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giovedì 29 ottobre 2026

Kane, Pallone d’Oro e orecchie da retrocessione: la sua playlist è un autogol

 


Il bomber del Bayern trionfa sul campo, ma tra Ed Sheeran, country e ballate da matrimonio il suo gusto musicale lascia parecchi dubbi.

Harry Kane ha conquistato il Pallone d’Oro il 26 ottobre, dopo una stagione da 73 gol con Bayern Monaco e Inghilterra. Sotto porta è implacabile. Davanti allo stereo, però, il fuoriclasse lascia spazio al genero ideale che organizza la playlist del pranzo nuziale. A rivelare i suoi ascolti è stato lui stesso a Rolling Stone UK. E il risultato è un curioso viaggio tra romanticismo, country e melodie da viaggio in autostrada.

Ed Sheeran, il gol più bello è al matrimonio

Al primo posto nella classifica del cuore c’è Perfect di Ed Sheeran, scelta per il matrimonio con la moglie Kate. Un ricordo che nemmeno una finale di Champions riuscirebbe facilmente a superare. Ma più che un Pallone d’Oro, qui siamo dalle parti della bomboniera d’oro.

In famiglia risuona anche Tree Birds di Dylan Gossett, che Kane canta insieme alla moglie e ai figli. Old Time Rock and Roll di Bob Seger lo riporta ai dischi dei genitori. Poi arrivano Adele, Burna Boy e Follow Me di Uncle Kracker, eletta canzone del mese. Per cominciare la settimana si affida a Shout degli Isley Brothers; prima delle partite preferisce Wagon Wheel di Darius Rucker e Lone Ole Cowboy di Gossett. In pratica, prima di entrare in area di rigore fa un giro nel saloon.

Bayern, la consolle cambia padrone

C’è spazio perfino per Deutscher Fußballmeister, tormentone dei festeggiamenti per il titolo tedesco. Ripetuto durante ogni celebrazione, è rimasto in testa a Kane per settimane: dall’inno della vittoria all’incubo dell’orecchiabilità il passo è breve.

Nello spogliatoio del Bayern, fortunatamente, la scelta della musica passa tra Jamal Musiala, Michael Olise e Alphonso Davies. Il canadese ascolta molto Drake e si è persino cimentato con il rap. Quanto a Ed Sheeran, se mai dedicasse un brano al centravanti inglese, il titolo sarebbe quasi obbligato: Perfect Striker. Possibilmente senza un ritornello da primo ballo degli sposi.

Totti, Stones e Pickford: anche i campioni hanno le loro fissazioni

Il calcio, del resto, offre un campionario musicale sorprendente. Francesco Totti ha sempre amato Claudio Baglioni, arrivando a cantare con lui Questo piccolo grande amore: almeno a Roma il romanticismo gioca in casa. John Stones preferisce la house, soprattutto Yamore di MoBlack. Il portiere inglese Jordan Pickford è invece appassionato di rave: il compagno Kieran Trippier ha definito orrenda la sua musica. In Bundesliga, Vincenzo Grifo sceglie Bad Bunny, mentre Jackson Irvine, chitarrista fin da bambino, ascolta il rock dei Turnstile.

In fondo, non serve un conservatorio per calciare un rigore. Kane ha dimostrato di essere un fenomeno e nessuno pretende che tra un gol e l’altro ascolti free jazz. Però, fra country da autogrill, ballate zuccherose e romanticismo da confetti, il Pallone d’Oro rischia di diventare un premio di consolazione musicale. Meglio che continui a correre dietro a una palla in mutandoni: con i piedi fa miracoli, con le orecchie qualche dubbio rimane...

lunedì 26 ottobre 2026

Da Dylan a Emma Marrone, la rivoluzione finisce su TikTok: compagni, mettete un like e sarete assolti



Da Woody Guthrie a Billy Bragg, passando per Boris Vian e Claudio Lolli, la protesta aveva una colonna sonora. Oggi contro il caro vita risuona Non è l'inferno di Emma Marrone. Il capitalismo trema. Ma solo se l'algoritmo lo consente.

C'erano una volta le canzoni che facevano tremare i potenti. Woody Guthrie cantava per gli sfruttati, Bob Dylan prendeva a schiaffi l'America segregazionista, Bob Marley trasformava il reggae in una dichiarazione d'indipendenza. Billy Bragg ricordava che There Is Power in a Union, Boris Vian, con Le Déserteur, mandava poeticamente al diavolo la guerra e chi la comandava. E in Italia Claudio Lolli prendeva a ceffoni la borghesia, senza neppure preoccuparsi di quanto la cosa potesse compromettere la sua visibilità sui social.

Altri tempi, altre chitarre, altre incazzature.

Oggi, nell'Italia dei camionisti esasperati, degli agricoltori con l'acqua alla gola e delle famiglie che devono scegliere se fare il pieno o la spesa, la rivoluzione ha trovato una nuova voce: Emma Marrone.

Non proprio il naturale proseguimento della tradizione di Pete Seeger, ma bisogna adeguarsi. Anche la lotta di classe, evidentemente, ha bisogno di un restyling. Possibilmente con un buon filtro Instagram.

Emma Marrone, la pasionaria che non sapeva di esserlo

Il nuovo inno della protesta è Non è l'inferno, la canzone con cui Emma trionfò a Sanremo nel 2012. Quattordici anni dopo, il brano risorge su TikTok, trasformandosi nella colonna sonora delle manifestazioni contro il caro carburanti e il costo della vita.

Trattori in corteo, camion immobili, facce disperate e bilanci familiari degni di un film dell'orrore. Il tutto accompagnato dalla voce della cantante salentina. La rivoluzione proletaria in formato verticale, possibilmente sotto i sessanta secondi.

A pensarci bene, Emma non ha alcuna colpa. Il testo affrontava già nel 2012 le difficoltà economiche delle famiglie italiane. Il fatto che nel 2026 risulti ancora attualissimo dimostra due cose: che la canzone ha retto dignitosamente al tempo e che, nel frattempo, chi governa questo Paese ha risolto ben poco.

Del resto, anche Claudio Lolli avrebbe trovato materiale per qualche nuovo disco. Con una differenza: probabilmente avrebbe preteso che il pubblico ascoltasse almeno tutta la canzone, anziché saltare al video successivo dopo undici secondi.

Da Boris Vian all'algoritmo: la rivoluzione sponsorizzata

Immaginate Boris Vian costretto a condensare Le Déserteur in un reel. O Billy Bragg che, prima di intonare un inno sindacale con la sua chitarra, invita i lavoratori a iscriversi al canale e attivare le notifiche. Per non parlare di Guthrie, che sulla chitarra aveva scritto This Machine Kills Fascists: oggi qualche consulente di marketing gli consiglierebbe probabilmente un messaggio meno divisivo, per non perdere gli inserzionisti.

Il problema, naturalmente, non è Emma Marrone. Il problema è un'epoca nella quale perfino l'indignazione deve superare l'esame dell'algoritmo.

Ieri si occupavano le fabbriche, oggi si occupa la sezione Per te. Ieri si distribuivano volantini, oggi si condividono storie. Ieri si gridava «Potere al popolo», oggi «Seguimi per altri contenuti».

E se la protesta non diventa virale, viene il sospetto che non sia mai esistita.

Marracash, Fedez e il proletariato con il guardaroba firmato

A completare il quadro arriva il confronto tra Marracash e Fedez, una sorta di congresso permanente della sinistra musicale con accesso privilegiato alle boutique del lusso.

Marracash rivendica la necessità di denunciare le disuguaglianze, distinguendo la protesta dalla violenza. Fedez solleva il problema della coerenza di chi contesta il sistema mentre ne sfoggia orgogliosamente i simboli più costosi.

Una discussione interessante. Anche perché, quando la lotta al capitalismo passa attraverso abiti firmati, orologi da collezione e contratti milionari, viene spontaneo chiedersi se Marx non sia stato definitivamente sostituito da un consulente d'immagine.

Naturalmente essere ricchi non impedisce di avere ragione. Ma un pizzico di sobrietà, mentre si difendono quelli che non arrivano alla terza settimana del mese, potrebbe evitare qualche involontaria gag.

Intanto Dylan continua a cercare risposte nel vento, Bragg a credere nella forza dei lavoratori e Lolli a ricordarci che la borghesia non diventa progressista soltanto perché ascolta le canzoni giuste.

Emma canta che non è l'inferno. Gli italiani, guardando le bollette, cominciano ad avere qualche dubbio. Ma niente paura, compagni: la rivoluzione è su TikTok. Basta un cuore, una condivisione e, possibilmente, una buona connessione Wi-Fi.

P.S. – Avviso ai fedeli del Sacro Tempio del Cantautorato. La redazione porge preventivamente le proprie scuse a quanti dovessero ravvisare gli estremi della blasfemia nell'immagine di copertina che accosta il Sommo Bob Dylan a Emma Marrone. L'operazione non intende stabilire alcuna equivalenza artistica, musicale o teologica tra i due soggetti. Il signor Robert Allen Zimmerman conserva intatta la propria collocazione nell'Olimpo, mentre Emma rimane legittimamente titolare del proprio Festival di Sanremo. Quanto a noi, confidiamo nella misericordia di Sua Bobbità e nell'intercessione di San Woody Guthrie. Perdonaci, Bob, perché abbiamo peccato. Ma almeno non abbiamo chiamato Fedez il nuovo Boris Vian. Amen.

Manuel Agnelli come Morgan: più invecchia, più le spara grosse. E il rock diventa una predica



Gli Afterhours premiati al Tenco, il frontman bacchetta rapper e contestatori. Ma tra Nirvana, X Factor e Måneskin, il sacerdote dell'underground rischia di inciampare nella propria biografia.

C'è una curiosa sindrome che colpisce certi sacerdoti del rock italiano quando superano una certa età: la convinzione che ogni intervista debba riscrivere la storia della musica. Morgan ne ha fatto una disciplina olimpica. Manuel Agnelli, con più classe e meno fuochi d'artificio, sembra voler recuperare terreno.

Occasione: il Premio Tenco alla carriera assegnato agli Afterhours. Riconoscimento sacrosanto per una band che ha lasciato il segno. Meno indispensabile, forse, il giro di sentenze distribuite dal frontman come fossero tavole della legge.

I Litfiba meglio dei Nirvana: Kurt Cobain può riposare tranquillo

Agnelli sostiene che, per la sua generazione in Italia, i Litfiba siano stati più importanti dei Nirvana. Opinione legittima. Ma sembra una di quelle discussioni da bar che alle due di notte finiscono con qualcuno che proclama i Pooh superiori ai Beatles perché cantavano in italiano.

Poi il tribunale passa al rap. Sonoramente bocciati Ferrari, catene d'oro, ostentazione e trap. Una volta l'hip-hop raccontava la società; adesso conterebbe soprattutto i soldi. Non ha tutti i torti. Ma fa effetto sentir impartire lezioni di purezza anti-commerciale da chi ha occupato con disinvoltura la poltrona di X Factor. L'underground è bellissimo, purché abbia un camerino televisivo.

Da X Factor a Sanremo: il ribelle con la patente

Sui saccheggi durante le manifestazioni milanesi Agnelli distingue, giustamente, la protesta dal furto di scarpe griffate. Non è questa la sparata. Il bello arriva quando assegna patenti di autenticità alle nuove generazioni musicali: questa scena sì, quella no, il rap ormai no, la nuova protesta sì. Manca soltanto il timbro dell'ufficio ribellioni autorizzate.

E a Sanremo? Dopo aver cantato Luigi Tenco ricordando il padre, l'antico iconoclasta non esclude di tornare ospite all'Ariston. Rievoca perfino il duetto con i Måneskin, osservando che il gruppo passò dal diciottesimo al primo posto. Battuta, certo. Ma l'autostima ha un amplificatore Marshall tutto suo.

Gli Afterhours restano un capitolo importante del rock italiano. Il problema non sono le canzoni, ma la tentazione di trasformare ogni intervista in un sermone. Morgan almeno quando esagera offre uno spettacolo imprevedibile. Agnelli rischia qualcosa di peggio: diventare il professore che da ragazzo avrebbe contestato.

mercoledì 23 settembre 2026

Rock, pop e spremitura: ora il concerto te lo rivendono pure al cinema. E l'industria fa la "ola"



Da Ultimo agli Oasis, passando per Queen e Jovanotti: il live non è più un evento irripetibile, ma un prodotto da riciclare con cura. Cambia il contenitore, resta intatto l’obiettivo: incassare ancora. 

C’è qualcosa di irresistibilmente moderno nel modo in cui l’industria musicale riesce a trasformare qualsiasi emozione in un secondo scontrino. Il vecchio concerto, un tempo celebrato come rito irripetibile, oggi è diventato un prodotto riutilizzabile: prima lo vendi dal vivo, poi lo infiocchetti, lo rimonti, gli dai una fotografia più epica, due backstage, tre lacrime ben dosate e lo rimetti sul mercato al cinema. Il fan, come da copione, paga due volte e spesso si convince pure di aver fatto un affare. E l’evento irripetibile, alla fine, si trasforma nell’ennesimo articolo da scaffale con l’etichetta del sold out.

Benvenuti nell’età dei film-concerto, dove la retorica dell’“esperienza condivisa” copre a malapena la realtà: un’operazione perfetta per spremere fino in fondo ciò che ha già funzionato. Il caso di Ultimo è illuminante. Il film sul kolossal di Tor Vergata ha mostrato subito che il pubblico è pronto a comprare non solo il concerto ma anche la sua replica cinematografica. Gli Oasis hanno sfruttato lo stesso schema: reunion, nostalgia, grande schermo, botteghino. La memoria, se impacchettata bene, diventa merce di pregio.

Il live non basta più: serve il secondo giro di cassa

Il meccanismo è semplice e quasi geniale nella sua spudoratezza. Se un concerto è andato bene, perché lasciarlo morire? Molto meglio trasformarlo in evento cinematografico, concentrato in pochi giorni, sostenuto da fanbase disciplinate e già pronte alla mobilitazione social. Così arrivano in sala i Linkin Park, i Queen, George Michael, Jovanotti. Artisti diversi, copione identico: prendere un live, dargli un’aura definitiva e rivenderlo come appuntamento imperdibile.

Per le sale cinematografiche, in affanno cronico, è ossigeno puro. Per gli artisti è un modo quasi indolore di allungare la vita commerciale di un evento già consumato. Per il pubblico, invece, è il trionfo dell’illusione ben confezionata: credere di partecipare ancora a qualcosa che, in realtà, è già stato trasformato in prodotto.

Altro che celebrazione della musica: qui parla solo il fatturato

Sia chiaro: non c’è nulla di scandaloso nel voler guadagnare. Ma raccontare questo fenomeno come una romantica festa del live è un esercizio di ipocrisia. Qui non siamo davanti alla sacralità del concerto che continua... ma nella diabolicità dell’industria di monetizzare anche il ricordo del concerto. Taylor Swift lo ha fatto in grande, Beyoncé pure, e il mercato ha capito subito la lezione: il palco finisce, il business no.

Alla fine, il film-concerto è la fotografia perfetta del nostro tempo: tutto deve restare disponibile, rivendibile, replicabile. Anche ciò che, per definizione, doveva essere unico.


martedì 25 agosto 2026

Santi, poeti, navigatori e sapientoni: l’Italia dove tutti capiscono di tutto... meno che di musica


Nel Paese in cui creare una playlist basta per sentirsi critici musicali e tre accordi autorizzano una masterclass, la competenza sembra diventata quasi un fastidio. Fuori dai nostri confini, invece, musicisti, produttori e manager raccontano la musica partendo da un dettaglio rivoluzionario: averla studiata davvero.

L'Italia, secondo la vecchia liturgia patriottica, sarebbe una terra di santi, poeti, navigatori ed eroi. Possiamo aggiornare tranquillamente l'elenco aggiungendo cuochi, commissari tecnici, epidemiologi, costituzionalisti e, soprattutto, esperti di musica. Questi ultimi hanno una caratteristica che li distingue: spesso non hanno alcun bisogno di conoscere la materna per parlarne diffusamente.

Basta un canale YouTube, un microfono vagamente professionale, una libreria alle spalle e magari una chitarra appesa al muro — possibilmente una Fender, perché fa curriculum anche spenta — ed ecco materializzarsi l'autorità. Beatles? Sopravvalutati. Prog? Troppo lungo. Jazz? Una roba complicata. Autotune? Il male assoluto, anche se non si sa bene cosa faccia. Battisti? Genio, a dispetto di Mogol. Vasco? Poeta rock. E dopo cinque minuti siamo già pronti per spiegare a Quincy Jones dove sbagliava gli arrangiamenti.

Il problema non è avere opinioni. Quelle sono gratuite e, nonostante la Meloni, ancora esenti da IVA. Il problema nasce quando il gusto personale viene scambiato per conoscenza, come se dire “a me piace” equivalesse a sapere perché un brano funziona, com'è costruito, da quale tradizione deriva e quali rivoluzioni tecniche o armoniche contiene.

All'estero parlano quelli che sanno qualcosa

È qui che il confronto diventa leggermente imbarazzante. Basta uscire dalla nostra confortante provincia digitale per incontrare divulgatori come l'imperdibile Rick Beato, capace di discutere con Pat Metheny o Brian May entrando davvero dentro armonie, arrangiamenti, produzione e scrittura. Oppure Dave Pensado, produttore e mixer premiato con un Grammy, che per anni ha trasformato tecniche da studio normalmente incomprensibili ai non addetti ai lavori in materiale divulgativo. Ci sono poi podcast come One Song, dove una canzone viene letteralmente smontata nelle sue singole tracce per capire perché proprio quel basso, quella batteria o quella voce abbiano prodotto un'emozione. E c'è pure Simon Napier-Bell, manager passato attraverso Yardbirds, Marc Bolan e Wham!, che quando racconta il music business può permettersi il lusso di averlo frequentato per sessant'anni.

La differenza non è che gli stranieri siano geneticamente più intelligenti. È molto più banale: prima studiano, poi parlano. Noi, spesso, abbiamo invertito le due operazioni.

La musica non è una compilation di ricordi

C'è poi un altro piccolo equivoco nazionale. In Italia la musica viene frequentemente trattata come una gigantesca autobiografia collettiva: “questa canzone mi ricorda il liceo”, “quest'altra la mettevamo al mare”, “con questa ho dato il primo bacio”. Tutto meraviglioso, ma è memoria sentimentale, non critica musicale.

Capire la popular music significa conoscere almeno un po' di blues, gospel, soul, jazz, rhythm and blues, rock'n'roll, elettronica; comprendere cosa abbiano significato culturalmente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nella costruzione del linguaggio musicale del Novecento. E significa inevitabilmente conoscere l'inglese, perché una parte enorme della documentazione, delle interviste, della manualistica e delle fonti nasce in quella lingua. È anche il suggerimento centrale proposto da The Elysian Lovers: per comprendere davvero la musica angloamericana dalla quale deriva gran parte del pop italiano degli ultimi decenni, affidarsi alle fonti internazionali può essere molto più utile che chiudersi nel nostro piccolo circuito autoreferenziale.

Da noi, invece, può capitare che uno conosca perfettamente la classifica di Sanremo del 1987 e non sappia chi sia Brian Eno. Che discuta per quaranta minuti della voce di un cantante ignorando cosa sia una progressione armonica. Che definisca “capolavoro” qualsiasi disco pubblicato quando aveva diciassette anni e “rumore” tutto ciò che è arrivato dopo i suoi trenta.

È la critica musicale, baby... trasformata in anagrafe.

Santi, poeti e navigatori. Ma il groove?

Naturalmente esistono anche in Italia musicisti, giornalisti, produttori e divulgatori preparatissimi. Il punto è un altro: la competenza musicale, nel dibattito pubblico, non sembra più un requisito indispensabile. Conta maggiormente la capacità di stare davanti a una telecamera, avere una community, pronunciare giudizi assoluti possibilmente entro trenta secondi.

E così continuiamo serenamente a considerarci un popolo musicale perché abbiamo inventato l'opera, abbiamo avuto Verdi, Puccini, Mina, Battisti, Morricone e qualche decina di altri giganti. Più o meno come sostenere di essere tutti grandi pittori perché Giotto era nato da queste parti.

Forse sulla famosa iscrizione bisognerebbe dunque intervenire. Italiani: santi, poeti, navigatori, eroi e conoscitori di musica. L'ultima categoria, però, scriviamola a matita.



domenica 23 agosto 2026

Non ci sono più i "tormentoni" estivi: siamo passati dai Beach Boys al reggaeton da supermercato



C’è stato un tempo - chi ha i capelli sale & pepe come me se lo ricorda - in cui l’estate aveva una sua precisa colonna sonora. Oggi ha un algoritmo. La differenza non è esattamente trascurabile. Negli anni Sessanta potevi andare al mare con Sapore di sale di Gino Paoli, che era sì una canzone estiva, ma conteneva malinconia, desiderio, sensualità e persino qualche accordo che non sembrava scelto da un’intelligenza artificiale dopo aver analizzato le preferenze dei clienti di un villaggio turistico. Potevi imbatterti in Azzurro di Adriano Celentano, scritta dall'avvocato Conte, oppure ascoltare Battisti trasformare tre minuti di orologio in qualcosa che ancora oggi possiede una misteriosa capacità di sopravvivenza, anche senza necessariamente apprezzare i testi dell'allora sodale Mogol.

All’estero andava persino peggio, almeno per chi oggi deve tentare il confronto. I Beach Boys confezionavano canzoni apparentemente solari dietro le quali Brian Wilson nascondeva armonie vocali da laboratorio rinascimentale. I Beatles riuscivano a essere popolari senza considerare il pubblico un insieme di deficienti. I Kinks potevano raccontare l’estate con Sunny Afternoon, facendo contemporaneamente pop, ironia sociale e meraviglia melodica.

Insomma, il tormentone esisteva già. Solo che era anche bella musica.

Ai tempi nei quali il disimpegno possedeva una melodia

Negli anni Settanta l’estate poteva avere il passo della disco, ma dietro quattro quarti apparentemente elementari c’erano musicisti che sapevano suonare. Gli Chic di Nile Rodgers costruivano architetture ritmiche sulle quali ancora oggi campano, direttamente o indirettamente, intere generazioni di produttori. I Fleetwood Mac riuscivano a vendere milioni di dischi senza rinunciare a scrittura, arrangiamenti e personalità. Mentre David Bowie poteva essere sofisticato e popolare contemporaneamente, concetto che oggi sembra quasi sovversivo. Canzoni a volte leggere, leggerissime, persino sciocche. Ma con una precisa identità.

Poi arrivarono gli anni Ottanta, il decennio che oggi viene saccheggiato senza pietà da chiunque possieda un sintetizzatore e un account Spotify. E anche lì il famigerato tormentone poteva chiamarsi Vamos a la playa dei Righeira: apparentemente una filastrocca da spiaggia, in realtà un allegro balletto post-atomico. Altro che “baby, stanotte facciamo tardi” ripetuto diciassette volte sopra una base prefabbricata.

Dalle acrobazie vocali agli sculettamenti da talent

E poi, come non citare Giuni Russo? Una voce capace di acrobazie che oggi probabilmente provocherebbero una riunione d’emergenza in una major: estensione vertiginosa, tecnica, follia, ironia, sperimentazione. Poteva cantare Un’estate al mare e trasformare persino l’imitazione di un gabbiano in un esercizio di virtuosismo, perché dietro l’apparente leggerezza c’era una cantante vera, di quelle che prima imparavano a usare la voce e solo dopo, eventualmente, pensavano al resto. Confrontarla con certa produzione estiva contemporanea è quasi sleale. Oggi il percorso sembra talvolta rovesciato: passaggio nel talent, immagine accuratamente confezionata, promozione social, qualche sculettamento strategico, consacrazione a sex symbol nazionale e infine la canzone da far transitare a Sanremo, purché non intralci troppo il resto. Badate, non è moralismo gratuito: ognuno utilizzi pure glutei, addominali e coreografie come meglio crede. Il problema nasce quando la confezione diventa più importante del contenuto e l’industria pretende persino di convincerci che siano la stessa cosa. Giuni Russo poteva stare immobile davanti a un microfono e riempire lo spazio con una nota. Oggi, per riempire tre minuti, a volte serve un intero corpo di ballo.

Esterofilia di qualità

Gli Wham! potevano produrre pop da spiaggia con una qualità melodica oggi quasi imbarazzante. Don Henley scriveva The Boys of Summer, una canzone estiva che parlava proprio della fine dell’estate, del tempo perduto e della memoria. I Police, i Talking Heads, persino i Clash riuscivano a entrare nelle classifiche senza dare l’impressione di aver compilato un modulo ministeriale per ottenere il requisito della radiofonicità.

Dal tormentone al muzak con mojito

Poi qualcosa si è rotto. Non la musica, naturalmente. Nel mondo continuano a esistere artisti magnifici, gruppi straordinari, jazzisti, rocker, cantautori, musicisti elettronici e ragazzi che registrano dischi meravigliosi nelle proprie camere. È finita, semmai, la musica popolare industriale come luogo nel quale qualità e successo potevano occasionalmente incontrarsi. Le grandi case discografiche — o quello che ne rimane dopo fusioni, acquisizioni e trasformazioni in gigantesche società di gestione dei cataloghi — sembrano aver sviluppato una particolare ossessione per la canzone che non deve lasciare traccia.

Oggi il tormentone nasce con le stesse logiche di un prodotto alimentare. Durata ridotta. Intro possibilmente abolita. Ritornello entro pochi secondi. Base ritmica riconoscibile. Frase elementare adatta a diventare didascalia social. Eventuale duetto tra cantante pop, rapper e ospite latino, perché evidentemente l’estate, dal 2015 in poi, è diventata costituzionalmente incapace di esistere senza una spruzzata di reggaeton.

Il risultato non è necessariamente brutto. Peggio... è tremendamente innocuo. Trattasi di muzak contemporaneo, per accompagnare l’aperitivo, il reel, la palestra, il supermercato, il viaggio in automobile. Non chiede attenzione perché l’attenzione potrebbe diventare pericolosa.

Una volta ascoltavi una canzone e magari ti domandavi: Che cos’è questa roba? Oggi l’obiettivo sembra essere esattamente opposto: fare in modo che nessuno se lo domandi.

Quando una canzone restava attaccata alla vita

Il problema non è la nostalgia. Anche negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta uscivano sul mercato brutte canzoni. Soltanto che il tempo, galantuomo e critico musicale molto più severo delle playlist editoriali, le ha giustamente relegate all'oblio. Ma accanto alla spazzatura si palesavano brani capaci di trasformarsi in persistente memoria collettiva. Sentivi quattro note e immediatamente ricordavi una spiaggia, uno sguardo di ragazza, una macchina, un viaggio, un amore.

Oggi molti tormentoni sembrano avere una data di scadenza incorporata: giugno, luglio, agosto e raccolta differenziata a settembre.

La differenza fondamentale è questa. La musica estiva non è diventata peggiore perché noi siamo diventati irrimediabilmente vecchi. È diventato peggiore il meccanismo industriale che pretende di stabilire preventivamente che cosa dovremmo canticchiare. E così continuiamo a chiamare “tormentone” qualcosa che tormenta pochissimo.

Passa. Funziona. Macina streaming. Accompagna milioni di video e poi scompare. Forse è questo il vero capolavoro dell’industria musicale contemporanea: essere riuscita a trasformare persino la canzone dell’estate in un prodotto usa e getta.

Una volta finiva agosto e una canzone restava. Adesso, molto spesso, finisce agosto. E, finalmente, smette anche la canzone.

lunedì 10 agosto 2026

Eugenio Finardi a Ballando con le Stelle: la musica ribelle è finita, adesso c’è il cha cha cha


Annunciati i primi concorrenti della nuova edizione di Ballando con le Stelle. Il consueto caravanserraglio televisivo è servito: ex calciatori, influencer, attori, figli d’arte, personaggi da rotocalco e celebrità di varia stagionatura. Poi, in mezzo alla compagnia, compare un nome che costringe a strofinarsi gli occhi: Eugenio Finardi.

Se ce lo avessero raccontato vent’anni fa avremmo cercato immediatamente la telecamera nascosta. Non per Ballando, ma per Scherzi a parte.

C’è Alessandro Matri: perfetto. Jimmy Ghione: inevitabile. Aurora Ramazzotti, Anna Safroncik, Riccardo Rossi, Noemi Bocchi, Alberto Ravagnani. Tutto regolare nel grande centro commerciale dello spettacolo italiano, dove prima o poi transitano tutti, purché abbiano un minimo di notorietà, due ginocchia ancora operative e qualche sabato sera libero.

Poi arriva lui. Eugenio Finardi.

Per Eugenio le palette della giuria

Finardi. Quello di Musica ribelle. Quello de La radio. Uno che per generazioni ha rappresentato, almeno nell’immaginario, l’esatto contrario della televisione cotonata, del sorriso da prima serata e della liturgia del “tesoretto”.

E invece eccolo lì, pronto presumibilmente a farsi giudicare un paso doble, un tango o un casqué. Mezzo secolo di carriera per arrivare al momento sublime in cui qualcuno potrebbe spiegargli che “manca un po’ di connessione con la partner”.

È la straordinaria capacità digestiva della televisione italiana: inghiotte tutto, metabolizza tutto e alla fine restituisce tutto con le paillettes. La ribellione, purché faccia share. Il rock, ma con le scarpe di vernice. La controcultura, purché finisca entro mezzanotte e venti per lasciare spazio al Tg1 della notte.

Manca solo che dopo Musica ribelle Finardi incida Musica ballabile.

Il grande villaggio turistico dello spettacolo

Naturalmente Finardi è liberissimo di fare ciò che vuole. E magari ballerà magnificamente. Il punto non è lui: è il paesaggio circostante. La televisione italiana sembra ormai un gigantesco resort all inclusive dove non esistono più carriere, identità o percorsi, ma soltanto personaggi disponibili. Cantanti, ex sacerdoti, compagne di calciatori, giornalisti, influencer, attori, figli di qualcuno, ex centravanti e reduci da altri reality vengono rovesciati nello stesso frullatore del sabato sera.

Prima avevamo la televisione generalista. Adesso abbiamo il riciclaggio generalista.

E così Eugenio Finardi, uno che cantava “la musica ribelle che ti vibra nelle ossa”, potrebbe ritrovarsi a vibrare davvero. Ma per tenere il tempo di una rumba.

Che amarezza. Con tanto di orchestra dal vivo. Mi viene qualche verso sparso  di Nuovo swing di Enrico Ruggeri:

Cambia il tempo attorno a te

e la musica vecchia dov'è

La canzone che vuoi tu

poco dopo non la riconosci più...


martedì 16 giugno 2026

Giù le mani da Lucio, il futuro di Vannacci è un altro



Alla convention di Futuro Nazionale, il movimento guidato dall’ex generale Roberto Vannacci, si sceglie come colonna sonora Futura di Lucio Dalla. Una decisione che appare paradossale: il brano nasce a Berlino durante la Guerra Fredda come inno alla speranza, all’abbattimento dei muri e a un futuro condiviso. Raccontando alla maniera dell'indimenticabile Lucio un futuro senza divisioni e senza barriere, Il risultato? Un cortocircuito culturale che fa discutere, un messaggio che molti ritengono estremamente, se non addirittura contraddittorio, dall’immaginario politico evocato dall'autoproclamatasi "feccia" vannacciana.

Quando la colonna sonora smentisce il protagonista

Tra i tanti episodi curiosi emersi dalla convention romana di Futuro Nazionale, ce n'è uno che rischia di passare alla storia come il più clamoroso autogol culturale della manifestazione. Roberto Vannacci e i suoi hanno infatti scelto come inno duno dei capolavori assoluti di Lucio Dalla. Una decisione che non può che lasciare perplessi. Perché se c'è una canzone che racconta l'esatto contrario di muri, divisioni identitarie e contrapposizioni ideologiche, quella è proprio Futura! Ma chi è il consulente musicale - ammesso che esista - di Vannacci?!?

Dalla la compose nel 1979 a Berlino, seduto nei pressi del Checkpoint Charlie, il simbolo della separazione tra Est e Ovest. In quel luogo che rappresentava la frattura del mondo, il cantautore immaginò invece l'incontro, l'amore e una figlia simbolicamente chiamata Futura, nata dall'unione di due persone divise dalla storia ma unite dalla speranza. Il cantautore bolognese racconta così la genesi del brano: «Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Checkpoint, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo».

Da Berlino ai “camerati”: il cortocircuito perfetto

Il problema non è soltanto musicale. È semantico. È culturale. È quasi antropologico. Da una parte una canzone che parla di abbattere confini. Dall'altra una platea in cui il termine “camerati” viene pronunciato con una disinvoltura che sembra arrivare direttamente da un archivio in bianco e nero. Il risultato è un effetto surreale. Come scegliere Imagine per inaugurare una convention di produttori di missili o usare Bella ciao come sigla di un raduno nostalgico.

La sensazione è che qualcuno abbia ascoltato il titolo senza prestare attenzione al testo. Un po' come chi cita George Orwell pensando che abbia scritto un manuale di istruzioni anziché una distopia.

Giù le mani da Lucio

Naturalmente nessuno può rivendicare l'esclusiva su una canzone. Le opere d'arte appartengono a tutti. Ma esiste una differenza tra utilizzare un brano e capirlo. Futura non rappresenta soltanto una bella melodia. È una dichiarazione d'amore al futuro, alla contaminazione, alla speranza che i muri possano sgretolarsi. Ed è proprio questo che rende la scelta di Futuro Nazionale così involontariamente comica.

Se Lucio Dalla potesse assistere alla scena, probabilmente reagirebbe con quell'ironia intelligente che lo ha sempre contraddistinto. Oppure, più semplicemente, prenderebbe carta e penna e scriverebbe un'altra canzone. Magari intitolandola Equivoci.

Perché una cosa è certa: tra tutte le canzoni possibili, scegliere proprio Futura è riuscito a trasformare un congresso politico nel più imprevedibile tributo involontario all'idea di un mondo senza muri. E forse questo, paradossalmente, è il messaggio più bello che Lucio Dalla continua ancora a lanciare da lassù.

giovedì 3 aprile 2025

Immagina un mondo senza "Imagine" di John Lennon: se ti chiami Giorgia ce la puoi fare



Quando si cerca di evangelizzare le folle con un mantra fatto di "Dio, Patria e Famiglia", è chiaro che una canzone che sogna un mondo senza confini suoni come una minaccia. Giorgia Meloni stronca "Imagine" di John Lennon, Serena Dandini la commenta con ironia e noi - il "popolino" (meno "bue" di quanto ci si possa immaginare) - ci godiamo lo spettacolo.


Era il lontano 2020 quando Giorgia Meloni, allora leader dell'opposizione, decideva di far sapere al mondo che Imagine di John Lennon non la emozionava affatto. E non per questioni musicali, no. Il problema era semmai il testo: troppo globalista, troppo utopistico, troppo... senza confini! Insomma, roba da radical chic con la chitarra, gli zoccoli di legno e il berretto di lana in estate. "È l'inno dell'omologazione mondialista!", tuonava la futura premier. Mentre probabilmente un fan dei Beatles, in qualche parte del mondo, in quel preciso momento soffocava dignitosamente un singhiozzo.  

Serena Dandini: "Ma davvero vi sorprende?"

A ripescare questa perla ci ha pensato Serena Dandini che, con il suo consueto sarcasmo, ha commentato: "Non mi meraviglia che non le piaccia questa canzone". Eh già, perché davvero qualcuno si aspettava che una figura politica che fa del nazionalismo il proprio cavallo di battaglia potesse apprezzare un testo che immagina un mondo senza barriere, senza religione, senza divisioni? Ma che, scherziamo? D'altronde si sa che il triplete Dio, Patria e Famiglia batte sempre Pace, Amore e Fratellanza...

Il pezzo in questione

Pubblicato l'11 ottobre 1971 come estratto dall'album omonimo, si tratta del brano più celebre e rappresentativo dell'artista fra quelli realizzati durante la sua carriera da solista, dopo la fantastica epopea Beatles. Co-prodotto con la moglie Yōko Ono insieme al produttore discografico Phil Spector, Imagine venne inciso nello studio casalingo di Lennon a Tittenhurst Park. Nonostante originariamente fosse accreditato ufficialmente al solo Lennon, poco tempo prima del suo assassinio il cantante riconobbe il contributo basilare della Ono come ispiratrice del concetto dietro a Imagine. Ammettendo che all'epoca non si era sentito ancora così maturo da inserire anche il suo nome fra gli autori. Si stima che il 45 giri (nelle due edizioni del 1971 e 1975 con al lato B rispettivamente It's So Hard e Working Class Hero), abbia venduto oltre 1,6 milioni di copie nel solo Regno Unito. Nel 1985, una zona del Central Park di New York è stata dedicata a Lennon con il nome Strawberry Fields Memorial, dove si può ammirare un mosaico permanente con la scritta "Imagine".


Lennon si rivolta nella tomba

John Lennon, dal suo mondo senza confini (o almeno speriamo per lui...), probabilmente sta osservando la situazione con un mix di disappunto ed ironico divertimento. Del resto, Imagine non è mai stato un brano neutro: o lo si ama o lo si odia. E se la premier lo boccia, forse significa che il buon John aveva ragione. Ma c'è da dire che, se ci guardiamo intorno, forse il problema non è la canzone in se stessa, ma semmai la realtà che la circonda. E chissà, magari un giorno ci sarà un leader che invece di abbattere le utopie, proverà a renderle realtà. E, come si dice in stile social... condividi questo articolo se anche tu canti Imagine sotto la doccia! invece, se sei tra quelli che "no confini, no party"... tranquillo/a, c'è sempre My Way di Frank Sinatra.

mercoledì 22 marzo 2023

Rocco vs Bob: io sto con Rocco!


Sto seguendo con grande divertimento la querelle inescata da un post di Rocco Tanica (degli Elio E Le Storie Tese) , in merito al divieto - imposto da Bob Dylan - dell'utilizzo degli smartphone durante i suoi prossimi concerti italiani, definiti come un aggeggio di Satana! Il menestrello di Duluth si pone, quindi, in netta contrapposizione con la cosiddetta "generazione Z": niente foto o video. Una scelta che può sembrare sensata e ragionevole… certo, se sei Beethoven. Ma Mister Zimmermann dovrebbe parlare alle nuove generazioni (che usano i telefoni come vera e propria estensione del loro braccio) e non essere il prete in Chiesa che ti intima di abbassare la suoneria. Quei giovani che rappresentarono la sua fortuna ai tempi, "scaldati" dalla spinta rivoluzionaria delle tue canzoni. Gli stessi ai quali dovrebbe parlare oggi - Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno - ma che non sono in grado di permettersi il biglietto di un suo concerto.

Non è mai stato "Mister Simpatia"...

Già ai tempi dell'assegnazione del premio Nobel, Bob si fece desiderare. Per fortuna, in quella occasione ci fu Patti Smith a cantare la sua A hard rain's a-gonna fall. Vogliamo poi parlare del suo libro in edizione limitata sulla filosofia della canzone, venduto a 600 dollari a copia, solo perché autografato?!? Salvo poi scoprire che la firma non era di suo pungo ma stampata! Un artista grandissimo, di straordinario valore musicale e sociale ma antipatico, sul palco e fuori.

Il vergognoso gabello dei 5 euro

La scelta di vietare i telefonini è assolutamente priva di qualsiasi significato tecnico. Se il problema sono i contenuti digitali che finiranno liberamente in rete... credo che Dylan possa permettersi di perdere pure qualche centesimo, visto la montagna di soldi guadagnati in carriera. In compenso... per tenere in custodia i telefoni ai suoi concerti ogni spettatore dovrà pagare 5 euro per il servizio. Non era lui che cantava All the money you make will never buy back your soul?!?

La condivisione di un'esperienza

Io trovo che portarsi a casa un ricordo di un'esperienza come quella di un concerto di un'icona come lui, debba contemplare anche il diritto di realizzare un personale ricordo materiale, da postare magari su Facebook o in una story di Instagram. Le belle esperienze non vanno solo ostentate ma si possono condividere con piacere per accrescerne il senso, per renderle comuni, per poterne parlare ed essere capiti. È come andare a visitare una città e non scattare delle foto; io non lo faccio mai! Perchè mai Dylan deve imporre al pubblico pagante come vivere intimamente il momento di un suo concerto? Considerando anche il fatto che - battuta di Tanica a parte - la versione live odierna del Nostro può generare fastidiosissimi effetti collaterali...


martedì 7 febbraio 2023

Professionismo Rai


Domenica scorsa durante il programma Domenica In la "zia" Mara Venier si stupisce non poco quando le dicono che Anna Oxa è stata sposata con Gianni Belleno dei New Trolls, presente in studio insieme a Nico Di Palo. "Tu sei stato fidanzato con la Oxa, vero?" dice Mara e Belleno simpaticamente le risponde "Ho due figli...", mentre la Venier continua ad esibire una faccia da punto interrogativo: "Ah, ma allora sei stato più che fidanzato..." insiste lei.

Il siparietto comico prosegue con un botta-e-risposta da antologia:

Belleno: "D'altronde due figli non sono mica venuti dai funghi...". Venier: "Ma va? Due figli?!? Ma come ha fatto la Oxa ad innamorarsi di te?"

Belleno: "In realtà sono tre, c'è Mamo che è il più grande...", indicando il palco dove gli Of New Trolls si sono appena esibiti

Venier: "Che è qui?!?"

Belleno: "E' quello che suona con noi..."

Venier: "Ma daiii..."

A quel punto la Venier, in totale stato confusionale, mette la parola fine alla questione affermando: "D'altronde io ci ho già dei problemi miei, non è che me vado ad impiccià dei figli degli altri...". Una battuta degna di un film di Bombolo e Enzo Cannavale!

COMPLIMENTI ALLA ZIA E AGLI AUTORI DI DOMENICA IN!!!

mercoledì 12 gennaio 2022

Elettra al Tussauds di Amsterdam, segno dei tempi

La showgirl Elettra Lamborghini (definirla "cantante" mi sembra un filo esagerato...) verrà rappresentata con una statua di cera presso il museo Madame Tussauds di Amsterdam. “Abbiamo rilevato una crescita nel numero dei turisti italiani sia nella capitale che presso il nostro museo e proprio per questo abbiamo deciso di rappresentare un personaggio italiano” ha dichiarato Quinten Luykx, direttore generale di Madame Tussauds Amsterdam. Il global brand team del museo, attraverso analisi social, ricerche Google e domande a campione ai propri visitatori, ha identificato in lei un personaggio molto popolare tra il pubblico italiano ed olandese oltre che la figura maggiormente richiesta per la rappresentazione di una propria statua di cera. La sua popolarità è cresciuta nel paese olandese anche grazie al recente matrimonio con il famoso DJ Afro Jack, originario dei Paesi Bassi. Argomentazioni che la dicono lunga sul livello del brand team della struttura ed anche su quello dell'italiano medio che si reca all'estero...

Elettrona nostra sarà quindi la prima celebrità (o pseudo tale) a comparire nell'iconico museo. Nel mese di settembre 2021 Elettra si è dunque recata al Madame Tussauds di Amsterdam dove ha posato per oltre tre ore per gli scultori, i quali hanno preso le sue misure, scattato centinaia di foto e rilevato tutti i dettagli utili alla realizzazione della statua: dalla sfumatura degli occhi al tono della sua pelle, dal colore dei suoi capelli fino alla conformazione dei suoi denti e, presumo io, dell'ingombrante sedere! E’ stata infine realizzata una scansione 3D che riproduce fedelmente tutte le caratteristiche di Elettra e che rappresenta un’ulteriore strumento per una statua di cera dalle proporzioni perfette.


La scultura verrà presentata in Italia dalla stessa Elettra a maggio 2022 e verrà poi collocata verso l’estate nel museo, nella “Music Area” in mezzo agli altri grandi come Beyoncé, Ariana Grande e Justin Bieber. In due parole... la compagnia che si merita!

Il Madame Tussauds di Amsterdam ha aperto nel 1970 in Kalverstraat e si è spostato nel 1991 in Piazza Dam, dove attualmente è collocato. Negli ultimi anni il Madame Tussauds si è trasformato da museo statico ad attrazione interattiva. Tutte le statue vengono realizzate presso i Tussauds Studios a Londra. Dopo una o più sessioni di posa nelle quali vengono rilevate più di 200 misure diverse, viene dapprima realizzata una statua in argilla e subito dopo uno stampo in cui viene versata la cera. La statua, alla quale vengono poi applicati dei veri capelli, viene poi dipinta interamente a mano con colori ad olio realizzando delle sfumature e ricreando il tono della pelle originale; l’obiettivo è raggiungere un elevato grado di realismo, vero e proprio marchio di fabbrica del Madame Tussauds che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Ogni creazione di cera - alla quale lavorano circa una ventina di persone - richiede dai sei ai nove mesi e ha un costo che si aggira intorno ai 250,000 euro! 

Le mie frequentazioni di cera sono molto differenti...


venerdì 12 novembre 2021

Tempo da perdere... ne abbiamo?

Vi ricordate quando anni fa in tv nella sua (noiosa) trasmissione Rockpolitik il "Santone" Adriano Celentano spiegava a noi spettatori la differenza fra i concetti di "rock" e "lento?

Il doppiopetto è lento
i bluejeans sono rock

Il cannone è lento
i fiori sono rock

Chi si sospende è lento
però se è una finta è rock. E il sospetto è questo

Il 26 è lento
il 27 è rock

Cassano è rock, Zeman è rock
Moggi è lento...

Nel video che segue, esempio perfetto di quanto tempo libero la gente dispone, spesso utilizzandolo in cose davvero inutili... ogni volta che i Beatles pronunciano la parola "help" (nell'esecuzione live del brano omonimo), i giri rallentano! Vi chiedete il senso di questa cosa?!? Come canta Vasco Rossi... "Sai che cosa penso / Che se non ha un senso / Domani arriverà..."

Mah...

lunedì 9 agosto 2021

Pubblicità regresso


Qualche giorno fa, precisamente il 6 luglio 1928, a Pittsburgh nasceva Andrew Warhol Jr., pittore, grafico, illustratore, scultore, sceneggiatore, produttore, regista, direttore della fotografia ed anche attore, una figura assolutamente di primissimo piano del movimento della Pop Art e uno dei più influenti artisti del XX secolo. Quasi inutile ricordare il suo ruolo nella nascita dei Velvet Underground di Lou Reed...

Quando in metropolitana ho visto questa vergognosa pubblicità di Amaka - sito di viaggi online -  non ho potuto fare a meno di pensare a quanto la creatività media delle agenzie di comunicazione italiane abbia raggiunto livelli bassi e triviali. Ridurre un'icona artistica universalmente nota (nonchè copertina dell'esordio discografico dei Velvet) ad un gancio per una volgarità da osteria di periferia... mi ha davvero intristito.

mercoledì 7 aprile 2021

Cosa non si fa per la "grana"...


Ricevo questo comunicato stampa e condivido prontamente, non senza una punta di acidità (nonostante il Dom Pérignon sia un eccellente prodotto...). In rosso mi sono permesso di indicare qualche mia personalissima considerazione.

THE QUEENDOM, L'UNIVERSO CONDIVISO DI DOM PÉRIGNON E LADY GAGA 

Dom Pérignon e Lady Gaga svelano il loro Queendom, espressione radicale del potere elettrizzante della libertà creativa (a patto di potersi permettere di spendere 300/400 euro per una bottiglia del suddetto nettare; non oso pensare il prezzo di questa limited edition di soli 110 esemplari...), impulso che apre nuovi orizzonti per il mondo. Il Queendom è anche una celebrazione favolosa, esuberante ed esaltante, una convergenza gioiosa che premia l’ispirazione a creare, reinventare noi stessi e scrivere la nostra storia. Certo che la professione dell'ufficio stampa, spesso, è davvero la celebrazione del nulla... e lo dico con cognizione di causa! L’intensità di questa collaborazione si basa sull’assemblaggio degli elementi portati da ogni personalità creativa (quante menate per qualche foto...). La regia del fotografo e director Nick Knight, la coreografia di Richard Jackson, i costumi di Nicola Formichetti, le acconciature di Frederic Aspiras, il trucco di Sarah Tanno e le unghie di Miho Okawara (perchè non citare pure chi ha passato il Mocio Vileda nel camerino di Lady Germanotta?!?)... tutto si combina per creare una vibrante interpretazione del potere dell’ispirazione e del potere del lusso. Tutto, nel Queendom, è espressione di una creatività sfrenata, visibile nella campagna pubblicitaria da oggi disponibile.



Oggi più che mai il mondo ha bisogno del potere della libertà creativa. Una forza che apra nuovi orizzonti, che ci spinga avanti. Una forza per condividere e da condividere. Una forza potente come l’amore. Una forza che unisce Lady Gaga e Dom Pérignon.


Gli scatti sono belli, intendiamoci... ma le priorità attuali sono davvero altre. Un bello schiaffone alla miseria generale che il covid sta lasciando dietro di se! Ad onor del vero, c'è comunque da segnalare che Lady Gaga ha raccolto oltre 120 milioni di dollari a favore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’assistenza sanitaria nella lotta al Covid con il suo concerto benefico One World, acquisendo  nuove benemerenze. Si è salvata - come si dice in gergo calcistico - in corner... 

martedì 26 gennaio 2021

Che sia questo il motivo?!?

 


Ci lamentiamo spesso della pochezza di gran parte della musica italiana. Che molti fra gli artisti nostrani siano assidui frequentatori dei negozi Tiger?!?

mercoledì 20 gennaio 2021

Carta straccia


Certa stampa è buona giusto per seguirci al bagno... e non certo per leggere! Mi spiace soprattutto per Assante, non certo per Morgan...

lunedì 19 ottobre 2020

Ma voi lo vorreste un sindaco così?!?


Non bastava il Covid, ci voleva giusto Morgan Castoldi come potenziale sindaco di Milano! Il suo amico negazionista Vittorio Sgarbi lo candida nella lista Rinascimento. Naturalmente il cantante accetta la proposta: un modo furbo per far parlare di sé, dopo la lite con Bugo sul palco di Sanremo. Per l'occasione viene coniato anche un motto, chissà se partorito dalla fertile fantasia dell'illustre critico d'arte o da qualche grande copywriter assoldato per l'occasione: Vota Morgan, ribellirai e ribelliremo. 

Degna del suo quoziente d'intelligenza la dichiarazione dell'ex Bluvertigo: “Accetto la candidatura a sindaco di Milano. Bugo potrebbe fare l’assessore alle infiltrazioni o alle buche”. Bei tempi quelli, quando non si faceva altro che parlare del Bugo-gate: l'ultimo momento di spensieratezza per un Paese che da otto mesi conta ogni giorno i morti della pandemia e che riunirsce periodicamente davanti al teleschermo per ascoltare i Dpcm di Conte.

Dopo le recenti dichiarazioni del Castoldi ("A Zingaretti preferisco Salvini, ha dei tratti positivi"), interpellato sull'argomento, l'attuale leader dell'opposizione restituisce il favore: "Musicalmente mi piace molto, non entro nel merito di altre vicende. Fare il sindaco di Milano è complicato, è unica al mondo e purtroppo l'amministrazione anche per il virus si è seduta, si è fermata, si è stancata. Milano devi amarla e devi conoscerla. Per carità, una chiacchierata la faccio volentieri, probabilmente avremo altre scelte e coinvolgeremo altre professionalità, ma potrebbe essere d'aiuto". Ridere fa bene alla salute, se poi, in questi tempi di magra, la comicità è pure gratis... ancora meglio! 

Sgarbi, Morgan, Salvini... un bel gruppetto di personaggi che si meritano a vicenda. Di più non posso dire perchè potrei essere querelato all'istante, posso solo parafrasare Claudio Lolli e la sua "Vecchia piccola borghesia" quando dice "Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia"...

Per questa vergognosa cover meriterebbe il carcere duro... anche quell'imbecille che al minuto 2:21 gli urla "Grande"...

Bau bau "Baui"!



Con l'uscita di "Stardust" del noto documentarista inglese Gabriel Range, il biopic su David Bowie (per il quale il figlio del Duca Bianco, Duncan Jones,  non ha concesso l'utilizzo dei brani  del padre per la colonna sonora), nei tg Rai e Mediaset è tutto un florilegio di "David BAUI". Non si pretende certo la conoscenza maniacale della vita della grande rockstar... ma almeno la corretta pronuncia del suo cognome non guasterebbe. Giornalisti cani!!!

Sul film... poco o niente a che vedere con i recenti "Bohemian Rhapsody" e "Rocketman": scordatevi la classica pellicola che descrive la carriera, immersa in una compilation di greatest hits. "Stardust" si concentra sul 1971, l'anno nel quale Bowie andò in tour negli USA con la speranza di dare una scossa alla sua carriera. Per quanto ancora distante dalla sua mutazione, il timido ed eccentrico ragazzo (peraltro interpretato con personalità da Johnny Flynn, anch’egli musicista e cantante) ha già lo sguardo rivolto a un immaginifico "altrove", figlio di una visione di mondo totalmente differente, si potrebbe dire quasi ultraterrena, sospesa in un universo che solo lui ha saputo incarnare

lunedì 12 ottobre 2020