martedì 14 aprile 2026
Nel vento d'Irlanda da oggi risuona una voce in più
Fatto di ferro: Il suono ostinato della resistenza
L'autore Bernardo Draghetti, stimato commercialista con un passato musicale alla corte di Bibi Ballandi e un presente anche come triatleta Ironman, costruisce la sua autobiografia senza cercare nessuna indulgenza. L’infanzia nei campi di Metanopoli, le prime ribellioni scolastiche, le amicizie ruvide nate sull’asfalto, gli amori che segnano più di quanto consolino: ogni episodio è raccontato con una sincerità disarmante. Non c’è compiacimento né autocommiserazione. Solo il tentativo ostinato di dare ordine alle proprie cicatrici. La scrittura è cruda ma mai pesante, attraversata da un’ironia sottile che funziona come una bussola emotiva. È proprio questa ironia a rendere digeribile ciò che, altrimenti, sarebbe solo dolore sedimentato. Draghetti non addolcisce la realtà: la attraversa, invitando il lettore a fare lo stesso.
La prefazione del campione di ciclismo Fabio Aru aggiunge una chiave di lettura interessante: la disciplina, la fatica, la resistenza come elementi fondanti non solo dello sport, ma della costruzione di sé. Non è un’introduzione formale, ma un ponte coerente con il cuore del libro. A chiudere il cerchio, la postfazione e le schede musicali del sottoscritto che cercano di ampliare l’esperienza, trasformando la colonna sonora evocata nel testo in una guida concreta, quasi un’estensione sensoriale del racconto, attraverso specifici QR Code da attivare con lo smartphone.
Uno degli aspetti più riusciti è l’ambientazione: tra i Navigli e la provincia, emerge un’Italia viva, in trasformazione, lontana dalle cartoline e più vicina alle crepe reali del quotidiano. È un affresco che non idealizza ma che osserva. Il tema centrale resta però la resistenza. Non quella eroica e celebrata... quella silenziosa e quotidiana, che ci pone un quesito preciso: quanto bisogna restare saldi per diventare, finalmente, liberi? Fatto di ferro non offre risposte facili ma pone la domanda con una forza che resta addosso. Pubblicato dalla neonata Ealixir Editions, questo libro è un testo potente sull’identità e sul tempo ma, su tutto, è una testimonianza sincera. Non chiede di essere giudicato, chiede di essere vissuto. E alla fine, proprio come una canzone che non riesci a toglierti dalla testa, continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina.
lunedì 13 aprile 2026
Dalla parte degli animali
Un nuovo volto per “Rispetto per Tutti gli Animali”
Si allarga la squadra di testimonial di “Rispetto per Tutti gli Animali”: dopo l’irriverente scrittore e giornalista Simone Di Matteo, l’associazione sceglie di affiancargli una figura diversa ma perfettamente in linea con i valori promossi. A entrare nel progetto è Andrea Candeo, agronomo comasco da sempre attento alla salvaguardia di fauna, flora ed ecosistemi, oltre che modello e attore premiato ad Alassio con il titolo di “Il più bello d’Italia”. Una scelta voluta dal presidente Giancarlo De Salvo, che ha deciso di puntare su un profilo giovane, credibile e capace di parlare un linguaggio diretto. Candeo sarà protagonista di tre campagne inedite, con scatti realizzati da Lara Bartesaghi per Modo Agency.
Un’associazione in crescita, con una missione precisa
Fondata nel 2016, “Rispetto per Tutti gli Animali” è una realtà no-profit che oggi conta oltre due milioni di utenti registrati e porta avanti un obiettivo chiaro: eliminare ogni forma di violenza sugli animali. Il suo approccio è indipendente da orientamenti politici e si concentra su ambiti concreti:
- tutela degli animali e degli ecosistemi
- contrasto a caccia e bracconaggio
- salvaguardia della biodiversità
- educazione ambientale
Un lavoro che si inserisce perfettamente in quel filone culturale — ben raccontato anche in Crocodile Rock — che vede sempre più artisti e personalità pubbliche esporsi in difesa degli animali e dell’ambiente.
Perché proprio Andrea Candeo
«Ho riconosciuto in Candeo una sensibilità autentica e una forte capacità comunicativa», ha spiegato De Salvo. «Il suo entusiasmo e la sua visione consapevole lo rendono, insieme a Di Matteo, un testimonial ideale, soprattutto per sensibilizzare i più giovani». Un passaggio generazionale importante, che punta a rendere il messaggio più contemporaneo e incisivo. Dal canto suo, Candeo sottolinea il valore etico della scelta: «La vera bellezza risiede nel rispetto, nella consapevolezza e nella capacità di proteggere chi non ha voce. Gli animali meritano dignità, tutela e amore».
Dalla cultura alla responsabilità
Se nel rock gli animali sono stati per decenni simboli, metafore o provocazioni visive, oggi diventano sempre più spesso il centro di una riflessione concreta e urgente. Dalle copertine iconiche alle campagne di sensibilizzazione, il passo non è poi così lungo. Oggi, grazie anche a volti come quello di Andrea Candeo, quel legame si trasforma in qualcosa di ancora più importante: una responsabilità condivisa verso tutte le forme di vita.
martedì 7 aprile 2026
La verità al tempo degli algoritmi: Enea Angelo Trevisan presenta "L’industria delle bugie"
Dentro la fabbrica delle notizie
Nel suo nuovo lavoro, Trevisan descrive Internet non più come semplice strumento, ma come vero e proprio ecosistema in cui si formano opinioni, si costruiscono reputazioni e, con la medesima rapidità, si possono distruggere. Un ambiente virtuale dove la velocità domina su tutto: le notizie si rincorrono senza sosta, creando una sovrapposizione continua tra fatti verificati e contenuti manipolati. Il punto critico, sottolinea l’autore, è che spesso il falso non solo circola più velocemente, ma riesce anche a imporsi sul vero. Il motivo? Fa più rumore, cattura più attenzione, si adatta meglio alle logiche degli algoritmi.
Una bussola per orientarsi nel caos
L’industria delle bugie nasce da un’urgenza concreta, più che da un intento teorico. Il libro si propone come guida pratica per decifrare i meccanismi della comunicazione digitale: dai funzionamenti dei social network ai centri di potere che influenzano la diffusione delle informazioni, fino agli interessi nascosti dietro trend e contenuti virali. L’obiettivo è chiaro: fornire strumenti per difendere la propria identità e la propria reputazione online, sempre più esposte e vulnerabili.
Google, le hit virali e il parallelismo con la musica
Il tema della verità online non può prescindere dal ruolo dei grandi motori di ricerca come Google, veri direttori d’orchestra del traffico informativo globale. Come nelle classifiche musicali, anche qui vincono visibilità e rapidità: ciò che emerge non è sempre ciò che è più accurato, ma quello che riesce a diventare “virale”. Il parallelismo con la musica è tutt’altro che casuale. Una canzone diventa una hit non necessariamente per la sua qualità intrinseca, ma per la sua capacità di diffondersi, essere condivisa, entrare nella testa delle persone. Allo stesso modo, una notizia – vera o falsa – può scalare le “classifiche” del web grazie a titoli accattivanti, emozioni forti e dinamiche di condivisione automatica. In questo senso, le fake news funzionano come i tormentoni estivi: si propagano rapidamente, si ripetono fino a sembrare familiari e, proprio per questo, credibili. La differenza è che, mentre una canzone può essere innocua, una notizia falsa può influenzare opinioni, decisioni e perfino il destino di individui e istituzioni.
Costruire consapevolezza
Nel “regno confuso” della Rete, dove il confine tra realtà e costruzione è sempre più sfumato, il libro di Trevisan si propone come una mappa personale per orientarsi. Non una verità assoluta, ma uno strumento per riconoscere le distorsioni e recuperare uno sguardo critico. L’appuntamento milanese si configura così non solo come una presentazione editoriale, ma come un momento di riflessione collettiva su quella che l’autore definisce la più grande fabbrica di menzogne mai costruita. Un sistema che, oggi più che mai, richiede attenzione, consapevolezza e – forse – un nuovo modo di ascoltare, non solo le notizie, ma anche il “suono” della verità.
Tra musica e macerie: il grido di Pippo Pollina per la Palestina
Nel panorama della canzone d’autore impegnata torna a farsi sentire la voce intensa e inconfondibile del siciliano Pippo Pollina, che pubblica il video ufficiale di “Free Palestina”, uno dei brani più significativi del suo nuovo progetto discografico “Fra guerra e pace”.
Il video, diretto da Enzo De Giorgi e prodotto da Rambaldo degli Azzoni Avogadro, è un cortometraggio dal forte impatto visivo ed emotivo. Le immagini alternano l’esibizione in studio del cantautore siciliano a sequenze che raccontano la devastazione della guerra in Palestina: esplosioni, macerie e volti segnati dalla disperazione. Ma il racconto non si ferma al dolore. Progressivamente, la narrazione visiva si apre a scene di mobilitazioni globali e simboli di rinascita, come un fiore che sboccia tra le rovine, restituendo il senso profondo del brano: la speranza, nonostante tutto. Un elemento distintivo del video è l’uso dell’intelligenza artificiale, impiegata per rielaborare e trasformare immagini già esistenti in rete, dando vita a un linguaggio visivo contemporaneo che amplifica il messaggio della canzone.
Con “Free Palestina”, Pollina non si limita a raccontare: prende posizione. Le sue parole sono un invito a rifiutare ogni logica di violenza e contrapposizione sterile, sottolineando come la guerra sia sempre lontana dai desideri reali delle persone. È una riflessione lucida e poetica che si inserisce perfettamente nel concept dell’album “Fra guerra e pace”, un lavoro che si muove tra denuncia, memoria e tensione verso un futuro diverso. Il disco si presenta infatti come una vera e propria dichiarazione artistica e politica: attraverso una scrittura profonda e una musica ricca di influenze, l’artista porta l’ascoltatore oltre i titoli dei giornali, dentro le storie umane che si nascondono dietro i conflitti. Dolore, amore e speranza convivono in un equilibrio delicato, rendendo l’album un’opera coerente e intensa.
Disponibile esclusivamente in formato fisico (CD e vinile), “Fra guerra e pace” conferma ancora una volta la coerenza e la profondità del percorso artistico di Pollina. Cantautore siciliano con una carriera internazionale consolidata, ha costruito negli anni un linguaggio musicale capace di attraversare confini geografici e culturali, mantenendo sempre al centro l’urgenza del racconto e l’impegno civile.
Con oltre quarant’anni di attività, migliaia di concerti e collaborazioni prestigiose — tra cui Franco Battiato, Georges Moustaki e Konstantin Wecker — Pippo Pollina si conferma una delle voci più autorevoli della musica d’autore europea. E con questo nuovo lavoro, ribadisce che la musica può ancora essere uno strumento potente per interrogare il presente e immaginare un futuro diverso.
Il mio nome è Bond, Jacqueline Bond
Il "problema" di James Bond non è mai stato il fatto che sia una fantasia iper-stilizzata di spionaggio, gadget improbabili e Martini agitati - non mescolati - con precisione chirurgica… no, il vero nodo irrisolto era il cromosoma!
giovedì 2 aprile 2026
Una Pasqua "urban" al JustMe Milano
Nella suggestiva cornice del JustMe Milano, ai piedi dell’imponente Torre Branca, immersa nella magica atmosfera del Parco Sempione, sabato 4 aprile si festeggia con un live imperdibile. Nella raffinata location prenderà infatti vita una serata da segnare in agenda: è infatti in arrivo William Leonard Roberts II, meglio conosciuto come Rick Ross.
Nato il 28 gennaio 1976 a Clarksdale, nel Mississippi, Rick Ross è una delle figure più riconoscibili della scena hip hop internazionale: fisico imponente, iconici occhiali da sole, tatuaggi distintivi — tra cui il volto di Abramo Lincoln e armi simboliche — e uno stile inconfondibile che lo ha reso una vera icona del genere. Il suo nome d’arte prende ispirazione dal celebre trafficante “Freeway” Ricky Ross, pur senza alcun legame diretto con lui. Prima di intraprendere la carriera musicale, Roberts ha lavorato come guardia carceraria, un passato che contribuisce a rendere ancora più interessante la sua evoluzione artistica.
Fondatore della Maybach Music Group, Rick Ross ha costruito un vero e proprio impero musicale, lanciando e collaborando con numerosi artisti di rilievo. Con album di successo come Deeper Than Rap e i lavori successivi, ha consolidato il suo ruolo nel panorama hip hop, distinguendosi per uno stile lussuoso, produzioni raffinate e testi che raccontano ambizione, successo e vita urbana.
Nel corso della sua carriera ha collaborato con alcune delle più grandi star della musica internazionale e ha contribuito a definire il suono del rap contemporaneo, diventando uno dei principali ambasciatori della scena statunitense nel mondo. Oggi Rick Ross continua a innovare e a pubblicare nuova musica, mantenendo una presenza costante ai vertici dell’industria. La sua energia, il suo carisma e il suo repertorio renderanno il sabato di Pasqua a Milano un evento ancora più esclusivo e scintillante, trasformando la notte del JustMe in un’esperienza unica per tutti gli amanti della musica urban.
L’ultimo concerto di Ryuichi Sakamoto arriva al cinema: “Opus”, evento unico il 19 maggio
Dopo la clamorosa accoglienza all'80a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e a Piano City Milano, arriva finalmente nelle sale italiane “Ryuichi Sakamoto | Opus”, un evento speciale che porta sul grande schermo l’ultima, intensa performance del maestro giapponese. L’appuntamento è fissato per il 19 maggio alle ore 20:30, quando il film concerto sarà trasmesso in contemporanea nei cinema di tutta Italia. Le prevendite apriranno a partire dal 16 aprile
Un testamento musicale firmato Neo Sora
Diretto da Neo Sora, figlio del compositore, Opus rappresenta molto più di un semplice concerto: è un vero e proprio testamento artistico di Ryuichi Sakamoto, scomparso il 28 marzo 2023. Negli ultimi anni, le condizioni di salute del musicista gli avevano impedito di esibirsi dal vivo. Ma alla fine del 2022, Sakamoto ha trovato la forza di lasciare al pubblico un ultimo dono: una performance essenziale e potentissima, costruita attorno al dialogo intimo tra lui e il pianoforte. Distribuzione Nexo Studios e Mescalito Film. Io, nel frattempo, ho già ordinato su Amazon il bluray...
Un viaggio in musica lungo tutta una carriera
Il film raccoglie 20 brani selezionati personalmente da Sakamoto, disposti in una sequenza che racconta la sua vita artistica senza bisogno di parole. Dalla stagione pionieristica con la Yellow Magic Orchestra, fino alle celebri colonne sonore per Bernardo Bertolucci, passando per le composizioni più recenti e contemplative dell’album 12, Opus è una sintesi profonda e coerente del suo percorso. Girato nello Studio 509 dell’NHK Broadcast Center, scelto per la sua acustica impeccabile, il film si sviluppa come una narrazione visiva del tempo: la luce cambia, le atmosfere si trasformano, accompagnando lo spettatore in un arco che va idealmente dall’alba al tramonto.
Essenza tra corpo e suono
La regia di Neo Sora punta tutto sull’essenza: bianco e nero, inquadrature studiate, attenzione quasi tattile al rapporto tra musicista e strumento. Il pianoforte diventa un’estensione del corpo di Sakamoto, mentre ogni respiro, ogni vibrazione meccanica contribuisce a costruire un’esperienza immersiva e profondamente emotiva. Anche il repertorio rivela un lato inedito: alcuni brani vengono reinterpretati, rallentati o eseguiti per la prima volta in versione solo piano, mostrando un artista ancora capace di esplorare nuovi territori, persino nel momento dell’addio.
Il canto del cigno di un maestro
"Ryuichi Sakamoto | Opus" è, in definitiva, un’opera di rara intensità: una celebrazione della vita e dell’arte nella loro forma più pura. Non soltanto un concerto ma un commiato consapevole, delicato e profondamente umano. Un ultimo gesto creativo che, come tutta la musica di Sakamoto, continuerà a risuonare ben oltre il silenzio.
martedì 31 marzo 2026
Il nuovo battito dei Rush
Dopo una lunga attesa, finalmente è successo per davvero: la batterista Anika Nilles ha debuttato dal vivo con i Rush! Eh sì, il peso di questo momento si sentiva tutto. Perché raccogliere l’eredità di Neil Peart non significa semplicemente suonare bene: significa entrare in una storia che ha ridefinito il ruolo della batteria nel rock. Per chi ancora non la conoscesse, Anika non è certo una meteora. È una musicista completa, con un linguaggio personale fatto di groove sofisticati, perfetta indipendenza degli arti e una musicalità che va oltre la tecnica pura. Negli anni è diventata anche un punto di riferimento nella didattica, costruendo una comunità globale di batteristi che guardano a lei non solo per l’abilità, ma per l’approccio creativo allo strumento.
Eppure, qui il contesto era di quelli che possono schiacciare anche i più grandi: un palco gigantesco, una legacy ingombrante e, soprattutto, il ritorno dei Rush con Geddy Lee e Alex Lifeson di nuovo insieme dopo oltre dieci anni. Non un semplice concerto, ma un momento simbolico, quasi rituale. Il debutto è avvenuto a sorpresa durante i Juno Awards, i Grammy canadesi, tenutisi a Hamilton. Una scelta tutt’altro che casuale: casa, identità, memoria. Ed è proprio lì che i “nuovi” Rush hanno deciso di ripartire. Il brano scelto è stato Finding My Way, apertura dello storico album di debutto del 1974. Una canzone che non veniva eseguita dal vivo dalla metà degli anni ’80, quasi a chiudere un cerchio: tornare all’inizio per poter andare avanti. Secondo quanto emerso, la band era indecisa su cosa suonare, finché il management non ha suggerito proprio questo pezzo, trasformando il debutto in un gesto carico di significato. Accanto a loro, sul palco, anche Loren Gold, già noto per il lavoro con gli Who e con Roger Daltrey, a completare una formazione pensata per rispettare il passato ma con uno sguardo aperto al presente.
Dopo la scomparsa di Peart, la scelta di Anika Nilles è arrivata con il benestare della famiglia del batterista, un dettaglio che pesa quanto — se non più — delle capacità tecniche. Perché qui non si trattava solo di trovare qualcuno in grado di suonare quelle parti, ma di trovare qualcuno capace di farlo con rispetto, sensibilità e identità. E Anika, in questo debutto, ha fatto esattamente questo: non imitare, ma interpretare. Non sostituire, ma proseguire.
Tra un anno esatto, il 30 marzo 2027, i Rush sono attesi anche in Italia, all’Unipol Dome, per quella che al momento è l’unica data annunciata del tour “Fifty Something”. Un altro capitolo di una storia che, contro ogni previsione, continua a scriversi.
E stavolta, con un nuovo battito.
lunedì 30 marzo 2026
Buon viaggio David: ora starai viaggiando verso la tua Maracaibo
Nato a Firenze il 10 giugno 1952, Riondino non è stato soltanto un cantautore. È stato anche attore, regista, scrittore, performer. Uno spirito curioso e irrequieto, capace di passare con estrema disinvolura dalla satira alla poesia, dalla televisione al teatro, senza mai perdere quella vena giocosa che lo ha reso unico. Prima ancora di salire su un palco, lavorava come bibliotecario: forse già lì, tra libri e silenzi, si preparava a costruire il suo mondo fatto di parole e musica.
Il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto negli anni ’80 e ’90, grazie alle sue apparizioni televisive e alle irresistibili improvvisazioni. Memorabili le sue incursioni al Maurizio Costanzo Show, così come le parodie dei cantautori brasiliani, dove mescolava cultura alta e nonsense con una naturalezza sorprendente. E poi c’è Maracaibo. Una canzone diventata un piccolo mito popolare, interpretata da Lu Colombo (e poi da Jerry Calà), legata indissolubilmente alla sua creatività. Un brano che, ancora oggi, continua a vivere nelle estati italiane, tra leggerezza e malinconia.
La sua carriera è stata un mosaico ricchissimo. Cinema, teatro, televisione: ha attraversato tutto, collaborando con alcuni dei nomi più interessanti della scena italiana. Nel 1995 salì anche sul palco di Sanremo insieme a Sabina Guzzanti, portando una canzone che già nel titolo – Troppo sole – lasciava intravedere il suo gusto per il paradosso. Ma ridurre Riondino ai suoi momenti più noti sarebbe ingiusto. È stato anche un autore raffinato, un uomo di cultura profonda, capace di spaziare dalla letteratura alla musica popolare, dalla tradizione orale alle sperimentazioni più contemporanee. I suoi spettacoli teatrali, i libri, i progetti mai del tutto conclusi – come la Scuola dei Giullari – raccontano di una mente sempre in movimento, sempre alla ricerca.
Chi lo ha conosciuto lo descrive come brillante, colto, ma anche imprevedibile e libero. Un “giullare” nel senso più nobile del termine: qualcuno capace di far ridere e pensare nello stesso momento, senza mai prendersi troppo sul serio. Resta il vuoto, inevitabile, ma resta soprattutto il suo modo di stare al mondo: leggero, ironico, profondamente umano. E restano le sue parole, le sue canzoni, i suoi personaggi. Forse, in fondo, è proprio così che va salutato: immaginandolo mentre parte per un altro viaggio, con una chitarra in spalla e un sorriso obliquo. Direzione Maracaibo, ironica e lontana, sospesa tra realtà e invenzione.
mercoledì 25 marzo 2026
Sex Pistols 2.0: Frank Carter guida il ritorno punk al Parco della Musica di Milano
Il calendario estivo del Parco della Musica di Milano 2026 continua ad ampliarsi con due nuovi appuntamenti di respiro internazionale che promettono di infiammare il pubblico. Il 26 giugno sarà la volta dei Sex Pistols feat. Frank Carter, mentre il 28 giugno saliranno sul palco gli A Day To Remember, accompagnati da Grandson e Vianova. L’annuncio rafforza ulteriormente la proposta artistica della venue milanese, uno spazio immerso nel verde alle porte della città che, dopo il successo della sua prima edizione, si prepara a una stagione 2026 ancora più ricca e trasversale.
Le prevendite per i Sex Pistols feat. Frank Carter saranno disponibili a partire dal 26 marzo alle ore 10.00 sui circuiti abituali
Protagonisti assoluti del nuovo annuncio sono i Sex Pistols in una versione rinnovata, con Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock affiancati alla voce da Frank Carter. Un progetto che unisce l’eredità di una delle band più iconiche della storia del punk alla carica esplosiva di uno dei frontman più energici della scena britannica contemporanea. Un incontro generazionale che promette uno show ad alto tasso di adrenalina. Due giorni dopo, il 28 giugno, toccherà agli A Day To Remember, tra i nomi più riconoscibili della scena pop punk internazionale. La band americana, nota per il suo mix di punk e metalcore, porterà sul palco uno dei live più intensi e imprevedibili del circuito. Ad accompagnarli ci saranno Grandson, cantautore canadese apprezzato per i suoi testi diretti e politicamente incisivi, e i Vianova, formazione metalcore berlinese pronta a completare una serata dal forte impatto sonoro.
| Quella volta che - sigh! - Glen Matlock mi autografò il 45 giri di Anarchy in the UK (prima stampa inglese), perforandomi la copertina con la penna... |
Il Parco della Musica di Milano, situato a Segrate nei pressi di Linate, si estende su un’area di 70mila metri quadrati e ospiterà concerti da giugno a settembre su due palchi, Arena e Garden. La programmazione abbraccia generi diversi, dal pop al rock, dall’elettronica all’hip-hop, con l’obiettivo di coinvolgere pubblici di tutte le età. Molti artisti internazionali hanno scelto questa location per la loro unica data italiana nell’estate 2026, confermando il crescente prestigio della rassegna. Tra i nomi già annunciati figurano TLC, Bad Omens, The Flaming Lips, Halsey, Garbage, Gloria Gaynor, Mac DeMarco, Pixies, Caparezza, Lorde e molti altri.
Oltre alla musica, l’area è progettata per offrire un’esperienza completa: spazi modulabili con posti a sedere e in piedi, aree ristoro accessibili anche senza biglietto, food truck distribuiti nel parco e punti merchandising sia all’interno che all’ingresso. Il sistema di pagamento sarà completamente cashless, con casse automatiche per velocizzare gli acquisti. Grande attenzione anche alla sostenibilità, con incentivi all’utilizzo di mezzi pubblici e biciclette, oltre alla disponibilità di 3000 posti auto prenotabili online per ridurre traffico e tempi di attesa.
martedì 24 marzo 2026
Ciao Gino, matto come un gatto
Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli non è stato subito un uomo di musica. Prima di arrivare alle canzoni, ha attraversato mestieri e tentativi: facchino, grafico pubblicitario, pittore. La sua traiettoria non è stata lineare, né tantomeno rapida. Le prime composizioni faticano a trovare spazio, ma qualcosa si muove con La gatta, che lentamente conquista ascolti e attenzione. È l’inizio di un passaggio decisivo: l’incontro con Mogol e, soprattutto, l’approdo a Mina con Il cielo in una stanza. Da quel momento, Paoli smette di essere una promessa e diventa un autore centrale.
I primi anni Sessanta sono anche un laboratorio sentimentale. Le relazioni diventano materia viva delle sue canzoni. Con Ornella Vanoni nascono brani come Senza fine e Anche se, ma soprattutto un legame destinato a trasformarsi nel tempo in una profonda amicizia. Poi arriva Stefania Sandrelli, giovanissima, e con lei una relazione che scuote opinione pubblica e cronaca: Paoli è sposato, ma da quell’amore nascerà Amanda. Il 1963 - nel quale sono nato io - è l’anno che sembra contenere un’intera vita. Da una parte il successo pieno, con Sapore di sale e Che cosa c’è. Dall’altra il crollo improvviso: l’11 luglio si spara al cuore. Sopravvive per un caso, o forse per destino. Il proiettile non colpisce organi vitali e resta nel suo petto per sempre, come una presenza silenziosa, un promemoria fisico di una frattura mai del tutto rimarginata. Dopo Sanremo nel 1964 — palco che tornerà a frequentare più volte — attraversa una fase più appartata. Ma è una ritirata solo apparente: negli anni Settanta rientra con lavori più maturi, e parallelamente si muove dietro le quinte come produttore e scopritore di talenti. Negli anni Ottanta torna al centro della scena con Una lunga storia d’amore, che riaccende la sua popolarità e lo riporta anche sul palco insieme alla Vanoni. Nel 1991 firma Quattro amici, contenuta in Matto come un gatto, che conquista il Festivalbar e lo riconsegna a un pubblico trasversale. Un disco che condividevo con mio padre, responsabile di avermi fatto conoscere Paoli quando ero bambino, al quale questo blog è dedicato.
Paoli ha sempre raccontato il proprio percorso con una certa ironia distaccata. Diceva di essere entrato nella musica quasi per caso, lui che preferiva dipingere in solitudine, lontano dai riflettori. Non amava l’idea del cantante mondano, anzi: si definiva refrattario a quel mondo. Un uomo schivo come un gatto, capace però di improvvise accensioni polemiche. Introverso e spigoloso, sicuramente antipatico ai più ma mai domo. Ed è forse proprio questa tensione — tra riserbo e intensità, tra fragilità e orgoglio — che ha reso le sue canzoni così durature. Non solo successi, ma frammenti di vita trasformati in musica, capaci ancora oggi di parlare con una sincerità disarmante. Con la sua scomparsa, resta un vuoto difficile da colmare, ma anche un’eredità che continua a respirare nelle parole e nelle melodie che ha lasciato.
| Alle prese col mortaio, fondamentale per la preparazione del Pesto... |
Ero molto amico e collega di suo figlio Giovanni (morto lo scorso anno... ciao Giò, ovunque ti trovi ora...) col quale spesso scherzavo, sottolineando come alcune cose presenti nella casa di Gino fossero frutto dei miei puntuali acquisti di dischi del padre. Grazie a Giovanni nel 2023 trascorsi un bel fine pomeriggio presso il Teatro Strehler nel suo camerino, insieme a Ricky Gianco. In quella occasione Gino mi recitò una poesia che amavo molto, scritta dal poeta dialettale Edoardo Firpo, L'öchin, che si conclude così:
Proprio in quei versi oggi si raccoglie il senso più profondo della sua dipartita. Quando me li recitò, con quella voce capace di essere insieme ruvida e carezzevole, non sembravano un addio ma una dichiarazione di resistenza, quasi una filosofia minima: restare leggeri anche quando il mare si agita, trovare ogni volta la forza di sollevarsi appena sopra ciò che ci travolge. Ora che Gino non c’è più, quelle stesse parole cambiano peso. Non sono più soltanto un desiderio, ma diventano una traccia, una direzione lasciata a chi resta. La sua musica, come quel gabbiano, ha saputo attraversare decenni di mare mosso, di silenzi e ritorni, di malinconie ostinate e improvvisi slanci. E ogni volta si è alzata, un poco sopra, senza mai perdere il contatto con l’onda. Forse è così che si può pensare la sua morte: non come un punto fermo, ma come l’ultimo movimento di quella traiettoria leggera. Un sollevarsi definitivo, appena oltre il rumore del mondo, lasciando a noi il compito di riconoscere, in ogni nuova onda, la possibilità di non affondare.
