Ci sono vedove e vedove. Grazia Letizia Veronese ha protetto il suo Lucio con una cura quasi notarile: poche celebrazioni, poche concessioni, nessuna trasformazione del marito in bene comune da luna park. La Ghezzi, al contrario, ha scelto di far vivere Fabrizio De André: concerti, riletture, nuove generazioni, memoria continuamente rimessa in circolo.
Due strategie opposte. Entrambe legittime.
Il problema nasce quando dentro quella memoria entra la politica con le scarpe sporche.
Salvini e quel De André ascoltato a metà
Matteo Salvini sostiene da anni di amare Faber. Benissimo. L’arte non prevede tessere di partito all’ingresso. Ma il cortocircuito resta gigantesco: De André ha raccontato per una vita ultimi, migranti, prostitute, disertori, emarginati, anarchici e uomini perseguitati dal potere. Salvini, invece, ha costruito una parte importante della propria identità politica su temi che con quell’universo dialogano, diciamo così, con qualche difficoltà.
Cristiano De André lo aveva già liquidato magnificamente: Salvini, disse, con Il pescatore probabilmente si era fermato al “la la la”, senza assimilarne il significato.
E adesso pesano ancora di più le parole di Alice De André, nipote di Fabrizio. Spiegando che il nonno, uomo sempre dalla parte degli ultimi, davanti al presente sarebbe stato affranto soprattutto per il destino dei migranti e arrivava a immaginare che oggi avrebbe cantato le deportazioni degli immigrati. Non è una dichiarazione elettorale postuma, naturalmente. È però una lettura familiare assai coerente con un’opera costruita sull’attenzione verso chi viene respinto, escluso e giudicato.
Insomma: ascoltare De André è consentito a tutti. Usarlo come arredamento culturale mentre si pratica l’opposto di ciò che quelle canzoni raccontano è un altro sport, molto scorretto.
La grande Opa della destra sui cantautori
Ed è qui che il caso diventa più ampio. Perché da anni assistiamo a una specie di Opa della destra sul cantautorato italiano. De André, Battisti, Rino Gaetano, Lucio Dalla. Prima o poi toccherà pure a Guccini, magari ridotto a testimonial delle trattorie dell’Appennino purché qualcuno si dimentichi La locomotiva. Il fenomeno è stato raccontato più volte: artisti complessi vengono separati dal contesto, sterilizzati e trasformati in icone buone per qualsiasi comizio.
A questo punto manca soltanto la scena definitiva: Ignazio La Russa in prima fila a un tributo per Claudio Lolli, assorto durante Ho visto anche degli zingari felici.
E magari, alla fine, pure commosso. Quello sì che sarebbe il vero capolavoro del revisionismo musicale all'italiana.
