martedì 1 settembre 2026

Måneskin, rieccoli di nuovo: il rock col POS sbarca all'Ariston



De Martino sogna la reunion all’Ariston e il Festival si prepara al colpaccio: pelle, tacchi, nostalgia, TikTok e soprattutto incassi. Il rock nato per mandare a quel paese il sistema ormai ci fa affari insieme.

Una volta il rock voleva incendiare il sistema. Adesso gli chiede il bonifico. Stefano De Martino lavora al ritorno dei Måneskin a Sanremo 2027 e già si sente tintinnare il registratore di cassa. Damiano, Victoria, Thomas ed Ethan di nuovo tutti insieme all’Ariston: per i fan sarebbe la reunion, per la Rai lo share, per gli sponsor il paradiso terrestre, per gli algoritmi una settimana di clip, meme, reel, TikTok e lacrimuccia programmata. Manca soltanto il codice sconto.

Il loro possibile ritorno a Sanremo 2027 sarebbe il colpo perfetto per un Festival sempre più giovane nell’estetica e sempre più antico nella liturgia. E racconta soprattutto la grande metamorfosi del rock: nato come rivolta contro il sistema, è diventato uno dei business più redditizi del sistema stesso. Ribelli, certo. Ma dopo aver controllato gli incassi...

Sanremo fa il giovane. Possibilmente senza esagerare

Il Festival, va detto, negli ultimi anni si è rifatto faccia e guardaroba. Via un po’ di orchestra da bocciofila, dentro rapper, trapper, social star, adolescenti con milioni di follower e canzoni progettate scientificamente per esplodere nei quindici secondi di un video verticale. Peccato che sotto la felpa oversize continui a spuntare la canottiera della nonna.

Perché la liturgia è sempre quella: l’ospitone, il superospite, l’evento irripetibile già annunciato sei mesi prima, la standing ovation telecomandata e il conduttore che spalanca gli occhi come se sul palco fosse appena ricomparso Jim Morrison.

Sanremo si è svecchiato. Ma la naftalina, evidentemente, ha una persistenza olfattiva formidabile.

Da “zitti e buoni” a “quanto fatturiamo?

Nel 2021 i Måneskin sembravano la grandinata sul pranzo della domenica: pelle, tacchi, trasparenze, lingue, sesso, provocazione. I benpensanti aggrottavano il sopracciglio e loro, intanto, conquistavano Eurovision e mezzo mondo. Oggi quella rivoluzione è diventata arredamento.

Il rock che doveva scandalizzare mamma e papà arriva in prima serata con mesi di preavviso, la scaletta concordata e il lancio social. Non terrorizza più neppure i novantenni: al massimo qualcuno chiede di alzare il volume perché l’apparecchio acustico fa contatto. E sarebbe pure ingiusto dare la colpa ai soli Måneskin. Le reunion delle rockstar sono diventate da anni una specie di fondo pensione con le chitarre.

Ci si separa tra insulti, tradimenti, dichiarazioni definitive e “mai più insieme”. Poi passano dieci, quindici, vent’anni e, miracolo, torna l’amore. Quasi sempre proprio quando il promoter mette sul tavolo una montagna di soldi. Gli Oasis hanno dimostrato che perfino l’odio fraterno, se confezionato ad arte, può diventare un magnifico prodotto finanziario.

Il sistema non ha sconfitto il rock: se l’è comprato

Ed eccolo il capolavoro.

La musica che una volta voleva sovvertire il capitalismo è diventata una delle sue linee premium: vinili deluxe, magliette da collezione, biglietti dinamici, pacchetti vip, reunion, documentari, anniversari e tournée dell’addio seguite magari da un’altra tournée dell’addio.

La rivoluzione continua, passando alla cassa.

Così Sanremo si traveste da adolescente e il rock continua a recitare la parte del cattivo ragazzo. Solo che adesso il cattivo ragazzo ha il commercialista, il merchandising e probabilmente un piano industriale.

Altro che “Zitti e buoni”. Zitti, magari... ma col POS acceso.


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