarazione dei redditi riscoprono improvvisamente la lotta di classe: “Ma come? Guccini aveva i milioni? E non era comunista?”.

No. Anzi, la faccenda è ancora più divertente: Guccini comunista non si è mai definito. Era un uomo di sinistra, libertario, insofferente alle uniformi del pensiero, vicino più a certe suggestioni anarchiche e azioniste che alle liturgie di partito. Ma ormai da anni basta una barba, una chitarra e qualche canzone contro i potenti per trasformare chiunque in segretario onorario del PCI.

La sinistra in saio francescano, possibilmente senza conto corrente

Resta poi quell’idea meravigliosamente cretina secondo la quale un uomo di sinistra, per essere credibile, dovrebbe essere povero. Non benestante: proprio povero. Scarpe consumate, utilitaria scassata, termosifoni spenti e magari una cambiale sul comodino. Se guadagni bene, sei incoerente. Se hai una casa, sei borghese. Se ne hai due, probabilmente sei già passato dalla parte dei padroni.

Si tratta di una concezione infantile della politica, buona per le discussioni da bar alle undici di sera: come se battersi contro le disuguaglianze significasse desiderare la miseria universale.

La sinistra, almeno quella seria, non dovrebbe pretendere che nessuno diventi povero. Dovrebbe pretendere che nessuno sia condannato a esserlo.

I milioni? Arrivati una canzone alla volta

Guccini non ha vinto alla lotteria e non risulta abbia speculato su derivati alle Cayman. Ha scritto canzoni per sessant’anni. Ha venduto dischi, riempito teatri, pubblicato romanzi, lavorato nel cinema. Le sue opere continuano ancora oggi a generare diritti. Insomma, ha fatto una cosa ormai quasi rivoluzionaria: ha guadagnato con il proprio lavoro e con il proprio talento.

E allora sì, poteva cantare La locomotiva e possedere una casa. Poteva raccontare gli ultimi e avere un conto corrente robusto. Poteva detestare i potenti senza essere obbligato a vivere di pane e cipolle. Perché la coerenza non si misura dal saldo bancario. E forse sarebbe il caso di spiegarlo anche a certi custodi della purezza ideologica, possibilmente davanti a un bicchiere di vino. Sempre che non lo considerino troppo borghese.

venerdì 7 agosto 2026

Ciao Francesco



Il "Maestrone" modenese è morto a 86 anni nella sua Pavana, circondato dall’affetto della famiglia. Con lui scompare una delle voci più profonde e libere della cultura italiana.

Il mestiere dannato di raccontare un addio

Ci sono giorni in cui fare il giornalista pare essere davvero un mestiere dannato. Accade quando la cronaca ci obbliga a trasformare in parole la scomparsa di qualcuno che abbiamo amato, anche senza averlo mai conosciuto. Bisogna cercare il titolo, rispettare le battute, mettere ordine nei ricordi, mentre dentro ogni regola professionale sembra improvvisamente stonata. Scrivere di Guccini significa rovistare anche nella propria vita, ritrovare una canzone legata a un amore, a un viaggio, a un’amicizia o a un’età che non tornerà. E allora il giornalista dovrebbe mantenere la distanza, ma l’uomo non ci riesce. Forse non deve nemmeno provarci. Perché alcuni addii non si raccontano restando fuori dalla porta: si scrivono con gratitudine, pudore e quella commozione che, almeno per una volta, non è un cedimento del mestiere, ma la sua parte più vera.

Purtroppo la rete è piena di miserabili...

L’ultimo viaggio verso le sue radici

Francesco Guccini si è spento a Pavana, il luogo nel quale tutto sembrava cominciare e al quale aveva scelto di tornare. Aveva 86 anni. Accanto a lui la moglie Raffaella, la figlia Teresa e i familiari, che hanno chiesto discrezione e annunciato funerali strettamente privati. A settembre si terrà una cerimonia per consentire al suo pubblico di salutarlo.

È difficile pensare alla sua morte come a una semplice notizia. Guccini non è stato soltanto un cantautore, ma una voce interiore condivisa. Ha raccontato le partenze, le osterie, le amicizie perdute, gli ideali traditi e quella provincia che nelle sue parole diventava il centro esatto del mondo.

Canzoni che erano già letteratura

Nato a Modena nel 1940, cresciuto tra la città e l’Appennino, esordì negli anni Sessanta trasformando la canzone d’autore in uno spazio di pensiero. Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva, Radici, Eskimo, Cirano: titoli che non appartengono più soltanto alla musica, ma alla memoria sentimentale e civile del Paese.

Guccini sapeva essere politico senza diventare propagandistico, colto senza perdere il gusto popolare del racconto, malinconico senza compiacersi della tristezza. La sua barba, la voce ruvida, le pause e le parole pronunciate come davanti a un bicchiere di vino erano diventate una forma di autenticità.

Il rapporto con Roma

Roma non fu per Guccini una patria dell’anima come Pavana, Modena o Bologna, ma rappresentò una tappa decisiva del suo percorso. Negli anni Settanta salì più volte sul palco del Folkstudio, il piccolo e leggendario locale nel quale la canzone d’autore poteva ancora nascere lontano dai riflettori, tra sedie ravvicinate, fumo, parole e bicchieri di vino. Nella Capitale i suoi brani trovarono poi una dimensione collettiva e politica: La locomotiva, Dio è morto e Auschwitz diventavano cori, dichiarazioni di appartenenza, modi diversi di opporsi all’indifferenza. Guccini non cantò Roma come cantò Bologna o l’Appennino, ma Roma seppe riconoscersi nella sua voce, soprattutto quella inquieta, popolare e militante, abituata a diffidare del potere e a scegliere ostinatamente da quale parte stare.

Un brano a caso, fra i tanti

Autogrill è uno dei piccoli capolavori narrativi di Francesco Guccini, pubblicato nel 1983 nell’album Guccini. A differenza di gran parte del suo repertorio, spesso legato a persone realmente conosciute, luoghi vissuti e frammenti autobiografici, qui la storia nasce interamente dall’invenzione: un incontro fugace in un autogrill, una ragazza dietro il banco, poche parole, uno scambio di sguardi e soprattutto ciò che avrebbe potuto essere e non sarà mai. Il testo possiede un andamento quasi cinematografico, fatto di dettagli, inquadrature, silenzi e piccoli movimenti che sembrano anticipare una scena di un film. E dentro questa apparente semplicità Guccini dissemina autentiche meraviglie linguistiche, comprese rime tanto improbabili quanto perfette, come quella fra “jukebox” e “Fox”, capaci di trasformare persino un dettaglio in poesia. Ma ciò che rende Autogrill irresistibile è soprattutto il suo sapore dolcemente malinconico: non il dolore per qualcosa che si è perduto, ma quello ancora più sottile per qualcosa che non è mai davvero cominciato. È la celebrazione malinconica di un’occasione mancata, del desiderio trattenuto e di quel rimpianto tutto umano che nasce quando, ripensando a un istante lontano, ci domandiamo come sarebbe andata se avessimo avuto il coraggio di restare qualche minuto in più. Quello che gli esterofili chiamano "sliding doors"...


«Bella d'una sua bellezza acerba», immagine che sembra semplicissima e che invece contiene un ritratto intero. Suggerisce giovinezza, qualcosa di non ancora compiuto, una bellezza inconsapevole e forse proprio per questo più potente. Ma poi arriva «bionda senza averne l’aria», ed è lì che Guccini fa il miracolo. Non descrive più soltanto un colore di capelli: descrive un modo di essere. Quella ragazza è bionda, ma non corrisponde all'immagine, al cliché, quasi non sembra sapere di esserlo. In sei parole diventa una persona. E soprattutto tu la vedi. È questo il carattere cinematografico di Autogrill: Guccini non ci dice quasi nulla della ragazza eppure, dopo quel verso, ognuno di noi potrebbe immaginarsela dietro il banco. È come un primo piano improvviso.

È una di quelle frasi che dimostrano quanto Guccini fosse capace di fare letteratura senza mettersi in cattedra da letterato. E in Autogrill ce ne sono parecchie: la canzone vive precisamente di questo, dettagli apparentemente minimi che, messi uno accanto all'altro, costruiscono il ricordo di qualcosa che non è mai accaduto. Il paradosso meraviglioso del brano è tutto lì: provare nostalgia per una storia mai vissuta.

Il silenzio dopo l’ultima canzone

Aveva abbandonato concerti e sale di registrazione nel 2012, senza però ritirarsi davvero. Continuava a scrivere, osservare e ricordare, lontano dai riflettori che non aveva mai inseguito. Ora restano i dischi, i libri e le frasi che tornano nei momenti decisivi della vita. Resta soprattutto il sentimento che Guccini ci abbia insegnato qualcosa di raro: guardare il passato senza nostalgia retorica e il futuro senza facili illusioni.


Non chiamatemi "poeta"

Non amava essere definito tale. Ma da oggi, nel silenzio lasciato dalla sua voce, sarà ancora più difficile pensare a lui in maniera differente. Basterà che partano le prime note di una sua canzone e ci ritroveremo ancora lanciati a bomba contro l’ingiustizia, contro l’ipocrisia, contro il potere che pretende obbedienza e silenzio. Noi che non ci riconosciamo nelle sciocche rime della trap, nelle canzonette mielose di implumi postar o nelle nenie estive costruite per durare il tempo di una classifica, sappiamo che una canzone può essere molto di più: può mordere, consolare, insegnare a dubitare. Guccini ci ha ricordato che la musica non deve soltanto accompagnare il tempo, ma anche giudicarlo. E finché una sua strofa riuscirà ancora a farci indignare, sorridere e pensare, quella locomotiva continuerà a correre.

Arrivederci, Maestrone