giovedì 23 aprile 2026

Altro che robot: Fabio Celenza smonta l’AI… a colpi di doppiaggio e groove



Se hai mai guardato un video di Fabio Celenza e ti sei chiesto “Ok, ma questa roba è vera o è l’AI che ci prende in giro?”, sappi che non sei solo. Anzi: proprio da questo dubbio collettivo nasce “NON ERA L’AI”, il nuovo tour che riporta Celenza sul palco con un’idea semplice quanto rivoluzionaria — far vedere (e sentire) come funziona davvero la magia. Niente algoritmi senz’anima. Solo cervello, orecchio e una precisione quasi chirurgica.

   

Dopo l’esperienza di Faffiga X-Files, Celenza non cambia pelle, ma mette ordine nel suo universo creativo. Il nuovo spettacolo è una sorta di “dietro le quinte” dal vivo, dove il suo marchio di fabbrica — i doppiaggi labiali surreali di personaggi pubblici — smette di sembrare un meme virale e diventa quello che è sempre stato: materiale musicale puro.

Sì, musicale. Perché qui il punto non è far ridere (anche se succede), ma costruire suono.

Sul palco, infatti, il meccanismo si svela in tutta la sua complessità: voce, immagini e musica si incastrano in tempo reale come un puzzle millimetrico. Ogni pausa, ogni respiro, ogni inflessione diventa ritmo. La parola si trasforma in melodia, e la band — composta da batteria, basso, tastiere e voci — non accompagna, ma partecipa attivamente alla creazione, cucendo arrangiamenti direttamente addosso al flusso vocale. Il risultato? Un’esperienza che sta a metà tra concerto, performance e laboratorio sonoro. Il doppiaggio non è più un “overlay” comico: nasce dentro la musica, la segue, la sfida e a volte la mette anche in difficoltà. Ed è proprio qui che il titolo dello show smette di essere una battuta e diventa quasi una dichiarazione d’intenti. In un’epoca in cui basta premere un tasto per generare contenuti, “NON ERA L’AI” rivendica il valore del tempo reale, dell’errore umano, dell’imperfezione che rende tutto vivo. È artigianato digitale, ma senza scorciatoie.


Dal vivo, questo processo — che nei video sembra immediato e quasi “magico” — viene scomposto e ricostruito davanti agli occhi del pubblico. E improvvisamente capisci che dietro a una risata c’è un lavoro di incastri, ascolto e ritmo che ha molto più a che fare con la musica che con la satira.

Il tour, organizzato da Garone Concerti, attraverserà l’Italia nei prossimi mesi (con qualche possibile incursione europea all’orizzonte), alternando date in solo e in band. Un calendario in aggiornamento che promette di portare questo piccolo esperimento sonoro un po’ ovunque, da festival estivi a rassegne più raccolte.


07mag

Festival Abbabula

Palazzo di Città — Sassari

Biglietti →
30mag

A Nome Loro

Castelvetrano

Free Entry
Giugno
07giu

Mood Summer

Rende

Free Entry
10giu

Testaccio Estate

Roma

Biglietti →
20giu

Korcomics

Corato

Biglietti →
Luglio
25lug

Sant’Anna Social Fest

Casatenovo

Free Entry
Agosto
08ago

Festivalle

Agrigento

Biglietti →
16ago

IILOVE Festival

Vasto

Free Entry
Settembre
19set

Casa delle Arti

Conversano

Biglietti →
26set

Manualetto Festival

Ravenna

Free Entry

In definitiva, Celenza non risponde solo a una domanda (“è fatto con l’AI?”), ma ne ribalta completamente il senso: e se la cosa più sorprendente fosse proprio che non lo è? E forse, in mezzo a tutta questa tecnologia che imita l’umano, vedere qualcuno fare l’opposto - trasformare l’umano in qualcosa di quasi “impossibile” - rappresenta la vera stranezza del momento.

mercoledì 22 aprile 2026

Il Principe per pochi intimi



Il prossimo autunno Francesco De Gregori torna a calcare il palco con un progetto che ha il sapore delle cose preziose e rare. Si chiama “Nevergreen (Perfette sconosciute)” ed è molto più di una semplice serie di concerti: è un invito a perdersi tra le pieghe meno battute del suo repertorio, là dove si nascondono canzoni che il tempo non ha consumato, ma anzi reso ancora più misteriose. Dopo l’esperienza intensa del 2024, che aveva trasformato il Teatro Out Off di Milano in un piccolo rifugio musicale per pochi spettatori alla volta, De Gregori riprende quel filo e lo porta ancora più in profondità. Stavolta il progetto si sdoppia: prima Roma, poi Milano. Due città, due teatri, lo stesso spirito raccolto.

Si parte il 27 ottobre al Teatro Sala Umberto di Roma, con una serie di date che accompagneranno il pubblico fino ai primi di novembre. Poi, dal 25 novembre, il viaggio si sposta nuovamente a Milano, proprio in quel Teatro Out Off che aveva già ospitato la prima incarnazione di questo esperimento.

Il cuore dello spettacolo resta immutato: niente grandi hit in sequenza, niente comfort zone. Al contrario, ogni serata diventa un’esplorazione diversa, con scalette che cambiano continuamente e riportano alla luce brani meno frequentati, piccole gemme che spesso restano ai margini dei concerti tradizionali. È qui che “Nevergreen” trova il suo senso più autentico: dare spazio a ciò che normalmente resta nascosto. Anche l’atmosfera gioca un ruolo fondamentale. La dimensione dei teatri, volutamente contenuta, permette una vicinanza rara tra artista e pubblico. Non c’è distanza, non c’è filtro: solo musica, parole e silenzi condivisi. Ogni concerto diventa così un evento unico, irripetibile, costruito su misura per chi è presente in quella specifica sera.

Accanto a De Gregori, una band affiatata e capace di muoversi con eleganza tra le sfumature di un repertorio così vario: Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso, Primiano Di Biase (anche alla direzione artistica) tra hammond, tastiere e fisarmonica, Carlo Gaudiello al piano, Paolo Giovenchi alle chitarre, Alessandro Valle tra pedal steel e mandolino, e Simone Talone alla batteria. A completare il suono, le voci di Francesca La Colla e Cristina Greco.

Il progetto “Nevergreen” non è nuovo, ma continua a evolversi. Dalla versione portata in scena nel 2024 è nato anche un documentario, diretto da Stefano Pistolini, arrivato fino alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Segno che questo format, così intimo e controcorrente, ha qualcosa di speciale da raccontare anche oltre il palco. Le prevendite per le prime date sono già partite... ma più che un semplice acquisto, qui si tratta di assicurarsi un posto dentro un’esperienza che difficilmente si ripete uguale a sé stessa.

Foto di Daniele Barraco

Per chi conosce già De Gregori, è un’occasione per riascoltarlo da una prospettiva diversa. Per chi lo segue da sempre, forse è il modo più autentico per ritrovarlo.

lunedì 20 aprile 2026

Angine... Pectoris: una malattia a pois


Parlare di “Vol. II” come se fosse semplicemente un disco è già, di per sé, fuorviante. Perché qui la musica sembra quasi un accessorio, un pretesto utile a tenere in piedi un’operazione molto più ampia: costruire un culto. Un disco a sei tracce, poco meno di trentasette minuti, uscito il 3 aprile per Spectacles Bonzaï. Dati che dovrebbero bastare a inquadrare un album ma che, in questo caso, risultano marginali rispetto al resto del teatrino.

La copertina del nuovo disco

E infatti il punto non è cosa suonano gli Angine De Poitrine... ma come riescono a farne parlare. Perché musicalmente il giochino è chiaro: tecnica, intrecci, tempi dispari, microtoni, tutta quella roba che fa brillare gli occhi agli onanisti del prog più devoti. Il problema è che niente di tutto ciò suona davvero nuovo. Anzi, l’impressione è quella di un collage ben confezionato di idee già sentite altrove, rimesse insieme con mestiere e una certa dose di furbizia. Funziona? Sì. Sorprende? Solo se hai saltato a piè pari gli ultimi trent’anni di musica. King CrimsonGastro Del Sol, Battles, Black Midi, June Of 44, Blind Idiot God, Slint, Primus, Don Caballero, Vulfpeck, Nomeansno, Drive Like Jehu, Rush, Horse Lords, i Joan Of Arc, Lettuce, Mars Volta, A Minor Forest, Mouse On The Keys, Mr. Bungle, Rodan, Shellac, Tortoise. Senza dimenticare, su tutti, lo "zio" Frank Zappa.

Ma il vero spettacolo si svolge fuori dai solchi. Lì dove il valore percepito schizza a livelli surreali e la logica evapora. Perché bisogna avere un rapporto piuttosto creativo con la realtà per spendere oltre 1.800 euro per una prima stampa di un disco che, al momento della sua uscita, non interessava praticamente a nessuno. Soprattutto quando esistono alternative — tipo una quinta stampa — che costano meno della metà. E ancora più surreale è vedere aste in cui, con poco più di 700 euro, qualcuno si porta a casa sia una versione del primo album sia una copia del secondo prima ancora che venga pubblicato. Però poi si parla di crisi. Certo.

A questo punto viene naturale chiedersi quanto ci sia di spontaneo in tutto questo. Il sospetto che il meccanismo si autoalimenti — magari con una regia nemmeno troppo nascosta — è difficile da scacciare. Perché quando i numeri diventano così grotteschi, o siamo davanti a un fenomeno sociologico interessante o a una farsa ben orchestrata. E qui torna il problema iniziale degli Angine De Poitrine: come mantenere alta l’attenzione quando l’effetto novità svanirà? Perché svanirà, fidatevi! I costumi, le trovate visive, l’estetica studiata al millimetro funzionano finché sorprendono. Poi si trasformano in routine. E allora? Le opzioni sono poche: o si reinventa davvero qualcosa, oppure si alza continuamente la posta nella provocazione. Ma anche lì il terreno è già affollato. Qualunque idea venga in mente — maschere improbabili, animali esotici, nudità più o meno simbolica — ha già una lunga storia alle spalle. L’unico modo per distinguersi davvero sarebbe spingersi oltre il ridicolo, trasformando la performance in qualcosa di volutamente eccessivo, quasi autolesionista. Non sarebbe arte rivoluzionaria. ma almeno smetterebbe di fingere di esserlo.

Nel frattempo, il pubblico più coinvolto continua a reagire come previsto: estasi davanti a ogni dettaglio tecnico, celebrazione di ogni scelta stilistica come se fosse una rivelazione. È un copione noto: entusiasmo crescente, sovraccarico sensoriale, catarsi. Poi silenzio. Sipario. E “Vol. II” resta lì, in mezzo a tutto questo. Un disco solido, ben costruito, perfino interessante a tratti — ma che, da solo, difficilmente giustificherebbe il rumore che lo circonda. Il resto lo fanno il contorno, la narrazione, e soprattutto la disponibilità di qualcuno a crederci fino in fondo. Anche quando non ce n’è davvero motivo.

martedì 14 aprile 2026

Nel vento d'Irlanda da oggi risuona una voce in più


La musica perde una delle sue anime più pure: Moya Brennan, voce iconica dei Clannad e figura fondamentale nella diffusione della musica celtica contemporanea, si è spenta a 73 anni nella sua casa nel Donegal, circondata dall’affetto dei suoi cari. Con lei se ne va non solo un’artista straordinaria ma un’intera sensibilità musicale fatta di spiritualità, natura e tradizione. Soprannominata la “First Lady della musica celtica”, Brennan è stata molto più di una cantante: arpista, compositrice e pioniera, ha contribuito a definire un suono che ha attraversato i confini dell’Irlanda per raggiungere il mondo intero. Con oltre 25 album tra carriera solista e lavori con i Clannad, e milioni di copie vendute, il suo impatto è stato profondo e duraturo.

Nata in una famiglia di musicisti – primogenita di nove figli e sorella della celebre Enya – Moya ha dato vita ai Clannad nel 1970 insieme ai fratelli e agli zii, creando un ponte sonoro tra il folk tradizionale e atmosfere eteree e moderne. Una fusione che ha aperto la strada a intere generazioni di artisti. Ma è impossibile ricordarla senza soffermarsi su quello che resta uno dei momenti più alti e raffinati dell'intera storia del pop: “In a Lifetime”, il superbo duetto con Bono degli U2

 

Quel brano non è soltanto una canzone: è un dialogo sospeso tra cielo e terra, tra intimità e tensione emotiva. La voce di Brennan, eterea e cristallina, si intreccia con quella di Bono in un equilibrio perfetto, creando un’atmosfera che ancora oggi appare irripetibile. Non è un caso che lo stesso Bono abbia definito la sua voce «una delle più grandi che l’orecchio umano abbia mai sentito». “In a Lifetime” rappresenta davvero qualcosa di rarissimo: un incontro artistico capace di trascendere i generi, unendo la profondità della tradizione celtica con la sensibilità pop contemporanea. In un panorama musicale spesso dominato dalla velocità e dalla superficialità, questo brano resta un esempio di eleganza, misura e intensità emotiva. Uno dei duetti più belli e sofisticati mai realizzati.

 

 Nel corso della sua carriera, Brennan ha collaborato con artisti del calibro di Robert Plant, Van Morrison, Shane MacGowan, Paul Young e Mick Jagger, dimostrando una versatilità rara e una capacità unica di adattare il proprio stile senza mai tradire la propria identità. Nel 2023 i Clannad avevano salutato il pubblico con un concerto d’addio a Dublino, chiudendo un percorso iniziato oltre cinquant’anni prima. Un addio già carico di emozione, che oggi assume un significato ancora più profondo. La voce di Moya Brennan non apparteneva solo alla musica: era un paesaggio, un respiro antico, un richiamo alle radici. E continuerà a vivere, ogni volta che qualcuno ascolterà quelle note sospese, ogni volta che “In a Lifetime” tornerà a ricordarci quanto può essere sublime l’incontro tra due voci, due anime, due mondi. Perché certe voci non si spengono mai. Si trasformano in eco. E restano.

Fatto di ferro: Il suono ostinato della resistenza




Ci sono libri che si leggono e libri che si attraversano. Fatto di ferro - uscito da qualche giorno su Amazon - appartiene senza esitazione alla seconda categoria: non è solo un memoir ma un’esperienza che scava, gratta e lascia traccia. Tutto comincia con un gesto semplice e quasi simbolico: un vecchio juke-box che torna a vivere. Ma la musica, qui, non è inutile nostalgia decorativa. È un vero e proprio detonatore! Ogni brano rappresenta una crepa nel presente, un varco che spalanca il passato e rimette in moto una vita intera, come una ruota che non ha mai smesso davvero di girare.

L'autore Bernardo Draghetti, stimato commercialista con un passato musicale alla corte di Bibi Ballandi e un presente anche come triatleta Ironmancostruisce la sua autobiografia senza cercare nessuna indulgenza. L’infanzia nei campi di Metanopoli, le prime ribellioni scolastiche, le amicizie ruvide nate sull’asfalto, gli amori che segnano più di quanto consolino: ogni episodio è raccontato con una sincerità disarmante. Non c’è compiacimento né autocommiserazione. Solo il tentativo ostinato di dare ordine alle proprie cicatrici. La scrittura è cruda ma mai pesante, attraversata da un’ironia sottile che funziona come una bussola emotiva. È proprio questa ironia a rendere digeribile ciò che, altrimenti, sarebbe solo dolore sedimentato. Draghetti non addolcisce la realtà: la attraversa, invitando il lettore a fare lo stesso.

La prefazione del campione di ciclismo Fabio Aru aggiunge una chiave di lettura interessante: la disciplina, la fatica, la resistenza come elementi fondanti non solo dello sport, ma della costruzione di sé. Non è un’introduzione formale, ma un ponte coerente con il cuore del libro. A chiudere il cerchio, la postfazione e le schede musicali del sottoscritto che cercano di ampliare l’esperienza, trasformando la colonna sonora evocata nel testo in una guida concreta, quasi un’estensione sensoriale del racconto, attraverso specifici QR Code da attivare con lo smartphone.

Uno degli aspetti più riusciti è l’ambientazione: tra i Navigli e la provincia, emerge un’Italia viva, in trasformazione, lontana dalle cartoline e più vicina alle crepe reali del quotidiano. È un affresco che non idealizza ma che osserva. Il tema centrale resta però la resistenza. Non quella eroica e celebrata... quella silenziosa e quotidiana, che ci pone un quesito preciso: quanto bisogna restare saldi per diventare, finalmente, liberi? Fatto di ferro non offre risposte facili ma pone la domanda con una forza che resta addosso. Pubblicato dalla neonata Ealixir Editions, questo libro è un testo potente sull’identità e sul tempo ma, su tutto, è una testimonianza sincera. Non chiede di essere giudicato, chiede di essere vissuto. E alla fine, proprio come una canzone che non riesci a toglierti dalla testa, continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina.

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lunedì 13 aprile 2026

Dalla parte degli animali



Nel rock, si sa, l’immaginario visivo e simbolico ha sempre giocato un ruolo potentissimo — e ogni tanto, tra chitarre distorte e copertine iconiche, fanno capolino anche gli animali. Il maiale volante dei Pink Floyd in Animals, la celebre mucca di Atom Heart Mother, ma anche cani, serpenti e uccelli che popolano testi, nomi di band e storie personali degli artisti. Non è un caso: come raccontano Antonio Bacciocchi e Ezio Guaitamacchi nel libro Crocodile Rock, il legame tra musica e mondo animale è profondissimo, tanto che — in un certo senso — la musica stessa nasce dall’imitazione dei suoni della natura e degli animali. Dalle rockstar con i loro animali domestici fino agli artisti impegnati nelle battaglie ambientaliste, il rapporto è continuo, fertile e sorprendentemente attuale. Ed è proprio da questa consapevolezza che oggi prende forma anche un impegno concreto.

Un nuovo volto per “Rispetto per Tutti gli Animali”

Si allarga la squadra di testimonial di “Rispetto per Tutti gli Animali”: dopo l’irriverente scrittore e giornalista Simone Di Matteo, l’associazione sceglie di affiancargli una figura diversa ma perfettamente in linea con i valori promossi. A entrare nel progetto è Andrea Candeo, agronomo comasco da sempre attento alla salvaguardia di fauna, flora ed ecosistemi, oltre che modello e attore premiato ad Alassio con il titolo di “Il più bello d’Italia”. Una scelta voluta dal presidente Giancarlo De Salvo, che ha deciso di puntare su un profilo giovane, credibile e capace di parlare un linguaggio diretto. Candeo sarà protagonista di tre campagne inedite, con scatti realizzati da Lara Bartesaghi per Modo Agency.

Un’associazione in crescita, con una missione precisa

Fondata nel 2016, “Rispetto per Tutti gli Animali” è una realtà no-profit che oggi conta oltre due milioni di utenti registrati e porta avanti un obiettivo chiaro: eliminare ogni forma di violenza sugli animali. Il suo approccio è indipendente da orientamenti politici e si concentra su ambiti concreti:

  • tutela degli animali e degli ecosistemi
  • contrasto a caccia e bracconaggio
  • salvaguardia della biodiversità
  • educazione ambientale

Un lavoro che si inserisce perfettamente in quel filone culturale — ben raccontato anche in Crocodile Rock — che vede sempre più artisti e personalità pubbliche esporsi in difesa degli animali e dell’ambiente.

Perché proprio Andrea Candeo

«Ho riconosciuto in Candeo una sensibilità autentica e una forte capacità comunicativa», ha spiegato De Salvo. «Il suo entusiasmo e la sua visione consapevole lo rendono, insieme a Di Matteo, un testimonial ideale, soprattutto per sensibilizzare i più giovani». Un passaggio generazionale importante, che punta a rendere il messaggio più contemporaneo e incisivo. Dal canto suo, Candeo sottolinea il valore etico della scelta: «La vera bellezza risiede nel rispetto, nella consapevolezza e nella capacità di proteggere chi non ha voce. Gli animali meritano dignità, tutela e amore».


Dalla cultura alla responsabilità

Se nel rock gli animali sono stati per decenni simboli, metafore o provocazioni visive, oggi diventano sempre più spesso il centro di una riflessione concreta e urgente. Dalle copertine iconiche alle campagne di sensibilizzazione, il passo non è poi così lungo. Oggi, grazie anche a volti come quello di Andrea Candeo, quel legame si trasforma in qualcosa di ancora più importante: una responsabilità condivisa verso tutte le forme di vita.

martedì 7 aprile 2026

La verità al tempo degli algoritmi: Enea Angelo Trevisan presenta "L’industria delle bugie"



Nel cuore finanziario di Milano, tra le sale di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa Italiana, va in scena un appuntamento che promette di interrogare uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la verità nell’era digitale. Mercoledì 8 aprile alle ore 17:00, Enea Angelo Trevisan presenta il suo nuovo libro, L’industria delle bugie, un’opera che affonda nel cuore del sistema informativo contemporaneo. Edito da Ealixir Editions e arricchito dalla prefazione dell'ex magistrato Luca Palamara, il volume - disponibile anche in lingua spagnola - sarà al centro di un incontro che vedrà la partecipazione anche di Alessandro Sallusti, offrendo così un confronto a più voci sul potere – e i rischi – dell’informazione digitale.


Dentro la fabbrica delle notizie

Nel suo nuovo lavoro, Trevisan descrive Internet non più come semplice strumento, ma come vero e proprio ecosistema in cui si formano opinioni, si costruiscono reputazioni e, con la medesima rapidità, si possono distruggere. Un ambiente virtuale dove la velocità domina su tutto: le notizie si rincorrono senza sosta, creando una sovrapposizione continua tra fatti verificati e contenuti manipolati. Il punto critico, sottolinea l’autore, è che spesso il falso non solo circola più velocemente, ma riesce anche a imporsi sul vero. Il motivo? Fa più rumore, cattura più attenzione, si adatta meglio alle logiche degli algoritmi.

Una bussola per orientarsi nel caos

L’industria delle bugie nasce da un’urgenza concreta, più che da un intento teorico. Il libro si propone come guida pratica per decifrare i meccanismi della comunicazione digitale: dai funzionamenti dei social network ai centri di potere che influenzano la diffusione delle informazioni, fino agli interessi nascosti dietro trend e contenuti virali. L’obiettivo è chiaro: fornire strumenti per difendere la propria identità e la propria reputazione online, sempre più esposte e vulnerabili.

Google, le hit virali e il parallelismo con la musica

Il tema della verità online non può prescindere dal ruolo dei grandi motori di ricerca come Google, veri direttori d’orchestra del traffico informativo globale. Come nelle classifiche musicali, anche qui vincono visibilità e rapidità: ciò che emerge non è sempre ciò che è più accurato, ma quello che riesce a diventare “virale”. Il parallelismo con la musica è tutt’altro che casuale. Una canzone diventa una hit non necessariamente per la sua qualità intrinseca, ma per la sua capacità di diffondersi, essere condivisa, entrare nella testa delle persone. Allo stesso modo, una notizia – vera o falsa – può scalare le “classifiche” del web grazie a titoli accattivanti, emozioni forti e dinamiche di condivisione automatica. In questo senso, le fake news funzionano come i tormentoni estivi: si propagano rapidamente, si ripetono fino a sembrare familiari e, proprio per questo, credibili. La differenza è che, mentre una canzone può essere innocua, una notizia falsa può influenzare opinioni, decisioni e perfino il destino di individui e istituzioni.

Costruire consapevolezza

Nel “regno confuso” della Rete, dove il confine tra realtà e costruzione è sempre più sfumato, il libro di Trevisan si propone come una mappa personale per orientarsi. Non una verità assoluta, ma uno strumento per riconoscere le distorsioni e recuperare uno sguardo critico. L’appuntamento milanese si configura così non solo come una presentazione editoriale, ma come un momento di riflessione collettiva su quella che l’autore definisce la più grande fabbrica di menzogne mai costruita. Un sistema che, oggi più che mai, richiede attenzione, consapevolezza e – forse – un nuovo modo di ascoltare, non solo le notizie, ma anche il “suono” della verità.

Tra musica e macerie: il grido di Pippo Pollina per la Palestina



Nel panorama della canzone d’autore impegnata torna a farsi sentire la voce intensa e inconfondibile del siciliano Pippo Pollina, che pubblica il video ufficiale di “Free Palestina”, uno dei brani più significativi del suo nuovo progetto discografico “Fra guerra e pace”.

Il video, diretto da Enzo De Giorgi e prodotto da Rambaldo degli Azzoni Avogadro, è un cortometraggio dal forte impatto visivo ed emotivo. Le immagini alternano l’esibizione in studio del cantautore siciliano a sequenze che raccontano la devastazione della guerra in Palestina: esplosioni, macerie e volti segnati dalla disperazione. Ma il racconto non si ferma al dolore. Progressivamente, la narrazione visiva si apre a scene di mobilitazioni globali e simboli di rinascita, come un fiore che sboccia tra le rovine, restituendo il senso profondo del brano: la speranza, nonostante tutto. Un elemento distintivo del video è l’uso dell’intelligenza artificiale, impiegata per rielaborare e trasformare immagini già esistenti in rete, dando vita a un linguaggio visivo contemporaneo che amplifica il messaggio della canzone.

Con “Free Palestina”, Pollina non si limita a raccontare: prende posizione. Le sue parole sono un invito a rifiutare ogni logica di violenza e contrapposizione sterile, sottolineando come la guerra sia sempre lontana dai desideri reali delle persone. È una riflessione lucida e poetica che si inserisce perfettamente nel concept dell’album “Fra guerra e pace”, un lavoro che si muove tra denuncia, memoria e tensione verso un futuro diverso. Il disco si presenta infatti come una vera e propria dichiarazione artistica e politica: attraverso una scrittura profonda e una musica ricca di influenze, l’artista porta l’ascoltatore oltre i titoli dei giornali, dentro le storie umane che si nascondono dietro i conflitti. Dolore, amore e speranza convivono in un equilibrio delicato, rendendo l’album un’opera coerente e intensa.

Disponibile esclusivamente in formato fisico (CD e vinile), “Fra guerra e pace” conferma ancora una volta la coerenza e la profondità del percorso artistico di Pollina. Cantautore siciliano con una carriera internazionale consolidata, ha costruito negli anni un linguaggio musicale capace di attraversare confini geografici e culturali, mantenendo sempre al centro l’urgenza del racconto e l’impegno civile.


Con oltre quarant’anni di attività, migliaia di concerti e collaborazioni prestigiose — tra cui Franco Battiato, Georges Moustaki e Konstantin Wecker — Pippo Pollina si conferma una delle voci più autorevoli della musica d’autore europea. E con questo nuovo lavoro, ribadisce che la musica può ancora essere uno strumento potente per interrogare il presente e immaginare un futuro diverso.