mercoledì 25 marzo 2026

Sex Pistols 2.0: Frank Carter guida il ritorno punk al Parco della Musica di Milano



Il calendario estivo del Parco della Musica di Milano 2026 continua ad ampliarsi con due nuovi appuntamenti di respiro internazionale che promettono di infiammare il pubblico. Il 26 giugno sarà la volta dei Sex Pistols feat. Frank Carter, mentre il 28 giugno saliranno sul palco gli A Day To Remember, accompagnati da Grandson e Vianova. L’annuncio rafforza ulteriormente la proposta artistica della venue milanese, uno spazio immerso nel verde alle porte della città che, dopo il successo della sua prima edizione, si prepara a una stagione 2026 ancora più ricca e trasversale.


Le prevendite per i Sex Pistols feat. Frank Carter saranno disponibili a partire dal 26 marzo alle ore 10.00 sui circuiti abituali

Protagonisti assoluti del nuovo annuncio sono i Sex Pistols in una versione rinnovata, con Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock affiancati alla voce da Frank Carter. Un progetto che unisce l’eredità di una delle band più iconiche della storia del punk alla carica esplosiva di uno dei frontman più energici della scena britannica contemporanea. Un incontro generazionale che promette uno show ad alto tasso di adrenalina. Due giorni dopo, il 28 giugno, toccherà agli A Day To Remember, tra i nomi più riconoscibili della scena pop punk internazionale. La band americana, nota per il suo mix di punk e metalcore, porterà sul palco uno dei live più intensi e imprevedibili del circuito. Ad accompagnarli ci saranno Grandson, cantautore canadese apprezzato per i suoi testi diretti e politicamente incisivi, e i Vianova, formazione metalcore berlinese pronta a completare una serata dal forte impatto sonoro.

Quella volta che - sigh! - Glen Matlock mi autografò il 45 giri di Anarchy in the UK (prima stampa
inglese), perforandomi la copertina con la penna...

Il Parco della Musica di Milano, situato a Segrate nei pressi di Linate, si estende su un’area di 70mila metri quadrati e ospiterà concerti da giugno a settembre su due palchi, Arena e Garden. La programmazione abbraccia generi diversi, dal pop al rock, dall’elettronica all’hip-hop, con l’obiettivo di coinvolgere pubblici di tutte le età. Molti artisti internazionali hanno scelto questa location per la loro unica data italiana nell’estate 2026, confermando il crescente prestigio della rassegna. Tra i nomi già annunciati figurano TLC, Bad Omens, The Flaming Lips, Halsey, Garbage, Gloria Gaynor, Mac DeMarco, Pixies, Caparezza, Lorde e molti altri.

Oltre alla musica, l’area è progettata per offrire un’esperienza completa: spazi modulabili con posti a sedere e in piedi, aree ristoro accessibili anche senza biglietto, food truck distribuiti nel parco e punti merchandising sia all’interno che all’ingresso. Il sistema di pagamento sarà completamente cashless, con casse automatiche per velocizzare gli acquisti. Grande attenzione anche alla sostenibilità, con incentivi all’utilizzo di mezzi pubblici e biciclette, oltre alla disponibilità di 3000 posti auto prenotabili online per ridurre traffico e tempi di attesa.


martedì 24 marzo 2026

Ciao Gino, matto come un gatto



Se n’è andato in silenzio, come spesso aveva vissuto: Gino Paoli, 91 anni, una delle voci più riconoscibili e profonde della canzone italiana. La famiglia ha raccontato di un addio sereno, nella notte, circondato dagli affetti più intimi. E forse non poteva essere diverso per un artista che ha sempre tenuto insieme pudore e intensità, distanza e passione. Il tempo ha voluto aggiungere una coincidenza carica di significato: la sua scomparsa è arrivata poco dopo quella di Ornella Vanoni, compagna artistica e affettiva di un tratto fondamentale della sua vita. Un legame che aveva attraversato decenni, trasformandosi, resistendo, rimanendo.

Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli non è stato subito un uomo di musica. Prima di arrivare alle canzoni, ha attraversato mestieri e tentativi: facchino, grafico pubblicitario, pittore. La sua traiettoria non è stata lineare, né tantomeno rapida. Le prime composizioni faticano a trovare spazio, ma qualcosa si muove con La gatta, che lentamente conquista ascolti e attenzione. È l’inizio di un passaggio decisivo: l’incontro con Mogol e, soprattutto, l’approdo a Mina con Il cielo in una stanza. Da quel momento, Paoli smette di essere una promessa e diventa un autore centrale.

I primi anni Sessanta sono anche un laboratorio sentimentale. Le relazioni diventano materia viva delle sue canzoni. Con Ornella Vanoni nascono brani come Senza fine e Anche se, ma soprattutto un legame destinato a trasformarsi nel tempo in una profonda amicizia. Poi arriva Stefania Sandrelli, giovanissima, e con lei una relazione che scuote opinione pubblica e cronaca: Paoli è sposato, ma da quell’amore nascerà Amanda. Il 1963 - nel quale sono nato io - è l’anno che sembra contenere un’intera vita. Da una parte il successo pieno, con Sapore di sale e Che cosa c’è. Dall’altra il crollo improvviso: l’11 luglio si spara al cuore. Sopravvive per un caso, o forse per destino. Il proiettile non colpisce organi vitali e resta nel suo petto per sempre, come una presenza silenziosa, un promemoria fisico di una frattura mai del tutto rimarginata. Dopo Sanremo nel 1964 — palco che tornerà a frequentare più volte — attraversa una fase più appartata. Ma è una ritirata solo apparente: negli anni Settanta rientra con lavori più maturi, e parallelamente si muove dietro le quinte come produttore e scopritore di talenti. Negli anni Ottanta torna al centro della scena con Una lunga storia d’amore, che riaccende la sua popolarità e lo riporta anche sul palco insieme alla Vanoni. Nel 1991 firma Quattro amici, contenuta in Matto come un gatto, che conquista il Festivalbar e lo riconsegna a un pubblico trasversale. Un disco che condividevo con mio padre, responsabile di avermi fatto conoscere Paoli quando ero bambino, al quale questo blog è dedicato.

Paoli ha sempre raccontato il proprio percorso con una certa ironia distaccata. Diceva di essere entrato nella musica quasi per caso, lui che preferiva dipingere in solitudine, lontano dai riflettori. Non amava l’idea del cantante mondano, anzi: si definiva refrattario a quel mondo. Un uomo schivo come un gatto, capace però di improvvise accensioni polemiche. Introverso e spigoloso, sicuramente antipatico ai più ma mai domo. Ed è forse proprio questa tensione — tra riserbo e intensità, tra fragilità e orgoglio — che ha reso le sue canzoni così durature. Non solo successi, ma frammenti di vita trasformati in musica, capaci ancora oggi di parlare con una sincerità disarmante. Con la sua scomparsa, resta un vuoto difficile da colmare, ma anche un’eredità che continua a respirare nelle parole e nelle melodie che ha lasciato.

Alle prese col mortaio, fondamentale per la preparazione del Pesto...

Ero molto amico e collega di suo figlio Giovanni (morto lo scorso anno... ciao Giò, ovunque ti trovi ora...) col quale spesso scherzavo, sottolineando come alcune cose presenti nella casa di Gino fossero frutto dei miei puntuali acquisti di dischi del padre. Grazie a Giovanni nel 2023 trascorsi un bel fine pomeriggio presso il Teatro Strehler nel suo camerino, insieme a Ricky Gianco. In quella occasione Gino mi recitò una poesia che amavo molto, scritta dal poeta dialettale Edoardo Firpo, L'öchin, che si conclude così:

Potessi fare come il gabbiano,
ad ogni onda che arriva
alzarmi sempre un pochino

Proprio in quei versi oggi si raccoglie il senso più profondo della sua dipartita. Quando me li recitò, con quella voce capace di essere insieme ruvida e carezzevole, non sembravano un addio ma una dichiarazione di resistenza, quasi una filosofia minima: restare leggeri anche quando il mare si agita, trovare ogni volta la forza di sollevarsi appena sopra ciò che ci travolge. Ora che Gino non c’è più, quelle stesse parole cambiano peso. Non sono più soltanto un desiderio, ma diventano una traccia, una direzione lasciata a chi resta. La sua musica, come quel gabbiano, ha saputo attraversare decenni di mare mosso, di silenzi e ritorni, di malinconie ostinate e improvvisi slanci. E ogni volta si è alzata, un poco sopra, senza mai perdere il contatto con l’onda. Forse è così che si può pensare la sua morte: non come un punto fermo, ma come l’ultimo movimento di quella traiettoria leggera. Un sollevarsi definitivo, appena oltre il rumore del mondo, lasciando a noi il compito di riconoscere, in ogni nuova onda, la possibilità di non affondare.

lunedì 23 marzo 2026

Live Rarities riapre i battenti!



"Dove eravamo rimasti?": prendo in prestito la famosa frase di Enzo Tortora per riaprire ufficialmente Live Rarities, il mio gruppo Facebook dedito alla condivisione di materiale audio/video non ufficiale. Sicuro che questa ripartenza verrà accolta favorevolmente, visto che parecchi fra voi in questi anni mi hanno ripetutamente spronato a riprenderne l'attività: ebbene... eccovi accontentati! Ho pensato di modificare alcuni aspetti, per evitare di dover sottoscrivere nuovamente un abbonamento a pagamento per il cloud che custodisca le registrazioni via via offerte dagli iscritti. Viene abolita la quota di partecipazione, da oggi Live Rarities è completamente gratuito!

>> CLICCA QUI PER ISCRIVERTI <<

Non avremo più il dropbox utilizzato in passato ma ogni membro, in fase di offerta, potrà scegliere - indicandolo chiaramente nel post relativo - se intende inviare il materiale ai richiedenti via SwissTransfer (che aderiranno con un semplice messaggio di risposta al post stesso) o se indicare un link di un proprio spazio per il download.

Non è ammesso lo scambio di materiale ufficiale... ma solo di bootleg!

Ogni offerente - sempre sul post - potrà indicare se la singola registrazione che propone (audio o video che sia) prevede una scadenza temporale o rimarrà sempre valida nel tempo. Facendo sempre attenzione a includere nelle varie offerte copertine, file txt informativi e, in generale, tutto quello che sia disponibile a corredo. Chiedo che ogni membro, per contribuire allo sviluppo degli scambi, si impegni ad offrire con regolarità. Non voglio sembrare troppo rigido ma, prima o poi, gli iscritti silenti dovranno essere necessariamente espulsi, altrimenti il gioco a tendere si esaurirebbe...

Non è la ricchezza che manca nel mondo, è la condivisione. Buon ascolto a tutti/e!

venerdì 20 marzo 2026

Pulp Podcast: ciao pirloni, servi del padrone



Se cercavate il colpo di scena, vi conviene cambiare genere: qui siamo più dalle parti del podcast zen che dell’interrogatorio serrato. L’ospitata di Giorgia Meloni al Pulp Podcast — andata in onda ieri su YouTube — è stata venduta da Fedez come un momento “storico” per la comunicazione politica. E, a dirla tutta, un po’ lo è stato davvero. Non tanto per le domande (che non hanno morso nessuno), quanto per il contesto: una premier che abbandona i salotti TV e si infila in un format digitale frequentato da under 35. Già questo basta a fare notizia.

Strategia perfetta (prima ancora di parlare)

Prima ancora di aprire bocca, la mossa era già vincente. Perché? Tre motivi semplici, quasi banali:

  1. Presenza batte assenza
    Se gli altri — tipo Elly Schlein o Giuseppe Conte — dicono “no grazie”, chi si presenta ha già mezzo punto in tasca: la solita pseudosinistra poco reattiva...

  2. Pubblico nuovo, rischio calcolato
    Il Pulp Podcast parla a una fascia che la destra frequenta poco: giovani, digitali, spesso più progressisti che conservatori. Tradotto: territorio ostile ma con alto potenziale.

  3. Formato rilassato = controllo narrativo
    Niente studio ingessato, niente giornalisti pronti a incalzare. Solo chiacchiera, qualche battuta e la possibilità di sembrare “umana”. E qui la Meloni - che non è certo una stupida - gioca bene le sue carte.


L’effetto “non l’ho mai votata, ma…”

Il vero risultato non è nelle risposte, ma nei commenti sotto al video. La frase più ricorrente? “Non ho mai votato la Meloni, ma…”. Quel “ma” rappresenta oro puro. Non è ancora consenso, ma è apertura. È curiosità. È esattamente il target che questa operazione voleva colpire. Nel frattempo, Fedez resta sorprendentemente in secondo piano, mentre Francesco Marra ogni tanto prova ad accendere il dibattito-  soprattutto sulla giustizia - senza però trasformare davvero la conversazione in un confronto. Da notare che la Premier ad un certo punto si rivolge a Marra dandogli del tu, poi scusandosi. Facendo in seguito la stessa cosa con Fedez ma senza chiedere venia: cje ci sia del feeling intellettuale fra i due?

Il problema è che nessuno incalza davvero

E qui arriva il punto dolente, ma nemmeno troppo: il format. La struttura è sempre la stessa: domanda > risposta della premier > domanda successiva. Nessun follow-up, nessun “mi spieghi meglio”. Nessun momento in cui l’ospite viene davvero messo alle corde. Ora, chiariamoci: non è necessariamente un difetto. È semplicemente un altro tipo di prodotto. Più intrattenimento che intervista, più storytelling che giornalismo. Ma il risultato è evidente: Meloni non è mai costretta a uscire dalla sua comfort zone. Nessuna pressione, nessuna deviazione, nessuna sorpresa.

Conclusione amara

Se la domanda è “l’intervista è stata incisiva?”, la risposta è secca: no! Se invece chiedete “è stata efficace?”, allora cambia tutto. Perché alla fine, la Meloni entra in un territorio nuovo, parla a un pubblico che non è il suo, esce senza graffi e e con qualche “quasi convincimento” in tasca. Non male per un’ora di chiacchiere soft con due pirloni. Morale della favola? Nel dubbio, meglio un podcast senza contraddittorio che un talk show con troppe domande. Almeno, se sei tu l’ospite. Finalino col botto: Fedez... lascia stare la politica e torna a cantare le tue stupidaggini, anzi... lascia stare tutto e sparisci, comunista col Rolex!

giovedì 19 marzo 2026

Kill Bill come non l'avete mai visto



A oltre vent’anni dall’uscita dei due capitoli originali, Kill Bill si prepara a tornare sul grande schermo italiano in una veste completamente nuova — e, per la prima volta, fedele all’idea iniziale del suo autore. Plaion Pictures e Midnight Factory hanno annunciato l’acquisizione da Lionsgate di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, una versione unica e integrale del celebre film che arriverà prossimamente nei cinema. Non si tratta di una semplice riproposizione: il progetto riunisce infatti Volume 1 e Volume 2 in un’unica opera della durata complessiva di 281 minuti, così come era stata originariamente concepita prima di essere suddivisa per esigenze distributive. Questa nuova edizione rappresenta un evento speciale soprattutto per il pubblico italiano, che non ha mai avuto l’occasione di vedere il film in questa forma. Il montaggio elimina la separazione narrativa tra i due capitoli, rimuovendo il cliffhanger finale del primo e il riassunto iniziale del secondo, per restituire un flusso narrativo continuo e più coerente.


La carneficina a colori!

Non mancano le novità: The Whole Bloody Affair include infatti scene e sequenze completamente inedite, mai mostrate prima. Tra queste, spicca la celebre battaglia contro gli 88 folli, che per la prima volta viene presentata interamente a colori. Inoltre, saranno presenti nuove sequenze animate — assenti nelle versioni dei primi anni Duemila — che in Italia verranno proposte in lingua originale sottotitolata.

La vendetta per eccellenza del cinema Pulp

Al centro della storia resta La Sposa, interpretata da Uma Thurman, una donna creduta morta dopo essere stata tradita dal suo ex mentore e amante, Bill. Sopravvissuta a un agguato brutale durante le prove del suo matrimonio, intraprende un viaggio di vendetta contro i membri della Deadly Viper Assassination Squad, fino allo scontro finale. Grazie alla sua struttura epica, all’azione incessante e a uno stile visivo inconfondibile, Kill Bill: The Whole Bloody Affairsi conferma come una delle saghe sulla vendetta più iconiche del cinema moderno. Questa versione completa, raramente proiettata e ora proposta anche con un intervallo in stile cinema classico, promette un’esperienza immersiva e fuori dal comune.

Presto in sala

Più che una semplice riedizione, si tratta di un’occasione unica per riscoprire — o scoprire per la prima volta — uno dei lavori più influenti e rappresentativi della carriera di Tarantino, finalmente presentato nella sua forma più autentica. L’appuntamento per tutti i fan è quindi in sala, dove Kill Bill: The Whole Bloody Affair arriverà prossimamente, distribuito da Plaion Pictures e Midnight Factory.

mercoledì 18 marzo 2026

I musicisti più ricchi al mondo e la nuova economia delle celebrities: certifica Forbes



La nuova classifica Celebrity Billionaires 2026 pubblicata da Forbes fotografa in modo chiaro l’evoluzione della ricchezza nell’industria dell’intrattenimento, con un focus sempre più marcato sul peso economico della musica globale.

Beyoncé e Jay-Z: la prima “power couple” da quasi 4 miliardi

Il dato più rilevante riguarda la coppia formata da Beyoncé e Jay-Z, che si afferma come la famiglia più ricca nella storia della musica. Il patrimonio combinato raggiunge infatti i 3,8 miliardi di dollari, un traguardo senza precedenti. Per Beyoncé si tratta del debutto ufficiale tra i miliardari secondo Forbes, dopo aver superato la soglia del miliardo nei mesi precedenti. Jay-Z, invece, consolida la sua posizione con un patrimonio stimato in 2,8 miliardi di dollari, quasi triplicato rispetto al suo ingresso nel club nel 2019. Nella classifica generale occupa il sesto posto, risultando il musicista più ricco in assoluto.

Taylor Swift: crescita record tra tour, catalogo e royalties

Alle sue spalle avanza rapidamente Taylor Swift, che nel 2026 si posiziona al settimo posto con un patrimonio di circa 2 miliardi di dollari, raddoppiato in soli tre anni.

Secondo Forbes, la sua ricchezza deriva da:

  • circa 1 miliardo generato da tournée e diritti musicali

  • circa 100 milioni in asset immobiliari

  • un catalogo musicale valutato circa 900 milioni di dollari

Il caso Swift rappresenta uno dei modelli più avanzati del music business moderno: un’artista capace di trasformare diritti, brand personale e proprietà intellettuale in valore economico sostenibile nel lungo periodo.

Gli altri musicisti miliardari nel 2026

Oltre ai nomi principali, la lista include altri protagonisti della musica globale:

In totale, sono sei i musicisti miliardari nella classifica Forbes 2026. Particolarmente significativo è il caso di Dr. Dre: per anni associato simbolicamente al titolo di primo miliardario dell’hip-hop, entra ufficialmente nella lista solo ora, rafforzando il ruolo del rap come settore capace di generare enormi patrimoni.

Perché la musica domina sempre più la classifica

La presenza dei musicisti tra i miliardari non è più un’eccezione, ma riflette un cambiamento strutturale. Oggi la ricchezza nel settore musicale nasce da una combinazione di fattori:

  • tournée globali multimiliardarie

  • cataloghi musicali valorizzati come asset finanziari

  • diritti di proprietà intellettuale

  • brand personali e partnership commerciali

  • investimenti imprenditoriali

Un modello, questo, che ha trasformato gli artisti in veri e propri imprenditori culturali, capaci di competere con cinema, sport e televisione.

I musicisti più ricchi del 2026

Ecco la lista completa degli artisti presenti tra i miliardari:

  • Jay-Z - 2,8 miliardi

  • Taylor Swift - 2 miliardi

  • Bruce Springsteen - 1,2 miliardi

  • Rihanna - 1 miliardo

  • Dr. Dre - 1 miliardo

  • Beyoncé - 1 miliardo

Quasi miliardari

Nonostante la crescita del settore, il club resta estremamente ristretto. Diversi artisti iconici si collocano appena sotto la soglia:

  • Madonna - circa 850 milioni

  • Selena Gomez - valutata oltre 1 miliardo da alcune stime, ma non da Forbes

  • Paul McCartney - sopra il miliardo secondo stime UK, ma non confermato da Forbes

  • Bono e Elton John

Queste differenze dipendono spesso dai criteri di valutazione: Forbes tende a considerare solo asset concretamente monetizzabili, escludendo stime più speculative.

Il futuro della ricchezza nella musica

I dati confermano una tendenza chiara: diventare miliardari nella musica oggi richiede molto più del successo artistico. I patrimoni più elevati derivano da un mix di musica, business, investimenti e gestione strategica del brand. In questo scenario, gli artisti non sono più solo performer, ma veri costruttori di valore economico e culturale su scala globale.

Li mortacci nostri: anche Phil ci lascia...



Il mondo del rock piange la scomparsa di Phil Campbell, iconico chitarrista dei Motörhead, morto all’età di 64 anni. Il musicista gallese si è spento in ospedale dopo una lunga permanenza in terapia intensiva, resa necessaria da complicazioni successive a un intervento chirurgico. Secondo quanto comunicato dalla famiglia e dai canali ufficiali della band, Campbell è morto serenamente nella sua città natale in Galles. I familiari lo hanno ricordato come un marito e padre amorevole, profondamente legato alla moglie Julie e ai figli Todd, Dane e Tyla.

La carriera nei Motörhead e il legame con Lemmy

Nato il 7 maggio 1961, Phil Campbell entrò nei Motörhead nel 1984, scelto direttamente dal frontman Lemmy Kilmister insieme al chitarrista Michael “Würzel” Burston. Da quel momento diventò una colonna portante della band, restando il membro più longevo della formazione. Nel corso di oltre tre decenni, Campbell ha contribuito alla realizzazione di 16 album in studio, accompagnando il gruppo in tournée in tutto il mondo. Dopo l’uscita di Würzel nel 1995, rimase l’unico chitarrista dei Motörhead fino allo scioglimento nel 2015, avvenuto dopo la morte di Lemmy.

Dalle origini al successo internazionale

Prima della fama globale, Campbell aveva fondato nel 1979 la band Persian Risk, inserendosi nella scena heavy metal britannica emergente. Tuttavia, è con i Motörhead che raggiunse il successo internazionale, diventando uno dei chitarristi più riconoscibili del genere. Dopo la fine della storica band, il musicista continuò a esibirsi con il progetto familiare Phil Campbell and the Bastard Sons. Nel 2019 pubblicò anche l’album solista "Old Lions Still Roar", confermando la sua energia artistica anche negli ultimi anni.

L’eredità musicale

Nel 2020 i Motörhead avevano ricevuto una candidatura alla Rock and Roll Hall of Fame, senza però ottenere l’ingresso ufficiale. Nonostante ciò, l’impatto della band e di Phil Campbell sulla scena rock e metal resta indiscutibile. La scomparsa del chitarrista segna la perdita di una figura fondamentale per la storia dell’heavy metal, capace di influenzare generazioni di musicisti con il suo stile potente e inconfondibile.

P.S (magari un po' lungo ma doveroso) - Inserire una notizia come questa nella categoria “Mortacci nostri” potrebbe sembrare, a una lettura superficiale, un azzardo linguistico o addirittura una mancanza di rispetto. In realtà è esattamente il contrario. È una formula ironica, amara quanto basta, che appartiene a un certo modo tutto italiano — e molto “da fan” — di vivere la musica: viscerale, diretto, senza filtri. Quando se ne va un artista come Phil Campbell, non si perde solo un musicista, ma un pezzo di colonna sonora personale. “Mortacci nostri”, in questo senso, non è un insulto ma una presa d’atto collettiva: è come dire “ci tocca anche questa”, “ce ne va un altro dei nostri”. Quel “nostri” è la chiave di tutto: dentro ci stanno anni di dischi consumati, concerti, notti rumorose e una certa idea di appartenenza al mondo del rock. Un tag che può suonare irriverente, certo... ma solo in superficie. Sotto c’è affetto, complicità e persino rispetto. Perché chi ascolta band come i Motörhead sa bene che il linguaggio non è mai stato educato o patinato — ed è proprio così che deve restare anche nel racconto. In fondo, chiamarlo “Mortacci nostri” è quasi un tributo: un modo per non trasformare la perdita in qualcosa di freddo o distante, ma per tenerla dentro il proprio mondo, quello degli appassionati veri. Dove anche un’espressione ruvida può diventare, senza troppi giri di parole, una forma di affetto.

martedì 17 marzo 2026

Francesco Guccini: in mostra musica, memoria e parole



Dal 18 aprile al 18 ottobre 2026, Reggio Emilia celebra uno dei più grandi protagonisti della canzone d’autore italiana con la mostra “Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo”, un progetto espositivo che racconta in modo originale e approfondito l’universo artistico del cantautore emiliano.

Una mostra tra musica, memoria e parole

Il titolo dell’esposizione prende ispirazione dal verso “Canterò soltanto il tempo” tratto dal brano Il tema (1970) e racchiude il cuore della poetica di Guccini: il legame tra tempo, memoria e parola. La mostra nasce da un lungo lavoro di confronto diretto con l’artista, sviluppato nell’arco di due anni. Attraverso incontri, racconti e testimonianze, prende forma un percorso narrativo che mette al centro la sua produzione musicale e letteraria, offrendo uno sguardo autentico e personale sulla sua carriera.

Dove si svolge la mostra e chi la organizza

L’esposizione è ospitata presso Spazio Gerra, centro culturale dedicato alla contemporaneità e alla cultura popolare, nel cuore di Reggio Emilia. Il progetto è promosso dal Comune di Reggio Emilia e patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna. Cosa da non dimenticare... l'ingresso è gratuito.

Il percorso espositivo: cosa vedere

La mostra si sviluppa su quattro piani per un totale di circa 350 metri quadrati, articolandosi in nove sezioni tematiche, ciascuna ispirata a una canzone.

Il visitatore potrà immergersi in un viaggio che unisce:

  • materiali d’archivio (fotografie, oggetti originali, documenti)

  • installazioni visive

  • illustrazioni contemporanee

  • progetti fotografici inediti

Il tutto costruito per raccontare le principali fonti di ispirazione di Guccini: dalla cultura popolare alla letteratura, dalla storia alle radici territoriali.

Le opere e gli artisti coinvolti

Il percorso espositivo include contributi di illustratori e artisti visivi che reinterpretano l’immaginario gucciniano, tra cui: Simona Costanzo, Arianna Lerussi, Maurizio Mantovi, Veronica Ruffato, Silvano Scolari e Gianmario Taurisano.

Due i progetti fotografici principali:

  • “E Pavana un ricordo” di Paolo Simonazzi: un viaggio visivo tra Bologna e l’Appennino, nei luoghi simbolo dell’artista

  • “Zeitraum” di Kai-Uwe Schulte-Bunert: una riflessione sul tempo attraverso immagini di ingranaggi di orologi, simbolo della memoria frammentata

Un ritratto completo dell’artista

L’obiettivo della mostra è andare oltre la figura del cantautore, restituendo un’immagine completa di Guccini come:

  • scrittore

  • narratore

  • intellettuale

  • punto di riferimento culturale per più generazioni

Il progetto continuerà anche con la pubblicazione di un volume editoriale, pensato per approfondire il rapporto tra biografia, opere e oggetti legati all’artista.

Spazio Gerra: un punto di riferimento culturale

Aperto nel 2008, Spazio Gerra è oggi uno dei principali centri espositivi dedicati alla cultura contemporanea a Reggio Emilia. Dal 2014 è gestito da ICS e ha ospitato numerose mostre dedicate a musica, movimenti giovanili e fenomeni culturali del Novecento.

Tra le esposizioni più significative:

  • mostre sulla musica italiana

  • progetti sulla cultura pop e sociale

  • percorsi dedicati a movimenti artistici e generazionali

Attualmente ospita anche una mostra fotografica che esplora l’immaginario legato al territorio emiliano, ispirato a una celebre espressione coniata dallo stesso Guccini. Un appuntamento imperdibile per appassionati di musica d’autore, cultura italiana e storia contemporanea.

Rush nuovamente on tour: chi l'avrebbe detto...


Dopo anni di assordante silenzio e la perdita di Neil Peart, i Rush annunciano il ritorno sui palchi con un nuovo tour mondiale e una formazione rinnovata. Per molto tempo l’idea di vedere di nuovo il trio canadese dal vivo è sembrata impossibile. Dopo l’ultimo concerto del R40 Live Tour nel 2015 e soprattutto dopo la morte del leggendario batterista nel 2020, la storia della band canadese sembrava definitivamente conclusa. Oggi, invece, qualcosa è cambiato. Geddy Lee e Alex Lifeson hanno deciso di riportare il nome dei Rush sul palco con un nuovo progetto live.

Il “Fifty Something Tour” partirà il 7 giugno da Los Angeles e attraverserà diverse città di Stati Uniti, Canada e Messico. L’Europa sarà raggiunta nel 2027, con una tappa già annunciata anche in Italia: il 30 marzo 2027 all’Unipol Dome di Milano, la nuova Arena Santa Giulia inaugurata per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Accanto ai due membri storici ci saranno nuovi musicisti: la batterista Anika Nilles e il tastierista Loren Gold.

Perché i Rush hanno deciso di tornare 

La decisione di tornare a esibirsi dal vivo non è stata improvvisa. Per Lee e Lifeson si è trattato di un processo lungo, maturato lentamente dopo anni di riflessione personale e artistica. Secondo Geddy Lee, nei primi anni dopo la scomparsa di Peart l’idea di tornare in tour sembrava semplicemente irrealistica. Il punto di svolta è arrivato nel 2022, quando i due musicisti hanno partecipato ai concerti tributo dedicati a Taylor Hawkins, storico batterista dei Foo Fighters. Suonare nuovamente insieme sul palco e condividere la musica dei Rush con altri batteristi ha avuto un effetto inatteso.

Lee racconta che durante quei concerti è riemerso un forte senso di orgoglio per il repertorio della band e per l’eredità musicale lasciata da Neil Peart. Nonostante il contesto emotivamente difficile, gli spettacoli si sono trasformati in una celebrazione della musica e della comunità che la circonda.

Il ruolo di Paul McCartney 

Durante il tributo londinese a Taylor Hawkins è avvenuto anche un incontro destinato a lasciare il segno: quello con Paul McCartney. I due membri dei Rush ricordano che l’ex Beatle, dopo aver assistito al loro set dal lato del palco, li ha avvicinati con una domanda molto diretta: se avessero intenzione di tornare in tour. Quel momento, raccontano, ha piantato un seme nella loro mente. L’idea non si è concretizzata subito, ma è riemersa con forza alla fine del 2024, quando Lee e Lifeson hanno iniziato a discutere concretamente nuovi progetti legati alla musica dei Rush.

Alex e Geddy

La nuova formazione: chi sono Anika Nilles e Loren Gold

Uno dei passaggi più delicati della rinascita della band è stato trovare una batterista capace di affrontare il repertorio complesso dei Rush. La scelta è caduta su Anika Nilles, musicista con un background molto diverso rispetto alla tradizione del gruppo. Secondo Geddy Lee, la decisione è arrivata quasi immediatamente dopo aver suonato insieme per alcuni giorni in Canada. La batterista ha portato energia, disciplina e una prospettiva nuova alle composizioni storiche della band. La Nilles era già conosciuta nel mondo musicale per il suo talento e per le collaborazioni con artisti di primo piano. Durante le prove del tour, racconta Lee, la musicista ha dimostrato una crescita continua fino a diventare una presenza fondamentale per il nuovo progetto. Accanto a lei, alle tastiere, ci sarà Loren Gold, musicista statunitense noto per il lavoro con numerosi artisti rock internazionali.

Come saranno i concerti del nuovo tour 

Il nuovo spettacolo dei Rush sarà costruito come una celebrazione della loro lunga carriera musicale. Il concerto sarà diviso in due set con intervallo, una scelta pensata per ripercorrere diverse fasi della storia della band. All’interno dello show ci saranno anche momenti dedicati alla memoria di Neil Peart. Alex Lifeson ha spiegato che non si tratterà di un tributo malinconico, ma piuttosto di una celebrazione del talento e della personalità del batterista. L’obiettivo è ricordarlo con affetto e gratitudine, mantenendo viva la sua presenza nella musica e nello spirito della band.

Nuova musica in arrivo? Forse è pretendere troppo...

Per il momento, Geddy Lee e Alex Lifeson sono completamente concentrati sulla preparazione del tour. Il repertorio previsto include circa quaranta brani, un lavoro impegnativo che richiede grande preparazione e concentrazione. Per questo motivo, al momento non ci sono piani concreti per nuova musica o per celebrazioni speciali legate al cinquantesimo anniversario dell’album “2112”. Lee lascia comunque aperta la possibilità per il futuro: una volta concluso il tour, tutto potrebbe succedere. Il ritorno dei Rush non è soltanto una reunion, ma una nuova fase della band. Con una formazione rinnovata e uno spettacolo pensato per celebrare la loro storia, Geddy Lee e Alex Lifeson sono pronti a riportare sul palco uno dei repertori più influenti del rock progressivo.

lunedì 16 marzo 2026

Colpo grosso al tempio dei vinili: Blutopia derubata, scatta la solidarietà


Un duro colpo per uno dei punti di riferimento della scena musicale indipendente romana. Il negozio di dischi Blutopia, storico spazio dedicato ai vinili nel quartiere Pigneto, è stato vittima di un furto mirato: centinaia di dischi, molti dei quali rari o autografati, sono stati portati via. Per aiutare i proprietari a recuperare i danni è stata avviata una raccolta fondi online.

Il furto nel negozio di vinili al Pigneto

Il colpo è avvenuto all’alba del 26 febbraio in via del Pigneto 116, dove dal 2011 si trova Blutopia. Secondo quanto raccontato dai gestori del negozio, i ladri hanno forzato l’ingresso e selezionato con precisione centinaia di dischi in vinile. L’azione, spiegano i proprietari, sembra essere stata pianificata con attenzione, probabilmente dopo uno o più sopralluoghi preparatori. Non si tratterebbe quindi di un furto casuale, ma di un’operazione mirata a oggetti di alto valore. Il danno economico stimato supera i 20mila euro.

Rubati vinili rari e autografati

Tra i dischi sottratti ci sono numerosi vinili rari e da collezione, alcuni addirittura firmati dagli artisti. Il negozio ha pubblicato sui propri canali social l’elenco completo dei titoli rubati, nel tentativo di rendere più difficile la rivendita nel mercato del collezionismo. Secondo i gestori di Blutopia, chi ha compiuto il furto sapeva esattamente cosa prendere. A dimostrarlo è anche un dettaglio significativo: tutti i supporti con valore commerciale inferiore — come CD, DVD e libri — sono rimasti sugli scaffali. Per i proprietari si tratta quindi di un’azione deliberata, portata avanti da persone che conoscono bene il mercato dei vinili o che sono state indirizzate da qualcuno esperto del settore.

Raccolta fondi per aiutare Blutopia dopo il furto

Per fronteggiare le perdite, uno dei titolari, Fabrizio Spera, ha avviato una campagna di raccolta fondi su GoFundMe. Nel messaggio pubblicato sulla piattaforma si legge che il colpo subito è troppo pesante da assorbire con le sole risorse del negozio, motivo per cui è stato chiesto il sostegno della comunità di appassionati. L’obiettivo della raccolta è di 20mila euro, pari alla stima dei danni causati dal furto. Al 15 marzo la campagna ha già raccolto 7.168 euro grazie a 124 donazioni. Un segnale importante di solidarietà da parte di clienti, collezionisti e amanti della musica.

Cos’è Blutopia

Blutopia ha aperto alla fine del 2011 con l’obiettivo di diventare molto più di un semplice negozio di dischi. I fondatori lo hanno immaginato come uno spazio di incontro dedicato alla cultura musicale, dove la passione per i vinili potesse favorire socialità e confronto. L’idea alla base del progetto era infatti quella di creare un equilibrio tra consumo culturale e comunità, offrendo agli appassionati un luogo dove condividere ascolti, scoperte musicali e discussioni. I proprietari non sono nuovi alla scena culturale romana: in passato hanno animato realtà importanti come Disfunzioni Musicali e Rinascita, contribuendo alla diffusione della musica indipendente nella capitale.

Le nuove frontiere della promozione musicale


Quest’anno la sorpresa nell’uovo di Pasqua non la solita cinesata di plastica... ma il marketing. Sono infatti arrivate nei supermercati le uova di Pasqua dedicate a Max Pezzali, pensate – neanche troppo velatamente – per promuovere il tour di concerti del 2026. Perché, diciamolo, ormai ogni occasione è buona per ricordarci che i biglietti sono disponibili… e che costano più o meno come un weekend fuori porta.

Provaci ancora, Bauli...

L’operazione nasce con Bauli, che dopo l’indimenticabile avventura commerciale con Chiara Ferragni – finita tra polemiche, beneficenze creative e vendite non proprio entusiasmanti – ha deciso di cambiare soundtrack: meno influencer, più nostalgia anni ’90. E così, mentre scarti il cioccolato, ti ritrovi catapultato fra Gli anni, Nord Sud Ovest Est e, soprattutto, il link per comprare i preziosi ticket. Perché oggi il vero gadget nell’uovo non è la sorpresa: è il promemoria che andare a un concerto è diventato quasi un bene di lusso. Ma tranquilli, c’è sempre il cioccolato per consolarsi.

La scomparsa di Country Joe McDonald, icona pacifista



Quando si parla di Woodstock 1969, si pensa spesso al momento più alto della controcultura giovanile. Ma in realtà quel festival – tre giorni di musica, fango, utopie e disorganizzazione – rappresentò anche l’epilogo simbolico di un’epoca irripetibile, quella in cui musica, politica e aggregazione giovanile sembravano procedere nella stessa direzione. Tra le centinaia di migliaia di ragazzi accorsi nello stato di New York nell’agosto del 1969, molti avrebbero assistito a performance entrate nella storia. Alcune, però, rimasero nella memoria non tanto per la qualità musicale quanto per il loro valore simbolico e politico. È il caso di Country Joe McDonald, leader dei Country Joe & The Fish, protagonista di uno dei momenti più iconici del festival.

Country Joe a Woodstock: una performance imperfetta ma leggendaria

La partecipazione dei Country Joe & The Fish a Woodstock è documentata sia nel primo album dal vivo ricavato dal festival sia nel celebre film che ne ha consacrato il mito. Eppure, a voler essere sinceri, l’esibizione della band californiana non fu tra quelle destinate a entrare nella leggenda per qualità musicale. In mezzo a un cartellone che comprendeva giganti come Jefferson Airplane, Sly and the Family Stone, Jimi Hendrix e Joan Baez — quest’ultima capace di affrontare da sola e senza accompagnamento una platea immensa — il set dei Fish apparve piuttosto disordinato.

La spiegazione è semplice: la formazione che salì sul palco era stata assemblata all’ultimo minuto. Accanto a Country Joe McDonald c’erano Mark Kapner alle tastiere, Doug Metzner al basso e Greg Dewey alla batteria, già nei Mad River. Dei membri storici della band non era rimasto praticamente nessuno. Il risultato fu un’esecuzione poco incisiva, e un brano come Rock & Soul Music lasciò più tracce per l’entusiasmo che per la sostanza. Eppure Woodstock regalò a Country Joe un momento destinato a restare nella storia.

Il coro più famoso contro la guerra

A un certo punto McDonald tornò sul palco da solo, con la chitarra. Davanti a centinaia di migliaia di ragazzi, sollevò la voce e lanciò un invito semplice:

“Datemi una F!”

La folla capì immediatamente dove stava andando a parare. Le lettere che seguirono non componevano la parola “fish”. Quello che ne nacque fu uno dei momenti più iconici della cultura rock: l’esecuzione di I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die Rag.

Il brano è una satira feroce sulla Vietnam War. La musica è allegra, quasi da marcetta folk; il testo, invece, è tagliente come una lama. Il ritornello scorre con leggerezza mentre racconta l’assurdità di una guerra mandata avanti da giovani spediti al fronte senza capire davvero perché. Il contrasto tra tono festoso e contenuto tragico è ciò che rende la canzone tanto potente. Ancora oggi, nonostante la perdita inevitabile dei giochi di rime dell’inglese originale, il suo sarcasmo colpisce con la stessa forza. È rimasta una delle canzoni più rappresentative degli anni Sessanta, un decennio che di inni generazionali ne ha prodotti parecchi.

Oltre la canzone simbolo

Eppure la carriera di Country Joe McDonald non dovrebbe essere ridotta a questo singolo episodio. Con i suoi compagni fu tra i pionieri della psichedelia californiana, e i primi lavori della band restano tra i documenti più interessanti della scena di San Francisco.

Tra il 1965 e il 1966, nella vivace atmosfera politica di Berkeley, McDonald e il chitarrista Barry Melton pubblicarono due EP autoprodotti venduti a prezzo quasi simbolico: circa un dollaro. Nonostante i mezzi limitati, quei dischi circolarono molto più di quanto si potesse immaginare per delle autoproduzioni. Il secondo arrivò a vendere circa quindicimila copie prima di essere ritirato in seguito all’accordo con la Vanguard, etichetta che avrebbe poi pubblicato i lavori successivi.

Oggi gli originali di quei vinili sono diventati oggetti da collezione e raggiungono cifre considerevoli. All’epoca, però, erano pensati come semplici strumenti di diffusione musicale e politica. In quei solchi si trovano le prime versioni di brani destinati a diventare fondamentali nel repertorio della band: Superbird, Thing Called Love, Bass Strings e l’ipnotica Section 43, un viaggio sonoro dalle suggestioni orientali che anticipava molte intuizioni della psichedelia. Già allora era chiaro che il gruppo aveva qualcosa di speciale.

Le radici di Country Joe

Quando questi primi dischi videro la luce, Joseph McDonald aveva ventiquattro anni. Il suo nome — Joseph — gli era stato dato dai genitori in omaggio a Joseph Stalin, dettaglio curioso per un artista che sarebbe diventato una delle voci più radicali della controcultura americana.

Ancora più ironico è il fatto che McDonald avesse appena concluso quattro anni di servizio nella marina militare statunitense. Una volta tornato alla vita civile, decise di dedicarsi completamente alla musica.

Da ragazzo aveva assorbito influenze diverse, dal dixieland al rhythm and blues. In un primo momento aveva suonato il trombone in piccoli gruppi jazz, ma ben presto si avvicinò al folk. Il suo primo disco, The Goodbye Blues, registrato insieme al chitarrista Blair Hardman, fu un lavoro quasi domestico: poche copie stampate e distribuite tra amici e parenti.

Nel frattempo McDonald si stava impegnando intensamente nella militanza politica. Dopo aver diretto il giornale underground Et Tu a Los Angeles, si trasferì a Berkeley per frequentare l’università. Lì entrò nel cuore delle prime proteste contro la guerra in Vietnam, in un momento in cui gran parte dell’opinione pubblica — anche progressista — sosteneva ancora la politica del presidente Lyndon B. Johnson.

Un disco nato da un giornale

L’idea che avrebbe dato origine ai Country Joe & The Fish nacque quasi per caso. McDonald stava lavorando a una nuova rivista underground, che voleva chiamare Rag Baby. Non avendo abbastanza materiale per riempirne le pagine, pensò di trasformare il progetto in qualcosa di diverso: un disco da vendere durante le manifestazioni. Fu l’inizio dell’avventura della band.

La prima formazione comprendeva Barry Melton alla chitarra, Bill Steel al basso, Mike Beardslee all’armonica e Carl Shrager alla washboard. Il nome del gruppo era un ironico riferimento alla figura di Mao Zedong, allora molto presente nell’immaginario politico della sinistra radicale. Nel giro di poco tempo il gruppo si evolse. Entrarono l’organista David Cohen, il bassista Bruce Barthol e il batterista Gary “Chicken” Hirsh, formando quella che sarebbe rimasta la line-up classica.

I capolavori del 1967

Con questa formazione arrivarono i due album che definiscono la stagione d’oro dei Fish: "Electric Music for the Mind and Body" e "I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die", entrambi pubblicati su da Vanguard. L’etichetta, fino ad allora più legata alla musica classica e al folk, stava tentando di entrare nel nuovo universo della cultura giovanile americana. La band era ormai molto popolare nella Bay Area grazie a una fitta attività live che li portava dai sit-in politici ai palchi di locali leggendari come Avalon Ballroom e Fillmore West.

"Electric Music for the Mind and Body" rimane uno dei manifesti della psichedelia americana: un disco ricco di invenzioni, dove convivono la leggerezza di Flying High, il garage melodico di Not So Sweet Martha Lorraine, il blues oscuro di Death Sound e l’atmosfera sospesa di Grace, dedicata alla cantante dei Jefferson Airplane. Il seguito consolidò il successo del gruppo, con episodi notevoli come Pat’s Song, Thought Dream ed Eastern Jam.

L’ultima fase prima di Woodstock

Negli anni immediatamente successivi la band pubblicò altri dischi, tra cui "Together" del 1968. Nonostante alcuni momenti interessanti — la liquida Susan o l’esperimento psichedelico An Untitled Protest — il lavoro apparve meno ispirato rispetto ai precedenti. Più convincente risultò invece Here We Are Again del 1969, caratterizzato da un tono quasi circense, vicino al vaudeville, che trovava il suo momento più curioso nella reinterpretazione di My Girl filtrata attraverso lo spirito dei Beatles del cosiddetto “White Album”. Poco dopo sarebbe arrivato Woodstock. E con esso, simbolicamente, la fine di un’epoca in cui la musica sembrava davvero poter cambiare il mondo.

sabato 14 marzo 2026

Quando il tempo torna indietro e la pista si riempie di ricordi



Al Just Me Garda Lake arriva “2010’s Memories”, una serata pensata per chi non ha mai smesso di cantare a squarciagola le hit di quel decennio e per chi vuole rivivere l’energia di una stagione musicale che ha fatto ballare il mondo. Dalle 23:00 fino a notte fonda, il club affacciato sulle rive del Lago di Garda si trasforma in una vera e propria macchina del tempo musicale. 

Le hit che hanno segnato una generazione

In console e in pista tornano i grandi successi pop, dance ed elettronici degli anni 2010: brani che hanno dominato le classifiche, colonne sonore di notti indimenticabili, inni generazionali capaci ancora oggi di accendere immediatamente l’atmosfera. È il tipo di serata in cui basta l’intro di una canzone per far partire un coro collettivo, tra ritornelli iconici e drop che riportano direttamente a momenti speciali.

Un luogo iconico sul lago di Garda

Il fascino dell’evento non è solo nella musica, ma anche nella location. Just Me Garda Lake è infatti uno dei locali più suggestivi del territorio, un punto d’incontro tra lifestyle, ristorazione e nightlife che riprende la tradizione di successo del brand nato tra Milano e Porto Cervo. 

Tra cucina d’eccellenza e nightlife

Qui l’esperienza della serata si costruisce passo dopo passo: si può iniziare con una cena elegante, lasciarsi conquistare da sushi e cucina d’eccellenza, sorseggiare cocktail signature accompagnati da appetizer ricercati e poi tuffarsi nella dimensione più festosa della notte.

Gli spazi del locale permettono di vivere la serata in modi diversi: tavoli sulla terrazza affacciata sul lago, posti direttamente a bordo pista per chi vuole respirare l’energia del dancefloor o aree privé per chi cerca un’esperienza più esclusiva. A completare l’atmosfera ci pensano le luci, la musica internazionale e il pubblico che negli ultimi mesi ha reso il locale uno dei punti di riferimento del divertimento sul Lago di Garda e in tutta la Lombardia.

“2010’s Memories” è quindi molto più di una semplice festa a tema. È un viaggio sonoro fatto di nostalgia, ritmo e condivisione, dove ogni traccia diventa un frammento di memoria collettiva. Una notte, una colonna sonora e centinaia di emozioni che tornano a vivere sulla pista. Perché certi ricordi non basta raccontarli: bisogna ballarli di nuovo.

giovedì 12 marzo 2026

Arriva “Vasco – La Rabbia Giovane”, il primo volume della trilogia Bonelli



Un nuovo progetto editoriale dedicato alla vita e alla carriera di Vasco Rossi sta per arrivare in libreria e fumetteria. Dal 19 maggio debutta infatti Vasco – La Rabbia Giovane, primo capitolo della serie “Vasco. Una favola lunga una vita”, la graphic novel realizzata da Sergio Bonelli Editore (realtà alla quale sono affettivamente legato perchè ho collaborato con loro in passato) che racconta in tre volumi la storia del celebre rocker italiano.

L’iniziativa segna una nuova collaborazione tra l’editore milanese e uno degli artisti più amati della musica italiana, dopo il successo del precedente progetto che aveva incrociato l’universo di Dylan Dog con le canzoni del Komandante.

La graphic novel dedicata al rocker di Zocca

Il primo volume della trilogia, Vasco – La Rabbia Giovane, sarà disponibile dal 19 maggio e inaugura una collana pensata per raccontare in forma di fumetto il percorso umano e artistico del cantante. Il progetto editoriale è strutturato in tre volumi a colori da circa 100 pagine ciascuno, che ripercorrono momenti chiave della vita di Vasco: dagli inizi fino alla consacrazione come icona della musica italiana. Attraverso il linguaggio della graphic novel, la storia del rocker di Zocca prende forma in una narrazione intensa e visiva che intreccia musica, memoria collettiva, Episodi biografici e immagini evocative. Il risultato? Un racconto capace di restituire il ritratto di un artista che ha influenzato più generazioni di ascoltatori.

Gli autori: Barbara Baraldi, Sergio Gerasi e Flavia Biondi

Alla sceneggiatura della trilogia troviamo Barbara Baraldi, scrittrice e curatrice di Dylan Dog, già autrice dell’albo speciale Dylan Dog: Jenny, ispirato alla celebre canzone "Jenny" di Vasco Rossi. I disegni sono invece affidati a due artisti di grande rilievo nel panorama fumettistico contemporaneo: Sergio Gerasi e Flavia Biondi I due illustratori interpretano il protagonista con stili differenti ma complementari, offrendo una rappresentazione visiva capace di raccontare le molte sfaccettature della personalità di Vasco.


Contenuti extra e materiali d’archivio

Ogni volume della serie includerà anche una sezione speciale con contenuti aggiuntivi, pensati per arricchire la lettura e offrire un contesto più ampio alla narrazione. Tra i materiali presenti: documenti d’archivio, testi autografi, fotografie storiche e approfondimenti legati alla carriera del cantautore. Tutti elementi in grado di dialogare con la storia illustrata, contribuendo a costruire un racconto ancora più completo del percorso artistico del rocker.

Fumetto e musica: il progetto editoriale Bonelli sul Blasco

Con “Vasco. Una favola lunga una vita”, Sergio Bonelli Editore continua a esplorare il rapporto tra fumetto e cultura popolare, utilizzando il linguaggio della graphic novel per raccontare grandi icone italiane. Il primo volume uscirà il 19 maggio, mentre i successivi capitoli della trilogia arriveranno:

  • a luglio, con il secondo volume

  • in autunno, con la conclusione della trilogia

Un progetto editoriale che unisce fumetto, musica e memoria generazionale, celebrando la storia di uno degli artisti più influenti ed amati della musica italiana.