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martedì 6 ottobre 2026

Bollicine e chitarre: Hoxxoh entra in Gabriel & Spirits, e lo champagne continua a suonare rock


Gabriel & Spirits acquisisce Hoxxoh Champagne e rafforza la propria presenza nel segmento alto di gamma. Un’operazione che coinvolge un marchio da circa 4 milioni di fatturato e porta nuova massa critica a un gruppo già oltre i 44 milioni. E che conferma una verità antica: quando si parla di champagne, in fondo, si parla anche di stile, immaginario e musica.

C’è un momento in cui il business incontra il simbolo. Ed è esattamente lì che si colloca l’acquisizione di Hoxxoh Champagne da parte di Gabriel & Spirits, gruppo attivo nel beverage e negli spirits premium che, con questa operazione, consolida il proprio posizionamento nel mondo delle etichette di fascia alta.

L’ingresso di Hoxxoh nel perimetro del gruppo non è solo un passaggio societario. È un tassello strategico dentro una traiettoria di espansione già molto chiara: allargare il portafoglio prodotti, presidiare con maggiore forza i canali Ho.Re.Ca. e Super Premium, e crescere ancora sui mercati italiani e internazionali.

Un’acquisizione che alza l’asticella

Hoxxoh porta in dote un marchio riconoscibile e un fatturato intorno ai 4 milioni di euro, andando a rafforzare una struttura che supera già i 44 milioni. Gabriel Rapisarda, presidente e amministratore del gruppo, ha definito l’operazione una tappa fondamentale del percorso di crescita: un’integrazione pensata per creare sinergie commerciali, rafforzare il profilo aziendale e accelerare lo sviluppo nel comparto del lusso enologico e del beverage di alta gamma.

Il piano, del resto, è lineare: più distribuzione, più comunicazione, più valorizzazione del brand e migliore efficienza operativa. In altre parole, non soltanto comprare un’etichetta, ma farla crescere.

Le bollicine, da sempre, hanno un suono preciso: quello del rock

E qui entra in scena Sonar. Perché lo champagne non è mai stato soltanto un vino: è un linguaggio. Nella cultura pop e rock è stato spesso il bicchiere dell’eccesso, della vittoria, dell’ostentazione e, qualche volta, persino della malinconia luccicante.

Basta evocare Champagne Supernova degli Oasis, forse il titolo più celebre di sempre in materia di bollicine e chitarre, per capire come una bottiglia possa trasformarsi in atmosfera, sogno, vertigine. Oppure pensare a Champagne and Reefer, blues storico passato anche attraverso l’universo dei Rolling Stones, dove il lusso si sporca di fumo, palco di club periferico e notte fonda.

E in Italia il collegamento con il rock diventa ancora più curioso. Champagne Molotov era il nome del gruppo fondato da Enrico Ruggeri nel 1974, una delle esperienze che precedettero la nascita dei Decibel e la successiva carriera solista del cantautore milanese. Già nel nome c’era un cortocircuito perfettamente rock: da una parte lo champagne, simbolo di eleganza e benessere, dall’altra la molotov, immagine di rottura e provocazione. Lusso e ribellione nello stesso bicchiere, quasi un manifesto anticipato di quella tensione tra raffinatezza e attitudine punk che avrebbe accompagnato una parte del percorso musicale di Ruggeri.

Del resto, tra glam rock, britpop e rock’n’roll classico, lo champagne ha accompagnato intere generazioni come accessorio rituale: non una semplice bevanda, ma un segno di appartenenza, di ascesa, di trionfo.

Ed è forse proprio questo il punto: Hoxxoh entra in Gabriel & Spirits in un segmento che vende prodotto, sì, ma soprattutto racconto. Un racconto fatto di qualità, posizionamento e immaginario. E l’immaginario, si sa, spesso ha una colonna sonora. Una narrazione che rrappresentaa anche qualcosa di più ampio: lo champagne continua a essere un simbolo culturale forte, sospeso tra mercato, stile e quel vecchio vizio del rock di trasformare ogni brindisi in leggenda.

lunedì 13 luglio 2026

Anche gli Stones sbarcano su Roblox: così Mick Jagger porta il rock nel regno di avatar e gamer



I Rolling Stones sbarcano su Roblox: così Mick Jagger porta il rock nel regno di avatar e gamer

Per l'uscita del nuovo album Foreign Tongues la storica band britannica punta su Roblox con un'esperienza interattiva tra missioni, concerti virtuali e contenuti esclusivi. Una mossa che avvicina il rock ai giovanissimi senza rinunciare alla propria identità.

Il nuovo palco dei Rolling Stones è un videogioco

Dimenticate gli stadi gremiti, i maxi schermi e le folle oceaniche. Questa volta i Rolling Stones hanno scelto un palcoscenico decisamente insolito: Roblox. La band di Mick Jagger accompagna il debutto del nuovo album Foreign Tongues con un progetto digitale pensato per parlare a una generazione che spesso conosce più gli avatar che i vinili. È una scelta che avrebbe fatto sorridere anche il più visionario dei rocker, eppure rappresenta l'ennesima dimostrazione della capacità degli Stones di restare sempre al passo con i tempi.

All'interno di The Block, l'area della piattaforma dedicata agli eventi musicali, i giocatori vengono coinvolti in un percorso che ripercorre oltre sei decenni di carriera del gruppo. Ogni missione consente di sbloccare nuovi contenuti ispirati ai grandi successi della band, mentre speciali cristalli disseminati nell'ambientazione custodiscono musica, ricordi e riferimenti alla lunga storia degli Stones.


Missioni, oggetti esclusivi e un concerto nel metaverso

L'esperienza non si limita al gioco. Gli utenti possono personalizzare il proprio avatar con accessori dedicati, ottenere oggetti da collezione e acquistare merchandising esclusivo collegato al nuovo disco. Il momento più atteso arriverà tra il 17 e il 19 luglio, quando l'universo virtuale ospiterà una serie di eventi culminanti in uno spettacolo interattivo costruito con il coinvolgimento della community.

È una strategia ormai sempre più diffusa nell'industria musicale, dove il lancio di un album non passa più soltanto dalle radio o dalle piattaforme di streaming, ma diventa un'esperienza da vivere, condividere e perfino giocare.

Dai jukebox agli avatar, gli Stones non smettono di reinventarsi

Naturalmente non tutti applaudiranno questa scelta. Per i nostalgici del rock vedere Mick Jagger e Keith Richards entrare nel mondo dei videogiochi potrebbe sembrare un piccolo sacrilegio. Ma gli Stones hanno costruito la loro leggenda proprio evitando di restare prigionieri del passato.

Prima conquistarono i jukebox, poi la televisione musicale, quindi Internet e lo streaming. Oggi il viaggio continua nel metaverso. Cambiano gli strumenti, cambiano le piattaforme, ma l'obiettivo resta identico: trovare nuove orecchie da conquistare. E se il rock vuole continuare a vivere, forse deve imparare anche a parlare la lingua degli avatar.


domenica 12 luglio 2026

Beatles: le canzoni che molti fan non riescono ancora a digerire



Non tutto ciò che uscì dagli Abbey Road Studios si trasformò in un capolavoro indiscusso. Dai litigi per Ob-La-Di, Ob-La-Da agli esperimenti più controversi, anche i Fab Four hanno lasciato qualche brano che continua a far discutere.

Quando anche i Beatles facevano storcere il naso

Per milioni di appassionati i Beatles incarnano la perfezione assoluta del pop. Una discografia che ha cambiato la musica moderna e un catalogo nel quale ogni album sembra custodire almeno un capolavoro. Eppure, persino i Fab Four hanno inciso canzoni che ancora oggi dividono il pubblico. Non veri e propri flop, perché quasi tutto ciò che portava la loro firma finiva comunque in classifica, ma brani che hanno lasciato più di un dubbio perfino ai loro stessi autori.

Il caso più emblematico resta "Ob-La-Di, Ob-La-Da". Oggi è uno dei pezzi più popolari del White Album, ma durante le registrazioni fu una piccola guerra civile. Paul McCartney inseguiva la perfezione con take su take, mentre John Lennon perdeva progressivamente la pazienza. Arrivò a liquidare il brano come "granny music", musica da nonna, espressione con cui prendeva bonariamente in giro le melodie più tradizionali del compagno. Secondo il racconto di chi era presente ad Abbey Road, Lennon uscì infuriato dallo studio, rientrò poco dopo, si sedette al pianoforte e attaccò con forza l'inconfondibile introduzione. Quella, paradossalmente, divenne la versione definitiva.

Gli esperimenti che ancora fanno discutere

Ma Ob-La-Di, Ob-La-Da non è l'unico episodio controverso. "Within You Without You", il manifesto spirituale di George Harrison, è considerato da alcuni uno dei vertici artistici di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e da altri un'interruzione troppo lunga e meditativa in un disco altrimenti travolgente. "Dig It", presente su Let It Be, viene spesso liquidata come una semplice improvvisazione finita su disco più per documentare un momento di studio che per reale valore compositivo.

Tra le canzoni meno amate compaiono spesso anche le cover "Mr. Moonlight", "Dizzy Miss Lizzy" e "Boys", giudicate inferiori rispetto alle reinterpretazioni più riuscite della prima fase beatlesiana. E poi ci sono le curiosità come "Wild Honey Pie" e "Maggie Mae", piccoli frammenti che sembrano più appunti sonori che vere canzoni. Anche "Good Day Sunshine" viene accusata da qualcuno di essere eccessivamente solare all'interno del rivoluzionario album Revolver, mentre "Good Night", la dolce ninna nanna affidata alla voce nasale di Ringo Starr, continua a dividere chi la considera una chiusura poetica del White Album e chi la trova troppo sdolcinata.

Il segreto dell'immortalità

È proprio qui, però, che emerge il segreto della grandezza dei Beatles. Lennon, McCartney, Harrison e Starr non hanno mai scelto la strada più facile. Hanno preferito sperimentare, sbagliare, sorprendere e perfino irritare una parte del loro pubblico. Se avessero inseguito soltanto il consenso, probabilmente non sarebbero mai nati dischi come Revolver, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band o Abbey Road. In fondo, anche le loro canzoni meno riuscite raccontano una band che non ha mai avuto paura di correre rischi. Ed è forse proprio questa imperfezione ad averli resi immortali.

mercoledì 10 giugno 2026

Sgt. Pepper's, il club dei fantasmi: quasi tutti se ne sono andati...



La copertina più celebre della storia della musica continua a parlare. E oggi colpisce un dettaglio inquietante: la stragrande maggioranza dei personaggi immortalati accanto ai Beatles non è più in vita.

Una foto che ha sconfitto il tempo

C'è chi la considera un semplice collage artistico e chi, invece, una sorta di monumento pop del Novecento. La copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, pubblicata dai Beatles nel 1967, è probabilmente l'immagine più analizzata della storia del rock. Un mosaico di volti celebri scelti da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr per rappresentare le figure che avevano influenzato la loro immaginazione.

A quasi sessant'anni dalla sua pubblicazione, però, quella fotografia assume un significato diverso. Osservandola oggi, si scopre che la stragrande maggioranza dei personaggi presenti è ormai deceduta. Da scrittori come Oscar Wilde e Edgar Allan Poe a comici come Stan Laurel, passando per attori, musicisti, scienziati, guru e rivoluzionari: la grande folla che circonda la banda del Sergente Pepper è diventata, di fatto, una galleria di fantasmi illustri.

I sopravvissuti sono ormai pochissimi

Il tempo è stato implacabile. Se nel 1967 molte delle personalità ritratte erano ancora vive, oggi i superstiti si contano sulle dita di una mano. Anche tra i Beatles il destino ha presentato il conto: John Lennon è stato assassinato nel 1980, George Harrison è morto nel 2001. Restano Paul McCartney e Ringo Starr, testimoni viventi di un'opera che ha attraversato le epoche.

L'effetto è quasi surreale. Quella che all'epoca appariva come una festa affollata di celebrità si è trasformata in una sorta di fotografia della memoria collettiva. Un'immagine che racconta non solo la cultura pop del XX secolo, ma anche la sua inevitabile fragilità.

Forse è proprio questo il segreto della copertina di Sgt. Pepper's. Non rappresenta soltanto un disco rivoluzionario ma una gigantesca macchina del tempo che continua a ricordarci una verità semplice e universale: gli artisti passano, le opere restano. E quei volti immobili, stretti attorno ai Beatles in un eterno scatto di gruppo, sembrano oggi più vivi che mai proprio perché non ci sono più.

mercoledì 6 maggio 2026

L'anima ribelle di Sir Paul, una protesta senza compromessi



“Give Ireland Back to the Irish”, pubblicata da Paul McCartney nel 1972 con i suoi Wings, rappresenta uno dei momenti più espliciti della sua carriera sul piano politico. Spesso contrapposto a John Lennon, considerato il Beatle più impegnato e militante, McCartney dimostra invece con questo brano di essere perfettamente in grado di scrivere una canzone di protesta diretta, urgente e senza ambiguità. Il pezzo nasce come reazione immediata ai fatti del Bloody Sunday in Irlanda del Nord del 30 gennaio 1972, quando l’esercito britannico sparò su manifestanti civili durante una pacifica manifestazione. La risposta di McCartney è netta: il titolo stesso è uno slogan, quasi uno striscione sonoro, che rivendica autonomia e giustizia.

A differenza di Lennon, che spesso adottava un linguaggio più simbolico o concettuale, McCartney sceglie qui una comunicazione frontale, accessibile e immediata. La melodia è energica, quasi marziale, ma è soprattutto il contenuto a colpire: non c’è ironia né distanza, solo indignazione. Questo dimostra come la presunta “leggerezza” del Macca sia in realtà una semplificazione critica: quando vuole, sa essere incisivo quanto il suo ex compagno.

Il legame con l’Irlanda, inoltre, non è solo politico ma anche personale. McCartney ha radici familiari irlandesi, un elemento che rafforza l’autenticità del suo intervento. Una testimonianza simbolica di queste origini si trova nella cattedrale di St. Patrick a Dublino, dove è conservato un documento storico noto come “Ireland’s Memorial Records” - che ho avuto modo di fotografare la scorsa settimana - in cui compaiono i predecessori della sua famiglia. Questo legame genealogico aggiunge profondità emotiva alla canzone, trasformandola da semplice presa di posizione a gesto fortemente identitario.


“Give Ireland Back to the Irish” fu prontamente censurata dalla BBC, ma proprio questa reazione ne confermò la forza. McCartney, spesso visto come il più “pop” dei Beatles, dimostrò invece di saper usare la musica come strumento politico con la stessa determinazione del suo altrettanto famoso collega...

lunedì 2 febbraio 2026

Quando Ozzy Osbourne si innamorò di So: la storia meno metal degli anni Ottanta



Se qualcuno avesse scommesso, a metà anni Ottanta, che il Principe delle Tenebre passava le sue giornate ascoltando in loop Peter Gabriel, probabilmente sarebbe stato accompagnato con gentilezza all’uscita più vicina. E invece. A raccontarlo non è una leggenda metropolitana né l’ennesima storia gonfiata dal mito, ma Louis Osbourne, figlio di Ozzy, durante una puntata del podcast Trying Not To Die condotto dal fratello Jack. Un racconto che, più che sorprendere, ribalta definitivamente l’immagine monolitica del metal come mondo impermeabile a tutto il resto.

Secondo Louis, nel periodo dell’uscita di So, Ozzy Osbourne sviluppò una vera e propria ossessione per il disco di Peter Gabriel. Non un ascolto distratto, non una fase passeggera: una dedizione totale, quasi militante.

«Papà era completamente preso dalla produzione di So. Lo ascoltavamo di continuo. Era impazzito per quell’album. Di solito in casa giravano sempre Beatles, Beatles, Beatles… ma So era uno di quei dischi che tornavano sempre sul piatto.»

Un’anomalia apparente, che però trova una conferma definitiva nelle parole scritte dallo stesso Ozzy nella sua autobiografia Last Rites, pubblicata poche settimane dopo la sua morte, avvenuta il 22 luglio 2025. Ed è lì che il quadro diventa chiarissimo: non si trattava di semplice ammirazione, ma di una vera e propria infatuazione sonora. Ozzy non usa giri di parole: So è un album senza punti deboli. “In Your Eyes”, “Red Rain”, “Mercy Street”: canzoni che, secondo lui, suonano oggi fresche esattamente come allora. E soprattutto, canzoni che per un anno intero accompagnarono ogni momento della sua vita fuori dal palco.

Tour bus, hotel, stereo portatile a bordo piscina: Peter Gabriel ovunque, sempre, a volume rigorosamente eccessivo. L’unica pausa concessa era durante i concerti. Per il resto, Ozzy cantava a squarciagola qualsiasi brano gli capitasse in testa. Il risultato? Una conseguenza inevitabile: la sua guardia del corpo fu costretta a prendersi una pausa per quella che Ozzy stesso definì, con affetto, una “disintossicazione da Peter Gabriel”. Non da alcol, non da droghe: dal disco So.

Poi, come in ogni grande storia rock che si rispetti, arriva il momento dell’assurdo. L’incontro casuale. Il destino che decide di fare il suo numero migliore. Siamo a Midtown Manhattan, in un hotel qualunque, durante un tour. Ozzy entra in ascensore, preme il pulsante del piano terra, tutto procede normalmente. Poi l’ascensore si ferma al mezzanino. Le porte si aprono. Entra un uomo. È Peter Gabriel. La reazione di Ozzy è esattamente questa: incredulità, entusiasmo, devozione totale. Gli dice quanto ami l’album, quanto lo consideri un capolavoro, quanto il solo vederlo di persona gli faccia venire voglia di riascoltarlo altre mille volte. Gabriel, racconta Ozzy, è gentile, disponibile, perfettamente inglese nella sua compostezza. A quel punto Ozzy gli fa una domanda fondamentale: quanto tempo ci è voluto per realizzare So? Risposta: almeno tre mesi. Ozzy riflette. Tre mesi. E arriva alla sua conclusione definitiva: se avesse provato a fare un disco in quel modo, ci avrebbe messo trent’anni!

So, quinto album solista di Peter Gabriel, uscì il 19 maggio 1986 e diventò il suo disco di maggior successo commerciale dopo l’esperienza con i Genesis. Ma, a quanto pare, è stato anche qualcosa di più: il raro esempio di un album capace di conquistare uno dei personaggi più lontani dal suo universo estetico. E forse è proprio questo il punto. La vera grandezza di certi dischi non sta nel genere a cui appartengono, ma nella loro capacità di insinuarsi ovunque. 

giovedì 6 novembre 2025

Michael Jackson è sempre il "Re" dei trapassati


Viene chiamata “afterlife economy”, ovvero l’economia delle celebrità defunte, un fenomeno che continua a muovere cifre impressionanti. Come ogni anno, la rivista Forbes ha pubblicato la classifica dei personaggi scomparsi che nel 2025 hanno generato i maggiori introiti. In vetta, per l’ennesima volta, troneggia Michael Jackson, in vetta nella lista dei defunti più pagati del mondo.

Jackson ancora imbattuto

Il “Re del Pop” ha incassato nel 2025 ben 105 milioni di dollari, staccando nettamente tutti gli altri nomi in lista. A trainare i suoi guadagni sono le royalty derivanti dallo streaming, gli spettacoli MJ: The Musical e la produzione del Cirque du Soleil a Las Vegas. Dalla sua morte nel 2009, Jackson ha guidato la classifica postuma di Forbes in 13 dei 16 anni considerati, accumulando un totale stimato di 3,5 miliardi di dollari.

Il ritorno di Elvis e l’intruso Dr. Seuss

A distanza di decenni, Elvis Presley continua a figurare tra i più redditizi. Dopo aver dominato la prima edizione della lista nel 2001, The King è rimasto presente in tutte le edizioni successive, raggiungendo nel 2025 il settimo posto con 17 milioni di dollari. Una cifra che rappresenta appena il 15% dei guadagni del suo celebre genero, Michael Jackson. A sorprendere è invece il secondo posto di Dr. Seuss (85 milioni di dollari), grazie al costante successo dei suoi libri, alle licenze commerciali e a un accordo con Netflix che ha rilanciato l’universo del celebre autore per bambini.

I Pink Floyd e la nuova economia dei cataloghi

Il 2025 segna anche l’ingresso di Rick Wright e Syd Barrett, storici membri dei Pink Floyd, entrambi al terzo posto con 81 milioni di dollari ciascuno. I ricavi derivano dalla recente operazione di vendita del catalogo della band, acquisito da Sony Music Publishing per circa 400 milioni di dollari, da dividere tra i tre membri ancora in vita e le famiglie dei due scomparsi. Completano la top ten The Notorious B.I.G. (80 milioni), Miles Davis (21 milioni), Jimmy Buffett (14 milioni), Bob Marley (13 milioni) e John Lennon (12 milioni).

L’impero postumo di Wacko Jacko

Gran parte della fortuna del patrimonio di Jackson deriva dalle sue scelte strategiche compiute in vita. Nel 1985 acquistò il catalogo ATV per 47,5 milioni di dollari, assicurandosi quasi 4.000 brani, tra cui la maggior parte dei successi della coppia Lennon & McCartney. Quell’investimento si trasformò in un affare colossale: nel 2016 la sua estate vendette la quota a Sony per 750 milioni di dollari (pari a circa un miliardo odierno). Restavano però esclusi i diritti editoriali e i master delle opere di Jackson, ceduti poi nel 2024 al 50% - sempre a Sony - per altri 600 milioni di dollari, un’operazione che la madre dell’artista, Katherine Jackson, ha tentato senza riuscirvi di bloccare in tribunale.

Quando la memoria si trasforma in monetizzazione

La classifica di Forbes rispecchia un trend ormai consolidato: la valorizzazione postuma delle opere musicali è diventata una vera asset class. Sempre più patrimoni artistici vengono gestiti come imprese, attraverso strategie di lungo periodo basate su diritti, merchandising e produzioni multimediali. Il caso Jackson è emblematico: il suo legacy management funziona come una major indipendente, in grado di generare valore costante attraverso una pianificazione ventennale. La memoria artistica, oggi, è un prodotto scalabile. La musica “vecchia” offre più stabilità e rendimenti più prevedibili rispetto alle nuove produzioni, perché ha già superato la prova del tempo e del mercato.

L’eternità come modello di business

Viviamo nell’era della cultura dell’eternità, dove la morte non interrompe la carriera... ma la prolunga attribuendole nuove forme. Le icone del passato vengono “riattivate” per il pubblico contemporaneo: non solo attraverso ristampe o biopic ma come veri e propri brand globali. Il corpo muore, il catalogo no. E il mercato lo sa bene... oh se lo sa!

venerdì 17 gennaio 2025

Intelligenza artificiale... e ignorante

 Ho chiesto ad un noto programma grafico che, al suo interno, dispone di un supporto AI, di generare un'immagine con questa stringa di richiesta: "Beatles che suonano sul tetto". Ecco il risultato: vi siete accordi di cosa non quadra, a parte che dallo sfondo non sembrerebbe Londra?!?



giovedì 29 febbraio 2024

A.C.R.O.S.T.I.C.A.M.E.N.T.E.


PISTOLERO... SENZA STELLA

R-umorosamente,

I-nconfondibile

N-asone

G-igioneggia,

O-ffrendo

S-carsa

T-ecnica,

A-rrancando

R-itmicamente:

R-udimentale!




giovedì 12 ottobre 2023

Illusioni ottiche

Provate a fissare la foto socchiudendo un poco gli occhi: cosa vedete?!?

mercoledì 14 giugno 2023

Cosa c'entra il Cavaliere con Jimi Hendrix?!?


Cosa c'entrano Silvio Berlusconi e Jimi Hendrix?!? Questa apparentemente sorprendente relazione lega i due personaggi per un dettaglio preciso, che non conoscono in molti e che è stato svelato in queste ore. Si tratta del prezioso materiale con cui è stata costruita la bara che contiene il feretro con le spoglie di Silvio Berlusconi, i cui funerali di Stato si sono svolti ieri in Piazza Duomo a Milano.

Cosa c'entrano Silvio Berlusconi e Jimi Hendrix?!?

Il feretro che contiene i resti del Cavaliere è stato realizzato dai maestri artigiani dell’Art Funeral Italy di Caravaggio (BG). Una bara in legno di mogano con striature color rosso bruno proveniente dall’Honduras. Il medesimo legno con cui venivano costruite le leggendarie chitarre di Jimi Hendrix.

Un legno particolarmente prezioso

La bara, come spiegato dal titolare dell’azienda Paolo Imeri, si chiama 23 Duomo. Per realizzarla ci sono voluti circa 20 giorni, 10 solo per la lucidatura. Il legno con cui è stata realizzata è stagionato, ed è di elevatissima qualità. Il materiale utilizzato è stato ricavato sezionando tronchi interi, in modo da non far perdere al materiale le sue naturali venature, valorizzando in questo modo l’impronta digitale del legname definita figurazione.

Solo per la verniciatura ci sono voluti 10 giorni di lavoro

Altra caratteristica peculiare nella realizzazione del feretro è la doppia verniciatura: un processo che ha richiesto ben 10 giorni di tempo. Sulla bara infatti, grazie alla doppia verniciatura del legno è stato possibile creare un duplice effetto, visibile al meglio sotto la luce solare. Il cofano, infatti, risulta perfettamente lucido, in grado di mettere in risalto le venature del pregiato legno. Le parti parti laterali della bara e della cornice sono invece satinate.

Quanto costa?

Il proprietario dell’azienda costruttrice non vuole svelarlo, per motivi di riservatezza. Si tratta dello stesso tipo di bara in cui giace l’imprenditore Leonardo Del Vecchio, scomparso un anno fa di questi tempi. L’azienda non ha avuto contatti diretti con la famiglia Berlusconi, realizzando la bara su commissione per terzi, in quanto progetta e realizza queste pregiate bare artigianali che riforniscono le diverse agenzie funebri.

martedì 25 ottobre 2022

Urge un bravo dentista

 


Li riconoscete? A sinistra Shane McGowan, cantante dei folk-punk The Pogues e a destra Mick Jones, chitarrista dei The Clash. Due eroi di quella indimenticabile stagione musicale degli anni '80, che ha lasciato indelebili segni nei nostri cuori di musicofili... ma anche nelle loro dentature!

mercoledì 28 settembre 2022

lunedì 25 aprile 2022

Il mondo che vorrei

 Che bello se, citando il "Donbass", si vedessero solo immagini come questa...


mercoledì 16 marzo 2022

Inquietanti somiglianze

Peter in Watcher Of The Skies e Orietta in Mille

 Non propriamente "separati alla nascita" ma, comunque... una certa similitudine c'è. Preoccupante.

giovedì 13 gennaio 2022

Rock around the Pope


Visita a sorpresa di Papa Francesco in un negozio di dischi a Roma, fra quei pochi che ne restano. Il locale, posizionato nel pieno centro della Capitale, secondo quanto si apprende da fonti della Santa Sede, appartiene ad amici di vecchia data di Bergoglio e il Pontefice si è recato sul posto l'altroieri sera intorno alle 19 per benedire i  locali, recentemente ristrutturati. Dopo essersi trattenuto circa un quarto d'ora, Bergoglio è salito su una Fiat 500 bianca e si è dileguato in direzione Vaticano con in mano una busta del negozio. Quale disco avrà mai contenuto?!? C'è chi sostiene si trattasse dell'ultimo album di Marylin Manson, altri propenderebbero per un bootleg dei Black Sabbath con Ronnie James Dio alla voce, io direi... un vinile degli Impaled Nazarene o - potrebbe pure essere - "British Steele" dei Judas Priest! Visto che si tratta di "musica del diavolo", il Santo Padre avrà forse voluto documentarsi sulla... concorrenza, no?!?


giovedì 23 dicembre 2021

venerdì 12 novembre 2021

Tempo da perdere... ne abbiamo?

Vi ricordate quando anni fa in tv nella sua (noiosa) trasmissione Rockpolitik il "Santone" Adriano Celentano spiegava a noi spettatori la differenza fra i concetti di "rock" e "lento?

Il doppiopetto è lento
i bluejeans sono rock

Il cannone è lento
i fiori sono rock

Chi si sospende è lento
però se è una finta è rock. E il sospetto è questo

Il 26 è lento
il 27 è rock

Cassano è rock, Zeman è rock
Moggi è lento...

Nel video che segue, esempio perfetto di quanto tempo libero la gente dispone, spesso utilizzandolo in cose davvero inutili... ogni volta che i Beatles pronunciano la parola "help" (nell'esecuzione live del brano omonimo), i giri rallentano! Vi chiedete il senso di questa cosa?!? Come canta Vasco Rossi... "Sai che cosa penso / Che se non ha un senso / Domani arriverà..."

Mah...

mercoledì 10 novembre 2021

Feticismo rock


Per i feticisti del rock (ma anche per gli appassionati della calza a prescindere dalla musica...), Calzedonia lancia una capsule collection denominata Rock Your Style, che intende celebrare band famosissime come Queen, Rolling Stones (attualmente sulla bocca di tutti per l'opening dei Maneskin ad un loro live ma soprattutto per la scomparsa di Charlie Watts) e Guns N'Roses.




Dedicato a tutti quelli che ancora pensano che il rock sia la più grande espressione artistica della rivolta giovanile e non un clamoroso business mondiale dove, spesso, l'aspetto musicale è davvero l'ultimo dei problemi...

giovedì 21 ottobre 2021

Volevo essere Morrissey


Se negli anni '80 quel simpatico nanerottolo di Rick Astley (lungi da me fare body shaming...) e Morrissey si trovavano agli antipodi della musica, benché nelle medesime classifiche, nelle stesse tracklist delle radio ma con ben pochi punti in comune... ora la distanza fra loro si è praticamente azzerata! Il cantante inglese, famoso per la sua particolare timbrica e per un paio di hit vincenti come Never Gonna Give You Up (1987) e Together Forever (1988)... si è messo alla guida di una cover band degli Smiths chiamata Blossoms! Chi l'avrebbe mai detto...



E c'è pure chi si è divertito a fare un bel mashup con loro due...