Con "Flipper (Folk Songs for the Judgment Day)", Claudio Milano firma uno dei lavori più radicali e visionari della musica italiana contemporanea. Cantante, compositore, performer e mente storica dei NichelOdeon, Milano è da anni una figura di culto nell’universo avant-prog europeo: un artista davvero impossibile da etichettare, capace di attraversare rock sperimentale, musica contemporanea, folk, elettronica e teatro sonoro con una libertà creativa rarissima.
Un puzzle sonoro emozionale... ed emozionante
"Flipper” rappresenta la sua ventunesima pubblicazione e probabilmente anche il progetto più ambizioso della sua carriera. Nato da oltre quindici anni di lavorazione insieme al compositore elettronico Teo Ravelli, il disco è un gigantesco collage emotivo e culturale che unisce secoli di musica in una sorta di flusso onirico e distopico. Fondamentale, nella sua realizzazione, anche il contributo dell'amico Paolo Siconolfi, figura chiave nella registrazione e nella finalizzazione di un progetto che Milano stesso descrive come “durato una vita”.
La copertina del disco
Oltre il concetto di cover: la trasformazione della memoria musicale
Dai canti medievali a Monteverdi, da Luigi Tenco a Franco Battiato, da Tori Amos a David Bowie fino a David Guetta e Sia: tutto viene smontato, ricostruito e trasfigurato attraverso la voce di Milano, vero centro magnetico dell’opera. Più che un album di cover, Flipper è una negazione stessa del concetto di “cover version”. Le melodie emergono e scompaiono, si intrecciano come ricordi alterati, frammenti di memoria collettiva e personale immersi in un paesaggio dominato dalla paura, tema centrale del progetto. Curiosa anche la modalità di registrazione: ogni brano nasce inizialmente dalla sola voce a cappella, prima dell’inserimento di qualsiasi elemento sonoro. Un approccio che rende ancora più evidente la centralità interpretativa dell'artista, cantante dalla tecnica straordinaria e dall’espressività fuori scala.
Foto di Alessandra Di Lecce
Dove il Medioevo incontra le macerie del presente
L’originalità di Flipper sta proprio nella capacità di trasformare la tradizione in materia viva. In questo lavoro convivono musica colta, folk europeo, canzone d’autore, avanguardia e sperimentazione elettronica senza mai perdere coerenza narrativa. Ogni frammento sonoro diventa parte di un viaggio fuori dal tempo, dove il Medioevo dialoga con il presente e la memoria musicale occidentale viene filtrata attraverso una sensibilità profondamente contemporanea.
In un panorama spesso dominato da produzioni prevedibili e spesso inutili, Flipper si pone come un’opera coraggiosa, stratificata e assolutamente unica. Un disco che non cerca compromessi, che richiede dedizione all'ascolto e che conferma Claudio Milano come uno degli artisti più originali e sottovalutati della scena italiana ed europea.
Dopo quindici anni di assenza discografica, Tom Waits torna con un brano feroce e profondamente politico. Si intitola Boots on the Ground ed è nato dalla collaborazione con la band di Bristol dei Massive Attack, da sempre tra le voci più radicali e impegnate della musica contemporanea. Il risultato è una traccia cupa, martellante, quasi militaresca, che mette sotto accusa la violenza del potere, la militarizzazione della società e il cinismo delle classi dirigenti. Non un semplice ritorno discografico, ma una dichiarazione di guerra artistica. Secondo quanto raccontato da Waits, il pezzo era stato scritto anni fa, dopo un invito della band di Bristol a collaborare. Il cantante non ha mai avuto fretta di pubblicarlo: “La follia distruttiva dell’uomo è sempre attuale”, ha spiegato, definendola “un banchetto per le mosche”. Un’immagine perfettamente coerente con l’universo poetico dell’autore di Rain Dogs: sporco, apocalittico e disperatamente umano.
Una canzone che parla dal fronte
Boots on the Ground adotta il punto di vista dei soldati mandati a combattere guerre decise altrove. Waits canta uomini trasformati in carne da macello, operai della violenza spediti nelle trincee mentre i politici restano al sicuro “in stanze con l’aria condizionata”. Il titolo richiama un’espressione militare usata per indicare le truppe effettivamente schierate sul territorio. Ma qui gli “stivali sul terreno” diventano il simbolo di chi paga davvero il prezzo del potere: soldati, emarginati, giovani sacrificabili. Nel testo - che alcuni siti hanno deciso di non pubblicare - emergono immagini brutali e allucinate: elicotteri, bossoli, città incendiate, corpi lasciati marcire nella sabbia. La scrittura di Waits resta tagliente, teatrale, attraversata da sarcasmo e rabbia. E quando attacca “i federali nascosti nel Senato come zecche gonfie”, il bersaglio è chiarissimo: il connubio tra politica, repressione e propaganda militarista.
Il testo tradotto
Grandi gambe penzolano dal portellone di un elicottero
Un ritmo pesante e cadenzato, deve essere adesso, oh!
Marrone, cattivo e giovane
Stupido e pieno di sperma
A cosa può servire un marine?
Questa è una fottuta guerra di mitragliatrici del caz*o
Con i tuoi stivali a terra
Stivali a terra
Stivali a terra
Stivali a terra
Potiamo le vostre siepi, combattiamo le vostre guerre
Aspettiamo nelle trincee e scopiamo finché non siamo indolenziti
Stivali a terra
Stivali a terra
Nati proiettili lucenti in un esercito di formiche
Suona quel corno, dormiamo con i pantaloni addosso
Grandi tette, grandi tette
Beh, urliamo e bruciamo intere città
Stivali a terra
Stivali a terra
Mettendo a ferro e fuoco la città
Restando nella buca finché non ritrovano Jimmy Hoffa
Con i miei stivali a terra
Beh, qualcosa fa "tink" quando il bossolo è vuoto
Dove pensi che sia finita tutta la tua cartilagine?
Stivali a terra
Stivali a terra
Ora, chi diavolo sono questi stronzi dei federali?
Nascosti nel Senato come zecche gonfie del cazzo
Stronzi con i mocassini nell'aria condizionata
Seduti in una stanza piena di poster dell'esercito
Il carbone diventa diamante, un voto diventa legge
Fanno campagna elettorale su tutto il sangue che possono versare
Modellano il tuo mondo, un soldato è solo argilla
Quanto pesa ogni soldato?
Ti tagliano le caviglie e buttano via tutto il resto
Stivali a terra
Fa freddo e caldo come lo zoccolo di Satana
Ruotando sul mondo, mi nascondo su un tetto
Uccido un uomo nero che non ho mai fottutamente conosciuto
Soffocato dalla saliva e poi è diventato blu
Ha sputato sangue nero, ha tirato le cuoia
È morto proprio qui, gli ho preso la perla dal grugno
Un soffio di fumo grigio dalla lingua di una nuvola
È marcito nella sabbia e tutto ciò che hanno trovato sono stati i suoi
Stivali a terra, stivali a terra, stivali a terra
Tutto ciò che hanno trovato sono stati i suoi stivali a terra, stivali a terra.
Il significato della canzone
La canzone ha il punto di vista dei soldati: "Potiamo le vostre siepi, combattiamo le vostre guerre" canta Waits. "Urliamo e bruciamo intere città (…) mettendo a ferro e fuoco la città. Restando nella buca finché non ritrovano Jimmy Hoffa", riferimento al celebre sindacalista americano scomparso nel nulla, per dire che i soldati rimarranno in trincea forse per sempre.
I Massive Attack dicono addio a Spotify
Il singolo segna anche il ritorno ufficiale dei Massive Attack con l’etichetta PIAS ed è il primo brano pubblicato dopo la drastica decisione da parte del gruppo di rimuovere la propria musica da Spotify. Una scelta coerente con l’attivismo della band guidata da Robert Del Naja, da anni impegnata su temi come la crisi climatica, i diritti civili e la questione palestinese. La band ha definito Waits “un artista di integrità e originalità assolute” e ha spiegato che Boots on the Ground nasce come denuncia dell’autoritarismo statale e della crescente fusione tra politica neofascista e militarizzazione delle forze dell’ordine.
Un video che guarda all’America di oggi
Ad accompagnare il brano c’è anche un videoclip costruito sulle fotografie dell’artista thefinaleye. Le immagini raccontano proteste, repressione e tensioni sociali nell’America contemporanea, in un clima segnato dalle contestazioni contro l’ICE e contro l’uso sempre più aggressivo delle forze federali. Non è solo una canzone antimilitarista: Boots on the Ground è un racconto sul collasso morale dell’Occidente, sulla trasformazione dei cittadini in bersagli e dei soldati in strumenti sacrificabili. E forse proprio per questo il ritorno di Tom Waits oggi suona necessario: perché poche voci riescono ancora a trasformare rabbia, disillusione e poesia in qualcosa di così disturbante e vivo.
“Give Ireland Back to the Irish”, pubblicata da Paul McCartney nel 1972 con i suoi Wings, rappresenta uno dei momenti più espliciti della sua carriera sul piano politico. Spesso contrapposto a John Lennon, considerato il Beatle più impegnato e militante, McCartney dimostra invece con questo brano di essere perfettamente in grado di scrivere una canzone di protesta diretta, urgente e senza ambiguità. Il pezzo nasce come reazione immediata ai fatti del Bloody Sunday in Irlanda del Nord del 30 gennaio 1972, quando l’esercito britannico sparò su manifestanti civili durante una pacifica manifestazione.La risposta di McCartney è netta: il titolo stesso è uno slogan, quasi uno striscione sonoro, che rivendica autonomia e giustizia.
A differenza di Lennon, che spesso adottava un linguaggio più simbolico o concettuale, McCartney sceglie qui una comunicazione frontale, accessibile e immediata. La melodia è energica, quasi marziale, ma è soprattutto il contenuto a colpire: non c’è ironia né distanza, solo indignazione. Questo dimostra come la presunta “leggerezza” del Maccasia in realtà una semplificazione critica: quando vuole, sa essere incisivo quanto il suo ex compagno.
Il legame con l’Irlanda, inoltre, non è solo politico ma anche personale. McCartney ha radici familiari irlandesi, un elemento che rafforza l’autenticità del suo intervento. Una testimonianza simbolica di queste origini si trova nella cattedrale di St. Patrick a Dublino, dove è conservato un documento storico noto come “Ireland’s Memorial Records” - che ho avuto modo di fotografare la scorsa settimana - in cui compaiono i predecessori della sua famiglia. Questo legame genealogico aggiunge profondità emotiva alla canzone, trasformandola da semplice presa di posizione a gesto fortemente identitario.
“Give Ireland Back to the Irish” fu prontamente censurata dalla BBC, ma proprio questa reazione ne confermò la forza. McCartney, spesso visto come il più “pop” dei Beatles, dimostrò invece di saper usare la musica come strumento politico con la stessa determinazione del suo altrettanto famoso collega...
"Il cielo d’Irlanda…”, cantava Massimo Bubola, e la voce intensa di Fiorella Mannoia ha reso quelle parole familiari a tutti noi. Ma finché non ci metti piede davvero, in Irlanda, non capisci fino in fondo quanto quella frase sia vera. Il mio recente viaggio tra Dublino e i suoi dintorni è stato molto più di una semplice visita: ha rappresentato un’immersione continua in un paese dove la musica non è solo intrattenimento, ma linguaggio, memoria e identità.
In posa presso Tower Records, 40 O'Connell Street Lower a Dublino
The Irish Rock'n'Roll Museum in Curved Street a Dublino
In memoria di Shane MacGowan dei Pogues
A Dublino la musica è ovunque. Esce dalle porte socchiuse dei pub di Temple Bar, si diffonde tra le strade acciottolate, accompagna il passo dei passanti senza mai essere invadente. È qualcosa che sembra appartenere all’aria stessa. Basta entrare in un locale qualsiasi per ritrovarsi dentro una session improvvisata: violini, chitarre, bodhrán che si accordano tra loro come se si conoscessero da sempre. Non c’è palco, non c’è distanza tra chi suona e chi ascolta. Tutti partecipano, anche solo battendo il tempo col piede, con una pinta di Guinness in mano.
Praticamente in ogni pub c'è musica dal vivo
Quello che colpisce è che ogni melodia racconta qualcosa. L’Irlanda è un paese che ha attraversato invasioni, carestie, migrazioni, lotte per l’indipendenza. E ogni evento, ogni ferita, ogni speranza si è trasformata in musica. Le ballate popolari non sono solo canzoni: sono cronache. Parlano di amori perduti e di navi che partono, di ribellioni e di sogni mai spenti. È come se la storia qui non fosse scritta solo nei libri, ma cantata, tramandata di voce in voce.
Anche fuori dalla capitale, nei piccoli centri e lungo le coste battute dal vento, questa sensazione non cambia. Anzi, si rafforza. Nei villaggi sembra che il tempo scorra più lentamente, ma la musica resta un punto fermo. Non importa quanto sia piccolo il posto: ci sarà sempre qualcuno pronto a suonare, a condividere una canzone, a raccontare una storia in forma di melodia. E poi c’è un altro aspetto che sorprende, soprattutto per chi viene dall’Italia: i negozi di dischi. Resistono. Non come reliquie nostalgiche, ma come luoghi vivi. Entrarci è un’esperienza: scaffali pieni di titoli, consigli appassionati dei proprietari, clienti che si fermano a chiacchierare. Non è solo commercio, è cultura. È il segno di un rapporto con la musica che non è stato completamente travolto dal digitale, ma che continua a valorizzare l’ascolto, la scoperta, il contatto diretto.
Io e Phil...
Come per esempio da Hickey's Music, situato nel paesino di Sneem, nel Ring of Kerry, un piccolo e accogliente negozio di musica famoso per la sua vasta selezione di musica irlandese, fischietti (whistles) e artigianato locale. Dove ho trovato alcuni cd degli Altan e dei Moving Hearts che cercavo da tempo.
Oppure nel minuscolo Mojos Records a Dublino, dove ho trovato alcune chicche di Van Morrison e dei Thin Lizzy.
L'ingresso di Mojos Records al 2 di Merchant's Arch
Alla ricerca di musica irlandese
Un doppio bootleg di Van "The Man" che mi mancava... oltretutto ad un ottimo prezzo!
Forse è proprio questo il segreto dell'Irlanda: la musica non è mai separata dalla vita quotidiana. Non è qualcosa da consumare distrattamente, ma da vivere. È memoria collettiva, è identità condivisa, è un modo per tenere insieme passato e presente. E allora sì, sotto il cielo d’Irlanda c’è davvero tanta musica. Ma non è solo una questione di quantità. È la profondità, l’intensità, la naturalezza con cui ogni nota trova il suo posto nella vita delle persone. Ed è questo che, tornando a casa, resta più di ogni paesaggio: una colonna sonora che continua a suonare, anche a distanza.
C’è un momento preciso in cui un artista smette di essere innocuo. Non quando cambia suono, non quando vende milioni di dischi. Ma quando quello che dice inizia a creare disagio reale, non solo applausi. Roger Waters è fermo esattamente lì da decenni. Non è un politico... nessuna candidatura, nessun partito, nessuna legge firmata a suo nome. Non è un politico... eppure divide come pochi politici riescono a fare. Non ha mai cercato voti, ma riesce comunque a spaccare il pubblico in due: chi lo considera una voce necessaria e chi lo vorrebbe, molto semplicemente, zitto. Perché esiste una forma di potere più sottile — e spesso più destabilizzante — di quella istituzionale: quella che passa attraverso la cultura. E Waters, nel bene e nel peggio, è uno di quelli che quella leva l’ha tirata fino in fondo.
Il problema non è quello che dice. È come lo dice.
Prima di diventare un bersaglio mediatico, Roger Waters è stato — banalmente — uno dei cervelli dietro i Pink Floyd, forse "il cervello". Sicuramente non un musicista qualsiasi, uno che ha scritto dischi che ancora oggi funzionano come bisturi. The Dark Side of the Moon, Animals, The Wall. The Final Cut.
Dischi che non sono solo album. Sono manifesti. In Animals il capitalismo diventa zoologia crudele: maiali, cani e pecore. Non serve spiegazione. In The Wall l’alienazione personale si fonde con il controllo sociale, fino a sfiorare il totalitarismo. In The Final Cut la guerra non è retorica: è personale, è familiare, è rabbia pura contro il potere politico, in quel caso incarnato da Margaret Thatcher.
Questa non è musica da playlist. Semmai è politica travestita da rock.
Poi ha smesso di travestirla
Il passaggio è stato inevitabile. A un certo punto, Roger Waters ha smesso di nascondere il messaggio dentro le metafore. Ha iniziato a dirlo apertamente. Soprattutto su un tema: la Palestina. Da decenni sostiene il movimento BDS contro le politiche di Israele. Non da ieri, non per trend, non per algoritmo. E qui il gioco cambia. Perché criticare il potere in astratto è tollerabile. Criticarlo con nomi, bandiere e responsabilità precise — molto meno.
Il momento in cui tutti hanno iniziato a odiarlo
Waters non è diplomatico. Non lo è mai stato. Ha attaccato, tanto per fare qualche none, colleghi come Bono, Thom Yorke, Nick Cave e, naturalmente, il suo ex amico David Gilmour. Non con tweet ambigui ma attraverso dichiarazioni dirette, spesso brutali. In Germania gli hanno cancellato concerti. Negli Stati Uniti è diventato una figura divisiva. In Italia ha definito Giorgia Meloni “la vostra Mussolini”. Mi piacerebbe proprio conoscere il suo pensiero sulla recente iniziativa della Sony che ha legato la sua ex band alla squadra di calcio da ieri campione d'Italia...
Waters non cerca consenso, non lo vuole. E questo, nel 2026, è quasi imperdonabile.
Il paradosso che nessuno riesce a ignorare
Infine c’è il punto più scomodo. Waters è ricco. Molto ricco. Un uomo da centinaia di milioni di patrimonio personale che denuncia il sistema davanti a platee che pagano centinaia di euro per ascoltarlo criticare… quel sistema! Ipocrisia? Forse. Coerenza? Anche. Perché la vera contraddizione non è sua. È del pubblico. Vuole artisti impegnati, ma non troppo. Critici, ma non fastidiosi. Politici, ma senza conseguenze. Waters rompe questo equilibrio. E quindi diventa un problema.
Il punto non è se ha ragione
Roger Waters non è un santo. Non è nemmeno sempre lucido. Ma è una cosa rara: uno che usa la propria irrilevanza politica formale per essere politicamente rilevante. Uno che potrebbe stare zitto... e non lo fa mai. E questo atteggiamento, nel mondo dell’intrattenimento anestetizzato, è più destabilizzante di qualsiasi slogan.
Un muro che non è mai caduto davvero
The Wall raccontava un muro mentale, emotivo, politico. Quel muro, simbolicamente, sarebbe crollato nel 1989. Eppure oggi ne esistono tanti altri. Più concreti. Più reali. Più ignorati. Waters continua a indicarli a modo suo, senza filtri.
Domanda finale
Un artista che usa la propria fama per fare politica è: un individuo libero che esercita il proprio diritto di parola oppure uno che ha superato il confine e non sa più stare al suo posto? La risposta dice molto più di noi che di lui.
Se hai mai guardato un video di Fabio Celenza e ti sei chiesto “Ok, ma questa roba è vera o è l’AI che ci prende in giro?”, sappi che non sei solo. Anzi: proprio da questo dubbio collettivo nasce “NON ERA L’AI”, il nuovo tour che riporta Celenza sul palco con un’idea semplice quanto rivoluzionaria — far vedere (e sentire) come funziona davvero la magia. Niente algoritmi senz’anima. Solo cervello, orecchio e una precisione quasi chirurgica.
Dopo l’esperienza di Faffiga X-Files, Celenza non cambia pelle, ma mette ordine nel suo universo creativo. Il nuovo spettacolo è una sorta di “dietro le quinte” dal vivo, dove il suo marchio di fabbrica — i doppiaggi labiali surreali di personaggi pubblici — smette di sembrare un meme virale e diventa quello che è sempre stato: materiale musicale puro.
Sì, musicale. Perché qui il punto non è far ridere (anche se succede), ma costruire suono.
Sul palco, infatti, il meccanismo si svela in tutta la sua complessità: voce, immagini e musica si incastrano in tempo reale come un puzzle millimetrico. Ogni pausa, ogni respiro, ogni inflessione diventa ritmo. La parola si trasforma in melodia, e la band — composta da batteria, basso, tastiere e voci — non accompagna, ma partecipa attivamente alla creazione, cucendo arrangiamenti direttamente addosso al flusso vocale. Il risultato? Un’esperienza che sta a metà tra concerto, performance e laboratorio sonoro. Il doppiaggio non è più un “overlay” comico: nasce dentro la musica, la segue, la sfida e a volte la mette anche in difficoltà. Ed è proprio qui che il titolo dello show smette di essere una battuta e diventa quasi una dichiarazione d’intenti. In un’epoca in cui basta premere un tasto per generare contenuti, “NON ERA L’AI” rivendica il valore del tempo reale, dell’errore umano, dell’imperfezione che rende tutto vivo. È artigianato digitale, ma senza scorciatoie.
Dal vivo, questo processo — che nei video sembra immediato e quasi “magico” — viene scomposto e ricostruito davanti agli occhi del pubblico. E improvvisamente capisci che dietro a una risata c’è un lavoro di incastri, ascolto e ritmo che ha molto più a che fare con la musica che con la satira.
Il tour, organizzato da Garone Concerti, attraverserà l’Italia nei prossimi mesi (con qualche possibile incursione europea all’orizzonte), alternando date in solo e in band. Un calendario in aggiornamento che promette di portare questo piccolo esperimento sonoro un po’ ovunque, da festival estivi a rassegne più raccolte.
In definitiva, Celenza non risponde solo a una domanda (“è fatto con l’AI?”), ma ne ribalta completamente il senso: e se la cosa più sorprendente fosse proprio che non lo è? E forse, in mezzo a tutta questa tecnologia che imita l’umano, vedere qualcuno fare l’opposto - trasformare l’umano in qualcosa di quasi “impossibile” - rappresenta la vera stranezza del momento.
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