Parlare di “Vol. II” come se fosse semplicemente un disco è già, di per sé, fuorviante. Perché qui la musica sembra quasi un accessorio, un pretesto utile a tenere in piedi un’operazione molto più ampia: costruire un culto. Un disco a sei tracce, poco meno di trentasette minuti, uscito il 3 aprile per Spectacles Bonzaï. Dati che dovrebbero bastare a inquadrare un album ma che, in questo caso, risultano marginali rispetto al resto del teatrino.
E infatti il punto non è cosa suonano gli Angine De Poitrine... ma come riescono a farne parlare. Perché musicalmente il giochino è chiaro: tecnica, intrecci, tempi dispari, microtoni, tutta quella roba che fa brillare gli occhi agli onanisti del prog più devoti. Il problema è che niente di tutto ciò suona davvero nuovo. Anzi, l’impressione è quella di un collage ben confezionato di idee già sentite altrove, rimesse insieme con mestiere e una certa dose di furbizia. Funziona? Sì. Sorprende? Solo se hai saltato a piè pari gli ultimi trent’anni di musica. King Crimson, Gastro Del Sol, Battles, Black Midi, June Of 44, Blind Idiot God, Slint, Primus, Don Caballero, Vulfpeck, Nomeansno, Drive Like Jehu, Rush, Horse Lords, i Joan Of Arc, Lettuce, Mars Volta, A Minor Forest, Mouse On The Keys, Mr. Bungle, Rodan, Shellac, Tortoise. Senza dimenticare, su tutti, lo "zio" Frank Zappa.
Ma il vero spettacolo si svolge fuori dai solchi. Lì dove il valore percepito schizza a livelli surreali e la logica evapora. Perché bisogna avere un rapporto piuttosto creativo con la realtà per spendere oltre 1.800 euro per una prima stampa di un disco che, al momento della sua uscita, non interessava praticamente a nessuno. Soprattutto quando esistono alternative — tipo una quinta stampa — che costano meno della metà. E ancora più surreale è vedere aste in cui, con poco più di 700 euro, qualcuno si porta a casa sia una versione del primo album sia una copia del secondo prima ancora che venga pubblicato. Però poi si parla di crisi. Certo.
A questo punto viene naturale chiedersi quanto ci sia di spontaneo in tutto questo. Il sospetto che il meccanismo si autoalimenti — magari con una regia nemmeno troppo nascosta — è difficile da scacciare. Perché quando i numeri diventano così grotteschi, o siamo davanti a un fenomeno sociologico interessante o a una farsa ben orchestrata. E qui torna il problema iniziale degli Angine De Poitrine: come mantenere alta l’attenzione quando l’effetto novità svanirà? Perché svanirà, fidatevi! I costumi, le trovate visive, l’estetica studiata al millimetro funzionano finché sorprendono. Poi si trasformano in routine. E allora? Le opzioni sono poche: o si reinventa davvero qualcosa, oppure si alza continuamente la posta nella provocazione. Ma anche lì il terreno è già affollato. Qualunque idea venga in mente — maschere improbabili, animali esotici, nudità più o meno simbolica — ha già una lunga storia alle spalle. L’unico modo per distinguersi davvero sarebbe spingersi oltre il ridicolo, trasformando la performance in qualcosa di volutamente eccessivo, quasi autolesionista. Non sarebbe arte rivoluzionaria. ma almeno smetterebbe di fingere di esserlo.
Nel frattempo, il pubblico più coinvolto continua a reagire come previsto: estasi davanti a ogni dettaglio tecnico, celebrazione di ogni scelta stilistica come se fosse una rivelazione. È un copione noto: entusiasmo crescente, sovraccarico sensoriale, catarsi. Poi silenzio. Sipario. E “Vol. II” resta lì, in mezzo a tutto questo. Un disco solido, ben costruito, perfino interessante a tratti — ma che, da solo, difficilmente giustificherebbe il rumore che lo circonda. Il resto lo fanno il contorno, la narrazione, e soprattutto la disponibilità di qualcuno a crederci fino in fondo. Anche quando non ce n’è davvero motivo.
