lunedì 23 febbraio 2026

Meloni al Festival? Solo se paga il biglietto...



Altro che ospite a sorpresa: sull’ipotesi che Giorgia Meloni possa materializzarsi all’Ariston, la Rai mette il timbro ufficiale: nessun contatto con Palazzo Chigi. Tradotto in non-politichese: nessun invito, nessun piano segreto, nessun retroscena da romanzo politico-balneare.

E Carlo Conti la prende con filosofia, ma anche con una punta di incredulità: «Pensare che io l’abbia invitata è fantascienza pura». Neanche Spielberg, insomma. «Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina: se vuole comprare un biglietto e venire, può farlo». In pratica: la porta è quella, la biglietteria pure.

Poi la premier archivia la faccenda su X con un’alzata di sopracciglio digitale: «Io al Festival? È FantaSanremo, io continuo a fare il mio lavoro». Altro che duetto o monologo: qui siamo nel campionato della fantasia. La presidente del Consiglio chiarisce che la sua presunta partecipazione alla prima serata del Festival di Sanremo è una notizia «totalmente inventata», già smentita da Palazzo Chigi e dallo stesso Conti. Eppure, osserva, la leggenda metropolitana continua a girare come un tormentone estivo fuori stagione: smentisci oggi, rilanciano domani.

Da qui la stoccata: forse è il caso di ricordare che il FantaSanremo è un gioco divertente per chi si appassiona alla kermesse. Le notizie, invece, dovrebbero abitare nel mondo reale, non nel backstage dell’immaginazione. Nel frattempo, assicura Meloni, lei resta al suo posto di comando. E Sanremo? Saprà brillare anche senza ospiti immaginari e senza infilare la politica a forza tra un ritornello e una standing ovation. Perché, quando si parla della più grande festa della musica italiana, non serve un colpo di scena istituzionale: bastano le canzoni. Esatto, le canzoni: almeno ci fossero...

Sanremo, il Festival della canzone… e del coperto



C’è stato un tempo in cui il Festival di Sanremo era una gara di canzoni. Un’epoca lontana, mitologica, in cui si discuteva di arrangiamenti, tonalità, testi impegnati e stonature epocali. Oggi, invece, la vera notizia è un’altra: con chi andremmo a cena durante la settimana del Festival! A dircelo non è un critico musicale in preda a un’analisi armonica ma una ricerca firmata TheFork con YouGov. Perché se c’è una cosa che la kermesse ha mantenuto intatta negli anni, è la capacità di farci venire fame. Non di note... ma di carboidrati.

Secondo il sondaggio, la cantante con cui gli italiani over 24 sceglierebbero più volentieri di condividere una cena è - udite udite - Elettra Lamborghini! Il 20% la indica come compagna perfetta per una serata informale, percentuale che sale al 28% tra gli utenti della piattaforma gastronomica. D’altronde, in un Festival dove le polemiche durano più delle canzoni in classifica, è comprensibile voler puntare su qualcuno che prometta almeno un dessert esplosivo.

La classifica continua con Arisa, Francesco Renga e Malika Ayane. Tutti artisti di spessore, certo. Ma il punto non è chi canterebbe meglio tra una portata e l’altra: è che la conversazione si è spostata definitivamente dal palco alla tavola.

Un tempo si dibatteva su chi meritasse il podio. Oggi su chi ordinerebbe il vino giusto. Una volta si parlava di orchestrazioni; adesso di “serata informale e non convenzionale”, che tradotto significa: speriamo almeno sia divertente. La musica “capace di unire generazioni”, recita il comunicato di TheFork. Vero: unisce tutti nella fila per il ristorante. Il Festival stimola curiosità e simpatia anche lontano dal palco, perché sul palco, ormai, rischia di non stimolare quasi più nessuno. Tra monologhi, ospiti internazionali, outfit commentati al millimetro e share analizzati come bollettini di guerra, la canzone è diventata un intermezzo tra uno spot e un meme. Sanremo resta un gigantesco rito collettivo. Ma se il momento più discusso è con chi divideremmo l’antipasto, forse è il caso di ammetterlo: più che una gara musicale, è diventato il più lungo aperitivo d’Italia, con sottofondo live. E a giudicare dal sondaggio, la colonna sonora è ormai solo un contorno. Il piatto forte? La compagnia.

Ragazzi, papà ci vuole dire qualche cosa...


C’è una tradizione più solida del ghiaccio olimpico: quella dei governi che scoprono improvvisamente di aver sempre creduto nello sport… il giorno dopo la prima medaglia! Succede ciclicamente. L’atleta scende in pista, salta, pattina, scivola, cade, si rialza, vince. E mentre sul podio risuona l’inno, nei palazzi del potere risuona un più sommesso ma deciso: “Lo sapevamo.” Non si capisce bene cosa sapessero, ma lo sapevano.

I Giochi olimpici invernali sono perfetti per questo rituale. Hanno tutto: neve candida (come certe narrazioni), ghiaccio compatto (come certi sorrisi istituzionali) e telecamere puntate sul mondo intero. È l’ambiente ideale per la metamorfosi: da spettatori distratti a padri orgogliosi della patria sportiva. Il meccanismo è semplice e universale. Se l’atleta vince, la vittoria diventa immediatamente frutto di: lungimiranti investimenti strategici, riforme strutturali visionarie, una “nuova stagione” iniziata - guarda la combinazione - con l’attuale ciclo politico. Se invece perde… beh, lo sport è imprevedibile, la competizione è dura, bisogna avere pazienza. L’importante sono “i valori”.

Il bello è che questo copione non ha bandiera. È successo nell’epoca dei cinegiornali in bianco e nero e continua nell’era dei social. Dai tempi di Olimpiadi invernali di Soči 2014, dove l’evento fu anche vetrina geopolitica, fino alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, dove ogni medaglia si trasformava in simbolo di efficienza nazionale, la dinamica è rimasta sorprendentemente stabile: l’atleta fatica quattro anni, il comunicato stampa impiega quattro minuti.

È un’arte sottile. Nessuno dice esplicitamente: “Abbiamo allenato noi lo slalomista.” Si preferisce qualcosa di più elegante: “Questo risultato dimostra che il Paese è sulla strada giusta.” Quale strada? Una innevata, evidentemente.

In questi momenti si crea un curioso effetto ottico: il cronometro che misura i centesimi diventa una specie di sondaggio istantaneo. Il podio si trasforma in grafico di gradimento. La medaglia è oro, ma anche consenso dorato. I governi hanno capito una cosa fondamentale dello sport: le vittorie sono emotive, immediate, condivise. Un oro olimpico è un condensato di orgoglio nazionale. È difficile resistere alla tentazione di salirci sopra, come su uno snowboard istituzionale, lasciandosi trasportare dalla discesa.

A giochi conclusi, personalmente mi viene da dire, con graffiante spirito vanziniano: anche queste Olimpiadi invernali se le semo levati dalle palle! Cosa ci rimane? Un ingente bottino di vittorie, la chiusura di un ciclo importante (visto che alcune golden women difficilmente le rivedremo alla prossima edizione), qualche memorabile papera dei telecronisti e il ricordo della Pausini che - alla cerimonia di apertura - canta "L'elmo di Scipio se n'è andato e non ritorna più"...

Segnali dal quartier generale Radiohead: nuova società, nuove prospettive



Nel grande romanzo della musica alternativa degli ultimi trent’anni, i Radiohead occupano un capitolo a parte. Quando esplosero sulla scena internazionale negli anni Novanta, non furono semplicemente l’ennesima band britannica di talento: rappresentarono una delle ultime, autentiche scosse telluriche del rock globale. In un panorama che iniziava già a mostrare i segni della saturazione, portarono un’idea radicale di suono, forma e linguaggio, traghettando il rock oltre i suoi confini tradizionali e aprendo la strada a un modo completamente nuovo di intendere l’album, la produzione e perfino la distribuzione. Oggi, a distanza di anni dall’ultimo lavoro in studio, un nuovo segnale sembra emergere dal loro universo.

Una nuova società, un nuovo indizio

Secondo quanto riportato da NME, lo scorso 19 febbraio i cinque membri della band – Thom YorkeJonny GreenwoodColin GreenwoodEd O’Brien e Philip Selway – sono stati nominati direttori di una nuova società privata a responsabilità limitata: Futile Endeavours Limited, ufficialmente registrata nel Regno Unito. Per i fan più attenti, questo dettaglio burocratico è tutt’altro che secondario. Nel tempo, infatti, la creazione di nuove entità legali da parte del gruppo ha spesso anticipato annunci importanti: tour, ristampe, nuovi progetti discografici. Al momento non esiste alcuna conferma ufficiale su ciò che Futile Endeavours Limited comporterà. Ma la storia insegna che quando i Radiohead muovono pedine sul piano societario, qualcosa di concreto è quasi sempre dietro l’angolo.

Una strategia già vista

L’ultimo album della band, A Moon Shaped Pool, è uscito nel maggio 2016, pochi mesi dopo la registrazione della Dawn Chorus LLP.

Nel 2021, la costituzione della Spin With A Grin LLP precedette l’annuncio della monumentale ristampa Kid A Mnesia.

Nel 2022, la nascita della Self Help Tapes LLP anticipò invece il debutto dei The Smile, il progetto parallelo guidato da Yorke e Greenwood.

Ancora più di recente, la società RHEUK25 aveva lasciato presagire la tournée che lo scorso novembre ha riportato il gruppo sui palchi europei, con quattro date anche in Italia.

Non si tratta di semplici formalità amministrative: per una band che ha fatto dell’autonomia e del controllo creativo una bandiera, la dimensione societaria è parte integrante della propria identità artistica.

Indipendenti per scelta (e per visione)

Dopo la pubblicazione di Hail to the Thief nel 2003, i Radiohead si sono separati da EMI / Parlophone, avviando una fase completamente indipendente della loro carriera. Nel 2007 fondarono Xurbia Xendless prima di pubblicare In Rainbows con la rivoluzionaria formula “paga quanto vuoi” direttamente dal proprio sito web: un gesto che non fu solo provocazione, ma un atto politico e culturale che cambiò per sempre il dibattito sull’economia della musica digitale. Le successive uscite fisiche furono poi distribuite in collaborazione con XL Recordings. Ancora una volta, innovazione artistica e innovazione strutturale si muovevano insieme.

Nuova musica all’orizzonte?

La registrazione di Futile Endeavours Limited arriva pochi giorni dopo alcune dichiarazioni di Jonny Greenwood rilasciate al Times. Il chitarrista ha raccontato quanto sia stato emozionante riscoprire dal vivo brani che la band ha sempre ritenuto validi, ma ha ammesso di aver trovato “strano non fare nulla di nuovo durante il tour”. Greenwood ha spiegato che tutti i membri sono attualmente impegnati a creare musica in altri contesti e ha dichiarato di non avere idea di quando i Radiohead potrebbero pubblicare di nuovo insieme. Ha inoltre sottolineato quanto sia complesso organizzare una tournée: le venue vengono prenotate con un anticipo tale che, anche decidendo ora, un eventuale nuovo tour non partirebbe prima di almeno 18 mesi. Parole che non suonano come un addio, ma come la consapevolezza di una band che non ha mai avuto fretta di seguire le regole dell’industria.

L’attesa come linguaggio

Se c’è una cosa che i Radiohead hanno insegnato al loro pubblico è che il tempo può essere parte dell’opera. Ogni pausa, ogni deviazione, ogni progetto parallelo contribuisce ad alimentare un universo creativo che non si è mai piegato alla logica della produttività forzata. Quando emersero negli anni Novanta, furono una delle ultime grandi, vere novità del panorama musicale internazionale: una band capace di reinventare il rock dall’interno, traghettandolo verso territori elettronici, orchestrali e sperimentali senza perdere profondità emotiva. Oggi, anche una semplice registrazione societaria è sufficiente a riaccendere l’attenzione globale. Futile Endeavours Limited potrebbe essere solo un nome su un documento. Oppure l’anticamera di un nuovo capitolo.

Con i Radiohead, la differenza è spesso solo questione di tempo.

mercoledì 18 febbraio 2026

Una voce tra cielo e acqua: arriva il film su Jeff Buckley




Ricordo benissimo la sera che lo vidi dal vivo per la prima volta a Milano, nel 1994 presso uno stipatissimo Rock Planet, mentre il suo album capolavoro Grace era stato pubblicato da pochissimo. Una serata intima e ad alta carica emotiva, che me lo fece amare almeno come suo padre Tim. A quasi trent’anni dalla sua tragica scomparsa, la voce di Jeff Buckley continua a risuonare potente e attuale. Dopo l’accoglienza entusiastica al Sundance Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, arriva nelle sale italiane come evento speciale il documentario IT’S NEVER OVER: JEFF BUCKLEY, in programma nei cinema il 16, 17 e 18 marzo (e poi si spera su supporto home video). Un’uscita che coincide simbolicamente con i 60 anni dalla nascita dell’artista e con una rinnovata popolarità tra le nuove generazioni, che lo hanno reso addirittura trending topic globale su TikTok!


Diretto dalla regista candidata all’Oscar Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt, il film si propone come il ritratto più intimo e autentico mai realizzato sul cantautore californiano. Al centro del racconto materiali d’archivio inediti, provenienti dal patrimonio personale di Buckley e, soprattutto, i suoi messaggi vocali privati, compreso l’ultimo, struggente, lasciato alla madre nella segreteria telefonica di casa.

Nato il 17 novembre 1966 nella contea di Orange, in California, e morto tragicamente a Memphis nel 1997, Buckley è entrato nella storia della musica con un solo album pubblicato in vita, Grace (1994). Figlio del cantautore Tim Buckley, aveva conquistato pubblico e critica grazie a una voce fuori dal comune e a un’intensità interpretativa che avrebbe reso immortali brani come “Last Goodbye” e la celebre rilettura di “Hallelujah” di Leonard Cohen.

Jeff e la madre Mary Guibert

Il documentario ripercorre la sua parabola artistica nel fermento culturale della New York tra gli Ottanta e i Novanta, dagli esordi nei piccoli club dell’East Village fino alla lavorazione del secondo album, rimasto incompiuto. Attraverso le testimonianze della madre Mary Guibert, delle ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, dei musicisti che lo hanno accompagnato – tra cui Michael Tighe e Parker Kindred – e di artisti come Ben Harper e Aimee Mann, emerge il ritratto di una personalità luminosa e inquieta, sospesa tra disciplina musicale e irrefrenabile libertà creativa.

«Non ricordo un periodo della mia vita in cui non abbia pensato di fare un film su Jeff», ha raccontato la regista. Un progetto coltivato per oltre quindici anni, nato dall’ascolto di Grace e maturato grazie all’accesso a registrazioni private e documenti mai mostrati prima. «Quei materiali erano indimenticabili. Ho sempre saputo che sarebbe stato un documentario», ha spiegato la regista, parlando di un lungo “travaglio d’amore” per avvicinarsi il più possibile alla verità dell’artista.

La regista Amy Berg

L’uscita del film è accompagnata anche da una nuova pubblicazione discografica: dal 13 febbraio sarà disponibile in versione deluxe Live at Sin-é, l’EP che nel 1993 fece conoscere al mondo la forza espressiva di Buckley, registrato in un piccolo club di Manhattan con la sola chitarra elettrica. La nuova edizione, ampliata in un cofanetto con quattro vinili, include versioni live di brani iconici e materiali fotografici inediti.

Un evento cinematografico pensato non solo per i fan storici, ma anche per chi oggi scopre la sua musica attraverso i social. Perché, come suggerisce il titolo, per lui non è mai davvero finita: la sua voce continua a attraversare il tempo, fragile e potentissima, capace ancora di parlare al presente, con straordinaria intensità.

Un album per sopravvivere al tedio sanremese



Esce per Legacy Recordings, la divisione catalogo di Sony Music Entertainment, e per RCA Records la colonna sonora originale di “EPiC: Elvis Presley in Concert”, il nuovo film di Baz Luhrmann. Si tratta di una raccolta di 27 registrazioni presenti nella pellicola – che ho avuto modo di vedere in anteprima – comprendente mix rinnovati delle iconiche esibizioni dal vivo, affiancati da nuovi remix e medley dei classici del Re del rock’n’roll.

Il disco sarà disponibile da questo venerdì, in concomitanza con la première IMAX del film, nei formati digitale e CD, mentre dal 24 aprile arriverà in doppio LP, in vinile nero e nella variante Translucent Orange and Yellow, esclusiva Amazon.

Durante la lavorazione del biopic del 2022 “Elvis”, Luhrmann e il suo team hanno riportato alla luce negativi e filmati rimasti a lungo nei caveau della Warner Bros., originariamente girati per i documentari “Elvis: That's the Way It Is” – che racconta la residency di Las Vegas dell’agosto 1970 – e “Elvis on Tour”, realizzato durante i concerti del 1972 negli Stati Uniti. A questi si aggiungono preziosi filmati inediti in 8mm e registrazioni audio mai ascoltate prima, in cui Elvis Presley racconta la propria vita. Il restauro di questo materiale ha richiesto anni di lavoro e la collaborazione, tra gli altri, di Jonathan Redmond e della Park Road Post Production di Peter Jackson.

 


Ne emerge un ritratto vivido di Elvis, non solo nella sua travolgente e inimitabile energia scenica, ma anche nella dimensione più intima e umana: un artista totalmente a suo agio sul palco, capace di percepire l’amore dei fan e di restituirlo con una forza comunicativa fuori dal comune. Quanto ai nuovi medley e remix presenti nell’album, Luhrmann ha spiegato di essersi chiesto più volte cosa avrebbe fatto Elvis oggi, quali territori sonori avrebbe esplorato, quali contaminazioni avrebbe abbracciato, fedele com’era a uno spirito di continua ricerca.

Nel complesso, il progetto colpisce per cura filologica e ambizione artistica: il restauro delle immagini e delle tracce originali restituisce in maniera impressionante tutta la potenza delle performance degli anni Settanta. Unica, lieve nota stonata in un’operazione altrimenti pregevole, sono alcune sovraincisioni realizzate oggi su certi nuovi mix: interventi pensati per rendere il suono più “attuale”, che però in qualche passaggio finiscono per smussare quella ruvida autenticità e quell’imperfezione vitale che erano parte integrante del magnetismo di Presley. Un dettaglio marginale, forse, ma sufficiente a far rimpiangere, qua e là, la nudità dell’originale.

venerdì 13 febbraio 2026

Altro che canzonette: ecco cosa muove realmente Sanremo


C’è un motivo preciso se, da oltre settant’anni, il festival continua a essere molto più di una semplice gara canora. Sanremo rappresenta uno snodo centrale del sistema musicale italiano: non solo lo spettacolo che illumina il palco del Teatro Ariston ma anche e soprattutto l’ingranaggio industriale che, a telecamere spente, attiva investimenti, strategie, classifiche e ricavi. Ma quanto incide davvero la manifestazione sugli equilibri della discografia nazionale? Che quota degli ascolti in streaming è riconducibile ai brani presentati in Riviera? In che misura le canzoni in gara riescono a imporsi nelle classifiche e con quali tempistiche? E quale impatto economico genera l’evento sul territorio?

A tutte queste domande prova a rispondere la FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana – che ha raccolto e analizzato i dati relativi agli ultimi anni, offrendo una fotografia dettagliata del peso che il Festival esercita sull’industria della musica registrata nel nostro Paese.

Copertina ottenuta da ChatGPT, facendogli leggere questo articolo

Streaming: 1,8 miliardi di ascolti per i brani in gara

Le canzoni presentate al Teatro Ariston nell’edizione 2025 hanno totalizzato nell’arco dell’anno 1,8 miliardi di stream. Un risultato che colloca Sanremo 2025 al secondo posto tra le edizioni più ascoltate di sempre sulle piattaforme digitali.

Su 100 miliardi di stream complessivamente generati in Italia nel 2025, ben 2 miliardi sono attribuibili ai brani in gara al Festival. Resta ancora davanti l’edizione 2024, quando l’incidenza delle canzoni sanremesi aveva raggiunto il 2,1% del totale annuo.

Il picco di consumo musicale in streaming si è registrato nella settimana immediatamente successiva alla kermesse: già durante i giorni del Festival si è osservato un incremento superiore all’11%, mentre nei sette giorni dopo la finale l’ascolto complessivo sulle piattaforme è cresciuto del 154% rispetto al 2020.

Il ruolo strategico delle etichette

Nel commentare i risultati, FIMI ha ribadito come il Festival continui a rappresentare un pilastro per lo sviluppo della musica italiana anche nel 2026. Al centro del “modello Sanremo” restano le case discografiche, principali investitori nella ricerca e nello sviluppo artistico. A livello globale, secondo i dati IFPI più recenti, l’industria investe ogni anno circa 7,5 miliardi di euro in attività di A&R e marketing.

Dieci anni di certificazioni e classifiche dominate

Guardando all’ultimo decennio (2015-2025), i brani passati dal palco dell’Ariston hanno totalizzato 24.545.000 copie certificate (considerate come equivalenti streaming), conquistando 241 dischi di platino e 48 dischi d’oro.

Negli ultimi cinque anni, nella settimana successiva al Festival, l’intera Top Ten Singoli della classifica Top of the Music è stata occupata da brani in gara. Nel 2025, il vincitore del Festival ha esordito direttamente al primo posto e, sempre nello stesso anno, l’intero podio della classifica annuale dei singoli è stato monopolizzato da canzoni presentate a Sanremo.

Il 65,5% dei brani in gara nel 2025 è entrato nella Top 100 Singoli dell’anno. In media, negli ultimi quattro anni, ogni canzone sanremese è rimasta oltre 18 settimane in classifica, con un record per l’edizione 2023, i cui brani hanno toccato una permanenza media di circa 20 settimane.

A un mese dalla pubblicazione, nel 2025, i brani del Festival occupavano l’intera Top Ten dei singoli. FIMI sottolinea come il legame tra Sanremo e le classifiche si sia consolidato progressivamente: dal 2021 al 2024 gli artisti con l’album più venduto dell’anno avevano tutti preso parte all’edizione successiva del Festival; nel 2025, invece, l’album best-seller dell’anno è stato firmato proprio dall’artista vincitore.

Radio e diritti connessi

L’effetto Festival si è riflesso anche sulla raccolta dei diritti connessi. Nel 2025 i brani in gara hanno rappresentato il 4,6% dei passaggi complessivi sulle sei radio più ascoltate in Italia, dato in linea con il 2024 e in netta crescita rispetto al 2019 (2,8%), prima dell’era Amadeus.

L’impatto sul territorio

Oltre alla musica, Sanremo incide anche sull’economia locale. Secondo uno studio di Ernst & Young, l’edizione 2025 ha generato un impatto economico diretto e indiretto pari a 245 milioni di euro. Il contributo al valore della produzione è stato stimato in 25 milioni, con un valore aggiunto di 11,5 milioni e circa 220 posti di lavoro creati.

Durante i cinque giorni dell’evento si sono registrate circa 150.000 presenze in città: il 39% legato a visitatori, suddivisi tra turisti (79%) ed escursionisti (21%). I pernottamenti complessivi sono stati circa 120.000, con il 74% concentrato nel comune di Sanremo e il restante 26% distribuito nei comuni della provincia di Imperia.

Televisione e social: numeri da grande evento

Sul fronte televisivo, Sanremo 2025 ha registrato una media di 12,5 milioni di spettatori, con una copertura complessiva di circa 38 milioni di individui. L’audience è cresciuta in quasi tutte le fasce d’età, ad eccezione dei segmenti 25-34 e 55-64 anni.

Sui social network le interazioni hanno superato i 99 milioni nei cinque giorni della manifestazione, segnando un incremento dell’80% rispetto al 2023.

Verso Sanremo 2026: certificazioni a confronto

In vista dell’edizione 2026, FIMI ha già diffuso i dati relativi alle certificazioni accumulate dagli artisti annunciati da Carlo Conti. In testa alla graduatoria figura Fedez con 98 dischi di platino, seguito da J-Ax (71), Luchè (37), Mara Sattei (18) ed Elettra Lamborghini (15).

L’evoluzione delle certificazioni complessive dei cast negli ultimi anni mostra una crescita significativa: 280 dischi di platino prima della gara nel 2022, 341 nel 2023, 512 nel 2024 e 695 nel 2025. Per il 2026 il totale attuale è inferiore di 10 unità rispetto al 2023 e rappresenta meno della metà del dato record dello scorso anno.

I brani sanremesi più certificati di sempre

A guidare la classifica storica FIMI dei brani nati sul palco dell’Ariston è “Cenere” di Lazza (2023), con 900.000 copie certificate. Seguono “Brividi” di Mahmood e Blanco (2022, 800.000 copie) e “Dove si balla” di Dargen D’Amico (2022, 700.000 copie). Con 600.000 copie certificate figurano “Balorda nostalgia” di Olly (2025), “Due vite” di Marco Mengoni (2023), “Farfalle” di Sangiovanni (2022), “Supereroi” di Mr. Rain (2023) e “Tango” di Tananai (2023). Chiude la lista “Tuta gold” di Mahmood (2024), a quota 500.000 copie.

Analizzzando tutto questo appare chiaro come Sanremo continui a essere molto più di una competizione canora: è un motore industriale capace di incidere in modo strutturale su classifiche, investimenti, territori e consumo musicale.

Il doppio ritorno di Jeff Buckley

giovedì 12 febbraio 2026

Sanremo: bollettino medico di un’overdose annunciata




Prosegue senza sosta il flusso inarrestabile di comunicati, anticipazioni, mezze frasi sibilline e “fonti vicinissime a qualcuno che conosce qualcuno” sul Festival di Sanremo. Ormai non manca molto all’inizio ufficiale ma l’impressione è che siamo già alla fase acuta dell’intossicazione collettiva: tachicardia da spoiler, sudorazione da toto-ospiti e leggere allucinazioni con orchestra incorporata.

Nel frattempo Carlo Conti, con la calma di chi sa di avere in mano il telecomando dell’hype nazionale, ha posizionato qualche altro tassello nel mosaico sanremese. È ufficiale: dopo il chiacchieratissimo forfait di Pucci, nella seconda serata dell’Ariston arriverà Pilar Fogliati in veste di co-conduttrice. Non sarà sola nel magico triangolo del microfono: con lei Achille Lauro (che probabilmente trasformerà il palco in una dimensione parallela) e Lillo (che potrebbe anche presentarsi vestito da Lillo, ma non è garantito).

Quanto a Eros Ramazzotti, Conti furbescamente non conferma e non smentisce. Che, tradotto dal sanremese antico, significa: “Può darsi, vediamo, restate sintonizzati e continuate a parlarne”. Il sospetto è che a furia di non smentire, prima o poi qualcuno salga davvero sul palco per sbaglio.

Confermati invece gli artisti che animeranno il palco Suzuki, dove si canta, si balla e si parcheggia con stile: Gaia, Bresh, The Kolors e Francesco Gabbani sono pronti a dare il loro contributo alla causa festivaliera. Ci aspettiamo coreografie, tormentoni e almeno un balletto che proveremo goffamente a rifare in salotto.

La Gaia desnuda

Sanremo 2025, in sala stampa con Francesco Gabbani

Capitolo emozioni: i Pooh riceveranno una targa speciale per i loro 60 anni di carriera. Sessanta. Un numero che fa riflettere: mentre noi cambiamo password ogni tre mesi, loro sono ancora lì, magari un po' mummificati ma sempre sugli scudi, armonizzati e probabilmente più longevi di molte relazioni moderne.

Insomma... il Festival non è ancora iniziato ma è già ovunque: nei telegiornali, nei talk show, nei gruppi WhatsApp di famiglia e probabilmente anche nei sogni REM (Ramazzotti Emerge Misteriosamente). Prepariamoci: mancano pochi giorni all’accensione ufficiale delle luci dell’Ariston. Io sono abbastanza tranquillo, la valigia è sul letto, quella di un lungo viaggio. Nel frattempo, idratatevi e dosate l’esposizione mediatica. L’overdose sanremese è dietro l’angolo e canta in tonalità maggiore.


lunedì 9 febbraio 2026

Un regalino per i miei lettori


Il 31 agosto 1981 Steve Hackett, ex chitarra solista dei Genesis, si esibiva presso il celebre Koninklijk Theater Carré ("Regio Teatro Carré") o semplicemente Theater Carré. Costruito inizialmente come "tendone" per il circo permanente di Oscar Carré, classificato come rijksmonument (lett. monumento nazionale) dal 1974,  Il Teatro Carré si trova lungo il fiume Amstel. In questo luogo ci hanno suonato in molti, da Frank Zappa a Lou Reed, da Randy Newman a James Taylor... e pure Laura Pausini 


Se vi interessa avere questa registrazione in FLAC - naturalmente in forma gratuita - scrivetemi al mio indirizzo mail varani1963@gmail.com, più semplice di così...









A conti fatti, non ci siamo persi granchè: tanto Baccan per nulla!



La storia è iniziata con una foto: il comico Pucci nudo come mamma l'ha fatto, annunciato come co-conduttore di Sanremo 2026. Un’immagine potente, simbolica, quasi profetica. Non tanto per l’audacia artistica, quanto perché già lì era chiaro il messaggio: “Guardate, non c’è proprio niente da vedere”. E infatti... non ci siamo persi nulla!

Prevedibilmente, nel giro di poche ore quella foto è diventata il Carosello dei commenti negativi, una sfilata di “no grazie” più affollata del Festival stesso. Critiche, meme, indignazioni assortite: mancava solo il Fantasanremo che lo penalizzasse di dieci punti per eccesso di epidermide. A quel punto Pucci ha fatto la cosa più sensata possibile: ha ringraziato, salutato e si è rivestito. Letteralmente e metaforicamente.

Il rifiuto di andare a Sanremo, dopo la ridda di commenti, è stato presentato come un gesto di dignità, riflessione, forse pure filosofia zen. In realtà suona più come un classico “Ok, ho capito l’aria che tira”. Perché Sanremo è come una spiaggia affollata: se arrivi nudo e nessuno ti guarda con ammirazione, forse è il caso di tornarsene a casa.

C'è anche chi - ammalato di complottismo - si spinge oltre, ipotizzando un finto dietro-front dietro al quale ci sarebbe addirittura la macchina propagandistica del Governo. Quale migliore occasione "farlo rinunciare" per partire poi con la solita imponente campagna mediatica contro la sinistra "odiatrice e illiberale"?!?

Polemiche a parte, alla fine resta quella foto, con commento social di Carlo Conti e relative grasse risate ("Quando sarai sul palco dell'Ariston mettiti almeno il costumino"), emblema perfetto di una triste operazione mai nata, metro fedele del livello stilistico di Andrea Baccan. Pucci che non va a Sanremo è un po’ come Pucci nudo: se ne parla tanto, ma non lascia davvero il segno. E va bene così. Meglio un’assenza consapevole che una presenza… scoperta.

venerdì 6 febbraio 2026

Il 18 aprile si festeggiano i negozi di dischi



Sabato 18 aprile i riflettori tornano ad accendersi sui negozi di dischi indipendenti con il Record Store Day, una ricorrenza globale che, anno dopo anno, continua a dimostrare come questi luoghi “analogici” siano tutt’altro che superati. Anzi: mentre tutto sembra smaterializzarsi, i negozi di dischi restano presìdi culturali, spazi di scoperta, incontro e memoria collettiva. Ed è proprio lì che questa giornata prende senso.

L’edizione 2026 parla a un pubblico trasversale e lo fa affidandosi a un ambassador che incarna perfettamente il pop contemporaneo: Bruno Mars. Per l’occasione arriva sugli scaffali “The Collaborations”, una raccolta che ripercorre alcune delle sue alleanze artistiche più riconoscibili, da “Uptown Funk” con Mark Ronson fino a “Die With A Smile” con Lady Gaga, senza dimenticare la recente “APT.” insieme a ROSÉ. s

Ma il Record Store Day vive soprattutto di sorprese e incroci inattesi. Tra le uscite più curiose spicca “No Country for Old Men”, progetto firmato doPE che unisce John Densmore, leggendario batterista dei Doors, e Chuck D dei Public Enemy. Un dialogo intergenerazionale tra epoche, linguaggi e attitudini che trova nel vinile il suo habitat naturale. C’è poi Robert Plant con l’EP “Saving Grace: All That Glitters…”, un lavoro intimo e radicato, dove il leader dei Led Zeppelin si confronta nuovamente con il folk e la tradizione americana rileggendo brani di Gillian Welch e Bert Jansch, incisi appositamente per questa uscita. Per chi ama le grandi dimensioni, arriva anche “Live From Asbury Park 2024” di Bruce Springsteen, un imponente album dal vivo in cinque vinili e tre cd che celebra uno dei migliori concerti di tutti i tempi del Boss.

Come da tradizione, il Record Store Day è anche un gigantesco archivio a cielo aperto. Gli anniversari diventano occasioni per riscoprire capitoli fondamentali della storia del rock e non solo. Si festeggiano i cinquant’anni di “Calling Card” di Rory Gallagher, prodotto da Roger Glover dei Deep Purple, e di “On Parole” dei Motörhead, riletto e remixato - non è una novità dall'iperattivo Steven Wilson. I quarant’anni portano con sé “Some Candy Talking” dei Jesus And Mary Chain, “Live in Hollywood” dei Dinosaur Jr. e la ristampa di “Body of Song” di Bob Mould. Tornano anche “Being Boiled” degli Human League e una serie di remix dei Soft Cell ispirati allo storico club newyorkese Danceteria, mentre il punk trova spazio con i venticinque anni di “Jubilee” dei Sex Pistols.

Annunciate inoltre ristampe e edizioni speciali di titoli molto amati: “Echo Dek” dei Primal Scream, “Live À L'Olympia” di Jeff Buckley, “MTV Unplugged” di Tony Bennett, “All The Roadrunning” di Mark Knopfler ed Emmylou Harris e “African Project Remixes” di St. Germain.

Non manca la ricerca sonora, rappresentata dalla Expanded Edition di “Small Craft On A Milk Sea”, firmata da Brian Eno insieme a Jon Hopkins e Leo Abrahams: un lavoro che conferma come il vinile resti uno spazio privilegiato anche per la sperimentazione.

Spazio anche agli artisti italiani, protagonisti di uscite pensate per collezionisti e appassionati: “Divenire” di Ludovico Einaudi, tre edizioni colorate dei Litfiba (“17 Re”, il 45 giri di “Gioconda” / “Il Volo” e il 12” di “X”), le versioni colorate di “Più di me” e “Più di te” di Ornella Vanoni, il doppio vinile di “Radio Station” di Patty Pravo. Capitolo speciale per Mina, con tre pubblicazioni: “Inediti 1963/1967”, tratto dal cofanetto “Mina 1963–1967: Rarità e Versioni Alternative”, “Live 1970” e la ristampa dell’album “Mina” del 1974.

Tutti dischi che non vivono nel digitale, ma sugli scaffali, tra mani che scelgono e orecchie curiose. È questo il cuore del Record Store Day: ricordarci che i negozi di dischi, anche se sembrano fuori dal tempo, sono ancora il luogo dove la musica si tocca, si racconta e continua a costruire comunità. L’elenco completo delle uscite disponibili nei negozi italiani consultabile su www.recordstoredayitalia.com

mercoledì 4 febbraio 2026

Il rock italiano non muore mai: al massimo si riforma




C’è chi colleziona vinili, chi sneakers, chi cd e vecchie fanzines (come me...) e chi reunion. Il rock italiano, nel 2026, sembra aver scelto quest’ultima opzione. Altro che nuove correnti: qui si va di rientri trionfali, riformazioni improbabili e gloriosi ritorni di nomi che, più che sciogliersi, avevano solo messo la musica in pausa lunga. Prima i Litfiba, poi i Bluvertigo, ora i CSI. L’anno è appena partito e già il calendario dei concerti assomiglia ad un album di figurine vintage. D’altronde il trend era chiaro: nel 2024 erano tornati i CCCP (con annesso pellegrinaggio laico), Il Teatro degli Orrori e gli Afterhours. In Inghilterra, intanto, gli Oasis dimostravano che la nostalgia rappresenta ancora il miglior business plan possibile.

Gli ultimi a rimettere insieme i pezzi del puzzle sono stati i gloriosi CSI. Una notizia che non ha colto nessuno di sorpresa, visto che se ne parlava da mesi, tra un concerto dei CCCP e una chiacchiera di corridoio. Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco torneranno sul palco nell’estate 2026 per una serie di concerti, un documentario e – speriamo – nuova musica. L’ultima volta che avevano suonato insieme era il 2002. Per capirci: prima di Instagram, prima dello streaming, prima che il rock fosse dato per disperso. 

Qualche ora prima, i Bluvertigo avevano fatto sapere di aver scongelato il marchio per un live-evento all’Alcatraz di Milano. Era atteso da tempo: il trentennale di Acidi e basi era passato senza festeggiamenti, complice l’eterna difficoltà di Morgan e soci a trovarsi d’accordo prima di litigare di nuovo. Ma va bene così: nel rock italiano, la puntualità non è mai stata un valore fondante. I Litfiba, dal canto loro, celebrano i quarant’anni di 17 re rimettendo insieme anche Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, membri fondatori dispersi dal 1989. Cinquantamila biglietti già venduti: praticamente uno stadio, o comunque un ricordo molto nitido degli anni Novanta. Nel frattempo, la cosiddetta Gen Z osserva la scena con una certa perplessità. Per ascoltare del “vero rock” deve aspettare che band i cui componenti superano abbondantemente i cinquanta tornino insieme. Non esattamente l’ideale per costruire un immaginario nuovo.

Il caro Gianni Maroccolo, 65 anni, non ha mai nascosto la speranza di vedere emergere nuove avanguardie capaci di entrare a gamba tesa nel mercato. Quando i Måneskin vinsero Sanremo e poi l’Eurovision, fu tra i pochi veterani a esultare pubblicamente, difendendoli con entusiasmo sui social e invitando i puristi del rock a farsi una camomilla. Giovanni Lindo Ferretti, invece, dal suo eremo appartato sull’Appennino, si è sempre mostrato più scettico: secondo lui, certe esplosioni sono destinate a spegnersi in fretta. E in effetti, dopo il boom globale, i Måneskin si sono fermati. Damiano David si è trasformato in popstar solista, il rock è tornato orfano e il “nuovo che avanza” ha perso rapidamente la bussola. Risultato: oggi il rock italiano mainstream è un grande album dei ricordi. Funziona, emoziona, riempie i palazzetti. Ma guarda più indietro che avanti.

Detto questo, sarebbe ingiusto parlare di deserto. Esiste una solida “generazione di mezzo” che continua a tenere in piedi la scena con dignità, sudore e chilometri macinati in tour. Band che pubblicano dischi credibili, suonano dal vivo con continuità e hanno un pubblico fedele. Zen Circus, Ministri, Negrita, Tre Allegri Ragazzi Morti, Sick Tamburo: nomi che non fanno più scandalo, ma garantiscono qualità. Gli Zen Circus hanno firmato Il male, i Negrita Canzoni per anni spietati, i Ministri Aurora popolare. Dischi diversi, ma con una cosa in comune: l’identità. Nessuna di queste band, però, sta aprendo una nuova fase. Tengono acceso il fuoco, senza però cambiare il paesaggio. Orbitano attorno a loro anche Baustelle e Subsonica, centrali nella musica italiana ma ormai altrove per linguaggio e traiettoria. I Marlene Kuntz, invece, hanno scelto apertamente la strada della memoria, celebrando Catartica e Il vile come capitoli fondamentali di una storia già scritta. I Verdena restano un caso a parte: una delle poche band capaci, nel tempo, di modificare davvero il linguaggio del rock italiano. Ma attualmente il loro futuro è incerto, soprattutto dopo l’uscita di Roberta Sammarelli. Una ferita non da poco per una band che ha sempre fatto della compattezza la sua forza.

Qualcosa, comunque, si muove. Nel sottosopra, lontano dai riflettori principali, ci sono realtà interessanti. Post Nebbia, Elephant Brain, Tamango, Neoprimitivi: progetti giovani, coerenti, personali. Nessuno di loro ha ancora acceso un incendio, ma almeno stanno lavorando coi fiammiferi. Un discorso a parte meritano le Bambole di Pezza, che approderanno fra qualche settimana a Sanremo. Non certo una novità assoluta, ma comunque una rarità: una band rock tutta al femminile con una reale visibilità mainstream. Anche qui, però, più consolidamento che rivoluzione.

All’estero il rock sembra attraversare una nuova fase di fermento. In Italia, invece, continua a muoversi con cautela, come se avesse paura di disturbare il vicino. Forse perché, come dice Ferretti, un tempo c’era una scena, una comunità, una filiera. Oggi ci sono playlist, smartphone e algoritmi. Il risultato? Un rock che resiste, che sopravvive, che si riforma. Ma che fatica tremendamente a immaginare se stesso tra dieci anni.

lunedì 2 febbraio 2026

Quando Ozzy Osbourne si innamorò di So: la storia meno metal degli anni Ottanta



Se qualcuno avesse scommesso, a metà anni Ottanta, che il Principe delle Tenebre passava le sue giornate ascoltando in loop Peter Gabriel, probabilmente sarebbe stato accompagnato con gentilezza all’uscita più vicina. E invece. A raccontarlo non è una leggenda metropolitana né l’ennesima storia gonfiata dal mito, ma Louis Osbourne, figlio di Ozzy, durante una puntata del podcast Trying Not To Die condotto dal fratello Jack. Un racconto che, più che sorprendere, ribalta definitivamente l’immagine monolitica del metal come mondo impermeabile a tutto il resto.

Secondo Louis, nel periodo dell’uscita di So, Ozzy Osbourne sviluppò una vera e propria ossessione per il disco di Peter Gabriel. Non un ascolto distratto, non una fase passeggera: una dedizione totale, quasi militante.

«Papà era completamente preso dalla produzione di So. Lo ascoltavamo di continuo. Era impazzito per quell’album. Di solito in casa giravano sempre Beatles, Beatles, Beatles… ma So era uno di quei dischi che tornavano sempre sul piatto.»

Un’anomalia apparente, che però trova una conferma definitiva nelle parole scritte dallo stesso Ozzy nella sua autobiografia Last Rites, pubblicata poche settimane dopo la sua morte, avvenuta il 22 luglio 2025. Ed è lì che il quadro diventa chiarissimo: non si trattava di semplice ammirazione, ma di una vera e propria infatuazione sonora. Ozzy non usa giri di parole: So è un album senza punti deboli. “In Your Eyes”, “Red Rain”, “Mercy Street”: canzoni che, secondo lui, suonano oggi fresche esattamente come allora. E soprattutto, canzoni che per un anno intero accompagnarono ogni momento della sua vita fuori dal palco.

Tour bus, hotel, stereo portatile a bordo piscina: Peter Gabriel ovunque, sempre, a volume rigorosamente eccessivo. L’unica pausa concessa era durante i concerti. Per il resto, Ozzy cantava a squarciagola qualsiasi brano gli capitasse in testa. Il risultato? Una conseguenza inevitabile: la sua guardia del corpo fu costretta a prendersi una pausa per quella che Ozzy stesso definì, con affetto, una “disintossicazione da Peter Gabriel”. Non da alcol, non da droghe: dal disco So.

Poi, come in ogni grande storia rock che si rispetti, arriva il momento dell’assurdo. L’incontro casuale. Il destino che decide di fare il suo numero migliore. Siamo a Midtown Manhattan, in un hotel qualunque, durante un tour. Ozzy entra in ascensore, preme il pulsante del piano terra, tutto procede normalmente. Poi l’ascensore si ferma al mezzanino. Le porte si aprono. Entra un uomo. È Peter Gabriel. La reazione di Ozzy è esattamente questa: incredulità, entusiasmo, devozione totale. Gli dice quanto ami l’album, quanto lo consideri un capolavoro, quanto il solo vederlo di persona gli faccia venire voglia di riascoltarlo altre mille volte. Gabriel, racconta Ozzy, è gentile, disponibile, perfettamente inglese nella sua compostezza. A quel punto Ozzy gli fa una domanda fondamentale: quanto tempo ci è voluto per realizzare So? Risposta: almeno tre mesi. Ozzy riflette. Tre mesi. E arriva alla sua conclusione definitiva: se avesse provato a fare un disco in quel modo, ci avrebbe messo trent’anni!

So, quinto album solista di Peter Gabriel, uscì il 19 maggio 1986 e diventò il suo disco di maggior successo commerciale dopo l’esperienza con i Genesis. Ma, a quanto pare, è stato anche qualcosa di più: il raro esempio di un album capace di conquistare uno dei personaggi più lontani dal suo universo estetico. E forse è proprio questo il punto. La vera grandezza di certi dischi non sta nel genere a cui appartengono, ma nella loro capacità di insinuarsi ovunque. 

So here I am once more...


Ancora qualche settimana e sarò nuovamente a Sanremo. Stesso badge al collo da strisciare all'ingresso del roof garden, stesso sorriso tirato di chi sa già come andrà a finire. Sanremo 2026: l’edizione in cui, mi dicono, “torna la musica”. Una frase che suona come l’avvistamento del mostro di Loch Ness: tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto davvero. La gara inizia ufficialmente il 24 di questo mese... ma io, come molti colleghi, ho già cominciato a criticare i brani dopo il preascolto riservato agli addetti ai lavori.

Guarda qui dal minuto 25:00

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Torno puntualmente sul luogo del delitto per dovere professionale, che è una forma elegante per dire... masochismo (mal) retribuito. Giornalista e conduttore radio di qualità — così mi definisco per ricordarmi chi ero prima di questa settimana — sarò in riviera cercando di capire dove sia finita la canzone italiana mentre tutti applaudiranno il suo ologramma.

Sul palco, conme di consueto, mi aspetto i soliti tre minuti di nulla cosmico confezionato benissimo: testi che sembrano scritti da un algoritmo depresso, melodie che si assomigliano come cugini a un pranzo di Natale e arrangiamenti pensati per non disturbare nessuno, soprattutto il silenzio interiore. Ogni tanto qualcuno parlerà di “anima”, parola abusata come il termine “esperienza” nei menù dei bistrot. Io prenderò appunti con l’ostinazione dell’archeologo: magari sotto qualche ritornello trap-pop-sentimentale scoverò un frammento di bellezza, una scheggia di senso, una prova di vita intelligente. 

Eppure ogni anno sono ostinatamente, cocciutamente presente in sala stampa, tra un caffè bruciacchiato e un collega che mi dice “però il pezzo cresce”, come se la crescita fosse un valore in sé e non il sintomo di un tumore musicale. Presente perché, ogni tanto, raramente, quasi per sbaglio, qualcosa succede: una nota fuori moda, una parola non allineata, un essere umano che canta senza chiedere scusa. In quei momenti mi ricordo perché faccio questo mestiere. Subito dopo parte l’ennesimo obbrobrio dell’attuale canzonetta italiana e il ricordo svanisce. Ma qualcuno dovrà pur testimoniare questo scempio...