martedì 7 aprile 2026

Il mio nome è Bond, Jacqueline Bond



Il "problema" di James Bond non è mai stato il fatto che sia una fantasia iper-stilizzata di spionaggio, gadget improbabili e Martini agitati - non mescolati - con precisione chirurgica… no, il vero nodo irrisolto era il cromosoma!

E quindi eccoci qui: dopo decenni passati a costruire un personaggio volutamente sopra le righe, quasi caricaturale nella sua eleganza tossica e nel suo machismo da manuale, la grande rivoluzione sarebbe cambiare genere. Perché ovviamente basta questo per trasformare un’icona narrativa, giusto? Non serve riscrivere le dinamiche, non serve interrogarsi su cosa rappresenti oggi lo spionaggio o su quanto sia ancora rilevante quel tipo di eroe… no, basta un’operazione cosmetica e via, applausi.

È un po’ come prendere un vecchio poster scolorito, cambiare la cornice e dichiarare di aver reinventato l’arte contemporanea. Geniale. Rivoluzionario. Assolutamente non una scorciatoia pigra travestita da progresso. E sia chiaro: il punto non è “donna sì o donna no”. Il punto è l’idea, quasi commovente nella sua ingenuità, che un cambiamento superficiale venga venduto come svolta epocale. Come se il pubblico fosse lì ad aspettare proprio quello, ignorando tutto il resto: sceneggiature sempre più prevedibili, franchise spremuti fino all’ultima goccia, creatività lasciata in sala d’attesa e abbinamenti musicali con la popstar del momento.

Ma tranquilli... basta cambiare il genere del protagonista e improvvisamente tutto acquista profondità, significato, modernità. Certo, come no... Alla fine, più che una scelta coraggiosa, sembra l’ennesimo tentativo disperato di dimostrare di essere “al passo coi tempi” senza avere davvero nulla di nuovo da dire. E questo sì che è degno di un vero film di spionaggio: una grande operazione di distrazione di massa.

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