Il rock deve cambiare il mondo oppure limitarsi a farne dimenticare le storture per un istante? È una domanda che attraversa settant'anni di storia della musica e che oggi torna d'attualità osservando due monumenti viventi come Bruce Springsteen e Mick Jagger.
Da una parte c'è il Boss, sempre più convinto che il palco sia anche una tribuna civile. Dall'altra il leader dei Rolling Stones, che continua a difendere un'idea quasi antica del concerto: la gente paga un biglietto per emozionarsi, cantare, ballare e uscire dallo stadio più leggera di quando è entrata. Non per assistere a una lezione di politica.
È una posizione che farà storcere il naso a molti, ma che affonda le proprie radici nella storia del rock. Elvis Presley, il Re per definizione, non ha mai sentito il bisogno di trasformare i suoi concerti in manifesti ideologici. Proveniva da una famiglia poverissima del Mississippi, aveva un bagaglio culturale limitato e non aspirava a fare il commentatore della società americana. Cantava, scuoteva il bacino e cambiava la musica. Punto. L'unica vera eccezione fu In the Ghetto, potente racconto della povertà urbana scritto però da Mac Davis, come del resto quasi tutto il repertorio di Presley, che era soprattutto un interprete straordinario. Quella canzone resta un caso isolato in una carriera costruita sull'intrattenimento, non sulla militanza.
Bruce Springsteen appartiene a un'altra categoria. È autore delle proprie canzoni e da cinquant'anni racconta operai, disoccupati, reduci, periferie e sogni infranti. L'impegno sociale non è un accessorio della sua immagine: è il cuore della sua poetica. Negli ultimi anni, però, la sensazione è che il confine tra concerto e comizio sia diventato sempre più sottile. Il rischio non è quello di avere idee politiche — ogni artista ha il diritto di esprimerle — ma di trasformare il pubblico in una platea da convincere invece che da emozionare.
E qui arriva il paradosso. Oggi Springsteen viene spesso celebrato come il custode del "vero" spirito del rock proprio perché prende posizione. Ma siamo sicuri che il rock sia nato per impartire lezioni? Chuck Berry, Little Richard, Jerry Lee Lewis, i primi Beatles, gli Stones degli anni Sessanta: volevano soprattutto rompere le regole, scandalizzare gli adulti e far divertire milioni di ragazzi. La rivoluzione stava nel volume degli amplificatori, non nei discorsi tra una canzone e l'altra.
Perfino Jagger, che rivendica il diritto del rock a restare spettacolo, non è immune alle contraddizioni del presente. I Rolling Stones sono approdati su Roblox per conquistare la Generazione Z, trasformando il lancio del nuovo album in un'esperienza digitale fatta di avatar e videogiochi. Difficile sostenere che il business non faccia parte dell'equazione.
Forse è proprio questo il punto. Il rock non è mai stato puro. Ha rappresentato arte e mercato, ribellione e marketing, poesia e merchandising. C'è chi sceglie di fare dell'impegno civile la propria bandiera e chi preferisce regalare due ore di evasione. Entrambe sono scelte legittime. Purché nessuno pretenda di stabilire quale sia moralmente superiore. Perché il rock, prima di insegnare qualcosa, dovrebbe ricordarsi di una semplice verità: è nato per fare rumore. E il rumore, per fortuna, non ha mai avuto bisogno del permesso della politica.

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