mercoledì 4 marzo 2026

Altro che “colpa della sala stampa”: ecco perché Sayf non ha vinto Sanremo



La categoria dei giornalisti, alla quale appartengo, spesso e volentieri viene criticata e presa in giro... in alcuni casi assolutamente a ragione! Troppi scribacchini, servi di editori senza scrupoli, bersaglio di ironie e critiche, accusati di superficialità, titoli acchiappaclick e poca verifica delle fonti. Non di rado viene loro rimproverata una certa mancanza di stile, con toni urlati o polemici, e talvolta anche scarsa sensibilità nel trattare temi delicati. In un ecosistema dominato dalla velocità e dai social, l’errore o l’eccesso diventano immediatamente virali, alimentando la percezione di un’informazione poco scrupolosa. A questa logica non sfugge certo i
l dibattito sul peso della sala stampa al Festival di Sanremo, che ritorna puntuale ogni anno. Anche in questa edizione, dopo la finale, sui social si è diffusa la tesi secondo cui Sayf – primo al televoto nell’ultima serata – sarebbe stato penalizzato dai giornalisti, perdendo così la vittoria. Una ricostruzione che, alla prova dei numeri ufficiali pubblicati dalla RAI, non trova riscontro.

Come funziona il sistema di voto a Sanremo

Le giurie del Festival sono tre:

  • Televoto: 34%

  • Sala stampa: 33%

  • Giuria radio-TV: 33%

Il peso è quindi distribuito in modo quasi equilibrato. È importante ricordare che il risultato finale non dipende esclusivamente dall’ultima serata, ma dalla somma delle votazioni raccolte nel corso dell’intera settimana.

I numeri della finale: Sayf primo al televoto

Nella fase finale di sabato:

  • Televoto: Sayf primo con il 26%, Sal Da Vinci secondo con il 23%

  • Sala stampa: Sayf terzo, Sal Da Vinci quarto

  • Radio-TV: Sal Da Vinci secondo, Sayf terzo

  • Classifica congiunta finale: Sayf primo, Sal Da Vinci terzo

Già questo dato smentisce la narrativa del “boicottaggio”: nella classifica della sala stampa Sayf arriva davanti a Sal Da Vinci.

Il peso delle serate precedenti: il vero fattore decisivo

Il punto chiave è un altro. Sal Da Vinci aveva costruito nel corso delle serate precedenti un vantaggio significativo, soprattutto al televoto.

Giovedì

  • Televoto: Sal Da Vinci primo con il 20%, Sayf terzo con il 13%

  • Radio: Sal Da Vinci terzo, Sayf quarto

  • Classifica combinata: Sal Da Vinci primo, Sayf terzo

Sabato – prima fase

  • Televoto: Sal Da Vinci primo con il 13%, Sayf terzo con il 10%

  • Radio: Sayf terzo, Sal Da Vinci sesto

  • Sala stampa: Sayf quarto, Sal Da Vinci sesto

  • Classifica congiunta: Sal Da Vinci primo, Sayf secondo

Classifica generale prima della finalissima

  • Sal Da Vinci primo

  • Sayf terzo

Il vantaggio accumulato in queste fasi ha creato un “tesoretto” decisivo.

Il risultato complessivo

Considerando tutte le serate:

  • Sal Da Vinci: 22,12%

  • Sayf: 21,88%

Uno scarto minimo, ma sufficiente a determinare la vittoria finale.

E la sala stampa?

Analizzando i dati giornata per giornata emerge che:

  • Martedì (sala stampa): Sal Da Vinci sesto, Sayf decimo

  • Sabato finale (sala stampa): Sayf terzo, Sal Da Vinci quarto

Nei duetti (votazioni non influenti):

  • Sala stampa: Sayf quarto, Sal Da Vinci decimo

  • Radio: Sayf quinto, Sal Da Vinci tredicesimo

  • Televoto: Sayf secondo, Sal Da Vinci quarto

Anche in queste occasioni non si evidenzia un fronte compatto contro Sayf.

I numeri smentiscono la polemica

La narrativa del complotto non regge all’analisi dei dati ufficiali. Sayf ha vinto il televoto nella fase finale, ma Sal Da Vinci ha costruito la propria affermazione grazie a un rendimento costante e a un forte consenso popolare nelle serate precedenti. Il meccanismo del Festival premia la continuità lungo tutta la settimana, non soltanto l’exploit dell’ultima sera. E quando si osservano le percentuali complessive, emerge con chiarezza che la differenza non è stata determinata da un presunto “boicottaggio”, bensì dalla somma aritmetica dei voti. Nel racconto del Festival di Sanremo 2025, dunque, i numeri parlano chiaro: più che le polemiche, a decidere sono state le percentuali. Da tutto questo si evince, alla fine, un dato preciso: gli italiani capiscono poco o nulla di musica!

martedì 3 marzo 2026

Al festival siamo rimasti a Papaveri e... Paperi!


TIM è main sponsor del Festival di Sanremo. Sì, proprio di quel palco in grado di paralizzare l’Italia intera (o quasi) per una settimana, milioni di persone davanti alla TV, minuti di attenzione che qualunque brand pagherebbe a peso d’oro. Un’occasione gigantesca per dire: “Ecco chi siamo. Ecco dove stiamo andando. Ecco il futuro.”

E invece?

Paperi. Gente trasformata in paperi in tempo reale con una demo di “intelligenza artificiale” che sembra uscita da una beta version del 2021. Altro che innovazione visiva, come era stata preannunciata a noi giornalisti in conferenza stampa il giorno dell'inaugurazione di Sanremo. Qui, invece, siamo dalle parti dei primi esperimenti virali generati male, quelli che condividevi su WhatsApp per ridere. Livello “Will Smith che mangia spaghetti” — ma con budget da prima serata nazionale.

 

Quando hai il palco più grande del Paese non stai solo riempiendo uno spazio tra una canzone e l’altra. Stai facendo branding strategico. Stai posizionando la tua idea di innovazione. Stai dicendo al mercato: “Questa è la nostra visione tecnologica.” E la visione è… trasformare il pubblico in anatre digitali con tracking traballante?

Carlo Conti... paperizzato!

Nel 2026, con l’AI che sta riscrivendo interi settori, la narrazione dell’innovazione si riduce a un filtro di Snapchat sotto steroidi? Se questa è la dimostrazione di futuro su cui vogliamo puntare, forse il problema non è la demo. È l’idea di innovazione che abbiamo deciso di raccontare.

Sanremo 2027 cambia musica: De Martino al microfono, le case discografiche al coro



Il Festivallo (come dice Nino Frassica...) di Sanremo 2027 prende forma con largo anticipo. Nella notte conclusiva della 76ª edizione del Festival di Sanremo, mentre veniva proclamato il vincitore, la Rai ha ufficializzato il passaggio di testimone: sarà Stefano De Martino il nuovo conduttore della kermesse canora più seguita d’Italia. Una scelta strategica che guarda al futuro e che punta a garantire continuità e programmazione. Ma non solo: i vertici del servizio pubblico hanno già delineato l’assetto organizzativo che accompagnerà il presentatore napoletano verso l’edizione 2027.

Team di consulenti per Sanremo 2027: il nome di Fabrizio Ferraguzzo

La Rai, attraverso il Direttore Intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore, ha annunciato l’intenzione di affiancare a De Martino un team di consulenti musicali. Tra i profili più accreditati spicca quello di Fabrizio Ferraguzzo, manager dei Måneskin e membro della National Academy of Recording Arts and Sciences, l’ente che assegna i Grammy Awards.

Ferraguzzo rappresenta una figura di rilievo nel panorama discografico nazionale e internazionale, con relazioni consolidate sia nel circuito indipendente sia tra le multinazionali. Resta ancora da chiarire se ricoprirà un ruolo di coordinamento o sarà parte di un gruppo più ampio dedicato alla direzione artistica.

FIMI: “Nomina anticipata utile alla pianificazione”

Positiva la reazione della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI), che rappresenta le principali major discografiche attive in Italia.

Il CEO Enzo Mazza ha sottolineato l’importanza della decisione presa con largo anticipo:

“Apprezziamo che Rai abbia già individuato la guida del Festival 2027: questo favorisce la pianificazione e il dialogo con l’industria musicale. Siamo pronti a confrontarci con la nuova squadra per discutere il futuro di Sanremo.”

Un messaggio chiaro: il comparto discografico vede nella programmazione anticipata un’opportunità di stabilità e organizzazione.

AFI: equilibrio tra conduzione e direzione artistica

Più articolata la posizione di AFI - Associazione Fonografici Italiani, rappresentata da Sergio Cerruti. Secondo Cerruti, la separazione tra conduzione e direzione artistica è una scelta “necessaria e condivisibile”, ma apre interrogativi sull’equilibrio tra le diverse anime del settore musicale.

Sul nome di De Martino, AFI rimanda il giudizio al pubblico televisivo, ricordando che il palco dell’Ariston sarà il vero banco di prova. Più delicata, invece, la dimensione artistica: Ferraguzzo, con un profilo fortemente legato all’industria e alle major, dovrà dimostrare di saper garantire rappresentatività all’intera filiera musicale, incluse le realtà indipendenti.

Cerruti richiama anche una stagione passata del Festival, citando l’esperienza di Pippo Baudo, quando il confronto diretto con etichette e operatori era parte integrante del lavoro del direttore artistico. Il nodo centrale resta uno: quanta autonomia avrà la direzione artistica all’interno delle dinamiche decisionali della Rai?

PMI: apertura e dialogo con la nuova direzione

Sulla stessa linea dialogante si colloca PMI - Produttori Musicali Indipendenti, per voce del vicepresidente Dario Giovannini. PMI ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Carlo Conti, che ha ricoperto con professionalità il doppio ruolo di conduttore e direttore artistico nelle edizioni precedenti.

Per quanto riguarda Sanremo 2027, l’associazione valuta positivamente la scelta di affiancare a De Martino una squadra di esperti guidata da Ferraguzzo, riconoscendone la competenza trasversale e la visione internazionale maturata anche grazie all’esperienza con i Måneskin. PMI si dice pronta a incontrare la nuova direzione artistica per avviare un confronto costruttivo, con particolare attenzione alla tutela e alla valorizzazione dell’industria musicale indipendente italiana.

Quali scenari per il Festival?

L’annuncio anticipato della conduzione e l’ipotesi di una direzione artistica strutturata in team segnano una possibile evoluzione del modello organizzativo del Festival. I punti chiave che emergono sono programmazione a lungo termine e la separazione tra conduzione e direzione artistica. Senza dimenticare un auspicabile maggior dialogo con l’industria discografica e un necessario equilibrio tra major e indipendenti

Il Festival di Sanremo 2027 si prepara dunque a una fase di rinnovamento - reclamato da più parti - con l’obiettivo di mantenere centralità televisiva e rilevanza musicale in un mercato in costante trasformazione. La sfida sarà costruire un’edizione realmente inclusiva e rappresentativa dell’intero panorama musicale italiano, conciliando visione artistica, esigenze industriali e aspettative del pubblico.

lunedì 2 marzo 2026

Stefano Bollani pubblica “Tutta Vita Live”: nuovo album e tour 2026 con le stelle del jazz italiano



Stefano Bollani torna protagonista della scena musicale con “Tutta Vita Live”, il nuovo album in uscita il 20 marzo 2026 per Ponderosa Music Records. Il progetto riunisce alcune delle più grandi star del jazz italiano insieme a giovani talenti, dando vita a un’esperienza artistica che celebra l’improvvisazione, la libertà espressiva e l’incontro tra generazioni. Oltre al disco, Bollani annuncia il tour “Tutta Vita Live – Stefano Bollani All Stars”, con date nei principali festival e teatri italiani e due appuntamenti speciali nel 2026.

Registrato dal vivo a Trieste

L’album “Tutta Vita Live” è stato registrato il 17 febbraio 2025 durante il concerto al Teatro Politeama Rossetti di Trieste. Un evento speciale che ha rappresentato il momento culminante del documentario Tutta Vita, firmato da Valentina Cenni e dallo stesso Bollani. Il film, presentato alla Festa del Cinema di Roma e di prossima distribuzione con Lucky Red, racconta il mondo dell’improvvisazione jazz attraverso una residenza artistica in una dimora storica di Gorizia. Qui, per una settimana, si sono ritrovati alcuni dei più importanti musicisti italiani:

Accanto a loro, tre giovani talenti:

  • Matteo Mancuso

  • Christian Mascetta

  • Frida Bollani Magoni

La convivenza si è trasformata in un laboratorio creativo fatto di dialoghi musicali, improvvisazioni notturne e prove collettive. Quell’energia è poi approdata sul palco di Trieste e oggi prende forma definitiva nel disco, destinato a diventare uno degli album jazz italiani più attesi del 2026.

Tour 2026: “Tutta Vita Live – Stefano Bollani All Stars”

Il progetto discografico sarà accompagnato dal tour “Tutta Vita Live – Stefano Bollani All Stars”, che vedrà sul palco la formazione completa.

Date del tour di Stefano Bollani 2026

  • 28 maggio 2026 – Piano Solo
    Teatro Politeama Rossetti | Trieste

  • 6 giugno 2026 – Tutta Vita Live
    Rocca Brancaleone | Ravenna

  • 29 giugno 2026 – Tutta Vita Live
    Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone – Sala Santa Cecilia | Roma

  • 6 luglio 2026 – Tutta Vita Live
    Anfiteatro del Vittoriale | Gardone Riviera (BS)

  • 9 luglio 2026 – Tutta Vita Live
    Arena Santa Giuliana | Perugia per Umbria Jazz

  • 18 luglio 2026 – Concerto per l’Italia 2026
    Piazza del Campo | Siena

I due appuntamenti speciali del 2026

Piano Solo a Trieste

Il 28 maggio 2026 Bollani torna al Teatro Politeama Rossetti di Trieste in versione solitaria. Uno spettacolo unico, nel quale il repertorio nasce dall’ispirazione del momento e dalle richieste del pubblico. Un viaggio musicale che attraversa classica, jazz e ritmi sudamericani, in perfetto stile Bollani.

Concerto per l’Italia a Siena

Il 18 luglio 2026, in occasione dell’anteprima del Chigiana International Festival & Summer Academy, Bollani sarà ospite dell’Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, diretta da Daniel Harding, per il tradizionale Concerto per l’Italia in Piazza del Campo.

Un progetto che celebra il jazz italiano

Con “Tutta Vita Live”, Stefano Bollani firma un progetto che va oltre il semplice album dal vivo. È un manifesto artistico che racconta la forza dell’improvvisazione jazz, la condivisione tra generazioni e il valore dell’incontro umano attraverso la musica. Tra album, documentario e tour 2026, “Tutta Vita Live” si candida a essere uno degli eventi più importanti dell’anno per gli amanti del jazz e della musica dal vivo in Italia.

Sanremo 2026: l’orchestrina del Titanic continua a suonare...



Provate a pensarci: la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 — probabilmente il capitolo più debole degli ultimi anni — non è un incidente di percorso. È uno specchio. E riflette perfettamente l’Italia di oggi. Dopo gli ultimi trionfi di Marco Mengoni, Angelina Mango e Olly, sembrava che il Festival avesse finalmente imboccato una traiettoria contemporanea: produzione internazionale, scrittura più audace, un’estetica europea capace di dialogare con il presente. I loro brani possono piacere o meno... ma sicuramente hanno contribuito a rendere Sanremo meno provinciale, più competitivo, meno ripiegato su sé stesso.

E invece no. Nel 2026 si torna indietro. Alla melodia antica. Alla comfort zone sonora. Alle balere, ai matrimoni, ai video con le colombe in slow motion e i tramonti saturi di nostalgia. Una scelta che non è solo musicale, ma culturale: un ritorno al passato elevato a manifesto.

Doveva essere il Festival della restaurazione. Lo è stato, eccome. In un’epoca che corre — tra intelligenza artificiale, nuove piattaforme, mercati globali e linguaggi ibridi — Sanremo risponde come chi, spaventato dall’eccesso di tecnologia, rispolvera il Commodore 64 e lo chiama “rivoluzione”. È la celebrazione del rassicurante, del già sentito, del già visto. Un grande revival permanente spacciato per identità nazionale.

Il risultato? Una manifestazione nazionalpopolare così anacronistica da diventare quasi sublime nella sua ostinazione. Mentre il mondo ridefinisce i confini del pop, noi torniamo al copione conosciuto. Mentre le classifiche internazionali premiano contaminazioni e coraggio, qui si applaude la prevedibilità. È l’orchestrina del Titanic che continua a suonare, convinta che la tradizione basti a tenere a galla la nave.

La vittoria di Sal Da Vinci non è solo un verdetto musicale: è una fotografia del Paese. Un’Italia che non spinge in avanti, ma tira il freno a mano. Che preferisce la nostalgia alla sperimentazione. Che si rifugia nel “già sentito” perché rassicura, perché non destabilizza, perché non costringe a cambiare prospettiva.

Il problema non è la tradizione in sé. Il problema è quando la tradizione diventa un alibi. Quando si trasforma in paura del nuovo. Quando l’innovazione viene percepita come minaccia e non come opportunità. Così il Festival — che dovrebbe intercettare il futuro della musica italiana — finisce per certificare il suo contrario: una restaurazione estetica e culturale. Sanremo 2026 non è stato solo un’edizione debole. È stato un segnale. Un messaggio chiaro: meglio voltarsi indietro che rischiare di guardare troppo avanti.

E forse è proprio questo che fa più rumore della musica.

lunedì 23 febbraio 2026

Meloni al Festival? Solo se paga il biglietto...



Altro che ospite a sorpresa: sull’ipotesi che Giorgia Meloni possa materializzarsi all’Ariston, la Rai mette il timbro ufficiale: nessun contatto con Palazzo Chigi. Tradotto in non-politichese: nessun invito, nessun piano segreto, nessun retroscena da romanzo politico-balneare.

E Carlo Conti la prende con filosofia, ma anche con una punta di incredulità: «Pensare che io l’abbia invitata è fantascienza pura». Neanche Spielberg, insomma. «Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina: se vuole comprare un biglietto e venire, può farlo». In pratica: la porta è quella, la biglietteria pure.

Poi la premier archivia la faccenda su X con un’alzata di sopracciglio digitale: «Io al Festival? È FantaSanremo, io continuo a fare il mio lavoro». Altro che duetto o monologo: qui siamo nel campionato della fantasia. La presidente del Consiglio chiarisce che la sua presunta partecipazione alla prima serata del Festival di Sanremo è una notizia «totalmente inventata», già smentita da Palazzo Chigi e dallo stesso Conti. Eppure, osserva, la leggenda metropolitana continua a girare come un tormentone estivo fuori stagione: smentisci oggi, rilanciano domani.

Da qui la stoccata: forse è il caso di ricordare che il FantaSanremo è un gioco divertente per chi si appassiona alla kermesse. Le notizie, invece, dovrebbero abitare nel mondo reale, non nel backstage dell’immaginazione. Nel frattempo, assicura Meloni, lei resta al suo posto di comando. E Sanremo? Saprà brillare anche senza ospiti immaginari e senza infilare la politica a forza tra un ritornello e una standing ovation. Perché, quando si parla della più grande festa della musica italiana, non serve un colpo di scena istituzionale: bastano le canzoni. Esatto, le canzoni: almeno ci fossero...

Sanremo, il Festival della canzone… e del coperto



C’è stato un tempo in cui il Festival di Sanremo era una gara di canzoni. Un’epoca lontana, mitologica, in cui si discuteva di arrangiamenti, tonalità, testi impegnati e stonature epocali. Oggi, invece, la vera notizia è un’altra: con chi andremmo a cena durante la settimana del Festival! A dircelo non è un critico musicale in preda a un’analisi armonica ma una ricerca firmata TheFork con YouGov. Perché se c’è una cosa che la kermesse ha mantenuto intatta negli anni, è la capacità di farci venire fame. Non di note... ma di carboidrati.

Secondo il sondaggio, la cantante con cui gli italiani over 24 sceglierebbero più volentieri di condividere una cena è - udite udite - Elettra Lamborghini! Il 20% la indica come compagna perfetta per una serata informale, percentuale che sale al 28% tra gli utenti della piattaforma gastronomica. D’altronde, in un Festival dove le polemiche durano più delle canzoni in classifica, è comprensibile voler puntare su qualcuno che prometta almeno un dessert esplosivo.

La classifica continua con Arisa, Francesco Renga e Malika Ayane. Tutti artisti di spessore, certo. Ma il punto non è chi canterebbe meglio tra una portata e l’altra: è che la conversazione si è spostata definitivamente dal palco alla tavola.

Un tempo si dibatteva su chi meritasse il podio. Oggi su chi ordinerebbe il vino giusto. Una volta si parlava di orchestrazioni; adesso di “serata informale e non convenzionale”, che tradotto significa: speriamo almeno sia divertente. La musica “capace di unire generazioni”, recita il comunicato di TheFork. Vero: unisce tutti nella fila per il ristorante. Il Festival stimola curiosità e simpatia anche lontano dal palco, perché sul palco, ormai, rischia di non stimolare quasi più nessuno. Tra monologhi, ospiti internazionali, outfit commentati al millimetro e share analizzati come bollettini di guerra, la canzone è diventata un intermezzo tra uno spot e un meme. Sanremo resta un gigantesco rito collettivo. Ma se il momento più discusso è con chi divideremmo l’antipasto, forse è il caso di ammetterlo: più che una gara musicale, è diventato il più lungo aperitivo d’Italia, con sottofondo live. E a giudicare dal sondaggio, la colonna sonora è ormai solo un contorno. Il piatto forte? La compagnia.

Ragazzi, papà ci vuole dire qualche cosa...


C’è una tradizione più solida del ghiaccio olimpico: quella dei governi che scoprono improvvisamente di aver sempre creduto nello sport… il giorno dopo la prima medaglia! Succede ciclicamente. L’atleta scende in pista, salta, pattina, scivola, cade, si rialza, vince. E mentre sul podio risuona l’inno, nei palazzi del potere risuona un più sommesso ma deciso: “Lo sapevamo.” Non si capisce bene cosa sapessero, ma lo sapevano.

I Giochi olimpici invernali sono perfetti per questo rituale. Hanno tutto: neve candida (come certe narrazioni), ghiaccio compatto (come certi sorrisi istituzionali) e telecamere puntate sul mondo intero. È l’ambiente ideale per la metamorfosi: da spettatori distratti a padri orgogliosi della patria sportiva. Il meccanismo è semplice e universale. Se l’atleta vince, la vittoria diventa immediatamente frutto di: lungimiranti investimenti strategici, riforme strutturali visionarie, una “nuova stagione” iniziata - guarda la combinazione - con l’attuale ciclo politico. Se invece perde… beh, lo sport è imprevedibile, la competizione è dura, bisogna avere pazienza. L’importante sono “i valori”.

Il bello è che questo copione non ha bandiera. È successo nell’epoca dei cinegiornali in bianco e nero e continua nell’era dei social. Dai tempi di Olimpiadi invernali di Soči 2014, dove l’evento fu anche vetrina geopolitica, fino alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, dove ogni medaglia si trasformava in simbolo di efficienza nazionale, la dinamica è rimasta sorprendentemente stabile: l’atleta fatica quattro anni, il comunicato stampa impiega quattro minuti.

È un’arte sottile. Nessuno dice esplicitamente: “Abbiamo allenato noi lo slalomista.” Si preferisce qualcosa di più elegante: “Questo risultato dimostra che il Paese è sulla strada giusta.” Quale strada? Una innevata, evidentemente.

In questi momenti si crea un curioso effetto ottico: il cronometro che misura i centesimi diventa una specie di sondaggio istantaneo. Il podio si trasforma in grafico di gradimento. La medaglia è oro, ma anche consenso dorato. I governi hanno capito una cosa fondamentale dello sport: le vittorie sono emotive, immediate, condivise. Un oro olimpico è un condensato di orgoglio nazionale. È difficile resistere alla tentazione di salirci sopra, come su uno snowboard istituzionale, lasciandosi trasportare dalla discesa.

A giochi conclusi, personalmente mi viene da dire, con graffiante spirito vanziniano: anche queste Olimpiadi invernali se le semo levati dalle palle! Cosa ci rimane? Un ingente bottino di vittorie, la chiusura di un ciclo importante (visto che alcune golden women difficilmente le rivedremo alla prossima edizione), qualche memorabile papera dei telecronisti e il ricordo della Pausini che - alla cerimonia di apertura - canta "L'elmo di Scipio se n'è andato e non ritorna più"...

Segnali dal quartier generale Radiohead: nuova società, nuove prospettive



Nel grande romanzo della musica alternativa degli ultimi trent’anni, i Radiohead occupano un capitolo a parte. Quando esplosero sulla scena internazionale negli anni Novanta, non furono semplicemente l’ennesima band britannica di talento: rappresentarono una delle ultime, autentiche scosse telluriche del rock globale. In un panorama che iniziava già a mostrare i segni della saturazione, portarono un’idea radicale di suono, forma e linguaggio, traghettando il rock oltre i suoi confini tradizionali e aprendo la strada a un modo completamente nuovo di intendere l’album, la produzione e perfino la distribuzione. Oggi, a distanza di anni dall’ultimo lavoro in studio, un nuovo segnale sembra emergere dal loro universo.

Una nuova società, un nuovo indizio

Secondo quanto riportato da NME, lo scorso 19 febbraio i cinque membri della band – Thom YorkeJonny GreenwoodColin GreenwoodEd O’Brien e Philip Selway – sono stati nominati direttori di una nuova società privata a responsabilità limitata: Futile Endeavours Limited, ufficialmente registrata nel Regno Unito. Per i fan più attenti, questo dettaglio burocratico è tutt’altro che secondario. Nel tempo, infatti, la creazione di nuove entità legali da parte del gruppo ha spesso anticipato annunci importanti: tour, ristampe, nuovi progetti discografici. Al momento non esiste alcuna conferma ufficiale su ciò che Futile Endeavours Limited comporterà. Ma la storia insegna che quando i Radiohead muovono pedine sul piano societario, qualcosa di concreto è quasi sempre dietro l’angolo.

Una strategia già vista

L’ultimo album della band, A Moon Shaped Pool, è uscito nel maggio 2016, pochi mesi dopo la registrazione della Dawn Chorus LLP.

Nel 2021, la costituzione della Spin With A Grin LLP precedette l’annuncio della monumentale ristampa Kid A Mnesia.

Nel 2022, la nascita della Self Help Tapes LLP anticipò invece il debutto dei The Smile, il progetto parallelo guidato da Yorke e Greenwood.

Ancora più di recente, la società RHEUK25 aveva lasciato presagire la tournée che lo scorso novembre ha riportato il gruppo sui palchi europei, con quattro date anche in Italia.

Non si tratta di semplici formalità amministrative: per una band che ha fatto dell’autonomia e del controllo creativo una bandiera, la dimensione societaria è parte integrante della propria identità artistica.

Indipendenti per scelta (e per visione)

Dopo la pubblicazione di Hail to the Thief nel 2003, i Radiohead si sono separati da EMI / Parlophone, avviando una fase completamente indipendente della loro carriera. Nel 2007 fondarono Xurbia Xendless prima di pubblicare In Rainbows con la rivoluzionaria formula “paga quanto vuoi” direttamente dal proprio sito web: un gesto che non fu solo provocazione, ma un atto politico e culturale che cambiò per sempre il dibattito sull’economia della musica digitale. Le successive uscite fisiche furono poi distribuite in collaborazione con XL Recordings. Ancora una volta, innovazione artistica e innovazione strutturale si muovevano insieme.

Nuova musica all’orizzonte?

La registrazione di Futile Endeavours Limited arriva pochi giorni dopo alcune dichiarazioni di Jonny Greenwood rilasciate al Times. Il chitarrista ha raccontato quanto sia stato emozionante riscoprire dal vivo brani che la band ha sempre ritenuto validi, ma ha ammesso di aver trovato “strano non fare nulla di nuovo durante il tour”. Greenwood ha spiegato che tutti i membri sono attualmente impegnati a creare musica in altri contesti e ha dichiarato di non avere idea di quando i Radiohead potrebbero pubblicare di nuovo insieme. Ha inoltre sottolineato quanto sia complesso organizzare una tournée: le venue vengono prenotate con un anticipo tale che, anche decidendo ora, un eventuale nuovo tour non partirebbe prima di almeno 18 mesi. Parole che non suonano come un addio, ma come la consapevolezza di una band che non ha mai avuto fretta di seguire le regole dell’industria.

L’attesa come linguaggio

Se c’è una cosa che i Radiohead hanno insegnato al loro pubblico è che il tempo può essere parte dell’opera. Ogni pausa, ogni deviazione, ogni progetto parallelo contribuisce ad alimentare un universo creativo che non si è mai piegato alla logica della produttività forzata. Quando emersero negli anni Novanta, furono una delle ultime grandi, vere novità del panorama musicale internazionale: una band capace di reinventare il rock dall’interno, traghettandolo verso territori elettronici, orchestrali e sperimentali senza perdere profondità emotiva. Oggi, anche una semplice registrazione societaria è sufficiente a riaccendere l’attenzione globale. Futile Endeavours Limited potrebbe essere solo un nome su un documento. Oppure l’anticamera di un nuovo capitolo.

Con i Radiohead, la differenza è spesso solo questione di tempo.

mercoledì 18 febbraio 2026

Una voce tra cielo e acqua: arriva il film su Jeff Buckley




Ricordo benissimo la sera che lo vidi dal vivo per la prima volta a Milano, nel 1994 presso uno stipatissimo Rock Planet, mentre il suo album capolavoro Grace era stato pubblicato da pochissimo. Una serata intima e ad alta carica emotiva, che me lo fece amare almeno come suo padre Tim. A quasi trent’anni dalla sua tragica scomparsa, la voce di Jeff Buckley continua a risuonare potente e attuale. Dopo l’accoglienza entusiastica al Sundance Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, arriva nelle sale italiane come evento speciale il documentario IT’S NEVER OVER: JEFF BUCKLEY, in programma nei cinema il 16, 17 e 18 marzo (e poi si spera su supporto home video). Un’uscita che coincide simbolicamente con i 60 anni dalla nascita dell’artista e con una rinnovata popolarità tra le nuove generazioni, che lo hanno reso addirittura trending topic globale su TikTok!


Diretto dalla regista candidata all’Oscar Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt, il film si propone come il ritratto più intimo e autentico mai realizzato sul cantautore californiano. Al centro del racconto materiali d’archivio inediti, provenienti dal patrimonio personale di Buckley e, soprattutto, i suoi messaggi vocali privati, compreso l’ultimo, struggente, lasciato alla madre nella segreteria telefonica di casa.

Nato il 17 novembre 1966 nella contea di Orange, in California, e morto tragicamente a Memphis nel 1997, Buckley è entrato nella storia della musica con un solo album pubblicato in vita, Grace (1994). Figlio del cantautore Tim Buckley, aveva conquistato pubblico e critica grazie a una voce fuori dal comune e a un’intensità interpretativa che avrebbe reso immortali brani come “Last Goodbye” e la celebre rilettura di “Hallelujah” di Leonard Cohen.

Jeff e la madre Mary Guibert

Il documentario ripercorre la sua parabola artistica nel fermento culturale della New York tra gli Ottanta e i Novanta, dagli esordi nei piccoli club dell’East Village fino alla lavorazione del secondo album, rimasto incompiuto. Attraverso le testimonianze della madre Mary Guibert, delle ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, dei musicisti che lo hanno accompagnato – tra cui Michael Tighe e Parker Kindred – e di artisti come Ben Harper e Aimee Mann, emerge il ritratto di una personalità luminosa e inquieta, sospesa tra disciplina musicale e irrefrenabile libertà creativa.

«Non ricordo un periodo della mia vita in cui non abbia pensato di fare un film su Jeff», ha raccontato la regista. Un progetto coltivato per oltre quindici anni, nato dall’ascolto di Grace e maturato grazie all’accesso a registrazioni private e documenti mai mostrati prima. «Quei materiali erano indimenticabili. Ho sempre saputo che sarebbe stato un documentario», ha spiegato la regista, parlando di un lungo “travaglio d’amore” per avvicinarsi il più possibile alla verità dell’artista.

La regista Amy Berg

L’uscita del film è accompagnata anche da una nuova pubblicazione discografica: dal 13 febbraio sarà disponibile in versione deluxe Live at Sin-é, l’EP che nel 1993 fece conoscere al mondo la forza espressiva di Buckley, registrato in un piccolo club di Manhattan con la sola chitarra elettrica. La nuova edizione, ampliata in un cofanetto con quattro vinili, include versioni live di brani iconici e materiali fotografici inediti.

Un evento cinematografico pensato non solo per i fan storici, ma anche per chi oggi scopre la sua musica attraverso i social. Perché, come suggerisce il titolo, per lui non è mai davvero finita: la sua voce continua a attraversare il tempo, fragile e potentissima, capace ancora di parlare al presente, con straordinaria intensità.

Un album per sopravvivere al tedio sanremese



Esce per Legacy Recordings, la divisione catalogo di Sony Music Entertainment, e per RCA Records la colonna sonora originale di “EPiC: Elvis Presley in Concert”, il nuovo film di Baz Luhrmann. Si tratta di una raccolta di 27 registrazioni presenti nella pellicola – che ho avuto modo di vedere in anteprima – comprendente mix rinnovati delle iconiche esibizioni dal vivo, affiancati da nuovi remix e medley dei classici del Re del rock’n’roll.

Il disco sarà disponibile da questo venerdì, in concomitanza con la première IMAX del film, nei formati digitale e CD, mentre dal 24 aprile arriverà in doppio LP, in vinile nero e nella variante Translucent Orange and Yellow, esclusiva Amazon.

Durante la lavorazione del biopic del 2022 “Elvis”, Luhrmann e il suo team hanno riportato alla luce negativi e filmati rimasti a lungo nei caveau della Warner Bros., originariamente girati per i documentari “Elvis: That's the Way It Is” – che racconta la residency di Las Vegas dell’agosto 1970 – e “Elvis on Tour”, realizzato durante i concerti del 1972 negli Stati Uniti. A questi si aggiungono preziosi filmati inediti in 8mm e registrazioni audio mai ascoltate prima, in cui Elvis Presley racconta la propria vita. Il restauro di questo materiale ha richiesto anni di lavoro e la collaborazione, tra gli altri, di Jonathan Redmond e della Park Road Post Production di Peter Jackson.

 


Ne emerge un ritratto vivido di Elvis, non solo nella sua travolgente e inimitabile energia scenica, ma anche nella dimensione più intima e umana: un artista totalmente a suo agio sul palco, capace di percepire l’amore dei fan e di restituirlo con una forza comunicativa fuori dal comune. Quanto ai nuovi medley e remix presenti nell’album, Luhrmann ha spiegato di essersi chiesto più volte cosa avrebbe fatto Elvis oggi, quali territori sonori avrebbe esplorato, quali contaminazioni avrebbe abbracciato, fedele com’era a uno spirito di continua ricerca.

Nel complesso, il progetto colpisce per cura filologica e ambizione artistica: il restauro delle immagini e delle tracce originali restituisce in maniera impressionante tutta la potenza delle performance degli anni Settanta. Unica, lieve nota stonata in un’operazione altrimenti pregevole, sono alcune sovraincisioni realizzate oggi su certi nuovi mix: interventi pensati per rendere il suono più “attuale”, che però in qualche passaggio finiscono per smussare quella ruvida autenticità e quell’imperfezione vitale che erano parte integrante del magnetismo di Presley. Un dettaglio marginale, forse, ma sufficiente a far rimpiangere, qua e là, la nudità dell’originale.

venerdì 13 febbraio 2026

Altro che canzonette: ecco cosa muove realmente Sanremo


C’è un motivo preciso se, da oltre settant’anni, il festival continua a essere molto più di una semplice gara canora. Sanremo rappresenta uno snodo centrale del sistema musicale italiano: non solo lo spettacolo che illumina il palco del Teatro Ariston ma anche e soprattutto l’ingranaggio industriale che, a telecamere spente, attiva investimenti, strategie, classifiche e ricavi. Ma quanto incide davvero la manifestazione sugli equilibri della discografia nazionale? Che quota degli ascolti in streaming è riconducibile ai brani presentati in Riviera? In che misura le canzoni in gara riescono a imporsi nelle classifiche e con quali tempistiche? E quale impatto economico genera l’evento sul territorio?

A tutte queste domande prova a rispondere la FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana – che ha raccolto e analizzato i dati relativi agli ultimi anni, offrendo una fotografia dettagliata del peso che il Festival esercita sull’industria della musica registrata nel nostro Paese.

Copertina ottenuta da ChatGPT, facendogli leggere questo articolo

Streaming: 1,8 miliardi di ascolti per i brani in gara

Le canzoni presentate al Teatro Ariston nell’edizione 2025 hanno totalizzato nell’arco dell’anno 1,8 miliardi di stream. Un risultato che colloca Sanremo 2025 al secondo posto tra le edizioni più ascoltate di sempre sulle piattaforme digitali.

Su 100 miliardi di stream complessivamente generati in Italia nel 2025, ben 2 miliardi sono attribuibili ai brani in gara al Festival. Resta ancora davanti l’edizione 2024, quando l’incidenza delle canzoni sanremesi aveva raggiunto il 2,1% del totale annuo.

Il picco di consumo musicale in streaming si è registrato nella settimana immediatamente successiva alla kermesse: già durante i giorni del Festival si è osservato un incremento superiore all’11%, mentre nei sette giorni dopo la finale l’ascolto complessivo sulle piattaforme è cresciuto del 154% rispetto al 2020.

Il ruolo strategico delle etichette

Nel commentare i risultati, FIMI ha ribadito come il Festival continui a rappresentare un pilastro per lo sviluppo della musica italiana anche nel 2026. Al centro del “modello Sanremo” restano le case discografiche, principali investitori nella ricerca e nello sviluppo artistico. A livello globale, secondo i dati IFPI più recenti, l’industria investe ogni anno circa 7,5 miliardi di euro in attività di A&R e marketing.

Dieci anni di certificazioni e classifiche dominate

Guardando all’ultimo decennio (2015-2025), i brani passati dal palco dell’Ariston hanno totalizzato 24.545.000 copie certificate (considerate come equivalenti streaming), conquistando 241 dischi di platino e 48 dischi d’oro.

Negli ultimi cinque anni, nella settimana successiva al Festival, l’intera Top Ten Singoli della classifica Top of the Music è stata occupata da brani in gara. Nel 2025, il vincitore del Festival ha esordito direttamente al primo posto e, sempre nello stesso anno, l’intero podio della classifica annuale dei singoli è stato monopolizzato da canzoni presentate a Sanremo.

Il 65,5% dei brani in gara nel 2025 è entrato nella Top 100 Singoli dell’anno. In media, negli ultimi quattro anni, ogni canzone sanremese è rimasta oltre 18 settimane in classifica, con un record per l’edizione 2023, i cui brani hanno toccato una permanenza media di circa 20 settimane.

A un mese dalla pubblicazione, nel 2025, i brani del Festival occupavano l’intera Top Ten dei singoli. FIMI sottolinea come il legame tra Sanremo e le classifiche si sia consolidato progressivamente: dal 2021 al 2024 gli artisti con l’album più venduto dell’anno avevano tutti preso parte all’edizione successiva del Festival; nel 2025, invece, l’album best-seller dell’anno è stato firmato proprio dall’artista vincitore.

Radio e diritti connessi

L’effetto Festival si è riflesso anche sulla raccolta dei diritti connessi. Nel 2025 i brani in gara hanno rappresentato il 4,6% dei passaggi complessivi sulle sei radio più ascoltate in Italia, dato in linea con il 2024 e in netta crescita rispetto al 2019 (2,8%), prima dell’era Amadeus.

L’impatto sul territorio

Oltre alla musica, Sanremo incide anche sull’economia locale. Secondo uno studio di Ernst & Young, l’edizione 2025 ha generato un impatto economico diretto e indiretto pari a 245 milioni di euro. Il contributo al valore della produzione è stato stimato in 25 milioni, con un valore aggiunto di 11,5 milioni e circa 220 posti di lavoro creati.

Durante i cinque giorni dell’evento si sono registrate circa 150.000 presenze in città: il 39% legato a visitatori, suddivisi tra turisti (79%) ed escursionisti (21%). I pernottamenti complessivi sono stati circa 120.000, con il 74% concentrato nel comune di Sanremo e il restante 26% distribuito nei comuni della provincia di Imperia.

Televisione e social: numeri da grande evento

Sul fronte televisivo, Sanremo 2025 ha registrato una media di 12,5 milioni di spettatori, con una copertura complessiva di circa 38 milioni di individui. L’audience è cresciuta in quasi tutte le fasce d’età, ad eccezione dei segmenti 25-34 e 55-64 anni.

Sui social network le interazioni hanno superato i 99 milioni nei cinque giorni della manifestazione, segnando un incremento dell’80% rispetto al 2023.

Verso Sanremo 2026: certificazioni a confronto

In vista dell’edizione 2026, FIMI ha già diffuso i dati relativi alle certificazioni accumulate dagli artisti annunciati da Carlo Conti. In testa alla graduatoria figura Fedez con 98 dischi di platino, seguito da J-Ax (71), Luchè (37), Mara Sattei (18) ed Elettra Lamborghini (15).

L’evoluzione delle certificazioni complessive dei cast negli ultimi anni mostra una crescita significativa: 280 dischi di platino prima della gara nel 2022, 341 nel 2023, 512 nel 2024 e 695 nel 2025. Per il 2026 il totale attuale è inferiore di 10 unità rispetto al 2023 e rappresenta meno della metà del dato record dello scorso anno.

I brani sanremesi più certificati di sempre

A guidare la classifica storica FIMI dei brani nati sul palco dell’Ariston è “Cenere” di Lazza (2023), con 900.000 copie certificate. Seguono “Brividi” di Mahmood e Blanco (2022, 800.000 copie) e “Dove si balla” di Dargen D’Amico (2022, 700.000 copie). Con 600.000 copie certificate figurano “Balorda nostalgia” di Olly (2025), “Due vite” di Marco Mengoni (2023), “Farfalle” di Sangiovanni (2022), “Supereroi” di Mr. Rain (2023) e “Tango” di Tananai (2023). Chiude la lista “Tuta gold” di Mahmood (2024), a quota 500.000 copie.

Analizzzando tutto questo appare chiaro come Sanremo continui a essere molto più di una competizione canora: è un motore industriale capace di incidere in modo strutturale su classifiche, investimenti, territori e consumo musicale.

Il doppio ritorno di Jeff Buckley

giovedì 12 febbraio 2026

Sanremo: bollettino medico di un’overdose annunciata




Prosegue senza sosta il flusso inarrestabile di comunicati, anticipazioni, mezze frasi sibilline e “fonti vicinissime a qualcuno che conosce qualcuno” sul Festival di Sanremo. Ormai non manca molto all’inizio ufficiale ma l’impressione è che siamo già alla fase acuta dell’intossicazione collettiva: tachicardia da spoiler, sudorazione da toto-ospiti e leggere allucinazioni con orchestra incorporata.

Nel frattempo Carlo Conti, con la calma di chi sa di avere in mano il telecomando dell’hype nazionale, ha posizionato qualche altro tassello nel mosaico sanremese. È ufficiale: dopo il chiacchieratissimo forfait di Pucci, nella seconda serata dell’Ariston arriverà Pilar Fogliati in veste di co-conduttrice. Non sarà sola nel magico triangolo del microfono: con lei Achille Lauro (che probabilmente trasformerà il palco in una dimensione parallela) e Lillo (che potrebbe anche presentarsi vestito da Lillo, ma non è garantito).

Quanto a Eros Ramazzotti, Conti furbescamente non conferma e non smentisce. Che, tradotto dal sanremese antico, significa: “Può darsi, vediamo, restate sintonizzati e continuate a parlarne”. Il sospetto è che a furia di non smentire, prima o poi qualcuno salga davvero sul palco per sbaglio.

Confermati invece gli artisti che animeranno il palco Suzuki, dove si canta, si balla e si parcheggia con stile: Gaia, Bresh, The Kolors e Francesco Gabbani sono pronti a dare il loro contributo alla causa festivaliera. Ci aspettiamo coreografie, tormentoni e almeno un balletto che proveremo goffamente a rifare in salotto.

La Gaia desnuda

Sanremo 2025, in sala stampa con Francesco Gabbani

Capitolo emozioni: i Pooh riceveranno una targa speciale per i loro 60 anni di carriera. Sessanta. Un numero che fa riflettere: mentre noi cambiamo password ogni tre mesi, loro sono ancora lì, magari un po' mummificati ma sempre sugli scudi, armonizzati e probabilmente più longevi di molte relazioni moderne.

Insomma... il Festival non è ancora iniziato ma è già ovunque: nei telegiornali, nei talk show, nei gruppi WhatsApp di famiglia e probabilmente anche nei sogni REM (Ramazzotti Emerge Misteriosamente). Prepariamoci: mancano pochi giorni all’accensione ufficiale delle luci dell’Ariston. Io sono abbastanza tranquillo, la valigia è sul letto, quella di un lungo viaggio. Nel frattempo, idratatevi e dosate l’esposizione mediatica. L’overdose sanremese è dietro l’angolo e canta in tonalità maggiore.