lunedì 4 maggio 2026

Sotto il cielo d'Irlanda... c'è tanta musica!



"Il cielo d’Irlanda…”, cantava Massimo Bubola, e la voce intensa di Fiorella Mannoia ha reso quelle parole familiari a tutti noi. Ma finché non ci metti piede davvero, in Irlanda, non capisci fino in fondo quanto quella frase sia vera. Il mio recente viaggio tra Dublino e i suoi dintorni è stato molto più di una semplice visita: ha rappresentato un’immersione continua in un paese dove la musica non è solo intrattenimento, ma linguaggio, memoria e identità.

In posa presso Tower Records, 40 O'Connell Street Lower a Dublino

The Irish Rock'n'Roll Museum in Curved Street a Dublino

In memoria di Shane MacGowan dei Pogues

A Dublino la musica è ovunque. Esce dalle porte socchiuse dei pub di Temple Bar, si diffonde tra le strade acciottolate, accompagna il passo dei passanti senza mai essere invadente. È qualcosa che sembra appartenere all’aria stessa. Basta entrare in un locale qualsiasi per ritrovarsi dentro una session improvvisata: violini, chitarre, bodhrán che si accordano tra loro come se si conoscessero da sempre. Non c’è palco, non c’è distanza tra chi suona e chi ascolta. Tutti partecipano, anche solo battendo il tempo col piede, con una pinta di Guinness in mano.

Praticamente in ogni pub c'è musica dal vivo

Quello che colpisce è che ogni melodia racconta qualcosa. L’Irlanda è un paese che ha attraversato invasioni, carestie, migrazioni, lotte per l’indipendenza. E ogni evento, ogni ferita, ogni speranza si è trasformata in musica. Le ballate popolari non sono solo canzoni: sono cronache. Parlano di amori perduti e di navi che partono, di ribellioni e di sogni mai spenti. È come se la storia qui non fosse scritta solo nei libri, ma cantata, tramandata di voce in voce.

Anche fuori dalla capitale, nei piccoli centri e lungo le coste battute dal vento, questa sensazione non cambia. Anzi, si rafforza. Nei villaggi sembra che il tempo scorra più lentamente, ma la musica resta un punto fermo. Non importa quanto sia piccolo il posto: ci sarà sempre qualcuno pronto a suonare, a condividere una canzone, a raccontare una storia in forma di melodia. E poi c’è un altro aspetto che sorprende, soprattutto per chi viene dall’Italia: i negozi di dischi. Resistono. Non come reliquie nostalgiche, ma come luoghi vivi. Entrarci è un’esperienza: scaffali pieni di titoli, consigli appassionati dei proprietari, clienti che si fermano a chiacchierare. Non è solo commercio, è cultura. È il segno di un rapporto con la musica che non è stato completamente travolto dal digitale, ma che continua a valorizzare l’ascolto, la scoperta, il contatto diretto. 

Io e Phil...


Come per esempio da Hickey's Music, situato nel paesino di Sneem, nel Ring of Kerry, un piccolo e accogliente negozio di musica famoso per la sua vasta selezione di musica irlandese, fischietti (whistles) e artigianato locale. Dove ho trovato alcuni cd degli Altan e dei Moving Hearts che cercavo da tempo.


Oppure nel minuscolo Mojos Records a Dublino, dove ho trovato alcune chicche di Van Morrison e dei Thin Lizzy.

L'ingresso di Mojos Records al 2 di Merchant's Arch

Alla ricerca di musica irlandese

Un doppio bootleg di Van "The Man" che mi mancava... oltretutto ad un ottimo prezzo!

Forse è proprio questo il segreto dell'Irlanda: la musica non è mai separata dalla vita quotidiana. Non è qualcosa da consumare distrattamente, ma da vivere. È memoria collettiva, è identità condivisa, è un modo per tenere insieme passato e presente. E allora sì, sotto il cielo d’Irlanda c’è davvero tanta musica. Ma non è solo una questione di quantità. È la profondità, l’intensità, la naturalezza con cui ogni nota trova il suo posto nella vita delle persone. Ed è questo che, tornando a casa, resta più di ogni paesaggio: una colonna sonora che continua a suonare, anche a distanza.

Roger Waters: quando il rock smette di intrattenere e inizia a fare paura



C’è un momento preciso in cui un artista smette di essere innocuo. Non quando cambia suono, non quando vende milioni di dischi. Ma quando quello che dice inizia a creare disagio reale, non solo applausi. Roger Waters è fermo esattamente lì da decenni. Non è un politico... nessuna candidatura, nessun partito, nessuna legge firmata a suo nome. Non è un politico... eppure divide come pochi politici riescono a fare. Non ha mai cercato voti, ma riesce comunque a spaccare il pubblico in due: chi lo considera una voce necessaria e chi lo vorrebbe, molto semplicemente, zitto. Perché esiste una forma di potere più sottile — e spesso più destabilizzante — di quella istituzionale: quella che passa attraverso la cultura. E Waters, nel bene e nel peggio, è uno di quelli che quella leva l’ha tirata fino in fondo.

Il problema non è quello che dice. È come lo dice.

Prima di diventare un bersaglio mediatico, Roger Waters è stato — banalmente — uno dei cervelli dietro i Pink Floyd, forse "il cervello". Sicuramente non un musicista qualsiasi, uno che ha scritto dischi che ancora oggi funzionano come bisturi. The Dark Side of the Moon, Animals, The Wall. The Final Cut.

Dischi che non sono solo album. Sono manifesti. In Animals il capitalismo diventa zoologia crudele: maiali, cani e pecore. Non serve spiegazione. In The Wall l’alienazione personale si fonde con il controllo sociale, fino a sfiorare il totalitarismo. In The Final Cut la guerra non è retorica: è personale, è familiare, è rabbia pura contro il potere politico, in quel caso incarnato da Margaret Thatcher.

Questa non è musica da playlist. Semmai è politica travestita da rock.

Poi ha smesso di travestirla

Il passaggio è stato inevitabile. A un certo punto, Roger Waters ha smesso di nascondere il messaggio dentro le metafore. Ha iniziato a dirlo apertamente. Soprattutto su un tema: la Palestina. Da decenni sostiene il movimento BDS contro le politiche di Israele. Non da ieri, non per trend, non per algoritmo. E qui il gioco cambia. Perché criticare il potere in astratto è tollerabile. Criticarlo con nomi, bandiere e responsabilità precise — molto meno.

Il momento in cui tutti hanno iniziato a odiarlo

Waters non è diplomatico. Non lo è mai stato. Ha attaccato, tanto per fare qualche none, colleghi come Bono, Thom Yorke, Nick Cave e, naturalmente, il suo ex amico David Gilmour. Non con tweet ambigui ma attraverso dichiarazioni dirette, spesso brutali. In Germania gli hanno cancellato concerti. Negli Stati Uniti è diventato una figura divisiva. In Italia ha definito Giorgia Meloni “la vostra Mussolini”. Mi piacerebbe proprio conoscere il suo pensiero sulla recente iniziativa della Sony che ha legato la sua ex band alla squadra di calcio da ieri campione d'Italia...

Waters non cerca consenso, non lo vuole. E questo, nel 2026, è quasi imperdonabile.

Il paradosso che nessuno riesce a ignorare

Infine c’è il punto più scomodo. Waters è ricco. Molto ricco. Un uomo da centinaia di milioni di patrimonio personale che denuncia il sistema davanti a platee che pagano centinaia di euro per ascoltarlo criticare… quel sistema! Ipocrisia? Forse. Coerenza? Anche. Perché la vera contraddizione non è sua. È del pubblico. Vuole artisti impegnati, ma non troppo. Critici, ma non fastidiosi. Politici, ma senza conseguenze. Waters rompe questo equilibrio. E quindi diventa un problema.

Il punto non è se ha ragione

Roger Waters non è un santo. Non è nemmeno sempre lucido. Ma è una cosa rara: uno che usa la propria irrilevanza politica formale per essere politicamente rilevante. Uno che potrebbe stare zitto... e non lo fa mai. E questo atteggiamento, nel mondo dell’intrattenimento anestetizzato, è più destabilizzante di qualsiasi slogan.

Un muro che non è mai caduto davvero

The Wall raccontava un muro mentale, emotivo, politico. Quel muro, simbolicamente, sarebbe crollato nel 1989. Eppure oggi ne esistono tanti altri. Più concreti. Più reali. Più ignorati. Waters continua a indicarli a modo suo, senza filtri.

Domanda finale

Un artista che usa la propria fama per fare politica è: un individuo libero che esercita il proprio diritto di parola oppure uno che ha superato il confine e non sa più stare al suo posto? La risposta dice molto più di noi che di lui.

giovedì 23 aprile 2026

Altro che robot: Fabio Celenza smonta l’AI… a colpi di doppiaggio e groove



Se hai mai guardato un video di Fabio Celenza e ti sei chiesto “Ok, ma questa roba è vera o è l’AI che ci prende in giro?”, sappi che non sei solo. Anzi: proprio da questo dubbio collettivo nasce “NON ERA L’AI”, il nuovo tour che riporta Celenza sul palco con un’idea semplice quanto rivoluzionaria — far vedere (e sentire) come funziona davvero la magia. Niente algoritmi senz’anima. Solo cervello, orecchio e una precisione quasi chirurgica.

   

Dopo l’esperienza di Faffiga X-Files, Celenza non cambia pelle, ma mette ordine nel suo universo creativo. Il nuovo spettacolo è una sorta di “dietro le quinte” dal vivo, dove il suo marchio di fabbrica — i doppiaggi labiali surreali di personaggi pubblici — smette di sembrare un meme virale e diventa quello che è sempre stato: materiale musicale puro.

Sì, musicale. Perché qui il punto non è far ridere (anche se succede), ma costruire suono.

Sul palco, infatti, il meccanismo si svela in tutta la sua complessità: voce, immagini e musica si incastrano in tempo reale come un puzzle millimetrico. Ogni pausa, ogni respiro, ogni inflessione diventa ritmo. La parola si trasforma in melodia, e la band — composta da batteria, basso, tastiere e voci — non accompagna, ma partecipa attivamente alla creazione, cucendo arrangiamenti direttamente addosso al flusso vocale. Il risultato? Un’esperienza che sta a metà tra concerto, performance e laboratorio sonoro. Il doppiaggio non è più un “overlay” comico: nasce dentro la musica, la segue, la sfida e a volte la mette anche in difficoltà. Ed è proprio qui che il titolo dello show smette di essere una battuta e diventa quasi una dichiarazione d’intenti. In un’epoca in cui basta premere un tasto per generare contenuti, “NON ERA L’AI” rivendica il valore del tempo reale, dell’errore umano, dell’imperfezione che rende tutto vivo. È artigianato digitale, ma senza scorciatoie.


Dal vivo, questo processo — che nei video sembra immediato e quasi “magico” — viene scomposto e ricostruito davanti agli occhi del pubblico. E improvvisamente capisci che dietro a una risata c’è un lavoro di incastri, ascolto e ritmo che ha molto più a che fare con la musica che con la satira.

Il tour, organizzato da Garone Concerti, attraverserà l’Italia nei prossimi mesi (con qualche possibile incursione europea all’orizzonte), alternando date in solo e in band. Un calendario in aggiornamento che promette di portare questo piccolo esperimento sonoro un po’ ovunque, da festival estivi a rassegne più raccolte.


07mag

Festival Abbabula

Palazzo di Città — Sassari

Biglietti →
30mag

A Nome Loro

Castelvetrano

Free Entry
Giugno
07giu

Mood Summer

Rende

Free Entry
10giu

Testaccio Estate

Roma

Biglietti →
20giu

Korcomics

Corato

Biglietti →
Luglio
25lug

Sant’Anna Social Fest

Casatenovo

Free Entry
Agosto
08ago

Festivalle

Agrigento

Biglietti →
16ago

IILOVE Festival

Vasto

Free Entry
Settembre
19set

Casa delle Arti

Conversano

Biglietti →
26set

Manualetto Festival

Ravenna

Free Entry

In definitiva, Celenza non risponde solo a una domanda (“è fatto con l’AI?”), ma ne ribalta completamente il senso: e se la cosa più sorprendente fosse proprio che non lo è? E forse, in mezzo a tutta questa tecnologia che imita l’umano, vedere qualcuno fare l’opposto - trasformare l’umano in qualcosa di quasi “impossibile” - rappresenta la vera stranezza del momento.

mercoledì 22 aprile 2026

Il Principe per pochi intimi



Il prossimo autunno Francesco De Gregori torna a calcare il palco con un progetto che ha il sapore delle cose preziose e rare. Si chiama “Nevergreen (Perfette sconosciute)” ed è molto più di una semplice serie di concerti: è un invito a perdersi tra le pieghe meno battute del suo repertorio, là dove si nascondono canzoni che il tempo non ha consumato, ma anzi reso ancora più misteriose. Dopo l’esperienza intensa del 2024, che aveva trasformato il Teatro Out Off di Milano in un piccolo rifugio musicale per pochi spettatori alla volta, De Gregori riprende quel filo e lo porta ancora più in profondità. Stavolta il progetto si sdoppia: prima Roma, poi Milano. Due città, due teatri, lo stesso spirito raccolto.

Si parte il 27 ottobre al Teatro Sala Umberto di Roma, con una serie di date che accompagneranno il pubblico fino ai primi di novembre. Poi, dal 25 novembre, il viaggio si sposta nuovamente a Milano, proprio in quel Teatro Out Off che aveva già ospitato la prima incarnazione di questo esperimento.

Il cuore dello spettacolo resta immutato: niente grandi hit in sequenza, niente comfort zone. Al contrario, ogni serata diventa un’esplorazione diversa, con scalette che cambiano continuamente e riportano alla luce brani meno frequentati, piccole gemme che spesso restano ai margini dei concerti tradizionali. È qui che “Nevergreen” trova il suo senso più autentico: dare spazio a ciò che normalmente resta nascosto. Anche l’atmosfera gioca un ruolo fondamentale. La dimensione dei teatri, volutamente contenuta, permette una vicinanza rara tra artista e pubblico. Non c’è distanza, non c’è filtro: solo musica, parole e silenzi condivisi. Ogni concerto diventa così un evento unico, irripetibile, costruito su misura per chi è presente in quella specifica sera.

Accanto a De Gregori, una band affiatata e capace di muoversi con eleganza tra le sfumature di un repertorio così vario: Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso, Primiano Di Biase (anche alla direzione artistica) tra hammond, tastiere e fisarmonica, Carlo Gaudiello al piano, Paolo Giovenchi alle chitarre, Alessandro Valle tra pedal steel e mandolino, e Simone Talone alla batteria. A completare il suono, le voci di Francesca La Colla e Cristina Greco.

Il progetto “Nevergreen” non è nuovo, ma continua a evolversi. Dalla versione portata in scena nel 2024 è nato anche un documentario, diretto da Stefano Pistolini, arrivato fino alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Segno che questo format, così intimo e controcorrente, ha qualcosa di speciale da raccontare anche oltre il palco. Le prevendite per le prime date sono già partite... ma più che un semplice acquisto, qui si tratta di assicurarsi un posto dentro un’esperienza che difficilmente si ripete uguale a sé stessa.

Foto di Daniele Barraco

Per chi conosce già De Gregori, è un’occasione per riascoltarlo da una prospettiva diversa. Per chi lo segue da sempre, forse è il modo più autentico per ritrovarlo.

lunedì 20 aprile 2026

Angine... Pectoris: una malattia a pois


Parlare di “Vol. II” come se fosse semplicemente un disco è già, di per sé, fuorviante. Perché qui la musica sembra quasi un accessorio, un pretesto utile a tenere in piedi un’operazione molto più ampia: costruire un culto. Un disco a sei tracce, poco meno di trentasette minuti, uscito il 3 aprile per Spectacles Bonzaï. Dati che dovrebbero bastare a inquadrare un album ma che, in questo caso, risultano marginali rispetto al resto del teatrino.

La copertina del nuovo disco

E infatti il punto non è cosa suonano gli Angine De Poitrine... ma come riescono a farne parlare. Perché musicalmente il giochino è chiaro: tecnica, intrecci, tempi dispari, microtoni, tutta quella roba che fa brillare gli occhi agli onanisti del prog più devoti. Il problema è che niente di tutto ciò suona davvero nuovo. Anzi, l’impressione è quella di un collage ben confezionato di idee già sentite altrove, rimesse insieme con mestiere e una certa dose di furbizia. Funziona? Sì. Sorprende? Solo se hai saltato a piè pari gli ultimi trent’anni di musica. King CrimsonGastro Del Sol, Battles, Black Midi, June Of 44, Blind Idiot God, Slint, Primus, Don Caballero, Vulfpeck, Nomeansno, Drive Like Jehu, Rush, Horse Lords, i Joan Of Arc, Lettuce, Mars Volta, A Minor Forest, Mouse On The Keys, Mr. Bungle, Rodan, Shellac, Tortoise. Senza dimenticare, su tutti, lo "zio" Frank Zappa.

Ma il vero spettacolo si svolge fuori dai solchi. Lì dove il valore percepito schizza a livelli surreali e la logica evapora. Perché bisogna avere un rapporto piuttosto creativo con la realtà per spendere oltre 1.800 euro per una prima stampa di un disco che, al momento della sua uscita, non interessava praticamente a nessuno. Soprattutto quando esistono alternative — tipo una quinta stampa — che costano meno della metà. E ancora più surreale è vedere aste in cui, con poco più di 700 euro, qualcuno si porta a casa sia una versione del primo album sia una copia del secondo prima ancora che venga pubblicato. Però poi si parla di crisi. Certo.

A questo punto viene naturale chiedersi quanto ci sia di spontaneo in tutto questo. Il sospetto che il meccanismo si autoalimenti — magari con una regia nemmeno troppo nascosta — è difficile da scacciare. Perché quando i numeri diventano così grotteschi, o siamo davanti a un fenomeno sociologico interessante o a una farsa ben orchestrata. E qui torna il problema iniziale degli Angine De Poitrine: come mantenere alta l’attenzione quando l’effetto novità svanirà? Perché svanirà, fidatevi! I costumi, le trovate visive, l’estetica studiata al millimetro funzionano finché sorprendono. Poi si trasformano in routine. E allora? Le opzioni sono poche: o si reinventa davvero qualcosa, oppure si alza continuamente la posta nella provocazione. Ma anche lì il terreno è già affollato. Qualunque idea venga in mente — maschere improbabili, animali esotici, nudità più o meno simbolica — ha già una lunga storia alle spalle. L’unico modo per distinguersi davvero sarebbe spingersi oltre il ridicolo, trasformando la performance in qualcosa di volutamente eccessivo, quasi autolesionista. Non sarebbe arte rivoluzionaria. ma almeno smetterebbe di fingere di esserlo.

Nel frattempo, il pubblico più coinvolto continua a reagire come previsto: estasi davanti a ogni dettaglio tecnico, celebrazione di ogni scelta stilistica come se fosse una rivelazione. È un copione noto: entusiasmo crescente, sovraccarico sensoriale, catarsi. Poi silenzio. Sipario. E “Vol. II” resta lì, in mezzo a tutto questo. Un disco solido, ben costruito, perfino interessante a tratti — ma che, da solo, difficilmente giustificherebbe il rumore che lo circonda. Il resto lo fanno il contorno, la narrazione, e soprattutto la disponibilità di qualcuno a crederci fino in fondo. Anche quando non ce n’è davvero motivo.

martedì 14 aprile 2026

Nel vento d'Irlanda da oggi risuona una voce in più


La musica perde una delle sue anime più pure: Moya Brennan, voce iconica dei Clannad e figura fondamentale nella diffusione della musica celtica contemporanea, si è spenta a 73 anni nella sua casa nel Donegal, circondata dall’affetto dei suoi cari. Con lei se ne va non solo un’artista straordinaria ma un’intera sensibilità musicale fatta di spiritualità, natura e tradizione. Soprannominata la “First Lady della musica celtica”, Brennan è stata molto più di una cantante: arpista, compositrice e pioniera, ha contribuito a definire un suono che ha attraversato i confini dell’Irlanda per raggiungere il mondo intero. Con oltre 25 album tra carriera solista e lavori con i Clannad, e milioni di copie vendute, il suo impatto è stato profondo e duraturo.

Nata in una famiglia di musicisti – primogenita di nove figli e sorella della celebre Enya – Moya ha dato vita ai Clannad nel 1970 insieme ai fratelli e agli zii, creando un ponte sonoro tra il folk tradizionale e atmosfere eteree e moderne. Una fusione che ha aperto la strada a intere generazioni di artisti. Ma è impossibile ricordarla senza soffermarsi su quello che resta uno dei momenti più alti e raffinati dell'intera storia del pop: “In a Lifetime”, il superbo duetto con Bono degli U2

 

Quel brano non è soltanto una canzone: è un dialogo sospeso tra cielo e terra, tra intimità e tensione emotiva. La voce di Brennan, eterea e cristallina, si intreccia con quella di Bono in un equilibrio perfetto, creando un’atmosfera che ancora oggi appare irripetibile. Non è un caso che lo stesso Bono abbia definito la sua voce «una delle più grandi che l’orecchio umano abbia mai sentito». “In a Lifetime” rappresenta davvero qualcosa di rarissimo: un incontro artistico capace di trascendere i generi, unendo la profondità della tradizione celtica con la sensibilità pop contemporanea. In un panorama musicale spesso dominato dalla velocità e dalla superficialità, questo brano resta un esempio di eleganza, misura e intensità emotiva. Uno dei duetti più belli e sofisticati mai realizzati.

 

 Nel corso della sua carriera, Brennan ha collaborato con artisti del calibro di Robert Plant, Van Morrison, Shane MacGowan, Paul Young e Mick Jagger, dimostrando una versatilità rara e una capacità unica di adattare il proprio stile senza mai tradire la propria identità. Nel 2023 i Clannad avevano salutato il pubblico con un concerto d’addio a Dublino, chiudendo un percorso iniziato oltre cinquant’anni prima. Un addio già carico di emozione, che oggi assume un significato ancora più profondo. La voce di Moya Brennan non apparteneva solo alla musica: era un paesaggio, un respiro antico, un richiamo alle radici. E continuerà a vivere, ogni volta che qualcuno ascolterà quelle note sospese, ogni volta che “In a Lifetime” tornerà a ricordarci quanto può essere sublime l’incontro tra due voci, due anime, due mondi. Perché certe voci non si spengono mai. Si trasformano in eco. E restano.