Alla convention di Futuro Nazionale, il movimento guidato dall’ex generale Roberto Vannacci, si sceglie come colonna sonora Futura di Lucio Dalla. Una decisione che appare paradossale: il brano nasce a Berlino durante la Guerra Fredda come inno alla speranza, all’abbattimento dei muri e a un futuro condiviso. Raccontando alla maniera dell'indimenticabile Lucio un futuro senza divisioni e senza barriere, Il risultato? Un cortocircuito culturale che fa discutere, un messaggio che molti ritengono estremamente, se non addirittura contraddittorio, dall’immaginario politico evocato dall'autoproclamatasi "feccia" vannacciana.
Quando la colonna sonora smentisce il protagonista
Tra i tanti episodi curiosi emersi dalla convention romana di Futuro Nazionale, ce n'è uno che rischia di passare alla storia come il più clamoroso autogol culturale della manifestazione. Roberto Vannacci e i suoi hanno infatti scelto come inno duno dei capolavori assoluti di Lucio Dalla. Una decisione che non può che lasciare perplessi. Perché se c'è una canzone che racconta l'esatto contrario di muri, divisioni identitarie e contrapposizioni ideologiche, quella è proprio Futura! Ma chi è il consulente musicale - ammesso che esista - di Vannacci?!?
Dalla la compose nel 1979 a Berlino, seduto nei pressi del Checkpoint Charlie, il simbolo della separazione tra Est e Ovest. In quel luogo che rappresentava la frattura del mondo, il cantautore immaginò invece l'incontro, l'amore e una figlia simbolicamente chiamata Futura, nata dall'unione di due persone divise dalla storia ma unite dalla speranza. Il cantautore bolognese racconta così la genesi del brano: «Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Checkpoint, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo».
Da Berlino ai “camerati”: il cortocircuito perfetto
Il problema non è soltanto musicale. È semantico. È culturale. È quasi antropologico. Da una parte una canzone che parla di abbattere confini. Dall'altra una platea in cui il termine “camerati” viene pronunciato con una disinvoltura che sembra arrivare direttamente da un archivio in bianco e nero. Il risultato è un effetto surreale. Come scegliere Imagine per inaugurare una convention di produttori di missili o usare Bella ciao come sigla di un raduno nostalgico.
La sensazione è che qualcuno abbia ascoltato il titolo senza prestare attenzione al testo. Un po' come chi cita George Orwell pensando che abbia scritto un manuale di istruzioni anziché una distopia.
Giù le mani da Lucio
Naturalmente nessuno può rivendicare l'esclusiva su una canzone. Le opere d'arte appartengono a tutti. Ma esiste una differenza tra utilizzare un brano e capirlo. Futura non rappresenta soltanto una bella melodia. È una dichiarazione d'amore al futuro, alla contaminazione, alla speranza che i muri possano sgretolarsi. Ed è proprio questo che rende la scelta di Futuro Nazionale così involontariamente comica.
Se Lucio Dalla potesse assistere alla scena, probabilmente reagirebbe con quell'ironia intelligente che lo ha sempre contraddistinto. Oppure, più semplicemente, prenderebbe carta e penna e scriverebbe un'altra canzone. Magari intitolandola Equivoci.
Perché una cosa è certa: tra tutte le canzoni possibili, scegliere proprio Futura è riuscito a trasformare un congresso politico nel più imprevedibile tributo involontario all'idea di un mondo senza muri. E forse questo, paradossalmente, è il messaggio più bello che Lucio Dalla continua ancora a lanciare da lassù.
