All’estero andava persino peggio, almeno per chi oggi deve tentare il confronto. I Beach Boys confezionavano canzoni apparentemente solari dietro le quali Brian Wilson nascondeva armonie vocali da laboratorio rinascimentale. I Beatles riuscivano a essere popolari senza considerare il pubblico un insieme di deficienti. I Kinks potevano raccontare l’estate con Sunny Afternoon, facendo contemporaneamente pop, ironia sociale e meraviglia melodica.
Insomma, il tormentone esisteva già. Solo che era anche bella musica.
Ai tempi nei quali il disimpegno possedeva una melodia
Negli anni Settanta l’estate poteva avere il passo della disco, ma dietro quattro quarti apparentemente elementari c’erano musicisti che sapevano suonare. Gli Chic di Nile Rodgers costruivano architetture ritmiche sulle quali ancora oggi campano, direttamente o indirettamente, intere generazioni di produttori. I Fleetwood Mac riuscivano a vendere milioni di dischi senza rinunciare a scrittura, arrangiamenti e personalità. Mentre David Bowie poteva essere sofisticato e popolare contemporaneamente, concetto che oggi sembra quasi sovversivo. Canzoni a volte leggere, leggerissime, persino sciocche. Ma con una precisa identità.
Poi arrivarono gli anni Ottanta, il decennio che oggi viene saccheggiato senza pietà da chiunque possieda un sintetizzatore e un account Spotify. E anche lì il famigerato tormentone poteva chiamarsi Vamos a la playa dei Righeira: apparentemente una filastrocca da spiaggia, in realtà un allegro balletto post-atomico. Altro che “baby, stanotte facciamo tardi” ripetuto diciassette volte sopra una base prefabbricata.
Dalle acrobazie vocali agli sculettamenti da talent
E poi, come non citare Giuni Russo? Una voce capace di acrobazie che oggi probabilmente provocherebbero una riunione d’emergenza in una major: estensione vertiginosa, tecnica, follia, ironia, sperimentazione. Poteva cantare Un’estate al mare e trasformare persino l’imitazione di un gabbiano in un esercizio di virtuosismo, perché dietro l’apparente leggerezza c’era una cantante vera, di quelle che prima imparavano a usare la voce e solo dopo, eventualmente, pensavano al resto. Confrontarla con certa produzione estiva contemporanea è quasi sleale. Oggi il percorso sembra talvolta rovesciato: passaggio nel talent, immagine accuratamente confezionata, promozione social, qualche sculettamento strategico, consacrazione a sex symbol nazionale e infine la canzone da far transitare a Sanremo, purché non intralci troppo il resto. Badate, non è moralismo gratuito: ognuno utilizzi pure glutei, addominali e coreografie come meglio crede. Il problema nasce quando la confezione diventa più importante del contenuto e l’industria pretende persino di convincerci che siano la stessa cosa. Giuni Russo poteva stare immobile davanti a un microfono e riempire lo spazio con una nota. Oggi, per riempire tre minuti, a volte serve un intero corpo di ballo.
Esterofilia di qualità
Gli Wham! potevano produrre pop da spiaggia con una qualità melodica oggi quasi imbarazzante. Don Henley scriveva The Boys of Summer, una canzone estiva che parlava proprio della fine dell’estate, del tempo perduto e della memoria. I Police, i Talking Heads, persino i Clash riuscivano a entrare nelle classifiche senza dare l’impressione di aver compilato un modulo ministeriale per ottenere il requisito della radiofonicità.
Dal tormentone al muzak con mojito
Poi qualcosa si è rotto. Non la musica, naturalmente. Nel mondo continuano a esistere artisti magnifici, gruppi straordinari, jazzisti, rocker, cantautori, musicisti elettronici e ragazzi che registrano dischi meravigliosi nelle proprie camere. È finita, semmai, la musica popolare industriale come luogo nel quale qualità e successo potevano occasionalmente incontrarsi. Le grandi case discografiche — o quello che ne rimane dopo fusioni, acquisizioni e trasformazioni in gigantesche società di gestione dei cataloghi — sembrano aver sviluppato una particolare ossessione per la canzone che non deve lasciare traccia.
Oggi il tormentone nasce con le stesse logiche di un prodotto alimentare. Durata ridotta. Intro possibilmente abolita. Ritornello entro pochi secondi. Base ritmica riconoscibile. Frase elementare adatta a diventare didascalia social. Eventuale duetto tra cantante pop, rapper e ospite latino, perché evidentemente l’estate, dal 2015 in poi, è diventata costituzionalmente incapace di esistere senza una spruzzata di reggaeton.
Il risultato non è necessariamente brutto. Peggio... è tremendamente innocuo. Trattasi di muzak contemporaneo, per accompagnare l’aperitivo, il reel, la palestra, il supermercato, il viaggio in automobile. Non chiede attenzione perché l’attenzione potrebbe diventare pericolosa.
Una volta ascoltavi una canzone e magari ti domandavi: Che cos’è questa roba? Oggi l’obiettivo sembra essere esattamente opposto: fare in modo che nessuno se lo domandi.
Quando una canzone restava attaccata alla vita
Il problema non è la nostalgia. Anche negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta uscivano sul mercato brutte canzoni. Soltanto che il tempo, galantuomo e critico musicale molto più severo delle playlist editoriali, le ha giustamente relegate all'oblio. Ma accanto alla spazzatura si palesavano brani capaci di trasformarsi in persistente memoria collettiva. Sentivi quattro note e immediatamente ricordavi una spiaggia, uno sguardo di ragazza, una macchina, un viaggio, un amore.
Oggi molti tormentoni sembrano avere una data di scadenza incorporata: giugno, luglio, agosto e raccolta differenziata a settembre.
La differenza fondamentale è questa. La musica estiva non è diventata peggiore perché noi siamo diventati irrimediabilmente vecchi. È diventato peggiore il meccanismo industriale che pretende di stabilire preventivamente che cosa dovremmo canticchiare. E così continuiamo a chiamare “tormentone” qualcosa che tormenta pochissimo.
Passa. Funziona. Macina streaming. Accompagna milioni di video e poi scompare. Forse è questo il vero capolavoro dell’industria musicale contemporanea: essere riuscita a trasformare persino la canzone dell’estate in un prodotto usa e getta.
Una volta finiva agosto e una canzone restava. Adesso, molto spesso, finisce agosto. E, finalmente, smette anche la canzone.


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