martedì 17 marzo 2026

Francesco Guccini: in mostra musica, memoria e parole



Dal 18 aprile al 18 ottobre 2026, Reggio Emilia celebra uno dei più grandi protagonisti della canzone d’autore italiana con la mostra “Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo”, un progetto espositivo che racconta in modo originale e approfondito l’universo artistico del cantautore emiliano.

Una mostra tra musica, memoria e parole

Il titolo dell’esposizione prende ispirazione dal verso “Canterò soltanto il tempo” tratto dal brano Il tema (1970) e racchiude il cuore della poetica di Guccini: il legame tra tempo, memoria e parola. La mostra nasce da un lungo lavoro di confronto diretto con l’artista, sviluppato nell’arco di due anni. Attraverso incontri, racconti e testimonianze, prende forma un percorso narrativo che mette al centro la sua produzione musicale e letteraria, offrendo uno sguardo autentico e personale sulla sua carriera.

Dove si svolge la mostra e chi la organizza

L’esposizione è ospitata presso Spazio Gerra, centro culturale dedicato alla contemporaneità e alla cultura popolare, nel cuore di Reggio Emilia. Il progetto è promosso dal Comune di Reggio Emilia e patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna. Cosa da non dimenticare... l'ingresso è gratuito.

Il percorso espositivo: cosa vedere

La mostra si sviluppa su quattro piani per un totale di circa 350 metri quadrati, articolandosi in nove sezioni tematiche, ciascuna ispirata a una canzone.

Il visitatore potrà immergersi in un viaggio che unisce:

  • materiali d’archivio (fotografie, oggetti originali, documenti)

  • installazioni visive

  • illustrazioni contemporanee

  • progetti fotografici inediti

Il tutto costruito per raccontare le principali fonti di ispirazione di Guccini: dalla cultura popolare alla letteratura, dalla storia alle radici territoriali.

Le opere e gli artisti coinvolti

Il percorso espositivo include contributi di illustratori e artisti visivi che reinterpretano l’immaginario gucciniano, tra cui: Simona Costanzo, Arianna Lerussi, Maurizio Mantovi, Veronica Ruffato, Silvano Scolari e Gianmario Taurisano.

Due i progetti fotografici principali:

  • “E Pavana un ricordo” di Paolo Simonazzi: un viaggio visivo tra Bologna e l’Appennino, nei luoghi simbolo dell’artista

  • “Zeitraum” di Kai-Uwe Schulte-Bunert: una riflessione sul tempo attraverso immagini di ingranaggi di orologi, simbolo della memoria frammentata

Un ritratto completo dell’artista

L’obiettivo della mostra è andare oltre la figura del cantautore, restituendo un’immagine completa di Guccini come:

  • scrittore

  • narratore

  • intellettuale

  • punto di riferimento culturale per più generazioni

Il progetto continuerà anche con la pubblicazione di un volume editoriale, pensato per approfondire il rapporto tra biografia, opere e oggetti legati all’artista.

Spazio Gerra: un punto di riferimento culturale

Aperto nel 2008, Spazio Gerra è oggi uno dei principali centri espositivi dedicati alla cultura contemporanea a Reggio Emilia. Dal 2014 è gestito da ICS e ha ospitato numerose mostre dedicate a musica, movimenti giovanili e fenomeni culturali del Novecento.

Tra le esposizioni più significative:

  • mostre sulla musica italiana

  • progetti sulla cultura pop e sociale

  • percorsi dedicati a movimenti artistici e generazionali

Attualmente ospita anche una mostra fotografica che esplora l’immaginario legato al territorio emiliano, ispirato a una celebre espressione coniata dallo stesso Guccini. Un appuntamento imperdibile per appassionati di musica d’autore, cultura italiana e storia contemporanea.

Rush nuovamente on tour: chi l'avrebbe detto...


Dopo anni di assordante silenzio e la perdita di Neil Peart, i Rush annunciano il ritorno sui palchi con un nuovo tour mondiale e una formazione rinnovata. Per molto tempo l’idea di vedere di nuovo il trio canadese dal vivo è sembrata impossibile. Dopo l’ultimo concerto del R40 Live Tour nel 2015 e soprattutto dopo la morte del leggendario batterista nel 2020, la storia della band canadese sembrava definitivamente conclusa. Oggi, invece, qualcosa è cambiato. Geddy Lee e Alex Lifeson hanno deciso di riportare il nome dei Rush sul palco con un nuovo progetto live.

Il “Fifty Something Tour” partirà il 7 giugno da Los Angeles e attraverserà diverse città di Stati Uniti, Canada e Messico. L’Europa sarà raggiunta nel 2027, con una tappa già annunciata anche in Italia: il 30 marzo 2027 all’Unipol Dome di Milano, la nuova Arena Santa Giulia inaugurata per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Accanto ai due membri storici ci saranno nuovi musicisti: la batterista Anika Nilles e il tastierista Loren Gold.

Perché i Rush hanno deciso di tornare 

La decisione di tornare a esibirsi dal vivo non è stata improvvisa. Per Lee e Lifeson si è trattato di un processo lungo, maturato lentamente dopo anni di riflessione personale e artistica. Secondo Geddy Lee, nei primi anni dopo la scomparsa di Peart l’idea di tornare in tour sembrava semplicemente irrealistica. Il punto di svolta è arrivato nel 2022, quando i due musicisti hanno partecipato ai concerti tributo dedicati a Taylor Hawkins, storico batterista dei Foo Fighters. Suonare nuovamente insieme sul palco e condividere la musica dei Rush con altri batteristi ha avuto un effetto inatteso.

Lee racconta che durante quei concerti è riemerso un forte senso di orgoglio per il repertorio della band e per l’eredità musicale lasciata da Neil Peart. Nonostante il contesto emotivamente difficile, gli spettacoli si sono trasformati in una celebrazione della musica e della comunità che la circonda.

Il ruolo di Paul McCartney 

Durante il tributo londinese a Taylor Hawkins è avvenuto anche un incontro destinato a lasciare il segno: quello con Paul McCartney. I due membri dei Rush ricordano che l’ex Beatle, dopo aver assistito al loro set dal lato del palco, li ha avvicinati con una domanda molto diretta: se avessero intenzione di tornare in tour. Quel momento, raccontano, ha piantato un seme nella loro mente. L’idea non si è concretizzata subito, ma è riemersa con forza alla fine del 2024, quando Lee e Lifeson hanno iniziato a discutere concretamente nuovi progetti legati alla musica dei Rush.

Alex e Geddy

La nuova formazione: chi sono Anika Nilles e Loren Gold

Uno dei passaggi più delicati della rinascita della band è stato trovare una batterista capace di affrontare il repertorio complesso dei Rush. La scelta è caduta su Anika Nilles, musicista con un background molto diverso rispetto alla tradizione del gruppo. Secondo Geddy Lee, la decisione è arrivata quasi immediatamente dopo aver suonato insieme per alcuni giorni in Canada. La batterista ha portato energia, disciplina e una prospettiva nuova alle composizioni storiche della band. La Nilles era già conosciuta nel mondo musicale per il suo talento e per le collaborazioni con artisti di primo piano. Durante le prove del tour, racconta Lee, la musicista ha dimostrato una crescita continua fino a diventare una presenza fondamentale per il nuovo progetto. Accanto a lei, alle tastiere, ci sarà Loren Gold, musicista statunitense noto per il lavoro con numerosi artisti rock internazionali.

Come saranno i concerti del nuovo tour 

Il nuovo spettacolo dei Rush sarà costruito come una celebrazione della loro lunga carriera musicale. Il concerto sarà diviso in due set con intervallo, una scelta pensata per ripercorrere diverse fasi della storia della band. All’interno dello show ci saranno anche momenti dedicati alla memoria di Neil Peart. Alex Lifeson ha spiegato che non si tratterà di un tributo malinconico, ma piuttosto di una celebrazione del talento e della personalità del batterista. L’obiettivo è ricordarlo con affetto e gratitudine, mantenendo viva la sua presenza nella musica e nello spirito della band.

Nuova musica in arrivo? Forse è pretendere troppo...

Per il momento, Geddy Lee e Alex Lifeson sono completamente concentrati sulla preparazione del tour. Il repertorio previsto include circa quaranta brani, un lavoro impegnativo che richiede grande preparazione e concentrazione. Per questo motivo, al momento non ci sono piani concreti per nuova musica o per celebrazioni speciali legate al cinquantesimo anniversario dell’album “2112”. Lee lascia comunque aperta la possibilità per il futuro: una volta concluso il tour, tutto potrebbe succedere. Il ritorno dei Rush non è soltanto una reunion, ma una nuova fase della band. Con una formazione rinnovata e uno spettacolo pensato per celebrare la loro storia, Geddy Lee e Alex Lifeson sono pronti a riportare sul palco uno dei repertori più influenti del rock progressivo.

lunedì 16 marzo 2026

Colpo grosso al tempio dei vinili: Blutopia derubata, scatta la solidarietà


Un duro colpo per uno dei punti di riferimento della scena musicale indipendente romana. Il negozio di dischi Blutopia, storico spazio dedicato ai vinili nel quartiere Pigneto, è stato vittima di un furto mirato: centinaia di dischi, molti dei quali rari o autografati, sono stati portati via. Per aiutare i proprietari a recuperare i danni è stata avviata una raccolta fondi online.

Il furto nel negozio di vinili al Pigneto

Il colpo è avvenuto all’alba del 26 febbraio in via del Pigneto 116, dove dal 2011 si trova Blutopia. Secondo quanto raccontato dai gestori del negozio, i ladri hanno forzato l’ingresso e selezionato con precisione centinaia di dischi in vinile. L’azione, spiegano i proprietari, sembra essere stata pianificata con attenzione, probabilmente dopo uno o più sopralluoghi preparatori. Non si tratterebbe quindi di un furto casuale, ma di un’operazione mirata a oggetti di alto valore. Il danno economico stimato supera i 20mila euro.

Rubati vinili rari e autografati

Tra i dischi sottratti ci sono numerosi vinili rari e da collezione, alcuni addirittura firmati dagli artisti. Il negozio ha pubblicato sui propri canali social l’elenco completo dei titoli rubati, nel tentativo di rendere più difficile la rivendita nel mercato del collezionismo. Secondo i gestori di Blutopia, chi ha compiuto il furto sapeva esattamente cosa prendere. A dimostrarlo è anche un dettaglio significativo: tutti i supporti con valore commerciale inferiore — come CD, DVD e libri — sono rimasti sugli scaffali. Per i proprietari si tratta quindi di un’azione deliberata, portata avanti da persone che conoscono bene il mercato dei vinili o che sono state indirizzate da qualcuno esperto del settore.

Raccolta fondi per aiutare Blutopia dopo il furto

Per fronteggiare le perdite, uno dei titolari, Fabrizio Spera, ha avviato una campagna di raccolta fondi su GoFundMe. Nel messaggio pubblicato sulla piattaforma si legge che il colpo subito è troppo pesante da assorbire con le sole risorse del negozio, motivo per cui è stato chiesto il sostegno della comunità di appassionati. L’obiettivo della raccolta è di 20mila euro, pari alla stima dei danni causati dal furto. Al 15 marzo la campagna ha già raccolto 7.168 euro grazie a 124 donazioni. Un segnale importante di solidarietà da parte di clienti, collezionisti e amanti della musica.

Cos’è Blutopia

Blutopia ha aperto alla fine del 2011 con l’obiettivo di diventare molto più di un semplice negozio di dischi. I fondatori lo hanno immaginato come uno spazio di incontro dedicato alla cultura musicale, dove la passione per i vinili potesse favorire socialità e confronto. L’idea alla base del progetto era infatti quella di creare un equilibrio tra consumo culturale e comunità, offrendo agli appassionati un luogo dove condividere ascolti, scoperte musicali e discussioni. I proprietari non sono nuovi alla scena culturale romana: in passato hanno animato realtà importanti come Disfunzioni Musicali e Rinascita, contribuendo alla diffusione della musica indipendente nella capitale.

Le nuove frontiere della promozione musicale


Quest’anno la sorpresa nell’uovo di Pasqua non la solita cinesata di plastica... ma il marketing. Sono infatti arrivate nei supermercati le uova di Pasqua dedicate a Max Pezzali, pensate – neanche troppo velatamente – per promuovere il tour di concerti del 2026. Perché, diciamolo, ormai ogni occasione è buona per ricordarci che i biglietti sono disponibili… e che costano più o meno come un weekend fuori porta.

Provaci ancora, Bauli...

L’operazione nasce con Bauli, che dopo l’indimenticabile avventura commerciale con Chiara Ferragni – finita tra polemiche, beneficenze creative e vendite non proprio entusiasmanti – ha deciso di cambiare soundtrack: meno influencer, più nostalgia anni ’90. E così, mentre scarti il cioccolato, ti ritrovi catapultato fra Gli anni, Nord Sud Ovest Est e, soprattutto, il link per comprare i preziosi ticket. Perché oggi il vero gadget nell’uovo non è la sorpresa: è il promemoria che andare a un concerto è diventato quasi un bene di lusso. Ma tranquilli, c’è sempre il cioccolato per consolarsi.

La scomparsa di Country Joe McDonald, icona pacifista



Quando si parla di Woodstock 1969, si pensa spesso al momento più alto della controcultura giovanile. Ma in realtà quel festival – tre giorni di musica, fango, utopie e disorganizzazione – rappresentò anche l’epilogo simbolico di un’epoca irripetibile, quella in cui musica, politica e aggregazione giovanile sembravano procedere nella stessa direzione. Tra le centinaia di migliaia di ragazzi accorsi nello stato di New York nell’agosto del 1969, molti avrebbero assistito a performance entrate nella storia. Alcune, però, rimasero nella memoria non tanto per la qualità musicale quanto per il loro valore simbolico e politico. È il caso di Country Joe McDonald, leader dei Country Joe & The Fish, protagonista di uno dei momenti più iconici del festival.

Country Joe a Woodstock: una performance imperfetta ma leggendaria

La partecipazione dei Country Joe & The Fish a Woodstock è documentata sia nel primo album dal vivo ricavato dal festival sia nel celebre film che ne ha consacrato il mito. Eppure, a voler essere sinceri, l’esibizione della band californiana non fu tra quelle destinate a entrare nella leggenda per qualità musicale. In mezzo a un cartellone che comprendeva giganti come Jefferson Airplane, Sly and the Family Stone, Jimi Hendrix e Joan Baez — quest’ultima capace di affrontare da sola e senza accompagnamento una platea immensa — il set dei Fish apparve piuttosto disordinato.

La spiegazione è semplice: la formazione che salì sul palco era stata assemblata all’ultimo minuto. Accanto a Country Joe McDonald c’erano Mark Kapner alle tastiere, Doug Metzner al basso e Greg Dewey alla batteria, già nei Mad River. Dei membri storici della band non era rimasto praticamente nessuno. Il risultato fu un’esecuzione poco incisiva, e un brano come Rock & Soul Music lasciò più tracce per l’entusiasmo che per la sostanza. Eppure Woodstock regalò a Country Joe un momento destinato a restare nella storia.

Il coro più famoso contro la guerra

A un certo punto McDonald tornò sul palco da solo, con la chitarra. Davanti a centinaia di migliaia di ragazzi, sollevò la voce e lanciò un invito semplice:

“Datemi una F!”

La folla capì immediatamente dove stava andando a parare. Le lettere che seguirono non componevano la parola “fish”. Quello che ne nacque fu uno dei momenti più iconici della cultura rock: l’esecuzione di I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die Rag.

Il brano è una satira feroce sulla Vietnam War. La musica è allegra, quasi da marcetta folk; il testo, invece, è tagliente come una lama. Il ritornello scorre con leggerezza mentre racconta l’assurdità di una guerra mandata avanti da giovani spediti al fronte senza capire davvero perché. Il contrasto tra tono festoso e contenuto tragico è ciò che rende la canzone tanto potente. Ancora oggi, nonostante la perdita inevitabile dei giochi di rime dell’inglese originale, il suo sarcasmo colpisce con la stessa forza. È rimasta una delle canzoni più rappresentative degli anni Sessanta, un decennio che di inni generazionali ne ha prodotti parecchi.

Oltre la canzone simbolo

Eppure la carriera di Country Joe McDonald non dovrebbe essere ridotta a questo singolo episodio. Con i suoi compagni fu tra i pionieri della psichedelia californiana, e i primi lavori della band restano tra i documenti più interessanti della scena di San Francisco.

Tra il 1965 e il 1966, nella vivace atmosfera politica di Berkeley, McDonald e il chitarrista Barry Melton pubblicarono due EP autoprodotti venduti a prezzo quasi simbolico: circa un dollaro. Nonostante i mezzi limitati, quei dischi circolarono molto più di quanto si potesse immaginare per delle autoproduzioni. Il secondo arrivò a vendere circa quindicimila copie prima di essere ritirato in seguito all’accordo con la Vanguard, etichetta che avrebbe poi pubblicato i lavori successivi.

Oggi gli originali di quei vinili sono diventati oggetti da collezione e raggiungono cifre considerevoli. All’epoca, però, erano pensati come semplici strumenti di diffusione musicale e politica. In quei solchi si trovano le prime versioni di brani destinati a diventare fondamentali nel repertorio della band: Superbird, Thing Called Love, Bass Strings e l’ipnotica Section 43, un viaggio sonoro dalle suggestioni orientali che anticipava molte intuizioni della psichedelia. Già allora era chiaro che il gruppo aveva qualcosa di speciale.

Le radici di Country Joe

Quando questi primi dischi videro la luce, Joseph McDonald aveva ventiquattro anni. Il suo nome — Joseph — gli era stato dato dai genitori in omaggio a Joseph Stalin, dettaglio curioso per un artista che sarebbe diventato una delle voci più radicali della controcultura americana.

Ancora più ironico è il fatto che McDonald avesse appena concluso quattro anni di servizio nella marina militare statunitense. Una volta tornato alla vita civile, decise di dedicarsi completamente alla musica.

Da ragazzo aveva assorbito influenze diverse, dal dixieland al rhythm and blues. In un primo momento aveva suonato il trombone in piccoli gruppi jazz, ma ben presto si avvicinò al folk. Il suo primo disco, The Goodbye Blues, registrato insieme al chitarrista Blair Hardman, fu un lavoro quasi domestico: poche copie stampate e distribuite tra amici e parenti.

Nel frattempo McDonald si stava impegnando intensamente nella militanza politica. Dopo aver diretto il giornale underground Et Tu a Los Angeles, si trasferì a Berkeley per frequentare l’università. Lì entrò nel cuore delle prime proteste contro la guerra in Vietnam, in un momento in cui gran parte dell’opinione pubblica — anche progressista — sosteneva ancora la politica del presidente Lyndon B. Johnson.

Un disco nato da un giornale

L’idea che avrebbe dato origine ai Country Joe & The Fish nacque quasi per caso. McDonald stava lavorando a una nuova rivista underground, che voleva chiamare Rag Baby. Non avendo abbastanza materiale per riempirne le pagine, pensò di trasformare il progetto in qualcosa di diverso: un disco da vendere durante le manifestazioni. Fu l’inizio dell’avventura della band.

La prima formazione comprendeva Barry Melton alla chitarra, Bill Steel al basso, Mike Beardslee all’armonica e Carl Shrager alla washboard. Il nome del gruppo era un ironico riferimento alla figura di Mao Zedong, allora molto presente nell’immaginario politico della sinistra radicale. Nel giro di poco tempo il gruppo si evolse. Entrarono l’organista David Cohen, il bassista Bruce Barthol e il batterista Gary “Chicken” Hirsh, formando quella che sarebbe rimasta la line-up classica.

I capolavori del 1967

Con questa formazione arrivarono i due album che definiscono la stagione d’oro dei Fish: "Electric Music for the Mind and Body" e "I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die", entrambi pubblicati su da Vanguard. L’etichetta, fino ad allora più legata alla musica classica e al folk, stava tentando di entrare nel nuovo universo della cultura giovanile americana. La band era ormai molto popolare nella Bay Area grazie a una fitta attività live che li portava dai sit-in politici ai palchi di locali leggendari come Avalon Ballroom e Fillmore West.

"Electric Music for the Mind and Body" rimane uno dei manifesti della psichedelia americana: un disco ricco di invenzioni, dove convivono la leggerezza di Flying High, il garage melodico di Not So Sweet Martha Lorraine, il blues oscuro di Death Sound e l’atmosfera sospesa di Grace, dedicata alla cantante dei Jefferson Airplane. Il seguito consolidò il successo del gruppo, con episodi notevoli come Pat’s Song, Thought Dream ed Eastern Jam.

L’ultima fase prima di Woodstock

Negli anni immediatamente successivi la band pubblicò altri dischi, tra cui "Together" del 1968. Nonostante alcuni momenti interessanti — la liquida Susan o l’esperimento psichedelico An Untitled Protest — il lavoro apparve meno ispirato rispetto ai precedenti. Più convincente risultò invece Here We Are Again del 1969, caratterizzato da un tono quasi circense, vicino al vaudeville, che trovava il suo momento più curioso nella reinterpretazione di My Girl filtrata attraverso lo spirito dei Beatles del cosiddetto “White Album”. Poco dopo sarebbe arrivato Woodstock. E con esso, simbolicamente, la fine di un’epoca in cui la musica sembrava davvero poter cambiare il mondo.

sabato 14 marzo 2026

Quando il tempo torna indietro e la pista si riempie di ricordi



Al Just Me Garda Lake arriva “2010’s Memories”, una serata pensata per chi non ha mai smesso di cantare a squarciagola le hit di quel decennio e per chi vuole rivivere l’energia di una stagione musicale che ha fatto ballare il mondo. Dalle 23:00 fino a notte fonda, il club affacciato sulle rive del Lago di Garda si trasforma in una vera e propria macchina del tempo musicale. 

Le hit che hanno segnato una generazione

In console e in pista tornano i grandi successi pop, dance ed elettronici degli anni 2010: brani che hanno dominato le classifiche, colonne sonore di notti indimenticabili, inni generazionali capaci ancora oggi di accendere immediatamente l’atmosfera. È il tipo di serata in cui basta l’intro di una canzone per far partire un coro collettivo, tra ritornelli iconici e drop che riportano direttamente a momenti speciali.

Un luogo iconico sul lago di Garda

Il fascino dell’evento non è solo nella musica, ma anche nella location. Just Me Garda Lake è infatti uno dei locali più suggestivi del territorio, un punto d’incontro tra lifestyle, ristorazione e nightlife che riprende la tradizione di successo del brand nato tra Milano e Porto Cervo. 

Tra cucina d’eccellenza e nightlife

Qui l’esperienza della serata si costruisce passo dopo passo: si può iniziare con una cena elegante, lasciarsi conquistare da sushi e cucina d’eccellenza, sorseggiare cocktail signature accompagnati da appetizer ricercati e poi tuffarsi nella dimensione più festosa della notte.

Gli spazi del locale permettono di vivere la serata in modi diversi: tavoli sulla terrazza affacciata sul lago, posti direttamente a bordo pista per chi vuole respirare l’energia del dancefloor o aree privé per chi cerca un’esperienza più esclusiva. A completare l’atmosfera ci pensano le luci, la musica internazionale e il pubblico che negli ultimi mesi ha reso il locale uno dei punti di riferimento del divertimento sul Lago di Garda e in tutta la Lombardia.

“2010’s Memories” è quindi molto più di una semplice festa a tema. È un viaggio sonoro fatto di nostalgia, ritmo e condivisione, dove ogni traccia diventa un frammento di memoria collettiva. Una notte, una colonna sonora e centinaia di emozioni che tornano a vivere sulla pista. Perché certi ricordi non basta raccontarli: bisogna ballarli di nuovo.

giovedì 12 marzo 2026

Arriva “Vasco – La Rabbia Giovane”, il primo volume della trilogia Bonelli



Un nuovo progetto editoriale dedicato alla vita e alla carriera di Vasco Rossi sta per arrivare in libreria e fumetteria. Dal 19 maggio debutta infatti Vasco – La Rabbia Giovane, primo capitolo della serie “Vasco. Una favola lunga una vita”, la graphic novel realizzata da Sergio Bonelli Editore (realtà alla quale sono affettivamente legato perchè ho collaborato con loro in passato) che racconta in tre volumi la storia del celebre rocker italiano.

L’iniziativa segna una nuova collaborazione tra l’editore milanese e uno degli artisti più amati della musica italiana, dopo il successo del precedente progetto che aveva incrociato l’universo di Dylan Dog con le canzoni del Komandante.

La graphic novel dedicata al rocker di Zocca

Il primo volume della trilogia, Vasco – La Rabbia Giovane, sarà disponibile dal 19 maggio e inaugura una collana pensata per raccontare in forma di fumetto il percorso umano e artistico del cantante. Il progetto editoriale è strutturato in tre volumi a colori da circa 100 pagine ciascuno, che ripercorrono momenti chiave della vita di Vasco: dagli inizi fino alla consacrazione come icona della musica italiana. Attraverso il linguaggio della graphic novel, la storia del rocker di Zocca prende forma in una narrazione intensa e visiva che intreccia musica, memoria collettiva, Episodi biografici e immagini evocative. Il risultato? Un racconto capace di restituire il ritratto di un artista che ha influenzato più generazioni di ascoltatori.

Gli autori: Barbara Baraldi, Sergio Gerasi e Flavia Biondi

Alla sceneggiatura della trilogia troviamo Barbara Baraldi, scrittrice e curatrice di Dylan Dog, già autrice dell’albo speciale Dylan Dog: Jenny, ispirato alla celebre canzone "Jenny" di Vasco Rossi. I disegni sono invece affidati a due artisti di grande rilievo nel panorama fumettistico contemporaneo: Sergio Gerasi e Flavia Biondi I due illustratori interpretano il protagonista con stili differenti ma complementari, offrendo una rappresentazione visiva capace di raccontare le molte sfaccettature della personalità di Vasco.


Contenuti extra e materiali d’archivio

Ogni volume della serie includerà anche una sezione speciale con contenuti aggiuntivi, pensati per arricchire la lettura e offrire un contesto più ampio alla narrazione. Tra i materiali presenti: documenti d’archivio, testi autografi, fotografie storiche e approfondimenti legati alla carriera del cantautore. Tutti elementi in grado di dialogare con la storia illustrata, contribuendo a costruire un racconto ancora più completo del percorso artistico del rocker.

Fumetto e musica: il progetto editoriale Bonelli sul Blasco

Con “Vasco. Una favola lunga una vita”, Sergio Bonelli Editore continua a esplorare il rapporto tra fumetto e cultura popolare, utilizzando il linguaggio della graphic novel per raccontare grandi icone italiane. Il primo volume uscirà il 19 maggio, mentre i successivi capitoli della trilogia arriveranno:

  • a luglio, con il secondo volume

  • in autunno, con la conclusione della trilogia

Un progetto editoriale che unisce fumetto, musica e memoria generazionale, celebrando la storia di uno degli artisti più influenti ed amati della musica italiana.

mercoledì 11 marzo 2026

Hai sentito l'ultima di Stipe?



Il cantante e autore americano Michael Stipe, storica voce dei R.E.M., ha pubblicato un nuovo brano inedito intitolato “I Played The Fool”. La canzone è stata realizzata insieme al produttore Andrew Watt, al chitarrista Josh Klinghoffer (già con Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam) e al batterista Travis Barker, ed è stata scelta come tema di apertura della nuova serie televisiva “Rooster”, che vede come protagonista Steve Carell.


L’idea di coinvolgere Stipe nel progetto è nata dal co-creatore dello show Matt Tarses, fan degli R.E.M. fin dagli anni Ottanta. All’inizio, però, sembrava un obiettivo difficile da raggiungere. Tarses ha raccontato che quando Andrew Watt propose di provare a contattare il cantante per scrivere un brano per la serie, la reazione fu piuttosto scettica: nessuno era davvero convinto che sarebbe stato possibile. Per Stipe si tratta della prima pubblicazione originale dopo “Future If Future”, uscita nel 2022 nell’ambito di un disco benefico curato da Brian Eno per celebrare l’Earth Day.

La serie “Rooster”, creata da Matt Tarses insieme a Bill Lawrence (già autore di Scrubs e Ted Lasso), è disponibile su HBO dall’8 marzo 2026. Nella storia, Steve Carell interpreta Greg Russo, uno scrittore e docente universitario che deve affrontare un rapporto complesso con la figlia. Nel cast figurano anche Danielle Deadwyler, Phil Dunster, John C. McGinley e Lauren Tsai.

martedì 10 marzo 2026

In memoria di un sovrano delle tastiere



Oggi ricorre l'anniversario della scomparsa di Keith Emerson e, più che ripercorrere cronologicamente una carriera facilmente consultabile online, ciò che conta davvero è provare a spiegare come nasce il legame profondo tra un artista e chi ascolta la sua arte. Perché nel caso di Emerson non si tratta solo di ammirazione: è qualcosa che ha segnato intere generazioni.

Quando la musica cambia la vita

Ci sono momenti nella vita in cui la musica apre improvvisamente nuovi orizzonti. Il mio primo contatto con la musica di Emerson arrivò però da due strade completamente diverse, quasi opposte. Da una parte c’era la facciata più colta, quella che scoprii attraverso l’album Works Volume 1 degli Emerson, Lake & Palmer, dove la dimensione quasi sinfonica della sua scrittura mostrava quanto fosse forte il legame con la tradizione classica. Dall’altra  la faccia più popolare e immediata: l’irresistibile "Honky Tonk Train Blues", diventata celebre in Italia come sigla della trasmissione televisiva Odeon.

Due lati della stessa personalità musicale: il compositore raffinato e il virtuoso spettacolare, il pianista classico e il performer funambolo.. Ed era proprio questo contrasto a rendere Emerson un musicista unico.

Un pioniere della tecnologia musicale

Quando la sua figura iniziò a imporsi tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Emerson era già anni avanti rispetto a molti contemporanei. Dopo l’esperienza con i The Nice e poi con gli Emerson, Lake & Palmer, trasformò la tastiera in uno strumento protagonista assoluto del rock. Tra Moog modulari, Hammond modificati e nuovi strumenti elettronici, la tastiera non era più un accompagnamento: diventava spettacolo, potenza sonora e innovazione.

Il primo tour nei '70

Il primo concerto italiano degli ELP risale a Genova 1972, io a quell'epoca ero troppo piccolo per essere fra il pubblico: avevo solo 9 anni. Era il tempo in cui i tour delle grandi band spostavano intere colonne di camion carichi di scenografie. E sul palco succedeva di tutto: Emerson cavalcava l’organo Hammond, lo maltrattava, lo colpiva con coltelli piantati tra i tasti. Un gesto diventato leggendario che simboleggiava il rapporto fisico e quasi teatrale con lo strumento. L'anno dopo a Roma e soprattutto a Milano, al Vigorelli: una venue che rappresentava una specie di “tempio” dei concerti rock in Italia. Le testimonianze dei fan raccontano di un velodromo pienissimo, con migliaia di giovani arrivati da tutta la Lombardia e anche da altre regioni: per molti spettatori italiani era la prima volta che vedevano dal vivo una produzione così grande. Emerson manipolava il grande sintetizzatore modulare, creando suoni che all’epoca sembravano arrivare letteralmente dal futuro.

L’uomo dietro il mito

Nel 1992, in occasione di un concerto degli ELP a Milano presso il PalaTrussardi, ebbi finalmente modo di vederli in azione, parlando per qualche minuto con Keith! Ricordo che il discorso cadde sulla tecnologia e la sua posizione mi apparì molto precisa e senza mezzi termini. Per lui aveva inevitabilmente migliorato il modo di vivere delle persone, anche se il computer rappresentava una fonte di fastidio, qualcosa di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Secondo lui il tempo dovrebbe essere speso diversamente: leggere libri, osservare le persone, dialogare, uscire a fare una passeggiata. Rivendicando con orgoglio di appartenere a un’altra generazione: quella che utilizzava ancora carta e penna per scrivere. Una visione da uomo maturo che mi apparve comunque suggestiva.

La sua eredità

Raccontare davvero la musica di Keith Emerson significherebbe ripercorrere quasi cinquant’anni di storia del rock. Dalle radici classiche al jazz, fino alla rivoluzione del progressive rock, la sua musica ha dimostrato che non esistono limiti quando la creatività incontra il talento. Ancora oggi, ogni volta che ascolto Trilogy, la magia si ripete: la voce superba di Greg Lake, la batteria pirotecnica di Carl Palmer e la tastiera visionaria di Emerson creano brividi veri. Un patrimonio artistico destinato a restare nel tempo.

Perché i giovani dovrebbero ascoltarlo

A chi scopre oggi il nome di Keith Emerson consiglio una sola cosa: ascoltare con curiosità. La grande musica si riconosce subito. Non importa l’epoca in cui è stata scritta: se è autentica, continua a parlare anche alle nuove generazioni. Emerson non è stato solo uno dei più grandi tastieristi della storia del rock. È stato un compagno di viaggio musicale per milioni di persone. E continuerà ad esserlo.

“Non venire, quando sarò morto, a versare le tue inutili lacrime sulla mia tomba… Che sia il vento lo spazzino, e sia il piviere a piangere: ma tu va via.”
Alfred Lord Tennyson

Con questi versi si chiude la prefazione del libro “Lucky Man – Autobiografia di un tastierista rock”, il volume da lui rilasciato nel 2004. Parole forti, quasi un manifesto personale, che oggi suonano ancora più intense pensando alla sua eredità musicale.

P.S. - Fra Emerson e Wakeman degli Yes non ho mai avuto dubbi...



“Nessun Dorma”… ma qualcuno in tipografia doveva dormire per davvero


Quando il reparto grafico ha cercato “tenore con la bocca aperta mentre tiene una nota”… ma ha aperto il sito sbagliato.

Paura per Jello Biafra: il frontman dei Dead Kennedys colpito da ictus

Jello Biafra, leggendario frontman dei punkissimi Dead Kennedys, è stato ricoverato in ospedale dopo aver subito un ictus emorragico. La notizia è stata diffusa il 9 marzo 2026 tramite un comunicato ufficiale di Alternative Tentacles, storica etichetta indipendente fondata dallo stesso artista.

Il malore e il ricovero

L’emergenza medica si è verificata sabato 7 marzo. Il cantante, oggi 67enne, avrebbe iniziato ad avvertire i primi segnali dell’ictus mentre si trovava nella propria abitazione. Secondo le informazioni condivise dal suo staff, la causa sarebbe riconducibile a un episodio di pressione arteriosa molto alta. Attualmente il musicista è ricoverato sotto stretta osservazione sanitaria e le sue condizioni vengono definite stabili dai medici che lo stanno seguendo.

Lo stesso Biafra ha raccontato cosa è accaduto nei momenti immediatamente successivi al malore:

“Sono sceso dal letto per andare in bagno e all’improvviso la gamba sinistra ha ceduto, facendomi cadere a terra. Non sono riuscito a fermare la caduta con il braccio sinistro perché non rispondeva. Ho provato a rialzarmi ma era impossibile. In quel momento ho capito che qualcosa non andava.”

Il cantante ha poi spiegato di aver compreso quasi subito la gravità della situazione:

“Ho pensato: ‘Accidenti, sto avendo un ictus’. Ho ancora tante idee e progetti, ma ora mi aspetta un lungo percorso di riabilitazione.”

Le condizioni di salute e il percorso di recupero

Attraverso un aggiornamento ufficiale, la Alternative Tentacles ha confermato che l’artista è seguito da un team medico specializzato. Nei prossimi giorni inizierà un programma di riabilitazione mirato al recupero delle funzionalità compromesse dall’ictus. L’etichetta ha inoltre assicurato che verranno diffusi nuovi aggiornamenti non appena ci saranno novità sul suo stato di salute.

L’eredità di Jello nel punk

Considerato una figura chiave della scena punk statunitense, Jello Biafra è diventato famoso tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta come voce dei Dead Kennedys. Il gruppo ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’hardcore punk americano, grazie a brani provocatori e testi fortemente politicizzati che hanno influenzato generazioni di musicisti. Oltre alla carriera musicale, nel 1979 il cantante ha fondato Alternative Tentacles, etichetta indipendente che nel corso degli anni ha pubblicato numerosi artisti dell’underground internazionale, spaziando tra punk, industrial e sperimentazione elettronica.

Attesa per nuovi aggiornamenti

Il percorso di recupero del cantante sarà monitorato nelle prossime settimane. Fan e addetti ai lavori attendono ora ulteriori notizie sulle condizioni di Jello, mentre l’artista si prepara ad affrontare la fase di riabilitazione dopo il ricovero per ictus emorragico.

lunedì 9 marzo 2026

Dal surf agli addii: Bruce Johnston lascia i Beach Boys dopo sei decenni



Bruce Johnston ha annunciato la sua uscita dai The Beach Boys, la storica band simbolo del pop californiano. Il musicista ha spiegato che intende inaugurare una nuova fase della sua carriera, pur senza chiudere definitivamente la porta al gruppo. «È arrivato il momento della terza parte della mia lunga carriera», ha dichiarato Johnston. «Posso continuare a scrivere canzoni per sempre». L’artista ha precisato che non si tratta di un addio definitivo: tornerà a esibirsi con gli ex compagni quando si presenteranno occasioni speciali.

Dagli anni del surf rock a Pet Sounds

La storia dei Beach Boys è uno dei capitoli più importanti della musica pop americana. Nati nei primi anni Sessanta, il gruppo conquistò le classifiche con il loro stile surf pop, diventando uno dei pochi rivali dei The Beatles nelle classifiche internazionali. La band era stata fondata dal visionario Brian Wilson insieme ai fratelli Dennis Wilson e Carl Wilson, al cugino Mike Love e all’amico Al Jardine.

Nel corso degli anni Sessanta il gruppo abbandonò gradualmente il semplice surf rock per esplorare territori più sperimentali e psichedelici, arrivando al capolavoro del 1966 Pet Sounds, considerato uno dei dischi più influenti della storia del pop. In quel periodo Brian Wilson decise di smettere di partecipare ai tour per concentrarsi esclusivamente sulla scrittura e sulla produzione in studio, inseguendo la sua perfezione sonora. A sostituirlo sul palco arrivò proprio Bruce Johnston.

L’ingresso nella band e il successo 

Bruce Johnston debuttò con i Beach Boys durante la metà degli anni Sessanta e prese parte alla registrazione di uno dei brani più celebri della band, "California Girls", che nell’estate del 1965 raggiunse il terzo posto nella classifica americana. Il suo contributo fu fondamentale sia come tastierista sia come cantante e autore, consolidando il suo ruolo nella formazione per decenni.

Il primo addio negli anni Settanta e il ritorno

Quella annunciata oggi non è la prima uscita di Johnston dal gruppo. Il musicista lasciò infatti i Beach Boys già nel 1972 per dedicarsi alla carriera solista, pubblicando l’album Going Public. Rientrò nella band nel 1978 per coprodurre L.A. (Light Album), tornando poi stabilmente a esibirsi con il gruppo nei tour internazionali. Parallelamente, Johnston ha continuato a lavorare come autore di successo. Nel 1975 scrisse "I Write the Songs", brano portato al primo posto in classifica da Barry Manilow. Tra le sue composizioni per i Beach Boys spicca anche "Disney Girls" (1957), pubblicata nel 1971 nell’album Surf’s Up.

“Non è un addio”: il possibile ritorno per eventi speciali

Nonostante l’uscita ufficiale dalla formazione, Johnston ha chiarito che continuerà a collaborare con la band in futuro. Il primo possibile ritorno potrebbe avvenire già nei concerti previsti a luglio all’Hollywood Bowl, organizzati per celebrare i 250 anni degli United States.

Il futuro dei Beach Boys dopo Brian Wilson

Dopo la scomparsa di Brian Wilson nel giugno 2025, l’unico membro della formazione classica ancora presente nei Beach Boys è Mike Love. Al Jardine prosegue invece la sua attività dal vivo con il progetto Pet Sounds Band. In un comunicato ufficiale, Mike Love ha ringraziato Johnston definendolo «uno dei grandi cantanti, tastieristi e autori della nostra generazione». «Siamo onorati di averlo avuto nella band e continueremo sicuramente a collaborare in futuro», ha dichiarato. «Siamo in un momento di cambiamento, e il cambiamento nella vita è sempre positivo. Non è la fine: ci vediamo all’Hollywood Bowl per celebrare i 250 anni della nostra grande nazione».

Album appena uscito? Prima ascolta, poi guida



Un nuovo studio accademico suggerisce una correlazione curiosa – e in parte preoccupante – tra le uscite discografiche più attese e gli incidenti stradali. Secondo quanto riportato dalla rivista britannica NME, nei giorni in cui vengono pubblicati album particolarmente popolari si registrerebbe un aumento delle vittime sulle strade. La ricerca, pubblicata dal National Bureau of Economic Research, si intitola “Smartphones, Online Music Streaming, and Traffic Fatalities” ed è stata realizzata da un gruppo di studiosi della Harvard Medical School. L’obiettivo era capire se l’ascolto di musica in streaming tramite smartphone potesse influire sulla sicurezza alla guida.

Per farlo, i ricercatori hanno incrociato due grandi insiemi di dati: da una parte il Fatality Analysis Reporting System, il database che registra gli incidenti stradali mortali negli Stati Uniti; dall’altra le statistiche di ascolto della piattaforma Spotify. L’analisi si è concentrata sulle giornate di uscita dei dieci album che hanno registrato il maggior numero di streaming in un singolo giorno tra il 2017 e il 2022. I risultati indicano che, quando arriva un grande album, l’uso degli smartphone cresce in media del 40%. Nelle stesse giornate, i dati mostrano anche un aumento del 15% delle vittime in incidenti stradali negli Stati Uniti.

Gli autori dello studio sottolineano però che la relazione non è necessariamente causale. C’è infatti un altro fattore importante: la maggior parte degli album viene pubblicata il venerdì, giorno in cui molte persone escono, viaggiano o si incontrano con amici. Per evitare distorsioni, i ricercatori hanno comunque tenuto conto anche di variabili come festività, weekend lunghi e periodi di traffico intenso. Nonostante questo, il fenomeno resta evidente: anche confrontando i dati con altri venerdì, quelli in cui escono grandi dischi mostrano comunque un numero più alto di incidenti mortali rispetto alle settimane precedenti e successive.

Un altro dato interessante riguarda il contesto degli incidenti. Le vittime risultano più frequenti tra conducenti sobri e nelle giornate di bel tempo. Secondo gli studiosi questo potrebbe indicare che gli automobilisti tendono a distrarsi di più quando percepiscono le condizioni di guida come sicure. Inoltre gli incidenti mortali sono risultati più comuni nei veicoli con una sola persona a bordo. Questo suggerisce che la presenza di passeggeri potrebbe ridurre il rischio: spesso sono proprio loro a gestire smartphone e app di streaming, evitando che il conducente si distragga.

Tra gli album analizzati, quello che ha registrato il maggior numero di streaming in un singolo giorno tra il 2017 e il 2022 è stato Midnights di Taylor Swift, pubblicato nel 2022 e capace di totalizzare 184 milioni di ascolti in 24 ore. La stessa artista ha poi superato il proprio record due anni dopo con The Tortured Poets Department, arrivato a 300 milioni di streaming nel primo giorno, dimostrando quanto le grandi uscite discografiche possano catalizzare l’attenzione – anche mentre si è al volante.

venerdì 6 marzo 2026

Amore eterno, lacrime garantite: Sanremo torna al melodramma da confetti



C’è chi, dopo il Festival di Sanremo, si limita a cambiare stazione radio. E poi c’è Aldo Cazzullo, che invece ha deciso di farne - giustamente - una questione quasi antropologica. Perchè va bene che "sono solo canzonette"... ma quando si esagera bisogna sottolinearlo. Il bersaglio, questa volta, è Sal Da Vinci, fresco vincitore del Festival di Sanremo 2026, e la sua canzone Sarà per sempre sì. Secondo Cazzullo non si tratta semplicemente di una canzone che non gli piace. No, sarebbe addirittura l’equivalente musicale di una cartolina stereotipata: la Napoli che immaginano – e forse desiderano – quelli che Napoli proprio non la sopportano.

Insomma, non una critica: una diagnosi culturale.

La lettera del lettore e la risposta piccata

La nuova puntata della saga nasce nella rubrica del Corriere della Sera, dove un lettore – tale Daniele Moro – ha provato a smorzare i toni: possibile, chiedeva, che dietro tanta severità si nasconda un pregiudizio contro Napoli? Risposta di Cazzullo: esattamente il contrario. Lui Napoli la ama. Proprio per questo, sostiene, non può amare quella proposta da Sal Da Vinci. Il ragionamento è semplice: se ami davvero una città, non puoi accontentarti della sua versione più melodrammatica e zuccherosa. Quella fatta di promesse eterne davanti a Dio, struggimenti e cuori spezzati con colonna sonora da matrimonio iper-emotivo.

La Napoli che piace a Cazzullo

Per spiegarsi meglio, Cazzullo tira fuori l’artiglieria pesante della cultura partenopea. Parla della tradizione della canzone napoletana portata nel mondo, dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore, delle grandi voci come Enrico Caruso, fino ad arrivare ai musicisti che hanno reinventato il suono della città: Tullio De Piscopo, Tony Esposito, James Senese, la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Eugenio Bennato, e naturalmente Edoardo Bennato. 

Sanremo 2026, una fraterna chiacchierata con Tullio

E poi lui, l’icona intoccabile: Pino Daniele. Cazzullo ricorda di aver sentito Quanno chiove da ragazzino, in un campeggio a Praia a Mare, e di aver pensato che quella fosse la musica che avrebbe voluto ascoltare per tutta la vita. Il sottotesto è chiarissimo: da lì a Sarà per sempre sì il viaggio sembra aver preso la direzione opposta. Da una pizza fumante, eccellenza all'ombra del Vesuvio, alla melassa pseudo-sentimentale della vittoria sanremese.

Strappacuore, ma all’indietro

La vera accusa è questa: la Napoli musicale proposta da Sal Da Vinci sarebbe un passo indietro. Non una continuazione della tradizione, ma una versione caricaturale. Cazzullo la definisce “strappacuore, enfatica, consolatoria”. Tradotto: lacrime facili, promesse eterne e melodie che sembrano progettate per far partire simultaneamente il lancio di riso e il buffet di confetti. Nel suo ragionamento entrano anche altri nomi: Geolier e Nino D’Angelo possono piacere oppure no, dice, ma almeno hanno una voce riconoscibile, qualcosa di personale. Il problema, invece, sarebbe quel tipo di canzone napoletana che riduce tutto a cliché melodrammatico. Un filone che Cazzullo collega idealmente a Mario Merola, più che alla Napoli creativa e contaminata degli ultimi decenni. E che sembra entusiasmare anche parte della sala stampa dell'Ariston, che dovrebbe essere costituita da esperti del settore...

L'impietoso paragone finale

La chiusura è una stoccata con vista sulla storia della musica italiana. Cazzullo tira in ballo Domenico Modugno e Nel blu dipinto di blu, la canzone che nel 1958 cambiò per sempre il volto del Festival di Sanremo. Popolare sì, ma anche modernissima. E qui arriva il colpo di grazia: se quella era una rivoluzione, Sarà per sempre sì sembra più un nostalgico passo all’indietro. In altre parole: la canzone che ha vinto Sanremo, per Cazzullo, non rappresenta il futuro. Al massimo un becero revival sentimentale – con un leggero profumo di confetti.