Nel Paese in cui creare una playlist basta per sentirsi critici musicali e tre accordi autorizzano una masterclass, la competenza sembra diventata quasi un fastidio. Fuori dai nostri confini, invece, musicisti, produttori e manager raccontano la musica partendo da un dettaglio rivoluzionario: averla studiata davvero.
L'Italia, secondo la vecchia liturgia patriottica, sarebbe una terra di santi, poeti, navigatori ed eroi. Possiamo aggiornare tranquillamente l'elenco aggiungendo cuochi, commissari tecnici, epidemiologi, costituzionalisti e, soprattutto, esperti di musica. Questi ultimi hanno una caratteristica che li distingue: spesso non hanno alcun bisogno di conoscere la materna per parlarne diffusamente.
Basta un canale YouTube, un microfono vagamente professionale, una libreria alle spalle e magari una chitarra appesa al muro — possibilmente una Fender, perché fa curriculum anche spenta — ed ecco materializzarsi l'autorità. Beatles? Sopravvalutati. Prog? Troppo lungo. Jazz? Una roba complicata. Autotune? Il male assoluto, anche se non si sa bene cosa faccia. Battisti? Genio, a dispetto di Mogol. Vasco? Poeta rock. E dopo cinque minuti siamo già pronti per spiegare a Quincy Jones dove sbagliava gli arrangiamenti.
Il problema non è avere opinioni. Quelle sono gratuite e, nonostante la Meloni, ancora esenti da IVA. Il problema nasce quando il gusto personale viene scambiato per conoscenza, come se dire “a me piace” equivalesse a sapere perché un brano funziona, com'è costruito, da quale tradizione deriva e quali rivoluzioni tecniche o armoniche contiene.
All'estero parlano quelli che sanno qualcosa
È qui che il confronto diventa leggermente imbarazzante. Basta uscire dalla nostra confortante provincia digitale per incontrare divulgatori come l'imperdibile Rick Beato, capace di discutere con Pat Metheny o Brian May entrando davvero dentro armonie, arrangiamenti, produzione e scrittura. Oppure Dave Pensado, produttore e mixer premiato con un Grammy, che per anni ha trasformato tecniche da studio normalmente incomprensibili ai non addetti ai lavori in materiale divulgativo. Ci sono poi podcast come One Song, dove una canzone viene letteralmente smontata nelle sue singole tracce per capire perché proprio quel basso, quella batteria o quella voce abbiano prodotto un'emozione. E c'è pure Simon Napier-Bell, manager passato attraverso Yardbirds, Marc Bolan e Wham!, che quando racconta il music business può permettersi il lusso di averlo frequentato per sessant'anni.
La differenza non è che gli stranieri siano geneticamente più intelligenti. È molto più banale: prima studiano, poi parlano. Noi, spesso, abbiamo invertito le due operazioni.
La musica non è una compilation di ricordi
C'è poi un altro piccolo equivoco nazionale. In Italia la musica viene frequentemente trattata come una gigantesca autobiografia collettiva: “questa canzone mi ricorda il liceo”, “quest'altra la mettevamo al mare”, “con questa ho dato il primo bacio”. Tutto meraviglioso, ma è memoria sentimentale, non critica musicale.
Capire la popular music significa conoscere almeno un po' di blues, gospel, soul, jazz, rhythm and blues, rock'n'roll, elettronica; comprendere cosa abbiano significato culturalmente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nella costruzione del linguaggio musicale del Novecento. E significa inevitabilmente conoscere l'inglese, perché una parte enorme della documentazione, delle interviste, della manualistica e delle fonti nasce in quella lingua. È anche il suggerimento centrale proposto da The Elysian Lovers: per comprendere davvero la musica angloamericana dalla quale deriva gran parte del pop italiano degli ultimi decenni, affidarsi alle fonti internazionali può essere molto più utile che chiudersi nel nostro piccolo circuito autoreferenziale.
Da noi, invece, può capitare che uno conosca perfettamente la classifica di Sanremo del 1987 e non sappia chi sia Brian Eno. Che discuta per quaranta minuti della voce di un cantante ignorando cosa sia una progressione armonica. Che definisca “capolavoro” qualsiasi disco pubblicato quando aveva diciassette anni e “rumore” tutto ciò che è arrivato dopo i suoi trenta.
È la critica musicale, baby... trasformata in anagrafe.
Santi, poeti e navigatori. Ma il groove?
Naturalmente esistono anche in Italia musicisti, giornalisti, produttori e divulgatori preparatissimi. Il punto è un altro: la competenza musicale, nel dibattito pubblico, non sembra più un requisito indispensabile. Conta maggiormente la capacità di stare davanti a una telecamera, avere una community, pronunciare giudizi assoluti possibilmente entro trenta secondi.
E così continuiamo serenamente a considerarci un popolo musicale perché abbiamo inventato l'opera, abbiamo avuto Verdi, Puccini, Mina, Battisti, Morricone e qualche decina di altri giganti. Più o meno come sostenere di essere tutti grandi pittori perché Giotto era nato da queste parti.
Forse sulla famosa iscrizione bisognerebbe dunque intervenire. Italiani: santi, poeti, navigatori, eroi e conoscitori di musica. L'ultima categoria, però, scriviamola a matita.
