La partecipazione dei Country Joe & The Fish a Woodstock è documentata sia nel primo album dal vivo ricavato dal festival sia nel celebre film che ne ha consacrato il mito. Eppure, a voler essere sinceri, l’esibizione della band californiana non fu tra quelle destinate a entrare nella leggenda per qualità musicale. In mezzo a un cartellone che comprendeva giganti come Jefferson Airplane, Sly and the Family Stone, Jimi Hendrix e Joan Baez — quest’ultima capace di affrontare da sola e senza accompagnamento una platea immensa — il set dei Fish apparve piuttosto disordinato.
La spiegazione è semplice: la formazione che salì sul palco era stata assemblata all’ultimo minuto. Accanto a Country Joe McDonald c’erano Mark Kapner alle tastiere, Doug Metzner al basso e Greg Dewey alla batteria, già nei Mad River. Dei membri storici della band non era rimasto praticamente nessuno. Il risultato fu un’esecuzione poco incisiva, e un brano come Rock & Soul Music lasciò più tracce per l’entusiasmo che per la sostanza. Eppure Woodstock regalò a Country Joe un momento destinato a restare nella storia.
Il coro più famoso contro la guerra
A un certo punto McDonald tornò sul palco da solo, con la chitarra. Davanti a centinaia di migliaia di ragazzi, sollevò la voce e lanciò un invito semplice:
“Datemi una F!”
La folla capì immediatamente dove stava andando a parare. Le lettere che seguirono non componevano la parola “fish”. Quello che ne nacque fu uno dei momenti più iconici della cultura rock: l’esecuzione di I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die Rag.
Il brano è una satira feroce sulla Vietnam War. La musica è allegra, quasi da marcetta folk; il testo, invece, è tagliente come una lama. Il ritornello scorre con leggerezza mentre racconta l’assurdità di una guerra mandata avanti da giovani spediti al fronte senza capire davvero perché. Il contrasto tra tono festoso e contenuto tragico è ciò che rende la canzone tanto potente. Ancora oggi, nonostante la perdita inevitabile dei giochi di rime dell’inglese originale, il suo sarcasmo colpisce con la stessa forza. È rimasta una delle canzoni più rappresentative degli anni Sessanta, un decennio che di inni generazionali ne ha prodotti parecchi.
Oltre la canzone simbolo
Eppure la carriera di Country Joe McDonald non dovrebbe essere ridotta a questo singolo episodio. Con i suoi compagni fu tra i pionieri della psichedelia californiana, e i primi lavori della band restano tra i documenti più interessanti della scena di San Francisco.
Tra il 1965 e il 1966, nella vivace atmosfera politica di Berkeley, McDonald e il chitarrista Barry Melton pubblicarono due EP autoprodotti venduti a prezzo quasi simbolico: circa un dollaro. Nonostante i mezzi limitati, quei dischi circolarono molto più di quanto si potesse immaginare per delle autoproduzioni. Il secondo arrivò a vendere circa quindicimila copie prima di essere ritirato in seguito all’accordo con la Vanguard, etichetta che avrebbe poi pubblicato i lavori successivi.
Oggi gli originali di quei vinili sono diventati oggetti da collezione e raggiungono cifre considerevoli. All’epoca, però, erano pensati come semplici strumenti di diffusione musicale e politica. In quei solchi si trovano le prime versioni di brani destinati a diventare fondamentali nel repertorio della band: Superbird, Thing Called Love, Bass Strings e l’ipnotica Section 43, un viaggio sonoro dalle suggestioni orientali che anticipava molte intuizioni della psichedelia. Già allora era chiaro che il gruppo aveva qualcosa di speciale.
Le radici di Country Joe
Quando questi primi dischi videro la luce, Joseph McDonald aveva ventiquattro anni. Il suo nome — Joseph — gli era stato dato dai genitori in omaggio a Joseph Stalin, dettaglio curioso per un artista che sarebbe diventato una delle voci più radicali della controcultura americana.
Ancora più ironico è il fatto che McDonald avesse appena concluso quattro anni di servizio nella marina militare statunitense. Una volta tornato alla vita civile, decise di dedicarsi completamente alla musica.
Da ragazzo aveva assorbito influenze diverse, dal dixieland al rhythm and blues. In un primo momento aveva suonato il trombone in piccoli gruppi jazz, ma ben presto si avvicinò al folk. Il suo primo disco, The Goodbye Blues, registrato insieme al chitarrista Blair Hardman, fu un lavoro quasi domestico: poche copie stampate e distribuite tra amici e parenti.
Nel frattempo McDonald si stava impegnando intensamente nella militanza politica. Dopo aver diretto il giornale underground Et Tu a Los Angeles, si trasferì a Berkeley per frequentare l’università. Lì entrò nel cuore delle prime proteste contro la guerra in Vietnam, in un momento in cui gran parte dell’opinione pubblica — anche progressista — sosteneva ancora la politica del presidente Lyndon B. Johnson.
Un disco nato da un giornale
L’idea che avrebbe dato origine ai Country Joe & The Fish nacque quasi per caso. McDonald stava lavorando a una nuova rivista underground, che voleva chiamare Rag Baby. Non avendo abbastanza materiale per riempirne le pagine, pensò di trasformare il progetto in qualcosa di diverso: un disco da vendere durante le manifestazioni. Fu l’inizio dell’avventura della band.
La prima formazione comprendeva Barry Melton alla chitarra, Bill Steel al basso, Mike Beardslee all’armonica e Carl Shrager alla washboard. Il nome del gruppo era un ironico riferimento alla figura di Mao Zedong, allora molto presente nell’immaginario politico della sinistra radicale. Nel giro di poco tempo il gruppo si evolse. Entrarono l’organista David Cohen, il bassista Bruce Barthol e il batterista Gary “Chicken” Hirsh, formando quella che sarebbe rimasta la line-up classica.
I capolavori del 1967
Con questa formazione arrivarono i due album che definiscono la stagione d’oro dei Fish: "Electric Music for the Mind and Body" e "I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die", entrambi pubblicati su da Vanguard. L’etichetta, fino ad allora più legata alla musica classica e al folk, stava tentando di entrare nel nuovo universo della cultura giovanile americana. La band era ormai molto popolare nella Bay Area grazie a una fitta attività live che li portava dai sit-in politici ai palchi di locali leggendari come Avalon Ballroom e Fillmore West.
"Electric Music for the Mind and Body" rimane uno dei manifesti della psichedelia americana: un disco ricco di invenzioni, dove convivono la leggerezza di Flying High, il garage melodico di Not So Sweet Martha Lorraine, il blues oscuro di Death Sound e l’atmosfera sospesa di Grace, dedicata alla cantante dei Jefferson Airplane. Il seguito consolidò il successo del gruppo, con episodi notevoli come Pat’s Song, Thought Dream ed Eastern Jam.
L’ultima fase prima di Woodstock
Negli anni immediatamente successivi la band pubblicò altri dischi, tra cui "Together" del 1968. Nonostante alcuni momenti interessanti — la liquida Susan o l’esperimento psichedelico An Untitled Protest — il lavoro apparve meno ispirato rispetto ai precedenti. Più convincente risultò invece Here We Are Again del 1969, caratterizzato da un tono quasi circense, vicino al vaudeville, che trovava il suo momento più curioso nella reinterpretazione di My Girl filtrata attraverso lo spirito dei Beatles del cosiddetto “White Album”. Poco dopo sarebbe arrivato Woodstock. E con esso, simbolicamente, la fine di un’epoca in cui la musica sembrava davvero poter cambiare il mondo.