In arrivo la graphic novel No Remorse: The Illustrated True Stories Of Lemmy Kilmister And Motörhead. Tra gli autori anche Dave Grohl, Ozzy Osbourne, Slash e Lars Ulrich. Un omaggio corale a una delle figure più iconiche della storia del rock. A più di dieci anni dalla sua scomparsa, l'inarrestabile mito di Lemmy Kilmister, bassista e- si fa per dire - vocalistcontinua a ispirare musicisti, scrittori e artisti di tutto il mondo. L'ultima celebrazione dedicata al leggendario leader dei Motörhead arriva sotto forma di fumetto e promette di diventare un oggetto di culto per gli appassionati del rock duro.
Raccontando il vero Lemmy
Si intitola No Remorse: The Illustrated True Stories Of Lemmy Kilmister And Motörhead ed è il volume che l'editore Z2 Comics pubblicherà nei prossimi mesi. Non si tratta di una semplice biografia illustrata, ma di una raccolta di testimonianze dirette firmate da amici, colleghi e compagni di viaggio che hanno condiviso con Lemmy palchi, studi di registrazione e momenti indimenticabili.
Ad aprire il libro sarà una prefazione firmata da Dave Grohl, mentre la postfazione porta la firma di Ozzy Osbourne. Due autentiche leggende della musica che hanno sempre riconosciuto in Lemmy una figura unica, capace di incarnare lo spirito più autentico del rock'n'roll.
Da Slash a Neil Gaiman: un cast stellare
Tra i 25 autori coinvolti figurano nomi del calibro di Slash, Lars Ulrich, Lita Ford, Chrissie Hynde e Dee Snider. Accanto ai protagonisti della musica compaiono anche scrittori come Neil Gaiman e Michael Moorcock, oltre a personaggi del mondo del wrestling e dello spettacolo. Ogni racconto è stato affidato a un illustratore diverso, dando vita a un mosaico di stili e visioni che restituisce la complessità di un personaggio diventato simbolo di libertà, eccesso e coerenza artistica. A rendere ancora più preziosa l'opera è la copertina realizzata da Tim Bradstreet, artista celebre nel mondo del fumetto americano.
Il mito non si ferma
Dalla sua morte nel 2015, Lemmy è rimasto una presenza costante nell'immaginario rock. Tra documentari, progetti cinematografici e tributi musicali, la sua figura continua a essere raccontata da chi lo ha conosciuto davvero. Questa graphic novel aggiunge un nuovo tassello a una leggenda che, proprio come il rombo di un amplificatore dei Motörhead, sembra destinata a non spegnersi mai.
Mancano pochi giorni al concerto-evento di Ultimo a Tor Vergata, ma decine di fan sono già accampati per conquistare un posto in prima fila. Una passione che merita rispetto, ma che offre anche lo spunto per riflettere su come siano cambiati i grandi raduni musicali. E, soprattutto, sul ruolo che la musica occupa oggi nella società.
Tende, materassini e power bank hanno preso il posto di sacchi a pelo e chitarre. Il popolo di Ultimo si prepara al concerto come a un pellegrinaggio moderno. Ma il confronto con Woodstock racconta soprattutto quanto si siano trasformati gli ideali, il modo di vivere la musica e perfino il significato della parola "controcultura".
La lunga attesa per un posto sotto il palco
A Tor Vergata il concerto non è ancora iniziato, ma qualcuno vive già il bis. C'è chi ha piantato la tenda, chi ha organizzato turni per presidiare la fila, chi si è presentato con sedie pieghevoli, ventilatori portatili e batterie esterne sufficienti ad alimentare una piccola centrale elettrica. Il premio finale è uno soltanto: la transenna.
Così, un'area destinata a ospitare uno dei più grandi eventi musicali dell'anno si è trasformata in un campeggio improvvisato dove il tempo scorre tra panini, TikTok, Instagram e lunghe ore trascorse aspettando un concerto che deve ancora cominciare. Una resistenza quasi eroica, soprattutto con il termometro che sembra aver deciso di partecipare allo spettacolo.
Quando i concerti volevano cambiare il mondo
Le code ai concerti sono sempre esistite. Non è questo a stupire. A essere cambiato è il loro significato. Alla fine degli anni Sessanta migliaia di ragazzi attraversavano mezzo continente per assistere a Woodstock, dove sul palco si alternavano Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who, Santana e altri artisti destinati a entrare nella leggenda.
Oggi a richiamare folle oceaniche è Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, protagonista assoluto del pop italiano contemporaneo. Nessun confronto sul talento o sul successo: appartengono a epoche che parlano lingue differenti. Ma mentre Woodstock è diventata il simbolo di una controcultura che metteva in discussione il potere, la guerra e le convenzioni sociali, Tor Vergata racconta una generazione che cerca soprattutto un'emozione condivisa e un senso di appartenenza.
Forse non è cambiata solo la musica
La vera domanda, allora, non è se Ultimo sia il nuovo Dylan. Sarebbe una discussione sterile e persino ingenerosa. La domanda è un'altra: dov'è finita quella musica capace di dividere, provocare, rompere gli schemi e perfino spaventare il potere?
Oggi i grandi raduni producono milioni di visualizzazioni, hashtag di tendenza e migliaia di storie da pubblicare. Un tempo producevano manifesti culturali, dibattiti, perfino scandali. È cambiato il mondo prima ancora delle canzoni.
I ragazzi accampati a Tor Vergata non hanno colpe: inseguono il loro sogno con la stessa sincerità con cui altri inseguivano i propri cinquant'anni fa. Ma è difficile sottrarsi a una riflessione dal retrogusto amaro. Se Woodstock fu la colonna sonora di una rivoluzione, oggi sembra che la rivoluzione consista nell'arrivare per primi alla transenna. E forse il punto non è neppure Ultimo. Forse è che la controcultura è diventata un ricordo, mentre la musica, sempre più spesso, sembra aver rinunciato a cambiare il mondo per limitarsi ad accompagnarlo.
Alla convention di Futuro Nazionale, il movimento guidato dall’ex generale Roberto Vannacci, si sceglie come colonna sonora Futura di Lucio Dalla. Una decisione che appare paradossale: il brano nasce a Berlino durante la Guerra Fredda come inno alla speranza, all’abbattimento dei muri e a un futuro condiviso. Raccontando alla maniera dell'indimenticabile Lucio un futuro senza divisioni e senza barriere, Il risultato? Un cortocircuito culturale che fa discutere, un messaggio che molti ritengono estremamente, se non addirittura contraddittorio, dall’immaginario politico evocato dall'autoproclamatasi "feccia" vannacciana.
Quando la colonna sonora smentisce il protagonista
Tra i tanti episodi curiosi emersi dalla convention romana di Futuro Nazionale, ce n'è uno che rischia di passare alla storia come il più clamoroso autogol culturale della manifestazione. Roberto Vannacci e i suoi hanno infatti scelto come inno duno dei capolavori assoluti di Lucio Dalla. Una decisione che non può che lasciare perplessi. Perché se c'è una canzone che racconta l'esatto contrario di muri, divisioni identitarie e contrapposizioni ideologiche, quella è proprio Futura! Ma chi è il consulente musicale - ammesso che esista - di Vannacci?!?
Dalla la compose nel 1979 a Berlino, seduto nei pressi del Checkpoint Charlie, il simbolo della separazione tra Est e Ovest. In quel luogo che rappresentava la frattura del mondo, il cantautore immaginò invece l'incontro, l'amore e una figlia simbolicamente chiamata Futura, nata dall'unione di due persone divise dalla storia ma unite dalla speranza. Il cantautore bolognese racconta così la genesi del brano: «Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Checkpoint, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo».
Da Berlino ai “camerati”: il cortocircuito perfetto
Il problema non è soltanto musicale. È semantico. È culturale. È quasi antropologico. Da una parte una canzone che parla di abbattere confini. Dall'altra una platea in cui il termine “camerati” viene pronunciato con una disinvoltura che sembra arrivare direttamente da un archivio in bianco e nero. Il risultato è un effetto surreale. Come scegliere Imagine per inaugurare una convention di produttori di missili o usare Bella ciao come sigla di un raduno nostalgico.
La sensazione è che qualcuno abbia ascoltato il titolo senza prestare attenzione al testo. Un po' come chi cita George Orwell pensando che abbia scritto un manuale di istruzioni anziché una distopia.
Giù le mani da Lucio
Naturalmente nessuno può rivendicare l'esclusiva su una canzone. Le opere d'arte appartengono a tutti. Ma esiste una differenza tra utilizzare un brano e capirlo. Futura non rappresenta soltanto una bella melodia. È una dichiarazione d'amore al futuro, alla contaminazione, alla speranza che i muri possano sgretolarsi. Ed è proprio questo che rende la scelta di Futuro Nazionale così involontariamente comica.
Se Lucio Dalla potesse assistere alla scena, probabilmente reagirebbe con quell'ironia intelligente che lo ha sempre contraddistinto. Oppure, più semplicemente, prenderebbe carta e penna e scriverebbe un'altra canzone. Magari intitolandola Equivoci.
Perché una cosa è certa: tra tutte le canzoni possibili, scegliere proprio Futura è riuscito a trasformare un congresso politico nel più imprevedibile tributo involontario all'idea di un mondo senza muri. E forse questo, paradossalmente, è il messaggio più bello che Lucio Dalla continua ancora a lanciare da lassù.
La copertina più celebre della storia della musica continua a parlare. E oggi colpisce un dettaglio inquietante: la stragrande maggioranza dei personaggi immortalati accanto ai Beatles non è più in vita.
Una foto che ha sconfitto il tempo
C'è chi la considera un semplice collage artistico e chi, invece, una sorta di monumento pop del Novecento. La copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, pubblicata dai Beatles nel 1967, è probabilmente l'immagine più analizzata della storia del rock. Un mosaico di volti celebri scelti da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr per rappresentare le figure che avevano influenzato la loro immaginazione.
A quasi sessant'anni dalla sua pubblicazione, però, quella fotografia assume un significato diverso. Osservandola oggi, si scopre che la stragrande maggioranza dei personaggi presenti è ormai deceduta. Da scrittori come Oscar Wilde e Edgar Allan Poe a comici come Stan Laurel, passando per attori, musicisti, scienziati, guru e rivoluzionari: la grande folla che circonda la banda del Sergente Pepper è diventata, di fatto, una galleria di fantasmi illustri.
I sopravvissuti sono ormai pochissimi
Il tempo è stato implacabile. Se nel 1967 molte delle personalità ritratte erano ancora vive, oggi i superstiti si contano sulle dita di una mano. Anche tra i Beatles il destino ha presentato il conto: John Lennon è stato assassinato nel 1980, George Harrison è morto nel 2001. Restano Paul McCartney e Ringo Starr, testimoni viventi di un'opera che ha attraversato le epoche.
L'effetto è quasi surreale. Quella che all'epoca appariva come una festa affollata di celebrità si è trasformata in una sorta di fotografia della memoria collettiva. Un'immagine che racconta non solo la cultura pop del XX secolo, ma anche la sua inevitabile fragilità.
Forse è proprio questo il segreto della copertina di Sgt. Pepper's. Non rappresenta soltanto un disco rivoluzionario ma una gigantesca macchina del tempo che continua a ricordarci una verità semplice e universale: gli artisti passano, le opere restano. E quei volti immobili, stretti attorno ai Beatles in un eterno scatto di gruppo, sembrano oggi più vivi che mai proprio perché non ci sono più.
“Pensa che bello se Paul McCartney venisse a fare un concerto privato a casa nostra.” Una frase che reputavo divertente, non so neanche come mi fosse uscita. Buttata lì per dire una sciocchezza come un'altra, forse per vedere - come cantava il sommo Jannacci - l'effetto che fa. Ma non di nascosto, anzi... col preciso intento di prendere in giro mia moglie!
Lei, in tutta risposta, mi guardò come si guarda un uomo che ha appena detto di voler allevare bisonti in salotto.
“Ma sei matto?”
“Immagina… lui col mitico basso Hofner, qui, davanti alla libreria…”
Lei spalancò gli occhi.
“Nooo... che poi mi rovina il parquet!”
Erano passate appena tre settimane dalla ristrutturazione del nostro appartamento di Sesto San Giovanni. Lo stesso dove avevo abitato da piccolo. Quel parquet nuovo fiammante si era trasformato nel terzo componente della famiglia. Lo contemplava con la stessa apprensione con cui una madre guarda un neonato dormire.
Io risi per mezz’ora. Lei meno. Da quel giorno, però, la frase entrò nella nostra storia familiare. Ogni occasione era buona per tirarla fuori.
“Attento alla sedia.”
“Perché?”
“Che poi mi rovina il parquet.”
“Passami il vino.”
“No, che poi McCartney lo versa sulla tovaglia pulita...”
Negli anni la cosa si trasformò in una specie di tormentone coniugale. Finché accadde davvero. O quasi.
Tutto iniziò durante una lunga intervista che feci ad un vecchio produttore legato all’ambiente Apple Corps. Doveva essere un pezzo tecnico sulla rimasterizzazione analogica dei Beatles, roba da fanatici veri. A registratore spento, però, l’uomo mi raccontò una cosa sorprendente: Paul conservava gelosamente articoli e interviste “diverse”, non le solite domande sui Beatles, Lennon o Yesterday.
“Gli piacciono le persone che gli ricordano che era umano prima di essere leggenda.”
Gli parlai allora di un mio vecchio editoriale, scritto anni prima, in cui sostenevo che la vera grandezza di McCartney non fosse aver scritto Hey Jude, ma essere sopravvissuto al proprio mito senza trasformarsi in una caricatura nostalgica. Quel pezzo, incredibilmente, gli era arrivato. E lo aveva colpito. Due mesi dopo ricevetti una mail. Non dalla EMI. Non da un ufficio stampa. Da un assistente personale di Paul: “Sir Paul sarà a Milano privatamente per quarantotto ore. Ha letto alcune sue cose. Vorrebbe incontrarla informalmente.” Lessi la mail almeno diciassette volte.
Poi chiamai mia moglie.
“Amore…”
“Sì?”
“Ho una notizia.”
“Non avrai speso soldi per altri bootleg dei Beatles, vero?”
“No.”
“E allora... mi devo preoccupare?!?”
“Paul McCartney viene a casa nostra.”
Silenzio.
“…In che senso viene a casa nostra?”
“Nel senso che… viene qui!”
Altro silenzio. Poi la sentenza:
“Luca, ti giuro che se mi graffia il parquet... lo denuncio.”
I giorni successivi furono deliranti. Io vivevo in uno stato mistico, galleggiando nell'aria.
Senza uscire fuori dalla mia porta
Posso conoscere tutte le cose della Terra
Senza guardare fuori dalla mia finestra
Potrei conoscere le vie del Paradiso.
Mettevo e rimettevo in ordine la mia collezione di vinili dei Beatles, sistemavo i libri a loro dedicati come se dovessi subire un’ispezione ministeriale. Scoprii perfino di avere troppi oggetti beatlesiani esposti: il mio studio sembrava un negozio di souvenir di Liverpool gestito da un maniaco compulsivo. Mia moglie, da par suo, entrò in modalità protezione civile. Feltrini sotto ogni sedia. Percorsi obbligati. Copriscarpe all’ingresso. A un certo punto ipotizzò persino di fargli lasciare il basso fuori casa.
“Ha ottant'anni passati, non può andare in giro a rigare pavimenti.”
“Amore… è Paul McCartney!”
“Appunto. Sicuramente indossa quelle scarpe inglesi durissime..”
La sera stabilita per l'incontro pioveva a dirotto. Naturalmente.
Ascoltami, che piova o che ci sia il sole
(che piova o che ci sia il sole)
non è che uno stato mentale
(che piova o che ci sia il sole)
riesci a sentirmi, puoi sentirmi?
Quando il campanello suonò ebbi una specie di mancamento. Aprii. E lui era davvero lì. Più basso di quanto immaginassi. Elegantissimo anche se informale. Con un sorriso disarmante.
“Hi Luca.”
Entrò guardandosi attorno con curiosità sincera, non con quell’aria da celebrità annoiata che possiedono la quasi totalità dei musicisti famosi. Sembrava uno zio inglese capitato per caso in una dimensione parallela.
Ci dispiace molto zio Albert
ci dispiace se ti abbiamo causato sofferenza
ci dispiace molto zio Albert
ma a casa non è rimasto più nessuno
e credo che stia per piovere.
Mia moglie lo salutò cordialmente, ma i suoi occhi controllavano le suole. Paul notò immediatamente la tensione che aleggiava in casa.
“Did I do something wrong?”
Io scoppiai a ridere. E raccontai la storia del parquet. Lui rise così forte da piegarsi in avanti.
“After sixty years of rock’n’roll… this is the greatest review I ever got.”
Poi aggiunse:
“I promise: I’ll protect the parquet.”
E da quel momento sembrò divertirsi immensamente. Camminava piano. Chiedeva permesso per spostare le sedie. A un certo punto si tolse addirittura le scarpe. Rimanendo in calze di filo di Scozia blu, le stesse che uso io. Probabilmente le mie saranno state più economiche. Stavo quasi perdendomi in quel ragionamento surreale sulle calze di una delle personalità più influenti del XX secolo quando tornai lucido Paul McCartney scalzo nel mio salotto. Credo sia stato allora che il mio cervello smise definitivamente di funzionare. Parlammo per ore. Di musica, ovviamente. Ma anche di invecchiare, di memoria, di quanto sia strano vedere le proprie canzoni trasformarsi in arredamento emotivo della vita degli altri. Sorseggiando quell'orrendo Old Grey in bustina acquistato all'Iper che lui fece finta di gradire.
Quando invecchierò e perderò i capelli
Tra molti anni
Mi manderai ancora biglietti d’amore
Auguri di compleanno, una bottiglia di vino?
Poi guardò il basso che aveva fatto portare dal suo assistente.
“Should we?”
Io non risposi nemmeno ma l'espressione dei miei occhi parlò in mia vece. Lui iniziò a suonare Blackbird. Così. Nel mio salotto. A pochi metri dalla cucina. Con la pioggia fuori. E mia moglie immobile accanto alla libreria, combattuta tra la commozione assoluta e il terrore che il piede del microfono lasciasse un segno sul legno. Quando finì, in casa c’era un silenzio irreale. Quel tipo di silenzio che esiste solo dopo qualcosa che non si potrà più spiegare bene a nessuno.
Merlo che canti nel cuore della notte
Prendi queste ali spezzate e impara a volare
Per tutta la vita
non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo.
Paul sorrise. Poi guardò il pavimento.
“Still okay?”
Mia moglie osservò attentamente il parquet. Fece due passi. Controllò in controluce. Infine, sorridendo, annuì.
“Sì. Però per sicurezza, la prossima volta facciamo tutto in giardino.”
Paul rise così tanto che gli vennero le lacrime. E io capii una cosa. Che certe persone diventano immortali non solo perché hanno scritto Let It Be. Ma perché, anche dopo aver cambiato il mondo e i cuori delle persone, riescono ancora a sentirsi ospiti in casa d’altri. E forse, in una surreale serata di pioggia, riescono pure a ricordarti che il tempo passa per tutti, ma che alcune emozioni trovano sempre un modo per restare.
Fa sempre un certo effetto scoprire che chi un tempo cantava il peso della coscienza collettiva oggi suggerisca, più o meno elegantemente, la filosofia del “meglio non impicciarsi”. Eppure eccoci qui: Francesco De Gregori che bacchetta Bruce Springsteen per aver osato criticare Trump. Come dire: il rock impegnato va bene, purché rigorosamente in playback. Viene quasi da chiedersi cosa intendesse davvero quando scriveva “La storia siamo noi”. Un’esortazione civile? Un esperimento sociologico? O forse una gigantesca candid camera generazionale? Perché se oggi il messaggio è “l’artista deve farsi i fatti propri”, allora qualcuno deve aver cambiato il libretto delle istruzioni mentre dormivamo.
La cosa straordinaria è che De Gregori sia riuscito perfino nell’impresa di sembrare eccessivo agli occhi di Eros Ramazzotti. E già questo, da solo, meriterebbe uno studio antropologico. De Gregori non è mai stato il prototipo del trascinatore da barricate né il poster boy dell’ardore civile: il suo fascino stava altrove, nella scrittura, nella raffinatezza, nella capacità rara di trasformare malinconia e immagini in poesia. Ma c’è un punto in cui perfino il talento smette di fare da paracadute.
Perché invitare al silenzio proprio mentre il mondo urla non è prudenza: è arredamento morale. Elegante, magari. Ma sempre arredamento.
Naturalmente è partita subito la gara alle spiegazioni. C’è chi attribuisce tutto all’età, come se superata una certa soglia anagrafica scattasse automaticamente l’abbonamento al quieto vivere. Altri sostengono che, semplicemente, stia emergendo la versione autentica del personaggio: la famosa teoria del “in vino veritas”, solo senza vino e con molta più rassegnazione.
Poi esiste una terza ipotesi, forse la più interessante: che questa metamorfosi non sia affatto individuale ma faccia parte di una corrente più ampia. Un lungo riflusso musicale e culturale in cui molti artisti hanno progressivamente sostituito il dissenso con la compatibilità ambientale. D’altronde i concerti vanno riempiti, le playlist presidiate, gli sponsor rassicurati, le collaborazioni custodite come panda in via d’estinzione. Meglio evitare attriti con chi può rendere tutto più semplice. O più remunerativo. Ed è qui che Springsteen diventa il problema. Perché il Boss continua a fare esattamente ciò che un artista dovrebbe fare quando sente il bisogno di esporsi: parlare. Rischiare. Scontentare qualcuno. Mettere il prestigio al servizio di un’idea e non il contrario. Può piacere o no, ma almeno non scambia il silenzio per profondità.
Il paradosso finale è quasi comico: invece di intervenire sulle tragedie, le guerre, le disuguaglianze o le mille brutalità contemporanee, De Gregori ha scelto di intervenire… contro chi interviene. Un capolavoro di meta-disimpegno. E allora sì, dispiace. Perché certe canzoni restano. Le emozioni restano. Ma restano anche le cadute, soprattutto quando arrivano da chi aveva insegnato a intere generazioni che la cultura dovesse avere una schiena, non solo uno stile.
Il progetto “Nevergreen (Perfette sconosciute)” di Francesco De Gregoricontinua a espandersi tra musica, cinema e teatro, trasformandosi in un’esperienza artistica completa che coinvolge pubblico, media e luoghi simbolici della cultura italiana. Dopo la presentazione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il percorso approda in televisione, nei teatri di Roma e Milano, e si completa con l’uscita di un nuovo album live registrato al Teatro Out Off di Milano.
Il docufilm in prima serata su Rai 3
Il progetto prende forma anche sul grande schermo con il docufilm: “FRANCESCO DE GREGORI. NEVERGREEN” di Stefano Pistolini. Il film racconta la residenza artistica del 2024 al Teatro Out Off di Milano, dove il cantautore ha realizzato 20 concerti in un mese, davanti a un pubblico ristretto di circa 200 spettatori a serata. Il docufilm andrà in onda in prima serata su Rai 3 il 4 giugno, per poi restare disponibile su RaiPlay. Prodotto da OUR FILMS (Mediawan), Friends TV, Darallouche e Caravan, il film non è un semplice biopic o concerto filmato, ma un racconto immersivo dentro la musica di De Gregori. Sul palco, insieme alla band storica, anche ospiti speciali come Elisa, Jovanotti, Ligabue, Zucchero e Malika Ayane.
L’album live in uscita nell’autunno 2026
Dal progetto teatrale nasce anche un nuovo disco live, Nevergreen (Perfette sconosciute). L’album, registrato durante le serate milanesi al Teatro Out Off, sarà pubblicato il 16 ottobre 2026 da Caravan / Friends & Partners con distribuzione Sony Music Italy. Sarà disponibile in digitale, CD e doppio vinile. Il disco restituisce l’essenza del progetto: un ascolto ravvicinato, intimo, in cui le canzoni meno note del repertorio di De Gregori emergono con nuova forza emotiva. Pre-order disponibile qui: https://bio.to/Nevergreen
Il tour teatrale 2026: Roma e Milano al centro del progetto
Il cuore del progetto “Nevergreen” torna dal vivo con una nuova serie di concerti esclusivi e a numero limitato.
Le due residenze teatrali confermano la natura intima del progetto: poche centinaia di spettatori per serata e una scaletta che cambia ogni sera, con focus sulle canzoni meno conosciute del repertorio e alcune rarità.
La band e gli ospiti del progetto
Sul palco, Francesco De Gregori sarà accompagnato dalla sua storica band:
Guido Guglielminetti (basso e contrabbasso)
Primiano Di Biase (direzione artistica, tastiere, hammond, fisarmonica)
Carlo Gaudiello (piano e tastiere)
Paolo Giovenchi (chitarre)
Alessandro Valle (pedal steel guitar e mandolino)
Simone Talone (batteria e percussioni)
Francesca La Colla e Cristina Greco (cori)
Un’esperienza musicale intima e irripetibile
Nevergreen (Perfette sconosciute) non è un semplice tour, ma un’esperienza costruita sull’ascolto profondo e sulla riscoperta del repertorio meno noto di uno dei più importanti cantautori italiani. Ogni concerto è diverso, ogni scaletta è unica, ogni serata diventa irripetibile. Un progetto che unisce Milano e Roma in un unico racconto musicale, destinato a proseguire anche oltre il 2026.
Quando il rock smette di essere un linguaggio di rottura e diventa un dispositivo di conservazione del brand, anche la morte perde significato. L’annuncio dell’ologramma interattivo di Ozzy Osbourne segna un punto di non ritorno: non più ristampe o documentari commemorativi, ma la trasformazione dell’artista in software perpetuo. Una presenza sintetica progettata per continuare a generare interazione, consumo e valore economico oltre il limite biologico.
La voce senza corpo: quando l’identità diventa interfaccia
La promessa tecnologica è raccontata come meraviglia: “Ha la sua voce, il suo aspetto, i suoi movimenti”. Ma ciò che viene presentato come continuità è in realtà simulazione. Non si conserva Ozzy: si ricostruisce un comportamento. Un algoritmo addestrato su archivi, frammenti vocali, gestualità e memoria mediatica. La domanda centrale resta sospesa: chi decide cosa “avrebbe detto” Ozzy? E quanto resta dell’umano quando l’identità diventa un sistema interrogabile?
Dal mito alla macchina: il rock come industria della replica
Dietro la retorica della “preservazione dell’eredità” si intravede una mutazione più profonda: il rock, nato come frattura culturale, viene assorbito nella logica della replicabilità industriale. L’urlo dei Black Sabbath — prodotto di una Birmingham tossica e operaia — diventa materiale da archivio interattivo, pronto per essere attivato su richiesta. Il caos originario viene riformattato in esperienza controllata.
Elvis Presley e la grammatica dell'eterno sfruttamento
Il riferimento al Re del Rock'n'Roll non è ornamentale ma strutturale. Elvis rappresenta il precedente storico di questa logica: la trasformazione del corpo artistico in macchina economica postuma. Graceland non è solo dimora di memoria, ma infrastruttura del consumo perpetuo. Il mito sopravvive non perché ricordato, ma perché venduto. Il rock diventa così una forma di immortalità commerciale, dove la morte non interrompe il mercato: lo stabilizza.
Ozzy interattivo: dalla nostalgia alla simulazione totale
Con Ozzy si compie un salto ulteriore. Non si consuma più il ricordo: si dialoga con esso. L’ologramma non è archivio, ma interfaccia conversazionale. È il passaggio dalla nostalgia alla simulazione: una forma di necromanzia tecnologica in cui l’artista non è più persona ma servizio. Una presenza attivabile, interrogabile, aggiornabile.
Il rock addomesticato e la fine del rischio
La figura di Ozzy — incarnazione di eccesso, autodistruzione e imprevedibilità — viene ricostruita in versione controllata. L’AI elimina il disordine, la deviazione, il silenzio. Resta una versione coerente, stabile, autorizzata. Il risultato è una rockstar senza pericolo. Un mito sterilizzato dal copyright e dalla governance del brand.
Dagli ABBA ai Kiss: l’industria della resurrezione permanente
Il modello è ormai diffuso: dagli avatar degli ABBA agli show virtuali dei Kiss, la musica storica non produce più futuro ma replica il passato in alta definizione. Non si tratta di innovazione, ma di manutenzione dell’archivio emotivo collettivo. Una cultura che non accetta la conclusione di nulla perché ogni fine è una perdita economica. Il rock, nato per rompere il sistema, diventa così una delle sue tecnologie più raffinate. Non più rivoluzione, ma esecuzione continua del mito.
Con la morte di Sonny Rollins, scomparso a 95 anni nella sua casa di Woodstock, si chiude uno degli ultimi capitoli viventi dell’età aurea del jazz americano. Non era soltanto un grande sassofonista: Rollins era un’idea stessa di libertà musicale, un uomo che aveva trasformato l’improvvisazione in una forma di ricerca spirituale. Per oltre settant’anni il suo suono ha attraversato il bebop, l’hard bop, il calypso, le contaminazioni africane e caraibiche, senza mai perdere quella voce ruvida, profonda, inconfondibile. Quando entrava in scena, il tenore non serviva più soltanto a eseguire melodie: diventava racconto, sfida, meditazione. Rollins suonava come se ogni assolo fosse una conversazione con sé stesso e con il mondo.
Gli anni in cui il jazz cambiò voce
Nato ad Harlem nel 1930 con il nome di Walter Theodore Rollins, crebbe in una New York attraversata dalla musica nera americana. I locali del quartiere, le orchestre swing, le voci che uscivano dalle finestre contribuirono a formare un ragazzo destinato a condividere il palco con giganti come Thelonious Monk, Miles Davis e Charlie Parker. Negli anni Cinquanta arrivarono i dischi destinati a entrare nella storia: Saxophone Colossus, Tenor Madness, Freedom Suite, Way Out West. Album che ridefinirono il linguaggio del jazz moderno e imposero Rollins come uno dei più grandi improvvisatori del Novecento. Il brano “St. Thomas”, ispirato alle radici caraibiche della sua famiglia, aprì inoltre nuove strade ritmiche al jazz americano.
Il ponte della solitudine
Ma la grandezza di Rollins non risiedeva solo nel virtuosismo. La sua vita fu segnata anche dall’inquietudine. Dipendenza dall’eroina, arresti, crisi artistiche: ogni volta sembrava scomparire per rinascere diverso. Celebre rimane il suo ritiro alla fine degli anni Cinquanta, quando abbandonò improvvisamente i concerti per esercitarsi in solitudine sul ponte di Williamsburg, a New York. Per mesi suonò lassù per ore, cercando un nuovo linguaggio, una verità musicale che sentiva ancora lontana. Da quell’esperienza nacque The Bridge, uno dei ritorni più leggendari nella storia della musica jazz.
La disciplina dell’inquietudine
Rollins non smise mai di mettersi in discussione. Diceva spesso di considerarsi “un lavoro in corso”, incapace di adagiarsi sul proprio mito. Anche quando il mondo lo celebrava come “Saxophone Colossus”, lui continuava a studiare yoga, filosofia orientale e meditazione, convinto che la musica dovesse essere prima di tutto elevazione interiore. Quella tensione spirituale si rifletteva anche nel suo modo di improvvisare: lunghi assoli costruiti come percorsi mentali, pieni di deviazioni, ironia, pause improvvise e intuizioni melodiche. Rollins non cercava la perfezione tecnica, ma una sincerità assoluta nel suono.
Oltre il virtuosismo
Negli anni Ottanta collaborò perfino con i Rolling Stones, lasciando un’impronta memorabile nell’album Tattoo You. Eppure, nonostante Grammy, National Medal of Arts e Kennedy Center Honors, conservò sempre il temperamento dell’artista irrequieto, mai davvero soddisfatto della propria arte. La malattia polmonare che lo costrinse al ritiro nel 2014 aveva spento il musicista, non la sua presenza culturale. Rollins era diventato una figura quasi mitologica: l’ultimo grande testimone diretto di una stagione irripetibile del jazz.
L’uomo che non smise mai di cercare
Uno degli ultimi uomini immortalati nella storica fotografia A Great Day in Harlem, Sonny Rollins incarnava un’intera generazione di musicisti che aveva trasformato il jazz in un linguaggio universale di libertà, identità e resistenza culturale afroamericana. Anche nei lunghi anni lontano dal palco continuò a rappresentare qualcosa di raro: un artista capace di convivere con il dubbio senza smettere di creare. Per Rollins, la musica non era mai un punto d’arrivo, ma una domanda continua.
L’ultima nota di un’epoca
Oggi resta la sua eredità: oltre sessanta album, standard immortali, migliaia di assoli che continuano a sembrare vivi, imprevedibili, contemporanei. Ma soprattutto resta un’idea di musica come ricerca infinita. Sonny Rollins non cercava semplicemente di suonare bene. Cercava la verità dentro il suono. Ed è forse per questo che il suo sax, ancora oggi, continua a parlare.
Tra nostalgia e rughe rock Mick Jagger versione 1972, il miracolo digitale che nessuno aveva chiesto
I vecchi leoni del rock tornano giovani grazie all’intelligenza artificiale. Succede nel nuovo videoclip dei Rolling Stones, In The Stars, tratto dall’ultimo album dalla copertina che definire discussa è un atto di generosità. Eppure il punto non è l’estetica discutibile del disco. Il punto è un altro: vedere Mick Jagger, Keith Richards e compagnia ringiovaniti artificialmente produce uno strano cortocircuito emotivo. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia... lo scriveva Lorenzo il Magnifico secoli fa, ma oggi basterebbe un software di AI generativa per aggiungere: “e se fugge troppo, la ricreiamo in post-produzione ”.
Satisfaction a colpi di algoritmo
Nel clip, gli Stones appaiono come fantasmi lucidi del proprio passato. Pelle tirata digitalmente, occhi vivi come negli anni Settanta, movenze da eterni ribelli. Una macchina del tempo in alta definizione. E forse proprio qui nasce la malinconia. Perché gli Stones ci sono ancora, eccome se ci sono. Suonano, incidono, riempiono stadi. Sono venerandi monumenti viventi del rock. Ma quel disperato tentativo di rincorrere la giovinezza perduta tradisce qualcosa di profondamente umano: il rifiuto del tempo. E chi può biasimarli? Il rock è sempre stato una religione dell’eterna giovinezza. Sudore, eccessi, corpi immortali. Solo che poi arrivano gli ottant’anni, le mani artritiche e il fiatone. L’AI, allora, diventa il trucco definitivo: non per sembrare migliori, ma per fingere che il tempo non sia mai passato.
Paint It Black… ma con filtro Instagram
Il risultato è affascinante e inquietante insieme. Da una parte c’è il fan che sorride nel rivedere il Jagger indiavolato del 1969. Dall’altra c’è la sensazione che qualcosa stoni. Perché la grandezza degli Stones non è mai stata nella perfezione estetica. Era nella sopravvivenza. Keith Richards che pare scolpito nel bourbon e nelle sigarette è molto più rock oggi che da giovane. Le rughe raccontano più di qualsiasi algoritmo. Sono il vero archivio del rock’n’roll.
Forever young...
Il rock non invecchia, i rocker sì
E forse è proprio questo il messaggio involontario del videoclip: nessuno accetta davvero il tempo che passa. Nemmeno chi ha attraversato sessant’anni di storia musicale restando sul palco. Quant’è bella giovinezza, certo. Ma il fascino degli Stones oggi sta proprio nel fatto che siano ancora lì, irriducibili, sfiniti, magnificamente umani. L’AI può restituire un volto giovane. Non potrà mai ricreare tutto quello che quel volto ha vissuto.
A Milano, il mese di maggio continua a parlare la lingua dei Beatles grazie a Fabrizio Grecchi. Dopo l’ottima accoglienza ricevuta durante la sua recente partecipazione a Piano City Milano, il pianista e compositore torna nel capoluogo lombardo con due nuove date del progetto “Beatles Piano Solo”, uno spettacolo che negli anni ha conquistato migliaia di spettatori tra Europa e Stati Uniti.
Il primo appuntamento è fissato per venerdì 29 maggio al Gogol&Company, mentre sabato 30 maggio Grecchi si esibirà allo Spazio Alda Merini. Entrambi i concerti inizieranno alle 21.00 e saranno a ingresso libero fino a esaurimento posti.
La serata del 29 maggio segnerà anche il debutto di Festival Musa, iniziativa nata da un’idea dello stesso Grecchi con l’obiettivo di valorizzare il tessuto culturale dell’area di via Savona. Prima del concerto principale saliranno sul palco il producer e polistrumentista elettronico Fance e la pianista e compositrice Melody Bach, dando vita a una serata costruita attorno a contaminazioni e ricerca sonora.
Il giorno successivo, il pianista sarà protagonista di un evento legato al progetto C.A.S.T. (Casa Artisti Senza Tetto), realtà impegnata nella raccolta fondi attraverso la piattaforma di crowdfunding civico Produzioni dal Basso. Prima dell’esibizione è previsto un aperitivo solidale alle ore 19.00.
“Beatles Piano Solo” non nasce come semplice omaggio ai Fab Four. Il cuore dello spettacolo è la reinterpretazione: Grecchi destruttura armonie e tempi originali mantenendo però intatte le melodie, così da permettere al pubblico di riconoscere immediatamente i brani e partecipare cantando. Un dialogo continuo tra pianoforte e platea che trasforma ogni concerto in un’esperienza condivisa.
Nel repertorio convivono classici intramontabili come Yesterday, Michelle, Yellow Submarine e Come Together insieme a composizioni amate dai fan più appassionati della band di Liverpool, tra cui A Day in the Life e I Want You (She’s So Heavy). Il tutto accompagnato da improvvisazioni, racconti e aneddoti che rendono ogni performance diversa dalla precedente.
Negli anni il progetto ha viaggiato molto: dai club di New York City al Warwick Summer Festival, passando per il leggendario Cavern Club durante la Beatles Week. “Beatles Piano Solo” è approdato anche in numerosi festival italiani, tra cui Villa Arconati Festival, Festival Orme e Naturalmente Pianoforte, oltre a quindici edizioni consecutive di Piano City Milano.
Parallelamente all’attività concertistica, Grecchi ha sviluppato un percorso artistico estremamente trasversale. Dopo gli studi alla Civica Jazz di Milano, si è dedicato alla composizione, agli arrangiamenti e alla produzione musicale collaborando anche con programmi televisivi e campagne pubblicitarie legate a format popolari come MasterChef Italia, Pechino Express e 4 Ristoranti. Ha inoltre composto musiche per il cinema, il teatro e la danza, firmando progetti internazionali che spaziano dalla Giornata Mondiale dell'Acqua di Tokyo fino al Edinburgh Fringe Festival. Accanto alla carriera artistica continua anche il suo impegno sociale: insegna pianoforte a bambini e ragazzi con autismo e porta avanti attività educative in Kenya, dove sostiene progetti musicali e scolastici destinati ai più giovani.
Ci sono ritorni che somigliano a un’operazione nostalgia guidata dal desiderio del "vil denaro" e altri che possiedono il peso specifico di una riaffermazione artistica. In Times of Dragons appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Tori Amos non si limita a riprendere il filo della propria storia: lo intreccia nuovamente con lucidità, trasformando il passato in materia viva, ancora capace di ferire e illuminare.
Forse è la libertà conquistata dopo decenni di carriera, forse l’urgenza generata dal clima politico e sociale americano, o forse semplicemente la consapevolezza di chi conosce ormai perfettamente il proprio linguaggio. Sta di fatto che il disco restituisce un’artista centrata, intensa, sorprendentemente vitale. La sua scrittura continua a muoversi fuori dalle mode, ma senza mai risultare distante dal presente.
L’album mette in comunicazione le diverse anime della Amos: quella più irregolare e visionaria degli esordi e quella elegante, melodicamente accogliente, affinata negli anni successivi. Gli arrangiamenti, ricchi e stratificati, conservano un gusto teatrale quasi barocco, ma convivono con refrain immediati e linee melodiche che rimangono addosso dopo pochi ascolti. Tutto ruota attorno al racconto di una donna in fuga da un matrimonio con un magnate divorato dall’ambizione e dal controllo: un concept che il disco porta avanti con coerenza, senza mai sacrificare l’emotività o la precisione delle parole. Ogni verso sembra cesellato con cura maniacale. È anche un lavoro che mostra la convivenza definitiva tra la figura pubblica, austera e iconica, e la donna fragile, ironica, profondamente umana che da sempre abita le sue canzoni. Song of Sorrow e Flood colpiscono con una delicatezza quasi disarmante; St. Theresa ha il calore di una confessione notturna; Shush guarda direttamente agli anni di Silent All These Years, interrogandosi su ciò che resta della ragazza di allora. E viene spontaneo immaginare il brano manipolato dalle mani oscure di Trent Reznor.
Altrove la Amos si diverte a deformare le strutture, accumulare suoni e cambiare pelle (Blue Lotus), oppure si concede deviazioni rétro sorprendenti come Fanny Faudrey, sospesa in un’eleganza da cabaret anni Trenta.
Non ci sono singoli costruiti per imporsi immediatamente, perché In Times of Dragons rifiuta l’idea stessa di playlist. È un disco pensato come esperienza compatta, da attraversare senza interruzioni, lasciandosi trascinare per oltre un’ora dentro le sue correnti emotive e narrative. Chiede attenzione, e la ripaga. Eppure, se un momento va isolato, 23 Peaks merita una menzione speciale: una chiusura magnifica, tra le cose più riuscite scritte dalla Amos degli ultimi anni. Visionaria ma concreta, sognante senza diventare evanescente, sostenuta da arrangiamenti che le impediscono di disperdersi nell’atmosfera. Resta invece qualche rimpianto per Black Is the New Black, confinata a una versione speciale dell’album distribuita da HMV: scelta discutibile, visto quanto il pezzo riesca a lasciare il segno...
Capolavoro definitivo? Probabilmente no. Ma è difficile immaginare oggi un disco più completo, sincero e ispirato da parte di un’artista di questa statura.
Per molti appassionati di rock, il 1975 rappresenta l’anno della definitiva consacrazione dei Supertramp. Dopo gli esordi ancora acerbi di Supertramp e Indelibly Stamped, la svolta arrivò con Crime Of The Century: un album destinato a ridefinire l’identità della band e a proiettarla nell’élite del rock internazionale. Trainato dal successo planetario di “Dreamer”, il disco riuscì a fondere ambizione progressive, melodie raffinate e immediatezza pop in un equilibrio rarissimo per l’epoca.
Il segreto di quella magia stava soprattutto nella scrittura complementare di Rick Davies e Roger Hodgson. Le loro composizioni custodivano l’eleganza visionaria del prog britannico, ma anche un’ironia sofisticata e una sensibilità melodica capace di avvicinarli, per certi versi, agli Steely Dan. A valorizzare ulteriormente quel suono contribuì la produzione di Ken Scott, già al lavoro con Beatles e David Bowie, che seppe trasformare Crime Of The Century in un capolavoro dal respiro cinematografico.
Sull’onda del trionfo del disco, i Supertramp intrapresero un imponente tour di 45 date culminato nello storico concerto del 9 marzo 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra, registrato integralmente in audio e video davanti a un pubblico in delirio. Quella sera la band eseguì dal vivo l’intero Crime Of The Century, aggiungendo anche alcuni brani che sarebbero poi confluiti nel successivo Crisis? What Crisis?, tra cui “Sister Moonshine”, “Another Man’s Woman”, “Lady” e “Just A Normal Day”.
Tra i momenti più memorabili dello show spicca l’esilarante interpretazione di “You’re Adorable (The Alphabet Song)”, accolta da una vera ovazione. Era il segnale evidente che i Supertramp stavano ormai superando i confini del progressive per trasformarsi, quasi inconsapevolmente, in una delle più grandi band pop-rock del decennio.
A rendere ancora più prezioso questo documento è la qualità della ripresa originale, diretta da Derek Burbridge, futuro autore di celebri video per Gary Numan, The Police e AC/DC. Restaurato partendo dal negativo originale in 16mm e remixato in Dolby Atmos, il concerto arriva oggi per la prima volta in DVD e Blu-ray dopo essere rimasto inedito per oltre quarant’anni. Se l’audio era già stato pubblicato nel 2014 per il quarantennale di Crime Of The Century, il film completo non aveva mai visto la luce in formato home video.
Questo live cattura i Supertramp nel momento esatto in cui stavano per conquistare definitivamente l’America e preparare il terreno a Breakfast In America. Un ritratto straordinario di una band nel pieno della propria ispirazione: impeccabile sul piano musicale, coinvolgente sul palco e capace di trasformare un concerto in un’esperienza senza tempo.
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