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venerdì 6 marzo 2026

Amore eterno, lacrime garantite: Sanremo torna al melodramma da confetti



C’è chi, dopo il Festival di Sanremo, si limita a cambiare stazione radio. E poi c’è Aldo Cazzullo, che invece ha deciso di farne - giustamente - una questione quasi antropologica. Perchè va bene che "sono solo canzonette"... ma quando si esagera bisogna sottolinearlo. Il bersaglio, questa volta, è Sal Da Vinci, fresco vincitore del Festival di Sanremo 2026, e la sua canzone Sarà per sempre sì. Secondo Cazzullo non si tratta semplicemente di una canzone che non gli piace. No, sarebbe addirittura l’equivalente musicale di una cartolina stereotipata: la Napoli che immaginano – e forse desiderano – quelli che Napoli proprio non la sopportano.

Insomma, non una critica: una diagnosi culturale.

La lettera del lettore e la risposta piccata

La nuova puntata della saga nasce nella rubrica del Corriere della Sera, dove un lettore – tale Daniele Moro – ha provato a smorzare i toni: possibile, chiedeva, che dietro tanta severità si nasconda un pregiudizio contro Napoli? Risposta di Cazzullo: esattamente il contrario. Lui Napoli la ama. Proprio per questo, sostiene, non può amare quella proposta da Sal Da Vinci. Il ragionamento è semplice: se ami davvero una città, non puoi accontentarti della sua versione più melodrammatica e zuccherosa. Quella fatta di promesse eterne davanti a Dio, struggimenti e cuori spezzati con colonna sonora da matrimonio iper-emotivo.

La Napoli che piace a Cazzullo

Per spiegarsi meglio, Cazzullo tira fuori l’artiglieria pesante della cultura partenopea. Parla della tradizione della canzone napoletana portata nel mondo, dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore, delle grandi voci come Enrico Caruso, fino ad arrivare ai musicisti che hanno reinventato il suono della città: Tullio De Piscopo, Tony Esposito, James Senese, la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Eugenio Bennato, e naturalmente Edoardo Bennato. 

Sanremo 2026, una fraterna chiacchierata con Tullio

E poi lui, l’icona intoccabile: Pino Daniele. Cazzullo ricorda di aver sentito Quanno chiove da ragazzino, in un campeggio a Praia a Mare, e di aver pensato che quella fosse la musica che avrebbe voluto ascoltare per tutta la vita. Il sottotesto è chiarissimo: da lì a Sarà per sempre sì il viaggio sembra aver preso la direzione opposta. Da una pizza fumante, eccellenza all'ombra del Vesuvio, alla melassa pseudo-sentimentale della vittoria sanremese.

Strappacuore, ma all’indietro

La vera accusa è questa: la Napoli musicale proposta da Sal Da Vinci sarebbe un passo indietro. Non una continuazione della tradizione, ma una versione caricaturale. Cazzullo la definisce “strappacuore, enfatica, consolatoria”. Tradotto: lacrime facili, promesse eterne e melodie che sembrano progettate per far partire simultaneamente il lancio di riso e il buffet di confetti. Nel suo ragionamento entrano anche altri nomi: Geolier e Nino D’Angelo possono piacere oppure no, dice, ma almeno hanno una voce riconoscibile, qualcosa di personale. Il problema, invece, sarebbe quel tipo di canzone napoletana che riduce tutto a cliché melodrammatico. Un filone che Cazzullo collega idealmente a Mario Merola, più che alla Napoli creativa e contaminata degli ultimi decenni. E che sembra entusiasmare anche parte della sala stampa dell'Ariston, che dovrebbe essere costituita da esperti del settore...

L'impietoso paragone finale

La chiusura è una stoccata con vista sulla storia della musica italiana. Cazzullo tira in ballo Domenico Modugno e Nel blu dipinto di blu, la canzone che nel 1958 cambiò per sempre il volto del Festival di Sanremo. Popolare sì, ma anche modernissima. E qui arriva il colpo di grazia: se quella era una rivoluzione, Sarà per sempre sì sembra più un nostalgico passo all’indietro. In altre parole: la canzone che ha vinto Sanremo, per Cazzullo, non rappresenta il futuro. Al massimo un becero revival sentimentale – con un leggero profumo di confetti.

mercoledì 4 marzo 2026

Altro che “colpa della sala stampa”: ecco perché Sayf non ha vinto Sanremo



La categoria dei giornalisti, alla quale appartengo, spesso e volentieri viene criticata e presa in giro... in alcuni casi assolutamente a ragione! Troppi scribacchini, servi di editori senza scrupoli, bersaglio di ironie e critiche, accusati di superficialità, titoli acchiappaclick e poca verifica delle fonti. Non di rado viene loro rimproverata una certa mancanza di stile, con toni urlati o polemici, e talvolta anche scarsa sensibilità nel trattare temi delicati. In un ecosistema dominato dalla velocità e dai social, l’errore o l’eccesso diventano immediatamente virali, alimentando la percezione di un’informazione poco scrupolosa. A questa logica non sfugge certo i
l dibattito sul peso della sala stampa al Festival di Sanremo, che ritorna puntuale ogni anno. Anche in questa edizione, dopo la finale, sui social si è diffusa la tesi secondo cui Sayf – primo al televoto nell’ultima serata – sarebbe stato penalizzato dai giornalisti, perdendo così la vittoria. Una ricostruzione che, alla prova dei numeri ufficiali pubblicati dalla RAI, non trova riscontro.

Come funziona il sistema di voto a Sanremo

Le giurie del Festival sono tre:

  • Televoto: 34%

  • Sala stampa: 33%

  • Giuria radio-TV: 33%

Il peso è quindi distribuito in modo quasi equilibrato. È importante ricordare che il risultato finale non dipende esclusivamente dall’ultima serata, ma dalla somma delle votazioni raccolte nel corso dell’intera settimana.

I numeri della finale: Sayf primo al televoto

Nella fase finale di sabato:

  • Televoto: Sayf primo con il 26%, Sal Da Vinci secondo con il 23%

  • Sala stampa: Sayf terzo, Sal Da Vinci quarto

  • Radio-TV: Sal Da Vinci secondo, Sayf terzo

  • Classifica congiunta finale: Sayf primo, Sal Da Vinci terzo

Già questo dato smentisce la narrativa del “boicottaggio”: nella classifica della sala stampa Sayf arriva davanti a Sal Da Vinci.

Il peso delle serate precedenti: il vero fattore decisivo

Il punto chiave è un altro. Sal Da Vinci aveva costruito nel corso delle serate precedenti un vantaggio significativo, soprattutto al televoto.

Giovedì

  • Televoto: Sal Da Vinci primo con il 20%, Sayf terzo con il 13%

  • Radio: Sal Da Vinci terzo, Sayf quarto

  • Classifica combinata: Sal Da Vinci primo, Sayf terzo

Sabato – prima fase

  • Televoto: Sal Da Vinci primo con il 13%, Sayf terzo con il 10%

  • Radio: Sayf terzo, Sal Da Vinci sesto

  • Sala stampa: Sayf quarto, Sal Da Vinci sesto

  • Classifica congiunta: Sal Da Vinci primo, Sayf secondo

Classifica generale prima della finalissima

  • Sal Da Vinci primo

  • Sayf terzo

Il vantaggio accumulato in queste fasi ha creato un “tesoretto” decisivo.

Il risultato complessivo

Considerando tutte le serate:

  • Sal Da Vinci: 22,12%

  • Sayf: 21,88%

Uno scarto minimo, ma sufficiente a determinare la vittoria finale.

E la sala stampa?

Analizzando i dati giornata per giornata emerge che:

  • Martedì (sala stampa): Sal Da Vinci sesto, Sayf decimo

  • Sabato finale (sala stampa): Sayf terzo, Sal Da Vinci quarto

Nei duetti (votazioni non influenti):

  • Sala stampa: Sayf quarto, Sal Da Vinci decimo

  • Radio: Sayf quinto, Sal Da Vinci tredicesimo

  • Televoto: Sayf secondo, Sal Da Vinci quarto

Anche in queste occasioni non si evidenzia un fronte compatto contro Sayf.

I numeri smentiscono la polemica

La narrativa del complotto non regge all’analisi dei dati ufficiali. Sayf ha vinto il televoto nella fase finale, ma Sal Da Vinci ha costruito la propria affermazione grazie a un rendimento costante e a un forte consenso popolare nelle serate precedenti. Il meccanismo del Festival premia la continuità lungo tutta la settimana, non soltanto l’exploit dell’ultima sera. E quando si osservano le percentuali complessive, emerge con chiarezza che la differenza non è stata determinata da un presunto “boicottaggio”, bensì dalla somma aritmetica dei voti. Nel racconto del Festival di Sanremo 2025, dunque, i numeri parlano chiaro: più che le polemiche, a decidere sono state le percentuali. Da tutto questo si evince, alla fine, un dato preciso: gli italiani capiscono poco o nulla di musica!

martedì 3 marzo 2026

Al festival siamo rimasti a Papaveri e... Paperi!


TIM è main sponsor del Festival di Sanremo. Sì, proprio di quel palco in grado di paralizzare l’Italia intera (o quasi) per una settimana, milioni di persone davanti alla TV, minuti di attenzione che qualunque brand pagherebbe a peso d’oro. Un’occasione gigantesca per dire: “Ecco chi siamo. Ecco dove stiamo andando. Ecco il futuro.”

E invece?

Paperi. Gente trasformata in paperi in tempo reale con una demo di “intelligenza artificiale” che sembra uscita da una beta version del 2021. Altro che innovazione visiva, come era stata preannunciata a noi giornalisti in conferenza stampa il giorno dell'inaugurazione di Sanremo. Qui, invece, siamo dalle parti dei primi esperimenti virali generati male, quelli che condividevi su WhatsApp per ridere. Livello “Will Smith che mangia spaghetti” — ma con budget da prima serata nazionale.

 

Quando hai il palco più grande del Paese non stai solo riempiendo uno spazio tra una canzone e l’altra. Stai facendo branding strategico. Stai posizionando la tua idea di innovazione. Stai dicendo al mercato: “Questa è la nostra visione tecnologica.” E la visione è… trasformare il pubblico in anatre digitali con tracking traballante?

Carlo Conti... paperizzato!

Nel 2026, con l’AI che sta riscrivendo interi settori, la narrazione dell’innovazione si riduce a un filtro di Snapchat sotto steroidi? Se questa è la dimostrazione di futuro su cui vogliamo puntare, forse il problema non è la demo. È l’idea di innovazione che abbiamo deciso di raccontare.

Sanremo 2027 cambia musica: De Martino al microfono, le case discografiche al coro



Il Festivallo (come dice Nino Frassica...) di Sanremo 2027 prende forma con largo anticipo. Nella notte conclusiva della 76ª edizione del Festival di Sanremo, mentre veniva proclamato il vincitore, la Rai ha ufficializzato il passaggio di testimone: sarà Stefano De Martino il nuovo conduttore della kermesse canora più seguita d’Italia. Una scelta strategica che guarda al futuro e che punta a garantire continuità e programmazione. Ma non solo: i vertici del servizio pubblico hanno già delineato l’assetto organizzativo che accompagnerà il presentatore napoletano verso l’edizione 2027.

Team di consulenti per Sanremo 2027: il nome di Fabrizio Ferraguzzo

La Rai, attraverso il Direttore Intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore, ha annunciato l’intenzione di affiancare a De Martino un team di consulenti musicali. Tra i profili più accreditati spicca quello di Fabrizio Ferraguzzo, manager dei Måneskin e membro della National Academy of Recording Arts and Sciences, l’ente che assegna i Grammy Awards.

Ferraguzzo rappresenta una figura di rilievo nel panorama discografico nazionale e internazionale, con relazioni consolidate sia nel circuito indipendente sia tra le multinazionali. Resta ancora da chiarire se ricoprirà un ruolo di coordinamento o sarà parte di un gruppo più ampio dedicato alla direzione artistica.

FIMI: “Nomina anticipata utile alla pianificazione”

Positiva la reazione della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI), che rappresenta le principali major discografiche attive in Italia.

Il CEO Enzo Mazza ha sottolineato l’importanza della decisione presa con largo anticipo:

“Apprezziamo che Rai abbia già individuato la guida del Festival 2027: questo favorisce la pianificazione e il dialogo con l’industria musicale. Siamo pronti a confrontarci con la nuova squadra per discutere il futuro di Sanremo.”

Un messaggio chiaro: il comparto discografico vede nella programmazione anticipata un’opportunità di stabilità e organizzazione.

AFI: equilibrio tra conduzione e direzione artistica

Più articolata la posizione di AFI - Associazione Fonografici Italiani, rappresentata da Sergio Cerruti. Secondo Cerruti, la separazione tra conduzione e direzione artistica è una scelta “necessaria e condivisibile”, ma apre interrogativi sull’equilibrio tra le diverse anime del settore musicale.

Sul nome di De Martino, AFI rimanda il giudizio al pubblico televisivo, ricordando che il palco dell’Ariston sarà il vero banco di prova. Più delicata, invece, la dimensione artistica: Ferraguzzo, con un profilo fortemente legato all’industria e alle major, dovrà dimostrare di saper garantire rappresentatività all’intera filiera musicale, incluse le realtà indipendenti.

Cerruti richiama anche una stagione passata del Festival, citando l’esperienza di Pippo Baudo, quando il confronto diretto con etichette e operatori era parte integrante del lavoro del direttore artistico. Il nodo centrale resta uno: quanta autonomia avrà la direzione artistica all’interno delle dinamiche decisionali della Rai?

PMI: apertura e dialogo con la nuova direzione

Sulla stessa linea dialogante si colloca PMI - Produttori Musicali Indipendenti, per voce del vicepresidente Dario Giovannini. PMI ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Carlo Conti, che ha ricoperto con professionalità il doppio ruolo di conduttore e direttore artistico nelle edizioni precedenti.

Per quanto riguarda Sanremo 2027, l’associazione valuta positivamente la scelta di affiancare a De Martino una squadra di esperti guidata da Ferraguzzo, riconoscendone la competenza trasversale e la visione internazionale maturata anche grazie all’esperienza con i Måneskin. PMI si dice pronta a incontrare la nuova direzione artistica per avviare un confronto costruttivo, con particolare attenzione alla tutela e alla valorizzazione dell’industria musicale indipendente italiana.

Quali scenari per il Festival?

L’annuncio anticipato della conduzione e l’ipotesi di una direzione artistica strutturata in team segnano una possibile evoluzione del modello organizzativo del Festival. I punti chiave che emergono sono programmazione a lungo termine e la separazione tra conduzione e direzione artistica. Senza dimenticare un auspicabile maggior dialogo con l’industria discografica e un necessario equilibrio tra major e indipendenti

Il Festival di Sanremo 2027 si prepara dunque a una fase di rinnovamento - reclamato da più parti - con l’obiettivo di mantenere centralità televisiva e rilevanza musicale in un mercato in costante trasformazione. La sfida sarà costruire un’edizione realmente inclusiva e rappresentativa dell’intero panorama musicale italiano, conciliando visione artistica, esigenze industriali e aspettative del pubblico.

lunedì 2 marzo 2026

Sanremo 2026: l’orchestrina del Titanic continua a suonare...



Provate a pensarci: la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 — probabilmente il capitolo più debole degli ultimi anni — non è un incidente di percorso. È uno specchio. E riflette perfettamente l’Italia di oggi. Dopo gli ultimi trionfi di Marco Mengoni, Angelina Mango e Olly, sembrava che il Festival avesse finalmente imboccato una traiettoria contemporanea: produzione internazionale, scrittura più audace, un’estetica europea capace di dialogare con il presente. I loro brani possono piacere o meno... ma sicuramente hanno contribuito a rendere Sanremo meno provinciale, più competitivo, meno ripiegato su sé stesso.

E invece no. Nel 2026 si torna indietro. Alla melodia antica. Alla comfort zone sonora. Alle balere, ai matrimoni, ai video con le colombe in slow motion e i tramonti saturi di nostalgia. Una scelta che non è solo musicale, ma culturale: un ritorno al passato elevato a manifesto.

Doveva essere il Festival della restaurazione. Lo è stato, eccome. In un’epoca che corre — tra intelligenza artificiale, nuove piattaforme, mercati globali e linguaggi ibridi — Sanremo risponde come chi, spaventato dall’eccesso di tecnologia, rispolvera il Commodore 64 e lo chiama “rivoluzione”. È la celebrazione del rassicurante, del già sentito, del già visto. Un grande revival permanente spacciato per identità nazionale.

Il risultato? Una manifestazione nazionalpopolare così anacronistica da diventare quasi sublime nella sua ostinazione. Mentre il mondo ridefinisce i confini del pop, noi torniamo al copione conosciuto. Mentre le classifiche internazionali premiano contaminazioni e coraggio, qui si applaude la prevedibilità. È l’orchestrina del Titanic che continua a suonare, convinta che la tradizione basti a tenere a galla la nave.

La vittoria di Sal Da Vinci non è solo un verdetto musicale: è una fotografia del Paese. Un’Italia che non spinge in avanti, ma tira il freno a mano. Che preferisce la nostalgia alla sperimentazione. Che si rifugia nel “già sentito” perché rassicura, perché non destabilizza, perché non costringe a cambiare prospettiva.

Il problema non è la tradizione in sé. Il problema è quando la tradizione diventa un alibi. Quando si trasforma in paura del nuovo. Quando l’innovazione viene percepita come minaccia e non come opportunità. Così il Festival — che dovrebbe intercettare il futuro della musica italiana — finisce per certificare il suo contrario: una restaurazione estetica e culturale. Sanremo 2026 non è stato solo un’edizione debole. È stato un segnale. Un messaggio chiaro: meglio voltarsi indietro che rischiare di guardare troppo avanti.

E forse è proprio questo che fa più rumore della musica.

lunedì 23 febbraio 2026

Meloni al Festival? Solo se paga il biglietto...



Altro che ospite a sorpresa: sull’ipotesi che Giorgia Meloni possa materializzarsi all’Ariston, la Rai mette il timbro ufficiale: nessun contatto con Palazzo Chigi. Tradotto in non-politichese: nessun invito, nessun piano segreto, nessun retroscena da romanzo politico-balneare.

E Carlo Conti la prende con filosofia, ma anche con una punta di incredulità: «Pensare che io l’abbia invitata è fantascienza pura». Neanche Spielberg, insomma. «Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina: se vuole comprare un biglietto e venire, può farlo». In pratica: la porta è quella, la biglietteria pure.

Poi la premier archivia la faccenda su X con un’alzata di sopracciglio digitale: «Io al Festival? È FantaSanremo, io continuo a fare il mio lavoro». Altro che duetto o monologo: qui siamo nel campionato della fantasia. La presidente del Consiglio chiarisce che la sua presunta partecipazione alla prima serata del Festival di Sanremo è una notizia «totalmente inventata», già smentita da Palazzo Chigi e dallo stesso Conti. Eppure, osserva, la leggenda metropolitana continua a girare come un tormentone estivo fuori stagione: smentisci oggi, rilanciano domani.

Da qui la stoccata: forse è il caso di ricordare che il FantaSanremo è un gioco divertente per chi si appassiona alla kermesse. Le notizie, invece, dovrebbero abitare nel mondo reale, non nel backstage dell’immaginazione. Nel frattempo, assicura Meloni, lei resta al suo posto di comando. E Sanremo? Saprà brillare anche senza ospiti immaginari e senza infilare la politica a forza tra un ritornello e una standing ovation. Perché, quando si parla della più grande festa della musica italiana, non serve un colpo di scena istituzionale: bastano le canzoni. Esatto, le canzoni: almeno ci fossero...

Sanremo, il Festival della canzone… e del coperto



C’è stato un tempo in cui il Festival di Sanremo era una gara di canzoni. Un’epoca lontana, mitologica, in cui si discuteva di arrangiamenti, tonalità, testi impegnati e stonature epocali. Oggi, invece, la vera notizia è un’altra: con chi andremmo a cena durante la settimana del Festival! A dircelo non è un critico musicale in preda a un’analisi armonica ma una ricerca firmata TheFork con YouGov. Perché se c’è una cosa che la kermesse ha mantenuto intatta negli anni, è la capacità di farci venire fame. Non di note... ma di carboidrati.

Secondo il sondaggio, la cantante con cui gli italiani over 24 sceglierebbero più volentieri di condividere una cena è - udite udite - Elettra Lamborghini! Il 20% la indica come compagna perfetta per una serata informale, percentuale che sale al 28% tra gli utenti della piattaforma gastronomica. D’altronde, in un Festival dove le polemiche durano più delle canzoni in classifica, è comprensibile voler puntare su qualcuno che prometta almeno un dessert esplosivo.

La classifica continua con Arisa, Francesco Renga e Malika Ayane. Tutti artisti di spessore, certo. Ma il punto non è chi canterebbe meglio tra una portata e l’altra: è che la conversazione si è spostata definitivamente dal palco alla tavola.

Un tempo si dibatteva su chi meritasse il podio. Oggi su chi ordinerebbe il vino giusto. Una volta si parlava di orchestrazioni; adesso di “serata informale e non convenzionale”, che tradotto significa: speriamo almeno sia divertente. La musica “capace di unire generazioni”, recita il comunicato di TheFork. Vero: unisce tutti nella fila per il ristorante. Il Festival stimola curiosità e simpatia anche lontano dal palco, perché sul palco, ormai, rischia di non stimolare quasi più nessuno. Tra monologhi, ospiti internazionali, outfit commentati al millimetro e share analizzati come bollettini di guerra, la canzone è diventata un intermezzo tra uno spot e un meme. Sanremo resta un gigantesco rito collettivo. Ma se il momento più discusso è con chi divideremmo l’antipasto, forse è il caso di ammetterlo: più che una gara musicale, è diventato il più lungo aperitivo d’Italia, con sottofondo live. E a giudicare dal sondaggio, la colonna sonora è ormai solo un contorno. Il piatto forte? La compagnia.

venerdì 13 febbraio 2026

Altro che canzonette: ecco cosa muove realmente Sanremo


C’è un motivo preciso se, da oltre settant’anni, il festival continua a essere molto più di una semplice gara canora. Sanremo rappresenta uno snodo centrale del sistema musicale italiano: non solo lo spettacolo che illumina il palco del Teatro Ariston ma anche e soprattutto l’ingranaggio industriale che, a telecamere spente, attiva investimenti, strategie, classifiche e ricavi. Ma quanto incide davvero la manifestazione sugli equilibri della discografia nazionale? Che quota degli ascolti in streaming è riconducibile ai brani presentati in Riviera? In che misura le canzoni in gara riescono a imporsi nelle classifiche e con quali tempistiche? E quale impatto economico genera l’evento sul territorio?

A tutte queste domande prova a rispondere la FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana – che ha raccolto e analizzato i dati relativi agli ultimi anni, offrendo una fotografia dettagliata del peso che il Festival esercita sull’industria della musica registrata nel nostro Paese.

Copertina ottenuta da ChatGPT, facendogli leggere questo articolo

Streaming: 1,8 miliardi di ascolti per i brani in gara

Le canzoni presentate al Teatro Ariston nell’edizione 2025 hanno totalizzato nell’arco dell’anno 1,8 miliardi di stream. Un risultato che colloca Sanremo 2025 al secondo posto tra le edizioni più ascoltate di sempre sulle piattaforme digitali.

Su 100 miliardi di stream complessivamente generati in Italia nel 2025, ben 2 miliardi sono attribuibili ai brani in gara al Festival. Resta ancora davanti l’edizione 2024, quando l’incidenza delle canzoni sanremesi aveva raggiunto il 2,1% del totale annuo.

Il picco di consumo musicale in streaming si è registrato nella settimana immediatamente successiva alla kermesse: già durante i giorni del Festival si è osservato un incremento superiore all’11%, mentre nei sette giorni dopo la finale l’ascolto complessivo sulle piattaforme è cresciuto del 154% rispetto al 2020.

Il ruolo strategico delle etichette

Nel commentare i risultati, FIMI ha ribadito come il Festival continui a rappresentare un pilastro per lo sviluppo della musica italiana anche nel 2026. Al centro del “modello Sanremo” restano le case discografiche, principali investitori nella ricerca e nello sviluppo artistico. A livello globale, secondo i dati IFPI più recenti, l’industria investe ogni anno circa 7,5 miliardi di euro in attività di A&R e marketing.

Dieci anni di certificazioni e classifiche dominate

Guardando all’ultimo decennio (2015-2025), i brani passati dal palco dell’Ariston hanno totalizzato 24.545.000 copie certificate (considerate come equivalenti streaming), conquistando 241 dischi di platino e 48 dischi d’oro.

Negli ultimi cinque anni, nella settimana successiva al Festival, l’intera Top Ten Singoli della classifica Top of the Music è stata occupata da brani in gara. Nel 2025, il vincitore del Festival ha esordito direttamente al primo posto e, sempre nello stesso anno, l’intero podio della classifica annuale dei singoli è stato monopolizzato da canzoni presentate a Sanremo.

Il 65,5% dei brani in gara nel 2025 è entrato nella Top 100 Singoli dell’anno. In media, negli ultimi quattro anni, ogni canzone sanremese è rimasta oltre 18 settimane in classifica, con un record per l’edizione 2023, i cui brani hanno toccato una permanenza media di circa 20 settimane.

A un mese dalla pubblicazione, nel 2025, i brani del Festival occupavano l’intera Top Ten dei singoli. FIMI sottolinea come il legame tra Sanremo e le classifiche si sia consolidato progressivamente: dal 2021 al 2024 gli artisti con l’album più venduto dell’anno avevano tutti preso parte all’edizione successiva del Festival; nel 2025, invece, l’album best-seller dell’anno è stato firmato proprio dall’artista vincitore.

Radio e diritti connessi

L’effetto Festival si è riflesso anche sulla raccolta dei diritti connessi. Nel 2025 i brani in gara hanno rappresentato il 4,6% dei passaggi complessivi sulle sei radio più ascoltate in Italia, dato in linea con il 2024 e in netta crescita rispetto al 2019 (2,8%), prima dell’era Amadeus.

L’impatto sul territorio

Oltre alla musica, Sanremo incide anche sull’economia locale. Secondo uno studio di Ernst & Young, l’edizione 2025 ha generato un impatto economico diretto e indiretto pari a 245 milioni di euro. Il contributo al valore della produzione è stato stimato in 25 milioni, con un valore aggiunto di 11,5 milioni e circa 220 posti di lavoro creati.

Durante i cinque giorni dell’evento si sono registrate circa 150.000 presenze in città: il 39% legato a visitatori, suddivisi tra turisti (79%) ed escursionisti (21%). I pernottamenti complessivi sono stati circa 120.000, con il 74% concentrato nel comune di Sanremo e il restante 26% distribuito nei comuni della provincia di Imperia.

Televisione e social: numeri da grande evento

Sul fronte televisivo, Sanremo 2025 ha registrato una media di 12,5 milioni di spettatori, con una copertura complessiva di circa 38 milioni di individui. L’audience è cresciuta in quasi tutte le fasce d’età, ad eccezione dei segmenti 25-34 e 55-64 anni.

Sui social network le interazioni hanno superato i 99 milioni nei cinque giorni della manifestazione, segnando un incremento dell’80% rispetto al 2023.

Verso Sanremo 2026: certificazioni a confronto

In vista dell’edizione 2026, FIMI ha già diffuso i dati relativi alle certificazioni accumulate dagli artisti annunciati da Carlo Conti. In testa alla graduatoria figura Fedez con 98 dischi di platino, seguito da J-Ax (71), Luchè (37), Mara Sattei (18) ed Elettra Lamborghini (15).

L’evoluzione delle certificazioni complessive dei cast negli ultimi anni mostra una crescita significativa: 280 dischi di platino prima della gara nel 2022, 341 nel 2023, 512 nel 2024 e 695 nel 2025. Per il 2026 il totale attuale è inferiore di 10 unità rispetto al 2023 e rappresenta meno della metà del dato record dello scorso anno.

I brani sanremesi più certificati di sempre

A guidare la classifica storica FIMI dei brani nati sul palco dell’Ariston è “Cenere” di Lazza (2023), con 900.000 copie certificate. Seguono “Brividi” di Mahmood e Blanco (2022, 800.000 copie) e “Dove si balla” di Dargen D’Amico (2022, 700.000 copie). Con 600.000 copie certificate figurano “Balorda nostalgia” di Olly (2025), “Due vite” di Marco Mengoni (2023), “Farfalle” di Sangiovanni (2022), “Supereroi” di Mr. Rain (2023) e “Tango” di Tananai (2023). Chiude la lista “Tuta gold” di Mahmood (2024), a quota 500.000 copie.

Analizzzando tutto questo appare chiaro come Sanremo continui a essere molto più di una competizione canora: è un motore industriale capace di incidere in modo strutturale su classifiche, investimenti, territori e consumo musicale.

giovedì 12 febbraio 2026

Sanremo: bollettino medico di un’overdose annunciata




Prosegue senza sosta il flusso inarrestabile di comunicati, anticipazioni, mezze frasi sibilline e “fonti vicinissime a qualcuno che conosce qualcuno” sul Festival di Sanremo. Ormai non manca molto all’inizio ufficiale ma l’impressione è che siamo già alla fase acuta dell’intossicazione collettiva: tachicardia da spoiler, sudorazione da toto-ospiti e leggere allucinazioni con orchestra incorporata.

Nel frattempo Carlo Conti, con la calma di chi sa di avere in mano il telecomando dell’hype nazionale, ha posizionato qualche altro tassello nel mosaico sanremese. È ufficiale: dopo il chiacchieratissimo forfait di Pucci, nella seconda serata dell’Ariston arriverà Pilar Fogliati in veste di co-conduttrice. Non sarà sola nel magico triangolo del microfono: con lei Achille Lauro (che probabilmente trasformerà il palco in una dimensione parallela) e Lillo (che potrebbe anche presentarsi vestito da Lillo, ma non è garantito).

Quanto a Eros Ramazzotti, Conti furbescamente non conferma e non smentisce. Che, tradotto dal sanremese antico, significa: “Può darsi, vediamo, restate sintonizzati e continuate a parlarne”. Il sospetto è che a furia di non smentire, prima o poi qualcuno salga davvero sul palco per sbaglio.

Confermati invece gli artisti che animeranno il palco Suzuki, dove si canta, si balla e si parcheggia con stile: Gaia, Bresh, The Kolors e Francesco Gabbani sono pronti a dare il loro contributo alla causa festivaliera. Ci aspettiamo coreografie, tormentoni e almeno un balletto che proveremo goffamente a rifare in salotto.

La Gaia desnuda

Sanremo 2025, in sala stampa con Francesco Gabbani

Capitolo emozioni: i Pooh riceveranno una targa speciale per i loro 60 anni di carriera. Sessanta. Un numero che fa riflettere: mentre noi cambiamo password ogni tre mesi, loro sono ancora lì, magari un po' mummificati ma sempre sugli scudi, armonizzati e probabilmente più longevi di molte relazioni moderne.

Insomma... il Festival non è ancora iniziato ma è già ovunque: nei telegiornali, nei talk show, nei gruppi WhatsApp di famiglia e probabilmente anche nei sogni REM (Ramazzotti Emerge Misteriosamente). Prepariamoci: mancano pochi giorni all’accensione ufficiale delle luci dell’Ariston. Io sono abbastanza tranquillo, la valigia è sul letto, quella di un lungo viaggio. Nel frattempo, idratatevi e dosate l’esposizione mediatica. L’overdose sanremese è dietro l’angolo e canta in tonalità maggiore.


lunedì 9 febbraio 2026

A conti fatti, non ci siamo persi granchè: tanto Baccan per nulla!



La storia è iniziata con una foto: il comico Pucci nudo come mamma l'ha fatto, annunciato come co-conduttore di Sanremo 2026. Un’immagine potente, simbolica, quasi profetica. Non tanto per l’audacia artistica, quanto perché già lì era chiaro il messaggio: “Guardate, non c’è proprio niente da vedere”. E infatti... non ci siamo persi nulla!

Prevedibilmente, nel giro di poche ore quella foto è diventata il Carosello dei commenti negativi, una sfilata di “no grazie” più affollata del Festival stesso. Critiche, meme, indignazioni assortite: mancava solo il Fantasanremo che lo penalizzasse di dieci punti per eccesso di epidermide. A quel punto Pucci ha fatto la cosa più sensata possibile: ha ringraziato, salutato e si è rivestito. Letteralmente e metaforicamente.

Il rifiuto di andare a Sanremo, dopo la ridda di commenti, è stato presentato come un gesto di dignità, riflessione, forse pure filosofia zen. In realtà suona più come un classico “Ok, ho capito l’aria che tira”. Perché Sanremo è come una spiaggia affollata: se arrivi nudo e nessuno ti guarda con ammirazione, forse è il caso di tornarsene a casa.

C'è anche chi - ammalato di complottismo - si spinge oltre, ipotizzando un finto dietro-front dietro al quale ci sarebbe addirittura la macchina propagandistica del Governo. Quale migliore occasione "farlo rinunciare" per partire poi con la solita imponente campagna mediatica contro la sinistra "odiatrice e illiberale"?!?

Polemiche a parte, alla fine resta quella foto, con commento social di Carlo Conti e relative grasse risate ("Quando sarai sul palco dell'Ariston mettiti almeno il costumino"), emblema perfetto di una triste operazione mai nata, metro fedele del livello stilistico di Andrea Baccan. Pucci che non va a Sanremo è un po’ come Pucci nudo: se ne parla tanto, ma non lascia davvero il segno. E va bene così. Meglio un’assenza consapevole che una presenza… scoperta.

lunedì 2 febbraio 2026

So here I am once more...


Ancora qualche settimana e sarò nuovamente a Sanremo. Stesso badge al collo da strisciare all'ingresso del roof garden, stesso sorriso tirato di chi sa già come andrà a finire. Sanremo 2026: l’edizione in cui, mi dicono, “torna la musica”. Una frase che suona come l’avvistamento del mostro di Loch Ness: tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto davvero. La gara inizia ufficialmente il 24 di questo mese... ma io, come molti colleghi, ho già cominciato a criticare i brani dopo il preascolto riservato agli addetti ai lavori.

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Torno puntualmente sul luogo del delitto per dovere professionale, che è una forma elegante per dire... masochismo (mal) retribuito. Giornalista e conduttore radio di qualità — così mi definisco per ricordarmi chi ero prima di questa settimana — sarò in riviera cercando di capire dove sia finita la canzone italiana mentre tutti applaudiranno il suo ologramma.

Sul palco, conme di consueto, mi aspetto i soliti tre minuti di nulla cosmico confezionato benissimo: testi che sembrano scritti da un algoritmo depresso, melodie che si assomigliano come cugini a un pranzo di Natale e arrangiamenti pensati per non disturbare nessuno, soprattutto il silenzio interiore. Ogni tanto qualcuno parlerà di “anima”, parola abusata come il termine “esperienza” nei menù dei bistrot. Io prenderò appunti con l’ostinazione dell’archeologo: magari sotto qualche ritornello trap-pop-sentimentale scoverò un frammento di bellezza, una scheggia di senso, una prova di vita intelligente. 

Eppure ogni anno sono ostinatamente, cocciutamente presente in sala stampa, tra un caffè bruciacchiato e un collega che mi dice “però il pezzo cresce”, come se la crescita fosse un valore in sé e non il sintomo di un tumore musicale. Presente perché, ogni tanto, raramente, quasi per sbaglio, qualcosa succede: una nota fuori moda, una parola non allineata, un essere umano che canta senza chiedere scusa. In quei momenti mi ricordo perché faccio questo mestiere. Subito dopo parte l’ennesimo obbrobrio dell’attuale canzonetta italiana e il ricordo svanisce. Ma qualcuno dovrà pur testimoniare questo scempio...

mercoledì 28 gennaio 2026

Sanremo, manuale d’istruzioni per l’ansia: Levante e quella voglia matta di saltare le cover



Un disco in arrivo, un tour nei club, una serie TV in prima serata e una dichiarazione destinata a far discutere: Levante si avvicina a Sanremo con entusiasmo, lucidità e una sana allergia ai riti obbligatori del Festival. Quando arriva la telefonata del festival, racconta lei, l’euforia dura pochissimo. Subito scatta il pensiero fisso: la serata delle cover. «Se devo essere sincera, io la abolirei», dice senza girarci intorno, ridendo ma neanche troppo. «Non so gli altri, ma quando ti dicono che sei a Sanremo sei felicissimo. Poi, la seconda cosa che pensi è: “ok… e adesso la cover”». Un momento amatissimo dal pubblico, certo, ma spesso vissuto come una prova supplementare da chi sul palco deve salirci. 

La terza volta in riviera

Levante è la prima tra le protagoniste di Sanremo 2026 a incontrare la stampa e a raccontare cosa ruota attorno alla sua partecipazione al Festival. In gara porterà Sei tu, ma quello è solo il punto visibile di un percorso cominciato da tempo, fatto di singoli già pubblicati e di un album che prenderà forma nei prossimi mesi: Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, atteso nel corso del 2026. «Probabilmente avevo anche detto che non ci sarei più tornata», ammette, ripensando alle sue precedenti esperienze sanremesi del 2020 e del 2023. Questa volta però il punto non è il “perché”, ma il “come”. Sei tu rappresenta un cambio di prospettiva netto rispetto al passato: «Non l’ho scelta tanto per il tema, quanto per il vestito. È una canzone nuda, carnale, che arriva in punta di piedi. Protagoniste sono la voce e l’orchestra. A Sanremo ho sempre portato energia, movimento, forza. Questa parte più fragile, sospesa, nei miei dischi c’è sempre stata, ma sul palco dell’Ariston non l’avevo mai mostrata».

Album nuovo, strategia nuova

La conferenza stampa pre-Sanremo segue rituali ormai rodati, ma Levante li attraversa con uno sguardo più ampio, parlando del proprio percorso prima ancora che della gara. Anche per il nuovo disco ha scelto una strada diversa: «Ho voluto far uscire molti singoli prima, perché avevo voglia che le canzoni respirassero. Quando esce un album oggi si consuma tutto in un attimo, e a me dispiace: dietro c’è un lavoro lungo». Negli ultimi mesi sono arrivati brani come Maimai, Niente da dire, Dell’amore il fallimento e Sono blu, tasselli di un progetto che, a livello sonoro, guarda in più direzioni: «Ci sono tante chitarre elettriche, una produzione importante ma sempre coerente con il mio gusto. Restano i synth e i groove che mi appartengono, però c’è anche un mondo più suonato, con suggestioni anni ’70 e ’80 che prima non avevo esplorato così a fondo». Un disco volutamente eterogeneo: «Non ho paura di mostrare gusti diversi. Sono blu è l’opposto di Sei tu, e va bene così».

Una canzone che parte dalla pelle

Sei tu è un brano che parla più di sensazioni che di dichiarazioni: «Racconta un corpo innamorato, travolto da quello che l’amore fa succedere dentro. Ho usato la parola “pelle” perché è più evocativa: quello che senti sotto la pelle non si vede, ma ti muove, ti sconvolge. È talmente forte che quasi non riesci a dirlo ad alta voce, forse anche per paura di non essere abbastanza». Coerente anche la produzione: niente cori, niente raddoppi, solo la voce e l’orchestra. «È davvero un’esperienza nuova per me a Sanremo».

Il dilemma delle cover (e dei duetti)

Ed è qui che arriva la frase destinata a rimbalzare sui titoli. Alla classica domanda sulla serata delle cover, Levante risponde senza filtri: «Io la toglierei proprio». L’elenco dei possibili omaggi è ancora in costruzione, ma qualche desiderio lo confessa: Alanis Morissette, magari con Ironic o You Oughta Know. E, sognando in grande, Paul McCartney. Nel frattempo si è confrontata con Carmen Consoli, definita affettuosamente “sorella maggiore siciliana”, che in quel periodo sarà in tour e le ha regalato qualche consiglio. I duetti, in generale, non sono mai stati una priorità per Levante: «Nel disco nuovo non c’è nessuno. Non ne sento l’esigenza. In sei album avrò fatto due o tre collaborazioni, non di più».

Tra palco, set e tour

Sanremo, però, è solo una parte del quadro. A febbraio arriverà anche il debutto televisivo da attrice nella miniserie di Rai 1 L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro, in onda il 3 e 4 febbraio. Dopo una breve apparizione in Romantiche, questo segna il primo vero ruolo, fortemente voluto dal produttore Pietro Valsecchi. E poi c’è la musica dal vivo. Il Dell’amore – Club Tour 2026 partirà il 29 aprile da Padova e, per ora, si chiuderà il 19 maggio all’Alcatraz di Milano, a pochi passi dal luogo in cui ha incontrato noi giornalisti. Sanremo deve ancora iniziare ma il suo effetto domino è già evidente. Tra canzoni, polemiche, sogni e dichiarazioni controcorrente, il circo festivaliero è ufficialmente aperto. E Levante, anche questa volta, ha già trovato il modo di entrarci di lato.