Trentuno artisti, due CD, il mare come denominatore comune e l’Hotel Acapulco di Forte dei Marmi come porto d’imbarco. Sea Songs – Music for Hotels Vol. 3 è un disco ricco, trasversale e sorprendente. Ma per me è anche l’occasione per ritrovare Vittore Baroni, conosciuto quasi quarant’anni fa attraverso la mail art, quando per fare rete servivano francobolli, fotocopie, acetati e una discreta dose di curiosità.
Ci sono persone che si incontrano una volta, magari senza neppure frequentarsi davvero, eppure rimangono archiviate in qualche cassetto della memoria. Vittore Baroni, per me, è una di queste. Abbiamo parecchie conoscenze in comune e forse non è casuale: anch’io ho sempre creduto molto nel potere della rete. Non quella che oggi misuriamo in follower, condivisioni e algoritmi, ma quella più antica e probabilmente più autentica fatta di persone, contatti, curiosità, scambi e contaminazioni. Vittore quella rete la praticava quando Internet apparteneva ancora alla fantascienza.
Lo conobbi molti anni fa attraverso la mail art, l’arte postale: quel magnifico circuito internazionale nel quale opere, collage, cartoline, fotografie, fanzine e idee attraversavano il mondo dentro una busta.
Jimmy Page deformato dalla Rank Xerox
All’epoca mi divertivo a sperimentare anch’io. Ricordo di avergli spedito alcune fotocopie ottenute con una tecnica rudimentale ma dagli effetti, almeno ai miei occhi, piuttosto suggestivi: muovevo l’originale mentre la macchina stava effettuando la copia.
Il soggetto era una fotografia a figura intera di Jimmy Page. Lo spostamento durante la scansione deformava il corpo del chitarrista e la sua doppio manico, allungandolo, torcendolo e moltiplicandone alcune parti. Una specie di psichedelia analogica ottenuta senza Photoshop, che ovviamente ancora non esisteva
| Qualche esempio personale di sperimentazione mail artistica più recente: le vecchie passioni sono difficili da archiviare completamente... |
Qualche tempo dopo – credo fossimo nel 1985 o nel 1986 – realizzai invece alcune cartoline stampate su acetato trasparente, ispirate alla parola che in quel momento cominciava a invadere i giornali: glasnost. In russo significa più o meno trasparenza, apertura. Fu il termine adottato da Michail Gorbačëv per indicare quella politica di maggiore libertà d’informazione, critica e discussione pubblica che avrebbe accompagnato gli ultimi anni dell’Unione Sovietica. Mi sembrò divertente prendere il concetto alla lettera e stamparlo proprio sulla trasparenza fisica dell’acetato.
Anche quelle cartoline finirono nella posta di Vittore.
Sono passati quarant’anni e non pretendo naturalmente che ogni dettaglio della memoria sia esatto. Ma ricordo però molto bene la sensazione: dall’altra parte c’era una persona preparatissima, curiosa, disponibile e amichevole, capace di accogliere le idee degli altri senza quell’atteggiamento sacerdotale che talvolta accompagna gli ambienti della sperimentazione artistica.
VHS, autopsie e T.O.P.Y.
Non ci limitammo alla carta. A un certo punto cominciammo anche a scambiarci qualche VHS dal contenuto decisamente poco rassicurante. Ricordo di avergli mandato la registrazione di una vera autopsia umana musicata dagli SPK, gruppo australiano tra i nomi più estremi dell’industrial e della cultura post-industriale. Non esattamente il genere di videocassetta da proporre dopo il pranzo di Natale.
Vittore, se la memoria non mi tradisce – e dopo tutto questo tempo qualche beneficio del dubbio è obbligatorio – rispose inviandomi a sua volta un video legato al T.O.P.Y., The Temple ov Psychick Youth, il network occultistico-artistico nato intorno a Genesis P-Orridge e all’universo Psychic TV.
O forse - boh - era esattamente il contrario, vatti a ricordare. Erano comunque anni strani, meravigliosi e irripetibili. Per trovare qualcosa bisognava cercarlo. Per conoscere qualcuno bisognava scrivergli. Per condividere un video servivano una videocassetta, due videoregistratori collegati per la duplicazione, una busta imbottita, un francobollo e parecchi giorni di attesa.
Forse proprio per questo ogni scoperta sembrava avere un peso maggiore.
Sea Songs, il mare secondo trentuno artisti
Quasi quarant’anni dopo ritrovo Vittore alla barra di un progetto che, in fondo, continua a utilizzare lo stesso principio: mettere persone in relazione.
Sea Songs – Music for Hotels Vol. 3 è il terzo e conclusivo capitolo della serie ideata e curata da lui. Dopo Return to Acapulco – Music for Hotels Vol. 1 del 2024, che chiamava sedici musicisti a immaginare una sorta di colonna sonora per gli ambienti di un albergo balneare, e Summer Fun del 2025, costruito intorno a venti reinterpretazioni di brani estivi, il progetto arriva ora al suo approdo più ambizioso.
Due CD, trentuno artisti italiani e internazionali, uniti da un tema tanto semplice quanto inesauribile: il mare. Mare come vacanza, viaggio, memoria, inquietudine, eros, perdita, gioco. E soprattutto quella malinconia tutta particolare che accompagna la fine dell’estate, quando ciò che abbiamo appena vissuto comincia già a sembrarci lontano.
Il titolo richiama inevitabilmente la splendida Sea Song di Robert Wyatt, qui affrontata dalle imprevedibili Forbici di Manitù, presenza quasi naturale all’interno dell’universo baroniano. Ma la forza del progetto è proprio la sua estrema varietà.
Da Robert Wyatt a Lou Reed, passando per l’industrial
Dentro Sea Songs convivono rock, elettronica, pop, jazz, blues, new wave, punk, surf, rockabilly, industriale e sperimentazione sonora. Ci sono reinterpretazioni e composizioni originali, canzoni vere e proprie, interventi strumentali, recitazioni e derive sonore.
Affiorano titoli come La Mer di Charles Trenet, The Dolphins di Fred Neil, Song to the Siren di Tim Buckley e Ocean di Lou Reed, anche se la sensazione non è mai quella della classica compilation di cover.
C’è piuttosto una pluralità di linguaggi tenuta insieme da un’idea curatoriale molto precisa.
Nel cast convivono musicisti della Versilia e della Toscana – Luciano Federighi, Michela Lombardi e Andrea Garibaldi, Giuseppe Giannecchini con Ugo Cappadonia, Brunilde Galeotti, Elenband, Staindubatta, Dome La Muerte E.X.P., Mirco Magnani, Gabriele Bartolucci, Xayde e The Garden of Love – e personaggi provenienti da territori musicali e generazionali molto diversi.
Ci sono Steve Piccolo, Maurizio Marsico (che conobbi anni fa attraverso la mia ex fidanzata romana Margherita, ritrovato anni dopo attraverso il lavoro di ufficio stampa col cantautore milanese Marco Massa), Teho Teardo, Simon Balestrazzi, Adriano Zanni, Tommaso Leddi, Carlo De Martini, Stefano Saletti, fino agli Spectral Unit di Adi Newton ed Enrico Marani.
Marsico appare persino in doppia veste: con MARSICODITRAPANI in Lunadimare e con la Monofonic Orchestra, insieme a Roger Stanza e Mauro Tondini.
Altrove arrivano gli Shocking Blue riletti dalle Wide Hips 69, il naufragio di Percy Bysshe Shelley evocato da Gianluca Becuzzi ed Elia Ulian, atmosfere lovecraftiane con i Teatro Satanico e il vascello fantasma degli Spectral Unit.
Insomma, più che un genere musicale, una geografia.
Vittore Baroni, professione: collegare mondi
Ed è probabilmente questo l’aspetto che trovo più interessante.
Vittore Baroni non è semplicemente un giornalista musicale – oggi scrive sul sempre pregevole mensile Blow Up (al quale sono felicemente abbonato da anni) dopo una lunghissima attività che lo ha visto passare anche attraverso Rockerilla e la fondazione di Rumore – ma è contemporaneamente musicista, artista, autore, sperimentatore, editore e figura storica della mail art internazionale.
Dalla fine degli anni Settanta partecipa infatti a quella cultura del networking artistico che anticipò di decenni molti dei meccanismi sui quali si sarebbe costruita Internet.
Con Piermario Ciani e Massimo Giacon, all’inizio degli anni Ottanta, diede vita anche all’esperienza di TRAX, grande progetto aperto e collettivo capace di mettere in contatto centinaia di artisti.
Oggi si usa continuamente la parola network. È diventata gergo per riunioni aziendali, da LinkedIn, quasi da ufficio marketing. Allora significava spedire cento lettere e magari riceverne venti. Significava trovare nella cassetta della posta qualcosa che non avevi chiesto ma che cambiava improvvisamente il tuo pomeriggio.
E Sea Songs, in qualche modo, continua quella storia.
Perché guardando l’elenco dei musicisti coinvolti si capisce che Baroni non ha semplicemente compilato una lista di nomi: ha messo in forma musicale una rete di relazioni costruita in decenni di incontri, giornalismo, amicizie, corrispondenze, collaborazioni e curiosità.
Non è un caso che nel progetto compaiano anche personaggi provenienti direttamente dall’antico universo della mail art, come David Greenberger e Grey T. Noise.
L’Hotel Acapulco: quando l’albergo diventa parte del disco
C’è poi un luogo senza il quale probabilmente tutta la serie Music for Hotels non sarebbe mai esistita: l’Hotel Acapulco di Forte dei Marmi, produttore del doppio CD e gestito dalla famiglia Baroni dal 1968.
L’Acapulco non rappresenta semplicemente uno sfondo turistico. Nel corso della sua lunga storia ha avuto rapporti profondi con la musica e con chi la produce. Nei mesi invernali è stato per anni anche sala prove per diverse band locali, mentre tra i suoi ospiti sono passati artisti e personaggi diversissimi.
Qualche nome rende bene l’idea: Cabaret Voltaire, Earth Wind & Fire, Renzo Arbore, Incognito, i già citati SPK e il critico Riccardo Bertoncelli. Ma nell’elenco figurano anche Cochi e Renato, Nocturnal Emissions, Merzbow e Gianni Bella. Una promiscuità artistica che probabilmente racconta la struttura meglio di qualsiasi brochure turistica.
Anche la confezione del disco merita attenzione. Copertina e impaginazione sono affidate a Reg Mastice, artista e autore, tra l’altro, de I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock. Un altro dettaglio tutt’altro che secondario in un’epoca in cui la musica rischia di essere ridotta all’icona di una copertina osservata per tre secondi sullo schermo di un telefono.
Prima si chiamava semplicemente "conoscersi"
Sea Songs chiude dunque la trilogia di Music for Hotels nel migliore dei modi: evitando qualsiasi tentazione di uniformità e mettendo invece al centro proprio le differenze.
Ed è qui che la storia torna, almeno per me, al punto di partenza.
A quelle fotocopie deformate di Jimmy Page. Alle cartoline trasparenti dedicate alla glasnost. Alle videocassette spedite per posta. Agli SPK. Al T.O.P.Y. A due persone che allora non potevano immaginare cosa sarebbe diventata, qualche anno più tardi, la parola “rete”.
Di Vittore conservo soprattutto questo ricordo al telefono: una bella persona, colta senza ostentazione, curiosa e amichevole.
Potrei sbagliare qualche dettaglio – dopo quarant’anni la memoria comincia inevitabilmente a montare una sua personalissima director’s cut – ma quella sensazione è rimasta intatta. E forse Sea Songs dimostra che una cosa non è cambiata. Le idee migliori nascono ancora quando qualcuno mette in comunicazione persone che apparentemente appartengono a mondi diversi. Oggi la chiamiamo rete. Allora, molto più semplicemente, ci scrivevamo.
