lunedì 2 febbraio 2026

Quando Ozzy Osbourne si innamorò di So: la storia meno metal degli anni Ottanta



Se qualcuno avesse scommesso, a metà anni Ottanta, che il Principe delle Tenebre passava le sue giornate ascoltando in loop Peter Gabriel, probabilmente sarebbe stato accompagnato con gentilezza all’uscita più vicina. E invece. A raccontarlo non è una leggenda metropolitana né l’ennesima storia gonfiata dal mito, ma Louis Osbourne, figlio di Ozzy, durante una puntata del podcast Trying Not To Die condotto dal fratello Jack. Un racconto che, più che sorprendere, ribalta definitivamente l’immagine monolitica del metal come mondo impermeabile a tutto il resto.

Secondo Louis, nel periodo dell’uscita di So, Ozzy Osbourne sviluppò una vera e propria ossessione per il disco di Peter Gabriel. Non un ascolto distratto, non una fase passeggera: una dedizione totale, quasi militante.

«Papà era completamente preso dalla produzione di So. Lo ascoltavamo di continuo. Era impazzito per quell’album. Di solito in casa giravano sempre Beatles, Beatles, Beatles… ma So era uno di quei dischi che tornavano sempre sul piatto.»

Un’anomalia apparente, che però trova una conferma definitiva nelle parole scritte dallo stesso Ozzy nella sua autobiografia Last Rites, pubblicata poche settimane dopo la sua morte, avvenuta il 22 luglio 2025. Ed è lì che il quadro diventa chiarissimo: non si trattava di semplice ammirazione, ma di una vera e propria infatuazione sonora. Ozzy non usa giri di parole: So è un album senza punti deboli. “In Your Eyes”, “Red Rain”, “Mercy Street”: canzoni che, secondo lui, suonano oggi fresche esattamente come allora. E soprattutto, canzoni che per un anno intero accompagnarono ogni momento della sua vita fuori dal palco.

Tour bus, hotel, stereo portatile a bordo piscina: Peter Gabriel ovunque, sempre, a volume rigorosamente eccessivo. L’unica pausa concessa era durante i concerti. Per il resto, Ozzy cantava a squarciagola qualsiasi brano gli capitasse in testa. Il risultato? Una conseguenza inevitabile: la sua guardia del corpo fu costretta a prendersi una pausa per quella che Ozzy stesso definì, con affetto, una “disintossicazione da Peter Gabriel”. Non da alcol, non da droghe: dal disco So.

Poi, come in ogni grande storia rock che si rispetti, arriva il momento dell’assurdo. L’incontro casuale. Il destino che decide di fare il suo numero migliore. Siamo a Midtown Manhattan, in un hotel qualunque, durante un tour. Ozzy entra in ascensore, preme il pulsante del piano terra, tutto procede normalmente. Poi l’ascensore si ferma al mezzanino. Le porte si aprono. Entra un uomo. È Peter Gabriel. La reazione di Ozzy è esattamente questa: incredulità, entusiasmo, devozione totale. Gli dice quanto ami l’album, quanto lo consideri un capolavoro, quanto il solo vederlo di persona gli faccia venire voglia di riascoltarlo altre mille volte. Gabriel, racconta Ozzy, è gentile, disponibile, perfettamente inglese nella sua compostezza. A quel punto Ozzy gli fa una domanda fondamentale: quanto tempo ci è voluto per realizzare So? Risposta: almeno tre mesi. Ozzy riflette. Tre mesi. E arriva alla sua conclusione definitiva: se avesse provato a fare un disco in quel modo, ci avrebbe messo trent’anni!

So, quinto album solista di Peter Gabriel, uscì il 19 maggio 1986 e diventò il suo disco di maggior successo commerciale dopo l’esperienza con i Genesis. Ma, a quanto pare, è stato anche qualcosa di più: il raro esempio di un album capace di conquistare uno dei personaggi più lontani dal suo universo estetico. E forse è proprio questo il punto. La vera grandezza di certi dischi non sta nel genere a cui appartengono, ma nella loro capacità di insinuarsi ovunque. 

So here I am once more...


Ancora qualche settimana e sarò nuovamente a Sanremo. Stesso badge al collo da strisciare all'ingresso del roof garden, stesso sorriso tirato di chi sa già come andrà a finire. Sanremo 2026: l’edizione in cui, mi dicono, “torna la musica”. Una frase che suona come l’avvistamento del mostro di Loch Ness: tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto davvero. La gara inizia ufficialmente il 24 di questo mese... ma io, come molti colleghi, ho già cominciato a criticare i brani dopo il preascolto riservato agli addetti ai lavori.

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Torno puntualmente sul luogo del delitto per dovere professionale, che è una forma elegante per dire... masochismo (mal) retribuito. Giornalista e conduttore radio di qualità — così mi definisco per ricordarmi chi ero prima di questa settimana — sarò in riviera cercando di capire dove sia finita la canzone italiana mentre tutti applaudiranno il suo ologramma.

Sul palco, conme di consueto, mi aspetto i soliti tre minuti di nulla cosmico confezionato benissimo: testi che sembrano scritti da un algoritmo depresso, melodie che si assomigliano come cugini a un pranzo di Natale e arrangiamenti pensati per non disturbare nessuno, soprattutto il silenzio interiore. Ogni tanto qualcuno parlerà di “anima”, parola abusata come il termine “esperienza” nei menù dei bistrot. Io prenderò appunti con l’ostinazione dell’archeologo: magari sotto qualche ritornello trap-pop-sentimentale scoverò un frammento di bellezza, una scheggia di senso, una prova di vita intelligente. 

Eppure ogni anno sono ostinatamente, cocciutamente presente in sala stampa, tra un caffè bruciacchiato e un collega che mi dice “però il pezzo cresce”, come se la crescita fosse un valore in sé e non il sintomo di un tumore musicale. Presente perché, ogni tanto, raramente, quasi per sbaglio, qualcosa succede: una nota fuori moda, una parola non allineata, un essere umano che canta senza chiedere scusa. In quei momenti mi ricordo perché faccio questo mestiere. Subito dopo parte l’ennesimo obbrobrio dell’attuale canzonetta italiana e il ricordo svanisce. Ma qualcuno dovrà pur testimoniare questo scempio...

Quando il rock ti entra nelle ossa (letteralmente)


Una radiografia che ha imparato a cantare. Trasparente, fragile, illegale per natura. La luce gli passa attraverso come faceva la censura, eppure il suono resta, inciso sulle ossa di qualcun altro e ora pronto a vibrare nelle tue. Impossibile non pensare a Eugenio Finardi con la sua Musica ribelle che non chiede permesso, che ti entra nella pelle e non se ne va più, che non si ascolta soltanto ma si prende il corpo intero. Sovversivi per necessità, poetici per urgenza. Dischi fatti di scarti e di coraggio, di lastre mediche strappate al silenzio e trasformate in veicoli clandestini di rock, jazz, voci proibite. Ogni solco è una ferita che diventa ritmo, ogni crepa una dichiarazione di libertà. Promettono scosse, ricordandoti che la musica, quando è davvero viva, non sta mai ferma: circola, contagia, si infiltra. E soprattutto... non chiede il permesso di esistere. C’è un momento, leggendo il libro RËBRA – Musica sulle costole (Vololibero), in cui ti rendi conto che questa non è “solo” una storia di musica proibita, ma un racconto su quanto lontano può spingersi il desiderio di ascoltare una canzone. L'autrice Cristina Giuntini prende uno degli episodi più incredibili della storia culturale del Novecento e lo trasforma in uno scritto che vibra come un disco inciso male, ma carico di elettricità emotiva.  

Siamo nell’Unione Sovietica del dopoguerra, quando jazz, rock’n’roll e canzoni occidentali erano considerati virus ideologici. Elvis, Bill Haley, ma anche artisti russi non allineati, diventano materiale pericoloso. Il risultato? Un’operazione di ingegneria clandestina che oggi sembra fantascienza punk: incidere musica su vecchie lastre radiografiche recuperate dagli ospedali. Bacini, toraci, femori: la musica passava letteralmente attraverso le ossa. Non a caso quei dischi vennero chiamati rëbra, “costole”.


L'autrice descrive questo mondo sotterraneo con un approccio che mescola saggio storico, narrazione e gusto per il dettaglio umano. Non si limita a spiegare come funzionava il fenomeno dei cosiddetti “bone records” (ben documentato anche da fonti storiche e archivi occidentali), ma si concentra soprattutto sul perché. Perché rischiare il carcere, l’esilio o il gulag per un 78 giri inciso male? Perché la musica, qui, non è intrattenimento: è ossigeno, identità, disobbedienza.

Uno dei punti di forza del libro è il modo in cui la scena musicale clandestina viene intrecciata con quella sociale. Gli stilyagi — giovani vistosi, colorati, innamorati del jazz e della moda americana — emergono come figure quasi mitologiche, eroi pop ante litteram che trasformano una cravatta sgargiante o un passo di boogie-woogie in un atto politico. In questo senso RËBRA è anche un libro sulla moda, sul corpo, sullo stile come forma di resistenza. La scrittura risulta accessibile ma mai banale. Quando il racconto si avvicina al romanzo — tra traffici segreti, tecnici improvvisati, collezionisti ossessivi e vite spezzate — lo fa senza tradire la base storica. Anzi, quel confine sfumato tra realtà documentata e ricostruzione narrativa rende la lettura più viva, quasi cinematografica. Si avverte distintamente il lavoro di ricerca, ma anche l’amore viscerale dell’autrice per la musica come linguaggio universale.

Interessante anche il modo in cui viene raccontata la fine di questa stagione: l’arrivo dei registratori a nastro rende obsolete le incisioni su radiografia, senza però cancellare il loro valore simbolico. Le rëbra restano come reliquie di un’epoca in cui ogni ascolto era una scelta morale, ogni disco un piccolo atto rivoluzionario.

La prefazione di Antonio Bacciocchi incornicia bene il progetto, inserendolo in una tradizione di studi e narrazioni che guardano alla musica popolare come forza storica e politica. E sapere che questo è il libro d’esordio di Cristina Giuntini — musicologa in formazione, poliglotta, appassionata di Eurovision, Sanremo e teatro — aggiunge un ulteriore livello di curiosità: RËBRA sembra il punto d’incontro naturale di competenze diverse, tenute insieme da una passione autentica. In definitiva, RËBRA – Musica sulle costole è un libro che parla a chi ama la musica, ma soprattutto a chi crede che ascoltare non sia mai un gesto neutro. Dopo averlo letto, difficilmente guarderete una radiografia allo stesso modo. E forse... nemmeno un disco.

mercoledì 28 gennaio 2026

Sanremo, manuale d’istruzioni per l’ansia: Levante e quella voglia matta di saltare le cover



Un disco in arrivo, un tour nei club, una serie TV in prima serata e una dichiarazione destinata a far discutere: Levante si avvicina a Sanremo con entusiasmo, lucidità e una sana allergia ai riti obbligatori del Festival. Quando arriva la telefonata del festival, racconta lei, l’euforia dura pochissimo. Subito scatta il pensiero fisso: la serata delle cover. «Se devo essere sincera, io la abolirei», dice senza girarci intorno, ridendo ma neanche troppo. «Non so gli altri, ma quando ti dicono che sei a Sanremo sei felicissimo. Poi, la seconda cosa che pensi è: “ok… e adesso la cover”». Un momento amatissimo dal pubblico, certo, ma spesso vissuto come una prova supplementare da chi sul palco deve salirci. 

La terza volta in riviera

Levante è la prima tra le protagoniste di Sanremo 2026 a incontrare la stampa e a raccontare cosa ruota attorno alla sua partecipazione al Festival. In gara porterà Sei tu, ma quello è solo il punto visibile di un percorso cominciato da tempo, fatto di singoli già pubblicati e di un album che prenderà forma nei prossimi mesi: Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, atteso nel corso del 2026. «Probabilmente avevo anche detto che non ci sarei più tornata», ammette, ripensando alle sue precedenti esperienze sanremesi del 2020 e del 2023. Questa volta però il punto non è il “perché”, ma il “come”. Sei tu rappresenta un cambio di prospettiva netto rispetto al passato: «Non l’ho scelta tanto per il tema, quanto per il vestito. È una canzone nuda, carnale, che arriva in punta di piedi. Protagoniste sono la voce e l’orchestra. A Sanremo ho sempre portato energia, movimento, forza. Questa parte più fragile, sospesa, nei miei dischi c’è sempre stata, ma sul palco dell’Ariston non l’avevo mai mostrata».

Album nuovo, strategia nuova

La conferenza stampa pre-Sanremo segue rituali ormai rodati, ma Levante li attraversa con uno sguardo più ampio, parlando del proprio percorso prima ancora che della gara. Anche per il nuovo disco ha scelto una strada diversa: «Ho voluto far uscire molti singoli prima, perché avevo voglia che le canzoni respirassero. Quando esce un album oggi si consuma tutto in un attimo, e a me dispiace: dietro c’è un lavoro lungo». Negli ultimi mesi sono arrivati brani come Maimai, Niente da dire, Dell’amore il fallimento e Sono blu, tasselli di un progetto che, a livello sonoro, guarda in più direzioni: «Ci sono tante chitarre elettriche, una produzione importante ma sempre coerente con il mio gusto. Restano i synth e i groove che mi appartengono, però c’è anche un mondo più suonato, con suggestioni anni ’70 e ’80 che prima non avevo esplorato così a fondo». Un disco volutamente eterogeneo: «Non ho paura di mostrare gusti diversi. Sono blu è l’opposto di Sei tu, e va bene così».

Una canzone che parte dalla pelle

Sei tu è un brano che parla più di sensazioni che di dichiarazioni: «Racconta un corpo innamorato, travolto da quello che l’amore fa succedere dentro. Ho usato la parola “pelle” perché è più evocativa: quello che senti sotto la pelle non si vede, ma ti muove, ti sconvolge. È talmente forte che quasi non riesci a dirlo ad alta voce, forse anche per paura di non essere abbastanza». Coerente anche la produzione: niente cori, niente raddoppi, solo la voce e l’orchestra. «È davvero un’esperienza nuova per me a Sanremo».

Il dilemma delle cover (e dei duetti)

Ed è qui che arriva la frase destinata a rimbalzare sui titoli. Alla classica domanda sulla serata delle cover, Levante risponde senza filtri: «Io la toglierei proprio». L’elenco dei possibili omaggi è ancora in costruzione, ma qualche desiderio lo confessa: Alanis Morissette, magari con Ironic o You Oughta Know. E, sognando in grande, Paul McCartney. Nel frattempo si è confrontata con Carmen Consoli, definita affettuosamente “sorella maggiore siciliana”, che in quel periodo sarà in tour e le ha regalato qualche consiglio. I duetti, in generale, non sono mai stati una priorità per Levante: «Nel disco nuovo non c’è nessuno. Non ne sento l’esigenza. In sei album avrò fatto due o tre collaborazioni, non di più».

Tra palco, set e tour

Sanremo, però, è solo una parte del quadro. A febbraio arriverà anche il debutto televisivo da attrice nella miniserie di Rai 1 L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro, in onda il 3 e 4 febbraio. Dopo una breve apparizione in Romantiche, questo segna il primo vero ruolo, fortemente voluto dal produttore Pietro Valsecchi. E poi c’è la musica dal vivo. Il Dell’amore – Club Tour 2026 partirà il 29 aprile da Padova e, per ora, si chiuderà il 19 maggio all’Alcatraz di Milano, a pochi passi dal luogo in cui ha incontrato noi giornalisti. Sanremo deve ancora iniziare ma il suo effetto domino è già evidente. Tra canzoni, polemiche, sogni e dichiarazioni controcorrente, il circo festivaliero è ufficialmente aperto. E Levante, anche questa volta, ha già trovato il modo di entrarci di lato.

giovedì 22 gennaio 2026

Il sorprendente biopic su Franco Battiato, fra rispetto e verità

"E un giorno capiremo tutto": è la scritta che campeggia sulla t-shirt regalatami all'entrata dell'anteprima milanese de Il lungo viaggio, biopic diretto da Renato De Maria, il primo film dedicato alla figura del musicista catanese. Una frase che ben esprime il suo percorso spirituale, per una pellicola che arriverà nelle sale cinematografiche con Nexo Studios solo il 2, 3 e 4 febbraio e successivamente su Rai 1 e Rai Play, in data al momento non ancora comunicata.

 

Il lungo viaggio è uno di quei film che, già dal titolo, sembrano portare con sé una promessa impegnativa. Raccontare la figura di Franco Battiato, musicista catanese di statura internazionale, significa confrontarsi con un artista complesso, stratificato, spesso inafferrabile. Per questo il mio approccio iniziale, da spettatore e da giornalista, è stato inevitabilmente segnato da una moderata diffidenza, mescolata però a una sincera curiosità. La diffidenza nasceva dal timore di un’operazione celebrativa o semplificata, incapace di restituire la profondità spirituale, intellettuale e umana di Battiato; la curiosità, invece, era alimentata dall’importanza dell’argomento e dalla consapevolezza che raccontare Battiato significa raccontare una parte fondamentale della cultura musicale italiana.

Dubbi che, fortunatamente, vengono fugati già nei primi minuti di visione. Il lungo viaggio si rivela infatti un prodotto eccellente, ben scritto e costruito con intelligenza, capace di evitare le trappole più comuni del biopic. Il film non cerca di “spiegare” Battiato, né di ingabbiarlo in una narrazione lineare e didascalica; al contrario, ne segue il percorso umano e artistico con rispetto e misura, lasciando spazio alle contraddizioni, alle inquietudini, alle continue trasformazioni che hanno caratterizzato la sua vita e la sua musica. Nel film c'è gran parte del suo mondo: la Sicilia, la potenza dell'Etna, il fascino ammaliatore del mare, la Milano di Gianni Sassi, la sperimentazione dei primi album, le logiche del mondo discografico, il suono del dialetto, gli incontri con Giuni Russo, Juri Camisasca e Giusto Pio, perfino i profumi delle arancini o arancine, a seconda che si gustino a Catania o a Palermo. E per un siciliano adottivo come me (mia moglie è originaria della splendida Cefalù) non è certo cosa da poco.

Fondamentale poi risulta l’interpretazione di Dario Aita, semplicemente perfetta. Aita non imita Battiato, non ne costruisce una caricatura, ma ne restituisce l’essenza attraverso gesti minimi, sguardi, silenzi. E permettendosi pure il lusso di cantarlo, in alcune cover convincenti. Il suo Franco è credibile, intenso, mai sopra le righe, capace di trasmettere quella tensione costante verso la ricerca, il senso del viaggio – interiore prima ancora che geografico – che ha segnato tutta l’opera del musicista catanese. Una figura oggi più che mai necessaria: laddove violenza, volgarità e sopraffazione sono diventati il refrain quotidiano... Battiato rappresenta un modello di grande densità ispirativa.


Dario Aita (foto di Lorenzo Silano)

Dario Aita (foto di Azzurra Primavera)

Il lungo viaggio è dunque un film che riesce nell’impresa più difficile: avvicinarsi a una figura monumentale senza schiacciarla sotto il peso dell’agiografia. Ne esce il ritratto di un artista libero, inquieto, profondamente umano, insieme ad un cinema  italiano che, quando è fatto con cura e rispetto, sa ancora emozionare e convincere anche gli spettatori più diffidenti.

Mezzo secolo contro ogni definizione tra punk, goth e psichedelia: The Damned



Cinquant’anni senza mai fermarsi, senza mai scegliere una forma definitiva. I Damned non sono mai stati un monumento da conservare sotto vetro, ma un organismo vivo, spesso caotico, sempre in movimento. Lo racconta bene Captain Sensible quando, in una recente intervista al Guardian, ricorda cosa significasse per lui il punk: «Era un modo per creare qualcosa di mio. Pulivo i bagni e, cinque minuti dopo, distruggevo una chitarra su un palco. Il punk mi ha salvato». In quella frase c’è tutta la filosofia della band: il rifiuto delle etichette, la libertà come unico principio, la musica come atto di sopravvivenza.

Nel 2025 i Damned festeggiano mezzo secolo di attività e lo fanno tornando al presente con Not Like Everybody Else, album di cover in uscita il 23 gennaio. Un disco che non è semplice esercizio di stile, ma un gesto affettivo e necessario: un omaggio a Brian James, chitarrista fondatore e figura cardine della band, scomparso il 6 marzo 2025.

Un disco nato di slancio, come agli esordi

Not Like Everybody Else prende forma in modo diretto e istintivo, registrato in appena cinque giorni ai Revolver Studios di Los Angeles. In studio si ritrova la formazione storica allargata: Dave Vanian alla voce, Captain Sensible alla chitarra, Rat Scabies alla batteria, Paul Gray al basso, con Monty Oxymoron alle tastiere. Un evento non banale, perché il disco segna anche il ritorno in studio di Rat Scabies dopo quarant’anni di assenza dai lavori della band.

L’album è dedicato a Brian James e raccoglie brani che, come racconta Sensible a Punknews, appartenevano alla sua educazione musicale: «Sono le canzoni che lo fecero innamorare della musica, quando da ragazzo risparmiava la paghetta per comprare i singoli». Parte della selezione era nota ai membri della band, altre scelte sono arrivate dalla moglie di James, Minna, includendo anche qualche sorpresa.

Lo spirito delle sessioni richiama quello degli esordi: niente registrazioni a distanza, niente sovrastrutture tecnologiche. «Siamo stati tutti nella stessa stanza, circondati da strumenti vintage, affrontando un brano dopo l’altro», racconta Sensible. «Cinque giorni sembravano pochi, non avevamo mai suonato molti di quei pezzi, ma l’energia era quella giusta. Credo che nel disco si sentano l’entusiasmo e il divertimento di quei momenti».

Le radici musicali dei Damned

Il disco funziona come una mappa sentimentale delle influenze che hanno formato l’identità dei Damned. Ci sono i Kinks, gli Stones, gli Stooges, i Pink Floyd dell’era Barrett, ma anche perle garage come i Creation e i Lollipop Shoppe. «L’unico vero punto d’incontro tra noi», ha spiegato Sensible al Guardian, «sono le garage band degli anni Sessanta: poca tecnica, tantissima passione, un suono irripetibile».

Dietro questa scelta c’è anche una reazione a un’epoca musicale che, a metà anni Settanta, sembrava aver perso contatto con l’urgenza. Sensible non ha mai nascosto il suo fastidio per il prog autoreferenziale e per un glam ormai svuotato: «Mentre il mainstream si perdeva in assoli infiniti e testi assurdi, c’erano band straordinarie che suonavano nei pub: Groundhogs, Stray, Pink Fairies. Negli Stati Uniti, invece, c’erano MC5 e Stooges».

Anche il legame con i Pink Floyd ha radici profonde. I Damned avevano persino tentato di coinvolgere Syd Barrett come produttore del loro secondo album, prima di finire a lavorare con Nick Mason. «Avevamo lo stesso editore», racconta Sensible, «e credo che i Floyd provassero un certo disagio per la distanza tra il loro successo e la condizione di Syd. Accettò di produrre il disco, ma poi non riuscì mai a presentarsi alle sessioni».

Un viaggio emotivo brano dopo brano

L’album si apre con una versione nervosa e tesa di There’s a Ghost in My House di R. Dean Taylor, che stabilisce subito il tono. Seguono l’immaginario urbano di Summer in the City dei Lovin’ Spoonful e il beat mod di Making Time dei Creation. Il lato più ruvido emerge con Gimme Danger degli Stooges, mentre la psichedelia britannica riaffiora in See Emily Play, omaggio dichiarato a Syd Barrett.

 

La title track, I’m Not Like Everybody Else dei Kinks, suona come un manifesto identitario perfetto per i Damned, affiancata dalla tensione blues di Heart Full of Soul degli Yardbirds e dal garage psichedelico di You Must Be a Witch. When I Was Young degli Animals introduce una nota più malinconica, prima della chiusura affidata a The Last Time dei Rolling Stones, registrata dal vivo all’Hammersmith Apollo nel 2022 con Brian James sul palco. Un finale che ha il peso di un addio e la forza di una celebrazione condivisa.

Cinquant’anni di instabilità creativa

Quando i Damned nascono, il punk non ha ancora un nome. A metà anni Settanta, Brian James, Dave Vanian, Rat Scabies e Captain Sensible fanno parte di una piccola rete di musicisti che si muove tra band embrionali, prima che il movimento prenda forma. Anche i loro nomi d’arte riflettono quell’attitudine anti-identitaria: Brian Robertson diventa Brian James, David Lett sceglie il nome Dave Vanian ispirandosi all’immaginario gotico, Chris Millar diventa Rat Scabies e Ray Burns assume ironicamente il nome di Captain Sensible.

Fin dall’inizio, la band è una somma di visioni diverse. «Non c’è mai stato un solo autore», ha spiegato Vanian al Guardian. «Captain è un amante del pop, del glam e del prog, io sono più teatrale, Rat veniva dal mondo mod e adorava gli Who. O non avrebbe funzionato affatto, oppure sarebbe stato esplosivo». È stata la seconda opzione.

Questa tensione ha prodotto una storia interna complessa, fatta di scioglimenti e ritorni, soprattutto tra la fine dei Settanta, gli Ottanta e l’inizio dei Novanta. Rat Scabies, in particolare, è rimasto lontano dalla band per ventisette anni, tornando stabilmente solo nel 2022. «La frattura principale era tra lui e Captain», ammette Vanian, «ma a turno tutti abbiamo attraversato una rottura».

Oltre il punk, senza mai rinnegarlo

All’esterno, la storia dei Damned è sempre stata più difficile da raccontare rispetto a quella di Sex Pistols o Clash. Se New Rose, pubblicato nell’ottobre 1976, è spesso ricordato come il primo singolo punk britannico, la band si è subito mossa oltre i confini del genere. Dopo l’esordio Damned Damned Damned (1977), i Damned hanno esplorato il pop psichedelico, il goth e persino strutture prog, come dimostra Machine Gun Etiquette (1979) o la suite Curtain Call da The Black Album (1980).

Negli anni Ottanta arrivano brani iconici come Grimly Fiendish da Phantasmagoria e la cover di Eloise, successi che consolidano la loro aura gotico-psichedelica. Una discografia disordinata, mai veramente canonizzata, che riflette la loro natura irregolare.

Una band come spazio di libertà

Fare tutto a modo loro ha spesso significato disordine, ma anche autenticità. «Non c’erano regole», ricorda Rat Scabies. «Eravamo ragazzi che si divertivano. Molti si riconoscevano in noi proprio perché eravamo imperfetti, non confezionati». Niente uniformi, nessun logo, nessuna idea di band come prodotto.

A cinquant’anni dall’inizio, i Damned non celebrano solo una carriera, ma un’idea di musica come territorio libero, contraddittorio e necessario. Not Like Everybody Else nasce da questo spirito: uno sguardo al passato che non indulge nella nostalgia, ma riafferma, ancora una volta, il diritto di non essere come tutti gli altri.

mercoledì 21 gennaio 2026

Cartellino rosso svedese alle hit fatte dai robot

Altro che “rock’n’roll robot”, come cantava l'arlecchino futurista Camerini: in Svezia l'artificialità fa ballare il mondo, ma viene gentilmente accompagnati all'uscita quando si tratta di classifiche ufficiali. È il caso di “Jag vet, du är inte min”, brano pop-folk super orecchiabile firmato dall’artista virtuale Jacub, diventato virale a livello globale e capace di macinare milioni di streaming. Tutto perfetto? Non proprio. IFPI Sweden ha deciso di bandirlo dalla Sverigetopplistan, la chart ufficiale svedese, perché generato – almeno in parte – con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

 

La canzone è presente nelle classifiche di Spotify, gira ovunque e funziona, ma secondo le regole attuali non può aspirare al timbro di “hit ufficiale”. «Può piacere a tutti, ma non può entrare in classifica», hanno spiegato da IFPI, tracciando una linea netta tra ciò che è ascoltato e ciò che è “regolamentato”.

Eppure Jacub non è un cyborg musicale fuori controllo. I suoi creatori, legati all’editore danese Stellar, precisano che l’AI è stata usata come strumento creativo: voce sintetica e alcuni elementi musicali sì, ma sempre guidati da una visione artistica umana ben precisa. Una sorta di produttore invisibile con il cervello fatto di algoritmi. Non abbastanza, però, per convincere l’industria svedese a fare un’eccezione.

Il paradosso è che, mentre Stoccolma alza il cartello “vietato ai robot”, dall’altra parte dell’Atlantico l’intelligenza artificiale viene ormai invitata sul palco. Negli ultimi due mesi diverse figure musicali basate sull’AI sono entrate nelle classifiche di Billboard, segnando un cambio di passo evidente. Il caso più emblematico è quello di Xania Monet, la prima artista “alimentata dall’intelligenza artificiale” a debuttare in una classifica airplay: una pioniera digitale che, invece di fare vocalizzi, affina i prompt.

E qui ritorna utile Alberto Camerini, che negli anni '80 cantava “Rock’n’roll robot” come una fantasia pop-futurista, tra ironia e sintetizzatori. All’epoca era una metafora giocosa; oggi sembra quasi un documentario musicale. Solo che il robot di Camerini voleva fare rock’n’roll, mentre quelli di oggi puntano dritti alle chart… salvo poi scoprire che qualcuno non li vuole ancora vedere sul podio.

 

Morale della favola: l’AI sa scrivere canzoni, conquistare streaming e persino entrare nelle classifiche americane... ma in Svezia resta ufficialmente “fuori gara”. Forse è solo questione di tempo. O forse, prima di essere accettati, i robot dovranno imparare anche l’arte più difficile di tutte: compilare correttamente un regolamento.

lunedì 19 gennaio 2026

Addio ad un gigante della chitarra, fra melodie sospese ed eloquenti silenzi


Ralph Towner, compositore e polistrumentista statunitense tra le figure più poetiche e originali della musica del secondo Novecento, è morto a Roma all’età di 85 anni. Da tempo aveva scelto l’Italia come luogo di vita e di lavoro, stabilendosi nella capitale, dove ha continuato a creare e collaborare fino agli ultimi anni. Avrebbe compiuto 86 anni il primo marzo. Piccola curiosità: condivideva il compleanno con Roger Daltrey dei The Who.

Nato il 1° marzo 1940 a Chehalis, nello Stato di Washington, Towner si è formato inizialmente come pianista, per poi avvicinarsi alla chitarra classica, strumento che ha studiato e perfezionato a Vienna con Karl Scheit. Da quella solida base accademica nasce uno stile del tutto personale: una sintesi raffinata di jazz, musica colta europea, folk ed echi provenienti da tradizioni sonore di tutto il mondo. La chitarra a dodici corde, in particolare, è diventata una delle sue voci più riconoscibili.

Il grande pubblico internazionale lo ha conosciuto soprattutto come fondatore degli Oregon, quartetto acustico nato nel 1970 e destinato a lasciare un’impronta profonda nella storia del jazz contemporaneo. Con gli Oregon, Towner ha contribuito a ridefinire i confini del genere, puntando su un suono cameristico, sull’improvvisazione collettiva e su una forte attenzione al colore timbrico. Il gruppo è rimasto per decenni un laboratorio creativo unico, capace di influenzare musicisti ben oltre l’ambito jazzistico. Accanto all’esperienza con gli Oregon, Towner ha costruito una carriera solista di grande prestigio e ha intrecciato dialoghi musicali con alcuni dei nomi più importanti della scena internazionale: da Gary Burton a John Abercrombie, da Jan Garbarek a Gary Peacock, fino a Keith Jarrett. Ogni collaborazione ha messo in luce la sua capacità di ascolto e la sua naturale inclinazione a far emergere la musica come spazio condiviso, più che come esibizione individuale.

Il legame con l’Italia è stato profondo e duraturo. Qui Towner ha trovato un ambiente fertile, collaborando con artisti come Pino Daniele e Maria Pia De Vito, e avvicinandosi anche al mondo del cinema. Tra i suoi lavori figurano infatti contributi alla colonna sonora dello splendido film Un’altra vita, (guardalo qui per intero) interpretato da Silvio Orlando e diretto dal compianto Carlo Mazzacurati, ulteriore testimonianza della sua versatilità e della sua sensibilità narrativa applicata alle immagini.

La sua discografia, ampia e influente, comprende titoli diventati punti di riferimento, come Solstice (1975), e lavori più recenti come At First Light (2023), salutato dalla critica come un esempio di maturità espressiva e lirismo senza tempo. In ogni fase della sua carriera, Towner ha mantenuto uno sguardo curioso e aperto, lontano da ogni manierismo di sorta. Un vero gigante.

A rendere ancora più singolare la sua eredità c’è un omaggio che arriva addirittura dallo spazio: due crateri lunari portano il nome di altrettante sue composizioni, “Icarus” e “Ghost Beads”, battezzati così da un astronauta della missione Apollo 15 nei primi anni Settanta.

Con la sua scomparsa se ne va un musicista capace di trasformare la chitarra acustica in uno strumento di meditazione, racconto e scoperta. La sua musica continuerà a parlare a chi cerca nel suono non solo virtuosismo, ma profondità e libertà.

domenica 18 gennaio 2026

La liturgia postuma: gli applausi a bara chiusa per la Vanoni


Da Gianni Morandi a Malika Ayane, passando per Marco Mengoni, Elisa ed Emma, la musica italiana si stringe questa sera attorno al nome di Ornella Vanoni, celebrata a poco meno di due mesi dalla sua scomparsa. Un omaggio corale, imponente, quasi inevitabile, che dice molto non solo della grandezza della cantante milanese, ma anche del modo in cui media e industria discografica reagiscono alla morte di un’icona: speciali televisivi, ristampe, tributi, duetti postumi e un’improvvisa, fragorosa unanimità di elogi. Un rito ormai codificato, che spesso arriva tardi, quando l’artista non può più assistere né replicare, e che solleva una domanda scomoda: perché tanto clamore solo dopo l’ultimo saluto?

Lo speciale va in onda sul Nove – disponibile anche in streaming su discovery+ – ed è condotto da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. Il titolo, “Ornella senza fine”, sintetizza bene l’intento dell’operazione: restituire al pubblico l’idea di un repertorio immortale, capace di attraversare generazioni e stili senza perdere forza. Sul palco si alterneranno alcuni dei nomi più importanti del pop italiano contemporaneo, chiamati a reinterpretare brani che hanno segnato la storia della nostra canzone.

In scaletta figurano classici assoluti come “L’appuntamento”, “La voglia, la pazzia”, “Domani è un altro giorno”, accanto a titoli più recenti entrati nel canzoniere vanoniano negli ultimi anni: “Eternità”, incisa da Diodato nel 2014 per l’album di cover A ritrovar bellezza; “Sant’allegria”, reincisa da Ornella Vanoni poco prima di morire in duetto con Mahmood; “Un sorriso dentro al pianto”, scritta per lei nel 2021 da Francesco Gabbani. Un percorso che attraversa decenni di musica, stili e collaborazioni, restituendo la complessità di un’artista mai davvero ferma nel tempo.

Tra gli ospiti della serata figurano Fiorella Mannoia, Toquinho, Loredana Bertè, Virginia Raffaele, Annalisa, Arisa, Noemi, Giuliano Sangiorgi e Francesco Gabbani, chiamati a dare nuova voce a canzoni che hanno accompagnato più di una generazione di ascoltatori.

Non mancheranno gli interventi di Vincenzo Mollica, Pacifico, Filippa Lagerbäck, Mara Maionchi e Mario Lavezzi, insieme al sindaco di Milano Beppe Sala. Spazio anche alla dimensione più privata, con la partecipazione dei familiari di Ornella Vanoni: il figlio Cristiano e i nipoti Matteo e Camilla.

Questo il dettaglio delle esibizioni previste:

  • Marco Mengoni e Paolo FresuChe cosa c’è

  • Loredana Bertè – Domani è un altro giorno

  • Annalisa – Una ragione di più

  • Virginia Raffaele e Toquinho – Tristezza per favore va’ via

  • Fiorella Mannoia e Toquinho – La voglia, la pazzia

  • Mahmood – Sant’allegria

  • Elisa – L’appuntamento

  • Gianni Morandi – Ti lascio una canzone

  • Emma – Imparare ad amarsi

  • Malika Ayane – Rossetto e cioccolato

  • Francesco Gabbani e Noemi – Un sorriso dentro al pianto

  • ArisaLa musica è finita

  • Giuliano Sangiorgi e Toquinho – Io so che ti amerò

  • Diodato e Camilla Ardenzi – Senza fine

  • Tutti – Musica musica

Un grande tributo televisivo, dunque, che celebra la Vanoni come patrimonio condiviso. Resta però il retrogusto amaro di una liturgia già vista: l’applauso più lungo, il riconoscimento unanime, l’attenzione totale che arrivano solo quando la voce che li ha meritati per una vita intera non può più sentirli.

giovedì 15 gennaio 2026

PiL dal vivo, coerentemente in edizione "limited"


Se ti chiami Public Image Limited... la logica dell'edizione limitatata è praticamente d'obbligo! Anche nel caso di un disco dal vivo - il secondo della loro carriera - tratto dal loro This Not the Last Tour. "Alive", questo il titolo, è già disponibile in preordine e sarà disponibile solo online tramite A Way With Media. Non sarà possibile acquistarlo nei negozi o su altri siti web. L'album è stato autoprodotto dai PiL ed è stato registrato durante diversi concerti del tour estivo 2025. 

Una realizzazione fatta con grande cura, la copertina e i contenuti interni presentano opere d'arte originali di John Lydon, con una versione estesa in triplo vinile impreziosita da tracce extra e con diversi set firmati - nel caso del vinile con varianti cromatiche differenti - firmati personalmente dai quattro membri della band.

CD Alive (non firmato) (edizione limitata di 200)

CD Alive (firmato) (edizione limitata di 200)

Alive Double LP (vinile nero) (non firmato) (edizione limitata di 600)

Alive Double LP (vinile arancione) (firmato e borsa) (edizione limitata di 600)

Alive Triple LP (vinile arancione) (firmato e borsa) (edizione limitata di 400)

Alive Triple LP (vinile arancione) (firmato, borsa e stampa artistica) (edizione limitata di 200)

Le copie a disposizione sono davvero poche, chi fosse interessato è meglio che si sbrighi. Personalmente acquisterò la versione in cd autografata, l'ennesimo feticcio da aggiungere alla mia raccolta di memorabilia, da esporre accanto alla copia del 45 giri di Pretty Vacant dei Sex Pistols autografato da Glen Matlock che, nell'apporre la sua firma... bucò letteralmente la copertina al centro!

Queste le differenti track listing di "Alive":

Alive CD
Home (Belfast)
Know Now (Norwich)
Corporate (Portsmouth)
World Destruction (Norwich)
This is Not a Love Song (Glasgow)
Poptones (Glasgow)
Death Disco (Newcastle)
Flowers of Romance (Dublin)
Warrior (Wroclaw)
Shoom (Portsmouth)
Public Image (Norwich)
Rise (Dublin)
Annalisa / Attack / Chant (Wroclaw)

Alive Double LP
Home (Belfast)
Know Now (Norwich)
World Destruction (Norwich)
This is Not a Love Song (Glasgow)
Poptones (Glasgow)
Death Disco (Newcastle)
Shoom (Portsmouth)
Corporate (Portsmouth)
Warrior (Wroclaw)
Open Up (Dublin)
Public Image (Norwich)
Rise (Dublin)
Annalisa / Attack / Chant (Wroclaw)

Alive Triple LP
Home (Belfast)
Know Now (Norwich)
Corporate (Portsmouth)
Deeper Water (Dublin)
World Destruction (Norwich)
This is Not a Love Song (Glasgow)
Poptones (Glasgow)
Death Disco (Newcastle)
Flowers of Romance (Dublin)
Warrior (Wroclaw)
Shoom (Portsmouth)
Public Image (Norwich)
Open Up (Dublin)
Rise (Dublin)
Annalisa / Attack / Chant (Wroclaw)
Annalisa / Attack / Chant (Belfast)
Annalisa / Attack / Chant (Cork)
Annalisa / Attack / Chant (Trutnov)

mercoledì 14 gennaio 2026

"Chuck Berry! su tutti", parola di Eric Clapton



Per generazioni di appassionati rockofili e soprattutto chitarrofili, Eric Clapton rappresenta una vera e propria icona della 6 corde elettrica. La sua influenza sulla musica moderna è indiscutibile, anche se lo stesso Clapton non ha mai nascosto di considerarsi il frutto di una lunga tradizione musicale, costruita sulle spalle di chi lo ha preceduto. Tra questi, un nome emerge su tutti: quello di Chuck Berry.

Considerato uno dei padri fondatori del rock'n'roll, Charles Edward Anderson Berry detto Chuck ha avuto un ruolo decisivo nel definire il linguaggio della chitarra ritmica e solista. Clapton ha più volte riconosciuto il debito nei suoi confronti, arrivando a dichiarare, nel documentario Chuck Berry: Hail! Hail! Rock ’n’ Roll, quanto il suo stile sia diventato un riferimento inevitabile per chiunque si avvicini al genere. Secondo il chitarrista inglese, quando si tenta di suonare davvero rock and roll con la chitarra (mica facendo finta con l'air guitar...), prima o poi si finisce per ripercorrere le stesse strade tracciate da Berry, perché le alternative sono sorprendentemente poche.

Clapton ha anche sottolineato l’enorme portata dell’eredità musicale lasciata dal musicista statunitense, scomparso nel 2017 all’età di 90 anni. Berry seppe fondere elementi diversi — dal blues al country, passando per influssi jazz e latini — creando uno stile unico e riconoscibile. Un’impronta così profonda da generare, col tempo, anche un certo risentimento in lui, consapevole di quanto la sua influenza si fosse diffusa ben oltre il dovuto riconoscimento.

Eppure, per Slowhand, eccellere nel rock and roll non equivale automaticamente a essere il miglior chitarrista in assoluto. Quando gli è stato chiesto chi meriti davvero questo titolo, il musicista britannico non ha avuto esitazioni: Albert Lee. Oggi ottantaduenne, Lee è stato definito da Clapton come il più grande chitarrista vivente, un virtuoso completo, dotato di una tecnica fuori dal comune, di un orecchio eccezionale e di una padronanza dello strumento che, a suo dire, non teme rivali. Un giudizio che, ancora una volta, dimostra come anche le leggende sappiano riconoscere l'altrui talento.

Addio a Luciano Manzalini, storico volto dei Gemelli Ruggeri


Dopo una lunga battaglia con la malattia, si è spento a 74 anni Luciano Manzalini, metà del celebre duo comico dei Gemelli Ruggeri. A dare la notizia è stato Eraldo Turra, compagno di scena e di vita artistica, che ha voluto ricordarlo con un saluto semplice e commosso: un addio all’amico di sempre, colpito quasi un anno fa da un ictus che lo aveva costretto al ricovero.

Manzalini, conosciuto dal pubblico come “lo smilzo” del duo, è stato uno dei protagonisti dell’umorismo più surreale e raffinato emerso negli anni Ottanta. I Gemelli Ruggeri muovono i primi passi al Gran Pavese Varietà, inserendosi in una vivace scena bolognese che vedeva convivere personalità destinate a lasciare il segno, come Patrizio Roversi, Siusi Blady (con la quale anni fa feci un libro dedicato a Moana Pozzi), il caro Freak Antoni degli Skiantos e Vito.

La consacrazione nazionale arriva con la televisione: Antonio Ricci li chiama a far parte del cast di Drive In nel 1983 e, successivamente, di Lupo Solitario nel 1987. Proprio in questi programmi i Gemelli Ruggeri diventano memorabili interpretando due improbabili inviati della televisione di Stato di Croda, fantomatico Paese dell’Europa orientale, personaggi che restano impressi per l’assurdità dei dialoghi e il tono straniante delle loro apparizioni. Nel corso degli anni partecipano anche ad altre trasmissioni di successo, tra cui Quelli che il calcio e Colorado Cafè.

Nel ricordare Manzalini, Eraldo Turra ne traccia un ritratto intimo e affettuoso: una persona riservata, ma tutt’altro che distante dalla scena, capace di osservare il mondo con uno sguardo obliquo e profondamente ironico. Un’ironia fatta di contrasti e complicità, che richiamava quella delle grandi coppie comiche del passato, e che oggi lascia un vuoto difficile da colmare.

martedì 13 gennaio 2026

Swifties in tribunale: quando il biglietto è più raro di un vinile first press


Se non arriverà un accordo lontano da toghe e martelletti, Live Nation e Ticketmaster dovranno presto affrontare un’aula di tribunale piuttosto affollata. Ad attenderli non ci saranno promoter rivali o artisti scontenti... ma un esercito di fan di Taylor Swift: circa 350 Swifties che hanno deciso di fare squadra in una class action. Un giudice federale ha infatti stabilito che gran parte delle loro lamentele merita di essere ascoltata.

Nel mirino del colosso del live finiscono accuse tutt’altro che leggere: presunte violazioni delle norme antitrust, infrazioni alle leggi californiane a tutela dei consumatori e mancato rispetto degli accordi contrattuali. Restano invece fuori gioco, almeno per ora, le contestazioni su frode e negligenza, considerate non sufficientemente solide dalla corte.

La causa risale al dicembre 2022 e nasce dal caos che ha accompagnato la vendita dei biglietti per The Eras Tour, diventata ormai una sorta di leggenda (nera) del ticketing. Secondo i fan, Ticketmaster avrebbe sfruttato la propria posizione dominante per tenere il mercato sotto controllo totale, mandando il sistema in tilt, facendo lievitare i prezzi e rendendo i biglietti un miraggio degno di una caccia al tesoro.

Detto questo, la partita è tutt’altro che chiusa. Il giudice ha sottolineato che i querelanti non hanno ancora dimostrato che Ticketmaster avesse garantito misure specifiche per respingere bot e bagarini digitali. Insomma, il processo potrebbe riservare colpi di scena: per ora, l’unica cosa certa è che questa volta gli Swifties non cantano... ma fanno causa!

Conti da saldare per i Los Lobos


La band chicana messicano-statunitense dei Los Lobos ha avviato un’azione legale contro Sony Music e Sony Pictures, accusando i due colossi dell’intrattenimento di non aver corrisposto i compensi spettanti per l’impiego di alcuni loro brani in produzioni cinematografiche di successo. I procedimenti, depositati presso un tribunale californiano, chiamano in causa anche Milan Entertainment, etichetta specializzata in colonne sonore, controllata da Sony Music dal 2019. L’ammontare complessivo dei risarcimenti richiesti varia, secondo gli atti, tra 1,5 e 2,75 milioni di dollari.

Una delle controversie riguarda Desperado, film del 1995 diretto da Robert Rodriguez e interpretato da Antonio Banderas. Per quella pellicola i Los Lobos composero e incisero Canción del Mariachi, utilizzata nei titoli di apertura. Il brano fu successivamente incluso da Milan in una raccolta pubblicata nel 2004, Mexico and the Mariachis. Stando a quanto sostenuto dagli avvocati del gruppo, la band non avrebbe mai ricevuto rendicontazioni né pagamenti relativi agli sfruttamenti in streaming digitale della registrazione.

Il secondo contenzioso coinvolge Sony Pictures Entertainment e Columbia Pictures e fa riferimento alla celebre reinterpretazione di La bamba realizzata dai Los Lobos per la colonna sonora dell’omonimo film biografico del 1987 dedicato al compianto Ritchie Valens. Secondo la denuncia, i componenti del gruppo — David Hidalgo, Louie Perez, Cesar Rosas, Conrad Lozano e Steve Berlin — non avrebbero mai incassato compensi per lo streaming del brano al di fuori di Stati Uniti e Canada. In questo caso, il danno economico stimato si collocherebbe tra 1 e 2 milioni di dollari.

Al momento, Sony Music e Sony Pictures rimangono silenti e non commentano...

giovedì 6 novembre 2025

Michael Jackson è sempre il "Re" dei trapassati


Viene chiamata “afterlife economy”, ovvero l’economia delle celebrità defunte, un fenomeno che continua a muovere cifre impressionanti. Come ogni anno, la rivista Forbes ha pubblicato la classifica dei personaggi scomparsi che nel 2025 hanno generato i maggiori introiti. In vetta, per l’ennesima volta, troneggia Michael Jackson, in vetta nella lista dei defunti più pagati del mondo.

Jackson ancora imbattuto

Il “Re del Pop” ha incassato nel 2025 ben 105 milioni di dollari, staccando nettamente tutti gli altri nomi in lista. A trainare i suoi guadagni sono le royalty derivanti dallo streaming, gli spettacoli MJ: The Musical e la produzione del Cirque du Soleil a Las Vegas. Dalla sua morte nel 2009, Jackson ha guidato la classifica postuma di Forbes in 13 dei 16 anni considerati, accumulando un totale stimato di 3,5 miliardi di dollari.

Il ritorno di Elvis e l’intruso Dr. Seuss

A distanza di decenni, Elvis Presley continua a figurare tra i più redditizi. Dopo aver dominato la prima edizione della lista nel 2001, The King è rimasto presente in tutte le edizioni successive, raggiungendo nel 2025 il settimo posto con 17 milioni di dollari. Una cifra che rappresenta appena il 15% dei guadagni del suo celebre genero, Michael Jackson. A sorprendere è invece il secondo posto di Dr. Seuss (85 milioni di dollari), grazie al costante successo dei suoi libri, alle licenze commerciali e a un accordo con Netflix che ha rilanciato l’universo del celebre autore per bambini.

I Pink Floyd e la nuova economia dei cataloghi

Il 2025 segna anche l’ingresso di Rick Wright e Syd Barrett, storici membri dei Pink Floyd, entrambi al terzo posto con 81 milioni di dollari ciascuno. I ricavi derivano dalla recente operazione di vendita del catalogo della band, acquisito da Sony Music Publishing per circa 400 milioni di dollari, da dividere tra i tre membri ancora in vita e le famiglie dei due scomparsi. Completano la top ten The Notorious B.I.G. (80 milioni), Miles Davis (21 milioni), Jimmy Buffett (14 milioni), Bob Marley (13 milioni) e John Lennon (12 milioni).

L’impero postumo di Wacko Jacko

Gran parte della fortuna del patrimonio di Jackson deriva dalle sue scelte strategiche compiute in vita. Nel 1985 acquistò il catalogo ATV per 47,5 milioni di dollari, assicurandosi quasi 4.000 brani, tra cui la maggior parte dei successi della coppia Lennon & McCartney. Quell’investimento si trasformò in un affare colossale: nel 2016 la sua estate vendette la quota a Sony per 750 milioni di dollari (pari a circa un miliardo odierno). Restavano però esclusi i diritti editoriali e i master delle opere di Jackson, ceduti poi nel 2024 al 50% - sempre a Sony - per altri 600 milioni di dollari, un’operazione che la madre dell’artista, Katherine Jackson, ha tentato senza riuscirvi di bloccare in tribunale.

Quando la memoria si trasforma in monetizzazione

La classifica di Forbes rispecchia un trend ormai consolidato: la valorizzazione postuma delle opere musicali è diventata una vera asset class. Sempre più patrimoni artistici vengono gestiti come imprese, attraverso strategie di lungo periodo basate su diritti, merchandising e produzioni multimediali. Il caso Jackson è emblematico: il suo legacy management funziona come una major indipendente, in grado di generare valore costante attraverso una pianificazione ventennale. La memoria artistica, oggi, è un prodotto scalabile. La musica “vecchia” offre più stabilità e rendimenti più prevedibili rispetto alle nuove produzioni, perché ha già superato la prova del tempo e del mercato.

L’eternità come modello di business

Viviamo nell’era della cultura dell’eternità, dove la morte non interrompe la carriera... ma la prolunga attribuendole nuove forme. Le icone del passato vengono “riattivate” per il pubblico contemporaneo: non solo attraverso ristampe o biopic ma come veri e propri brand globali. Il corpo muore, il catalogo no. E il mercato lo sa bene... oh se lo sa!