Mancano pochi giorni al concerto-evento di Ultimo a Tor Vergata, ma decine di fan sono già accampati per conquistare un posto in prima fila. Una passione che merita rispetto, ma che offre anche lo spunto per riflettere su come siano cambiati i grandi raduni musicali. E, soprattutto, sul ruolo che la musica occupa oggi nella società.
Tende, materassini e power bank hanno preso il posto di sacchi a pelo e chitarre. Il popolo di Ultimo si prepara al concerto come a un pellegrinaggio moderno. Ma il confronto con Woodstock racconta soprattutto quanto si siano trasformati gli ideali, il modo di vivere la musica e perfino il significato della parola "controcultura".
La lunga attesa per un posto sotto il palco
A Tor Vergata il concerto non è ancora iniziato, ma qualcuno vive già il bis. C'è chi ha piantato la tenda, chi ha organizzato turni per presidiare la fila, chi si è presentato con sedie pieghevoli, ventilatori portatili e batterie esterne sufficienti ad alimentare una piccola centrale elettrica. Il premio finale è uno soltanto: la transenna.
Così, un'area destinata a ospitare uno dei più grandi eventi musicali dell'anno si è trasformata in un campeggio improvvisato dove il tempo scorre tra panini, TikTok, Instagram e lunghe ore trascorse aspettando un concerto che deve ancora cominciare. Una resistenza quasi eroica, soprattutto con il termometro che sembra aver deciso di partecipare allo spettacolo.
Quando i concerti volevano cambiare il mondo
Le code ai concerti sono sempre esistite. Non è questo a stupire. A essere cambiato è il loro significato. Alla fine degli anni Sessanta migliaia di ragazzi attraversavano mezzo continente per assistere a Woodstock, dove sul palco si alternavano Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who, Santana e altri artisti destinati a entrare nella leggenda.
Oggi a richiamare folle oceaniche è Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, protagonista assoluto del pop italiano contemporaneo. Nessun confronto sul talento o sul successo: appartengono a epoche che parlano lingue differenti. Ma mentre Woodstock è diventata il simbolo di una controcultura che metteva in discussione il potere, la guerra e le convenzioni sociali, Tor Vergata racconta una generazione che cerca soprattutto un'emozione condivisa e un senso di appartenenza.
Forse non è cambiata solo la musica
La vera domanda, allora, non è se Ultimo sia il nuovo Dylan. Sarebbe una discussione sterile e persino ingenerosa. La domanda è un'altra: dov'è finita quella musica capace di dividere, provocare, rompere gli schemi e perfino spaventare il potere?
Oggi i grandi raduni producono milioni di visualizzazioni, hashtag di tendenza e migliaia di storie da pubblicare. Un tempo producevano manifesti culturali, dibattiti, perfino scandali. È cambiato il mondo prima ancora delle canzoni.
I ragazzi accampati a Tor Vergata non hanno colpe: inseguono il loro sogno con la stessa sincerità con cui altri inseguivano i propri cinquant'anni fa. Ma è difficile sottrarsi a una riflessione dal retrogusto amaro. Se Woodstock fu la colonna sonora di una rivoluzione, oggi sembra che la rivoluzione consista nell'arrivare per primi alla transenna. E forse il punto non è neppure Ultimo. Forse è che la controcultura è diventata un ricordo, mentre la musica, sempre più spesso, sembra aver rinunciato a cambiare il mondo per limitarsi ad accompagnarlo.

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