Dio li fa e, successivamente, li accoppia. Insieme al suo degno compare Mario Giordano, il conduttore di Radio 24 annuncia una proposta per cancellare quasi ogni limite alla reazione di chi subisce un’intrusione. Salvini mostra interesse. Ma il caso racconta anche come sia cambiata la radio italiana: dall’utopia delle emittenti libere alla bagarre permanente.
C’è stato un tempo in cui la parola radio evocava libertà. Quando nacquero le emittenti libere, l’etere sembrava uno spazio da conquistare: musica nuova, linguaggi nuovi, provocazioni, creatività, politica, controculture. Si parlava sopra i dischi, si sperimentava, si rompevano i codici. La radio era imperfetta, spesso artigianale, ma aveva un’idea di futuro.
Mezzo secolo dopo, di quella stagione resta poco. Le radio musicali si sono spesso trasformate in catene di hit mordi e fuggi, playlist compresse, tormentoni e conduzioni intercambiabili. Quelle di parola, invece, hanno scoperto una materia prima ancora più redditizia: la rissa. Più si alza il tono, più il telefono squilla. Più si semplifica, più la discussione diventa spettacolo.
È dentro questo paesaggio che Giuseppe Cruciani, dai microfoni di Radio 24, emittente del Gruppo 24 ORE controllato da Confindustria, annuncia insieme a Mario Giordano una proposta per ampliare radicalmente la legittima difesa.
Dalla provocazione alla legge
L’idea è semplice: chi entra abusivamente in casa, in un negozio o in un ufficio perderebbe sostanzialmente ogni tutela, lasciando al proprietario una libertà di reazione quasi assoluta. Come frase radiofonica è perfetta. Come principio giuridico, molto meno.
Perché difendere la proprietà è un diritto. Trasformarla in una zona nella quale chi possiede decide anche la misura della punizione è un’altra cosa. E tra le due corre ancora quella fastidiosa costruzione chiamata Stato di diritto. Il paradosso è evidente: dalla radio del gruppo editoriale controllato da Confindustria arriva una declinazione particolarmente muscolare della proprietà privata. Casa mia, negozio mio, regole mie.
Quando il microfono cerca il duello
Matteo Salvini ha definito l’idea “interessante”. E qui la radio completa il suo nuovo ciclo: non più soltanto luogo di discussione, ma fabbrica di temi politici già confezionati per la battaglia del giorno dopo. La vecchia radio libera cercava di allargare il campo delle idee. Quella contemporanea, troppo spesso, restringe tutto a un duello: sì o no, con me o contro di me, proprietario o ladro, vittima o colpevole.
Cruciani è bravissimo nel suo mestiere. Ma il successo della provocazione non coincide automaticamente con la bontà di una legge.
A Jones Beach è successo ciò che per tre decenni era sembrato impossibile: Ritchie Blackmore è tornato sul palco con i Deep Purple. Una sola canzone, naturalmente Smoke on the Water, per spazzare via dubbi, ironie social e sospetti di burla estiva. E dimostrare che certi dinosauri sanno ancora ruggire.
Dopo 33 anni di lontananza, Ritchie Blackmore ha suonato nuovamente con la sua band, abbandonando per un attimo pifferi e saghe medievali. Lo storico chitarrista è comparso sul palco coi compagni di allora, trasformando in realtà una reunion che molti avevano scambiato per un improbabile pesce… d’agosto.
Per una volta il Dio del Rock deve aver deciso di ascoltare le preghiere dei fedeli. E, già che c’era, di concedere pure il miracolo completo. Ritchie Blackmore, 81 anni e un curriculum sufficiente a riempire da solo un museo della musica, è tornato sul palco con i Deep Purple dopo 33 anni. Era dal 1993 che il chitarrista aveva chiuso la porta dietro di sé, lasciando una delle band più importanti della storia del rock con quella cordialità tipica delle separazioni fra vecchi compagni di gruppo: cioè pochissima.
Poi, a Jones Beach, nello Stato di New York, la porta si è improvvisamente riaperta.
Una canzone sola. Ma quale poteva essere?
Blackmore è comparso vestito di nero, quasi dovesse officiare una messa pagana, ha abbracciato Simon McBride, oggi titolare della chitarra nei Purple, ha incrociato Ian Gillan e infine ha fatto partire quelle quattro note che anche chi sostiene di non ascoltare rock riconosce dopo mezzo secondo: Smoke on the Water.
Non una canzone qualsiasi, praticamente l’alfabeto universale della chitarra elettrica: il riff che milioni di adolescenti hanno massacrato nelle camerette prima ancora di imparare ad accordare lo strumento.
L’annuncio era arrivato poche ore prima attraverso Blackmore stesso, durante una diretta Instagram con la moglie Candice Night. Aveva raccontato di aver chiamato Gillan “per i vecchi tempi”, proponendo una comparsata senza drammi e senza obblighi. Troppo semplice. Troppo bello. E infatti sui social qualcuno aveva immediatamente fiutato la fregatura, vissura parecchie volte con i Genesis e Peter Gabriel: vuoi vedere che è un pesce d’aprile arrivato con quattro mesi di ritardo? Un pesce… d’agosto?
Acciacchi, iniezioni e rock’n’roll
Il dettaglio che rende tutto ancora più sorprendente è che Blackmore non aveva nascosto i suoi problemi fisici: vertigini, artrite, gotta, quattro ernie discali. Prima del concerto aveva persino raccontato di essersi sottoposto a un’iniezione nella zona lombare e di avere preparato uno sgabello nel caso l’equilibrio lo tradisse.
Lo sgabello è rimasto inutilizzato.
Per pochi minuti non c’erano acciacchi, età o bollettini medici. C’erano Blackmore, Gillan, i Deep Purple e quel riff.
Poi tutto è finito. Una sola canzone, appena il tempo di ricordare a qualche pischello convinto che il rock sia nato su TikTok che i “dinosauri”, quando decidono di muoversi, fanno ancora tremare la terra.
La giustizia cilena ha impiegato più di cinquant’anni, ma alla fine ha raggiunto anche l’ultimo dei militari condannati per uno dei delitti più feroci e simbolici della dittatura di Augusto Pinochet. Nelson Haase Mazzei, capitano dell’esercito in pensione, è stato rintracciato e arrestato in un’abitazione rurale nel sud del Cile, dove si nascondeva dopo essersi sottratto all’esecuzione della pena.
L’ex ufficiale, latitante, era stato condannato nell’agosto del 2023 a 25 anni di carcere per il sequestro, le torture e l’uccisione del cantautore Víctor Jara e dell’avvocato Littré Quiroga, che all’epoca dirigeva l’amministrazione penitenziaria. Dopo la cattura, la giudice della Corte d’appello di Santiago Paola Plaza ne ha disposto l’immediato trasferimento in prigione.
Il golpe e l’arresto nello stadio
Jara venne fermato il 12 settembre 1973 all’interno dell’Università tecnica statale, appena ventiquattro ore dopo il colpo di Stato con cui i militari rovesciarono il governo socialista di Salvador Allende. Insieme a centinaia di oppositori fu condotto nello Stadio del Cile, trasformato in quei giorni in un enorme centro di detenzione, interrogatorio e tortura.
Cantautore, poeta e regista teatrale, Jara rappresentava tutto ciò che la nuova dittatura voleva cancellare: l’impegno politico, la cultura popolare, la speranza di una trasformazione sociale. I militari si accanirono contro di lui per diversi giorni. Testimonianze e atti giudiziari hanno ricostruito percosse, torture e umiliazioni, prima dell’esecuzione.
Personalmente l'ho conosciuto attraverso un disco del jazzista napoletano Daniele Sepe del 2001, Conosci Victor Jara?, che contiene una splendida cover del brano Te recuerdo Amanda, che fa il paio con un'altrettanto emozionante versione del medesimo brano ad opera del gigantesco Robert Wyatt.
Quarantaquattro colpi per spegnere una voce
Il corpo del musicista fu ritrovato il 16 settembre alla periferia di Santiago, abbandonato insieme ad altri cadaveri. Era stato raggiunto da 44 proiettili. Accanto a lui c’era anche Quiroga, colpito 23 volte.
Quello che doveva essere un delitto destinato a scomparire nel silenzio si trasformò invece in un simbolo mondiale. Lo stadio in cui Jara fu torturato oggi porta il suo nome, mentre le sue canzoni hanno continuato a viaggiare ben oltre le frontiere del Cile.
Con questo arresto si chiude la lunga fuga dell’ultimo condannato per l’omicidio di Víctor Jara. Non si chiude, invece, la memoria di un crimine che resta una delle ferite più profonde lasciate dalla dittatura cilena.
Il rock deve cambiare il mondo oppure limitarsi a farne dimenticare le storture per un istante? È una domanda che attraversa settant'anni di storia della musica e che oggi torna d'attualità osservando due monumenti viventi come Bruce Springsteen e Mick Jagger.
Da una parte c'è il Boss, sempre più convinto che il palco sia anche una tribuna civile. Dall'altra il leader dei Rolling Stones, che continua a difendere un'idea quasi antica del concerto: la gente paga un biglietto per emozionarsi, cantare, ballare e uscire dallo stadio più leggera di quando è entrata. Non per assistere a una lezione di politica.
È una posizione che farà storcere il naso a molti, ma che affonda le proprie radici nella storia del rock. Elvis Presley, il Re per definizione, non ha mai sentito il bisogno di trasformare i suoi concerti in manifesti ideologici. Proveniva da una famiglia poverissima del Mississippi, aveva un bagaglio culturale limitato e non aspirava a fare il commentatore della società americana. Cantava, scuoteva il bacino e cambiava la musica. Punto. L'unica vera eccezione fu In the Ghetto, potente racconto della povertà urbana scritto però da Mac Davis, come del resto quasi tutto il repertorio di Presley, che era soprattutto un interprete straordinario. Quella canzone resta un caso isolato in una carriera costruita sull'intrattenimento, non sulla militanza.
Bruce Springsteen appartiene a un'altra categoria. È autore delle proprie canzoni e da cinquant'anni racconta operai, disoccupati, reduci, periferie e sogni infranti. L'impegno sociale non è un accessorio della sua immagine: è il cuore della sua poetica. Negli ultimi anni, però, la sensazione è che il confine tra concerto e comizio sia diventato sempre più sottile. Il rischio non è quello di avere idee politiche — ogni artista ha il diritto di esprimerle — ma di trasformare il pubblico in una platea da convincere invece che da emozionare.
E qui arriva il paradosso. Oggi Springsteen viene spesso celebrato come il custode del "vero" spirito del rock proprio perché prende posizione. Ma siamo sicuri che il rock sia nato per impartire lezioni? Chuck Berry, Little Richard, Jerry Lee Lewis, i primi Beatles, gli Stones degli anni Sessanta: volevano soprattutto rompere le regole, scandalizzare gli adulti e far divertire milioni di ragazzi. La rivoluzione stava nel volume degli amplificatori, non nei discorsi tra una canzone e l'altra.
Perfino Jagger, che rivendica il diritto del rock a restare spettacolo, non è immune alle contraddizioni del presente. I Rolling Stones sono approdati su Roblox per conquistare la Generazione Z, trasformando il lancio del nuovo album in un'esperienza digitale fatta di avatar e videogiochi. Difficile sostenere che il business non faccia parte dell'equazione.
Forse è proprio questo il punto. Il rock non è mai stato puro. Ha rappresentato arte e mercato, ribellione e marketing, poesia e merchandising. C'è chi sceglie di fare dell'impegno civile la propria bandiera e chi preferisce regalare due ore di evasione. Entrambe sono scelte legittime. Purché nessuno pretenda di stabilire quale sia moralmente superiore. Perché il rock, prima di insegnare qualcosa, dovrebbe ricordarsi di una semplice verità: è nato per fare rumore. E il rumore, per fortuna, non ha mai avuto bisogno del permesso della politica.
Mancano pochi giorni al concerto-evento di Ultimo a Tor Vergata, ma decine di fan sono già accampati per conquistare un posto in prima fila. Una passione che merita rispetto, ma che offre anche lo spunto per riflettere su come siano cambiati i grandi raduni musicali. E, soprattutto, sul ruolo che la musica occupa oggi nella società.
Tende, materassini e power bank hanno preso il posto di sacchi a pelo e chitarre. Il popolo di Ultimo si prepara al concerto come a un pellegrinaggio moderno. Ma il confronto con Woodstock racconta soprattutto quanto si siano trasformati gli ideali, il modo di vivere la musica e perfino il significato della parola "controcultura".
La lunga attesa per un posto sotto il palco
A Tor Vergata il concerto non è ancora iniziato, ma qualcuno vive già il bis. C'è chi ha piantato la tenda, chi ha organizzato turni per presidiare la fila, chi si è presentato con sedie pieghevoli, ventilatori portatili e batterie esterne sufficienti ad alimentare una piccola centrale elettrica. Il premio finale è uno soltanto: la transenna.
Così, un'area destinata a ospitare uno dei più grandi eventi musicali dell'anno si è trasformata in un campeggio improvvisato dove il tempo scorre tra panini, TikTok, Instagram e lunghe ore trascorse aspettando un concerto che deve ancora cominciare. Una resistenza quasi eroica, soprattutto con il termometro che sembra aver deciso di partecipare allo spettacolo.
Quando i concerti volevano cambiare il mondo
Le code ai concerti sono sempre esistite. Non è questo a stupire. A essere cambiato è il loro significato. Alla fine degli anni Sessanta migliaia di ragazzi attraversavano mezzo continente per assistere a Woodstock, dove sul palco si alternavano Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who, Santana e altri artisti destinati a entrare nella leggenda.
Oggi a richiamare folle oceaniche è Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, protagonista assoluto del pop italiano contemporaneo. Nessun confronto sul talento o sul successo: appartengono a epoche che parlano lingue differenti. Ma mentre Woodstock è diventata il simbolo di una controcultura che metteva in discussione il potere, la guerra e le convenzioni sociali, Tor Vergata racconta una generazione che cerca soprattutto un'emozione condivisa e un senso di appartenenza.
Forse non è cambiata solo la musica
La vera domanda, allora, non è se Ultimo sia il nuovo Dylan. Sarebbe una discussione sterile e persino ingenerosa. La domanda è un'altra: dov'è finita quella musica capace di dividere, provocare, rompere gli schemi e perfino spaventare il potere?
Oggi i grandi raduni producono milioni di visualizzazioni, hashtag di tendenza e migliaia di storie da pubblicare. Un tempo producevano manifesti culturali, dibattiti, perfino scandali. È cambiato il mondo prima ancora delle canzoni.
I ragazzi accampati a Tor Vergata non hanno colpe: inseguono il loro sogno con la stessa sincerità con cui altri inseguivano i propri cinquant'anni fa. Ma è difficile sottrarsi a una riflessione dal retrogusto amaro. Se Woodstock fu la colonna sonora di una rivoluzione, oggi sembra che la rivoluzione consista nell'arrivare per primi alla transenna. E forse il punto non è neppure Ultimo. Forse è che la controcultura è diventata un ricordo, mentre la musica, sempre più spesso, sembra aver rinunciato a cambiare il mondo per limitarsi ad accompagnarlo.
Tra nostalgia e rughe rock Mick Jagger versione 1972, il miracolo digitale che nessuno aveva chiesto
I vecchi leoni del rock tornano giovani grazie all’intelligenza artificiale. Succede nel nuovo videoclip dei Rolling Stones, In The Stars, tratto dall’ultimo album dalla copertina che definire discussa è un atto di generosità. Eppure il punto non è l’estetica discutibile del disco. Il punto è un altro: vedere Mick Jagger, Keith Richards e compagnia ringiovaniti artificialmente produce uno strano cortocircuito emotivo. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia... lo scriveva Lorenzo il Magnifico secoli fa, ma oggi basterebbe un software di AI generativa per aggiungere: “e se fugge troppo, la ricreiamo in post-produzione ”.
Satisfaction a colpi di algoritmo
Nel clip, gli Stones appaiono come fantasmi lucidi del proprio passato. Pelle tirata digitalmente, occhi vivi come negli anni Settanta, movenze da eterni ribelli. Una macchina del tempo in alta definizione. E forse proprio qui nasce la malinconia. Perché gli Stones ci sono ancora, eccome se ci sono. Suonano, incidono, riempiono stadi. Sono venerandi monumenti viventi del rock. Ma quel disperato tentativo di rincorrere la giovinezza perduta tradisce qualcosa di profondamente umano: il rifiuto del tempo. E chi può biasimarli? Il rock è sempre stato una religione dell’eterna giovinezza. Sudore, eccessi, corpi immortali. Solo che poi arrivano gli ottant’anni, le mani artritiche e il fiatone. L’AI, allora, diventa il trucco definitivo: non per sembrare migliori, ma per fingere che il tempo non sia mai passato.
Paint It Black… ma con filtro Instagram
Il risultato è affascinante e inquietante insieme. Da una parte c’è il fan che sorride nel rivedere il Jagger indiavolato del 1969. Dall’altra c’è la sensazione che qualcosa stoni. Perché la grandezza degli Stones non è mai stata nella perfezione estetica. Era nella sopravvivenza. Keith Richards che pare scolpito nel bourbon e nelle sigarette è molto più rock oggi che da giovane. Le rughe raccontano più di qualsiasi algoritmo. Sono il vero archivio del rock’n’roll.
Forever young...
Il rock non invecchia, i rocker sì
E forse è proprio questo il messaggio involontario del videoclip: nessuno accetta davvero il tempo che passa. Nemmeno chi ha attraversato sessant’anni di storia musicale restando sul palco. Quant’è bella giovinezza, certo. Ma il fascino degli Stones oggi sta proprio nel fatto che siano ancora lì, irriducibili, sfiniti, magnificamente umani. L’AI può restituire un volto giovane. Non potrà mai ricreare tutto quello che quel volto ha vissuto.
Nel cuore di Londra, in uno dei luoghi più iconici della storia della musica, nascerà nel 2027 un nuovo museo dedicato ai The Beatles. Le porte del celebre edificio al numero 3 di Savile Row si apriranno finalmente al pubblico, trasformando l’ex quartier generale della Apple Corps in uno spazio espositivo permanente destinato ad attirare fan e appassionati da tutto il mondo.
L’annuncio ha già acceso l’entusiasmo degli amanti della band di John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr. Savile Row non è infatti un luogo qualunque: proprio qui i Beatles registrarono parte di “Let It Be” e, soprattutto, tennero nel gennaio del 1969 il loro leggendario rooftop concert, l’ultima esibizione dal vivo della band. Un concerto improvvisato sul tetto dell’edificio che paralizzò il traffico londinese e diventò una delle immagini simbolo della cultura pop del Novecento.
Il nuovo museo promette di offrire ai visitatori un viaggio immersivo nell’universo creativo del gruppo, con materiali d’archivio, strumenti originali, fotografie inedite e ricostruzioni degli studi della Apple. Per la prima volta sarà possibile esplorare da vicino gli spazi in cui nacquero alcune delle ultime canzoni della band, entrando nei luoghi reali dove prese forma la storia.
L’iniziativa rappresenta anche un importante progetto culturale per Londra, città che continua a valorizzare il patrimonio musicale britannico. Dopo il successo di attrazioni dedicate alla musica rock e al fenomeno della British Invasion, il museo dei Beatles punta a diventare una tappa imprescindibile per il turismo internazionale.
A quasi sessant’anni dalla separazione del gruppo, il mito dei Beatles continua infatti a parlare a nuove generazioni. Le loro canzoni, la loro estetica e la loro rivoluzione artistica restano ancora oggi un punto di riferimento per la musica contemporanea. E dal 2027, grazie all’apertura di 3 Savile Row, i fan come me potranno vivere quell’eredità in modo ancora più diretto, entrando letteralmente dentro una delle pagine più celebri della storia del rock. Mi toccherà volare a Londra per l'ennesima volta...
Dopo quindici anni di assenza discografica, Tom Waits torna con un brano feroce e profondamente politico. Si intitola Boots on the Ground ed è nato dalla collaborazione con la band di Bristol dei Massive Attack, da sempre tra le voci più radicali e impegnate della musica contemporanea. Il risultato è una traccia cupa, martellante, quasi militaresca, che mette sotto accusa la violenza del potere, la militarizzazione della società e il cinismo delle classi dirigenti. Non un semplice ritorno discografico, ma una dichiarazione di guerra artistica. Secondo quanto raccontato da Waits, il pezzo era stato scritto anni fa, dopo un invito della band di Bristol a collaborare. Il cantante non ha mai avuto fretta di pubblicarlo: “La follia distruttiva dell’uomo è sempre attuale”, ha spiegato, definendola “un banchetto per le mosche”. Un’immagine perfettamente coerente con l’universo poetico dell’autore di Rain Dogs: sporco, apocalittico e disperatamente umano.
Una canzone che parla dal fronte
Boots on the Ground adotta il punto di vista dei soldati mandati a combattere guerre decise altrove. Waits canta uomini trasformati in carne da macello, operai della violenza spediti nelle trincee mentre i politici restano al sicuro “in stanze con l’aria condizionata”. Il titolo richiama un’espressione militare usata per indicare le truppe effettivamente schierate sul territorio. Ma qui gli “stivali sul terreno” diventano il simbolo di chi paga davvero il prezzo del potere: soldati, emarginati, giovani sacrificabili. Nel testo - che alcuni siti hanno deciso di non pubblicare - emergono immagini brutali e allucinate: elicotteri, bossoli, città incendiate, corpi lasciati marcire nella sabbia. La scrittura di Waits resta tagliente, teatrale, attraversata da sarcasmo e rabbia. E quando attacca “i federali nascosti nel Senato come zecche gonfie”, il bersaglio è chiarissimo: il connubio tra politica, repressione e propaganda militarista.
Il testo tradotto
Grandi gambe penzolano dal portellone di un elicottero
Un ritmo pesante e cadenzato, deve essere adesso, oh!
Marrone, cattivo e giovane
Stupido e pieno di sperma
A cosa può servire un marine?
Questa è una fottuta guerra di mitragliatrici del caz*o
Con i tuoi stivali a terra
Stivali a terra
Stivali a terra
Stivali a terra
Potiamo le vostre siepi, combattiamo le vostre guerre
Aspettiamo nelle trincee e scopiamo finché non siamo indolenziti
Stivali a terra
Stivali a terra
Nati proiettili lucenti in un esercito di formiche
Suona quel corno, dormiamo con i pantaloni addosso
Grandi tette, grandi tette
Beh, urliamo e bruciamo intere città
Stivali a terra
Stivali a terra
Mettendo a ferro e fuoco la città
Restando nella buca finché non ritrovano Jimmy Hoffa
Con i miei stivali a terra
Beh, qualcosa fa "tink" quando il bossolo è vuoto
Dove pensi che sia finita tutta la tua cartilagine?
Stivali a terra
Stivali a terra
Ora, chi diavolo sono questi stronzi dei federali?
Nascosti nel Senato come zecche gonfie del cazzo
Stronzi con i mocassini nell'aria condizionata
Seduti in una stanza piena di poster dell'esercito
Il carbone diventa diamante, un voto diventa legge
Fanno campagna elettorale su tutto il sangue che possono versare
Modellano il tuo mondo, un soldato è solo argilla
Quanto pesa ogni soldato?
Ti tagliano le caviglie e buttano via tutto il resto
Stivali a terra
Fa freddo e caldo come lo zoccolo di Satana
Ruotando sul mondo, mi nascondo su un tetto
Uccido un uomo nero che non ho mai fottutamente conosciuto
Soffocato dalla saliva e poi è diventato blu
Ha sputato sangue nero, ha tirato le cuoia
È morto proprio qui, gli ho preso la perla dal grugno
Un soffio di fumo grigio dalla lingua di una nuvola
È marcito nella sabbia e tutto ciò che hanno trovato sono stati i suoi
Stivali a terra, stivali a terra, stivali a terra
Tutto ciò che hanno trovato sono stati i suoi stivali a terra, stivali a terra.
Il significato della canzone
La canzone ha il punto di vista dei soldati: "Potiamo le vostre siepi, combattiamo le vostre guerre" canta Waits. "Urliamo e bruciamo intere città (…) mettendo a ferro e fuoco la città. Restando nella buca finché non ritrovano Jimmy Hoffa", riferimento al celebre sindacalista americano scomparso nel nulla, per dire che i soldati rimarranno in trincea forse per sempre.
I Massive Attack dicono addio a Spotify
Il singolo segna anche il ritorno ufficiale dei Massive Attack con l’etichetta PIAS ed è il primo brano pubblicato dopo la drastica decisione da parte del gruppo di rimuovere la propria musica da Spotify. Una scelta coerente con l’attivismo della band guidata da Robert Del Naja, da anni impegnata su temi come la crisi climatica, i diritti civili e la questione palestinese. La band ha definito Waits “un artista di integrità e originalità assolute” e ha spiegato che Boots on the Ground nasce come denuncia dell’autoritarismo statale e della crescente fusione tra politica neofascista e militarizzazione delle forze dell’ordine.
Un video che guarda all’America di oggi
Ad accompagnare il brano c’è anche un videoclip costruito sulle fotografie dell’artista thefinaleye. Le immagini raccontano proteste, repressione e tensioni sociali nell’America contemporanea, in un clima segnato dalle contestazioni contro l’ICE e contro l’uso sempre più aggressivo delle forze federali. Non è solo una canzone antimilitarista: Boots on the Ground è un racconto sul collasso morale dell’Occidente, sulla trasformazione dei cittadini in bersagli e dei soldati in strumenti sacrificabili. E forse proprio per questo il ritorno di Tom Waits oggi suona necessario: perché poche voci riescono ancora a trasformare rabbia, disillusione e poesia in qualcosa di così disturbante e vivo.
Nel rock, si sa, l’immaginario visivo e simbolico ha sempre giocato un ruolo potentissimo — e ogni tanto, tra chitarre distorte e copertine iconiche, fanno capolino anche gli animali. Il maiale volante dei Pink Floyd in Animals, la celebre mucca di Atom Heart Mother, ma anche cani, serpenti e uccelli che popolano testi, nomi di band e storie personali degli artisti. Non è un caso: come raccontano Antonio Bacciocchi e Ezio Guaitamacchi nel libro Crocodile Rock, il legame tra musica e mondo animale è profondissimo, tanto che — in un certo senso — la musica stessa nasce dall’imitazione dei suoni della natura e degli animali. Dalle rockstar con i loro animali domestici fino agli artisti impegnati nelle battaglie ambientaliste, il rapporto è continuo, fertile e sorprendentemente attuale. Ed è proprio da questa consapevolezza che oggi prende forma anche un impegno concreto.
Un nuovo volto per “Rispetto per Tutti gli Animali”
Si allarga la squadra di testimonial di “Rispetto per Tutti gli Animali”: dopo l’irriverente scrittore e giornalista Simone Di Matteo, l’associazione sceglie di affiancargli una figura diversa ma perfettamente in linea con i valori promossi. A entrare nel progetto è Andrea Candeo, agronomo comasco da sempre attento alla salvaguardia di fauna, flora ed ecosistemi, oltre che modello e attore premiato ad Alassio con il titolo di “Il più bello d’Italia”. Una scelta voluta dal presidente Giancarlo De Salvo, che ha deciso di puntare su un profilo giovane, credibile e capace di parlare un linguaggio diretto. Candeo sarà protagonista di tre campagne inedite, con scatti realizzati da Lara Bartesaghi per Modo Agency.
Un’associazione in crescita, con una missione precisa
Fondata nel 2016, “Rispetto per Tutti gli Animali” è una realtà no-profit che oggi conta oltre due milioni di utenti registrati e porta avanti un obiettivo chiaro: eliminare ogni forma di violenza sugli animali. Il suo approccio è indipendente da orientamenti politici e si concentra su ambiti concreti:
tutela degli animali e degli ecosistemi
contrasto a caccia e bracconaggio
salvaguardia della biodiversità
educazione ambientale
Un lavoro che si inserisce perfettamente in quel filone culturale — ben raccontato anche in Crocodile Rock — che vede sempre più artisti e personalità pubbliche esporsi in difesa degli animali e dell’ambiente.
Perché proprio Andrea Candeo
«Ho riconosciuto in Candeo una sensibilità autentica e una forte capacità comunicativa», ha spiegato De Salvo. «Il suo entusiasmo e la sua visione consapevole lo rendono, insieme a Di Matteo, un testimonial ideale, soprattutto per sensibilizzare i più giovani». Un passaggio generazionale importante, che punta a rendere il messaggio più contemporaneo e incisivo. Dal canto suo, Candeo sottolinea il valore etico della scelta: «La vera bellezza risiede nel rispetto, nella consapevolezza e nella capacità di proteggere chi non ha voce. Gli animali meritano dignità, tutela e amore».
Dalla cultura alla responsabilità
Se nel rock gli animali sono stati per decenni simboli, metafore o provocazioni visive, oggi diventano sempre più spesso il centro di una riflessione concreta e urgente. Dalle copertine iconiche alle campagne di sensibilizzazione, il passo non è poi così lungo. Oggi, grazie anche a volti come quello di Andrea Candeo, quel legame si trasforma in qualcosa di ancora più importante: una responsabilità condivisa verso tutte le forme di vita.
Dopo una lunga attesa, finalmente è successo per davvero: la batterista Anika Nilles ha debuttato dal vivo con i Rush! Eh sì, il peso di questo momento si sentiva tutto. Perché raccogliere l’eredità di Neil Peartnon significa semplicemente suonare bene: significa entrare in una storia che ha ridefinito il ruolo della batteria nel rock. Per chi ancora non la conoscesse, Anika non è certo una meteora. È una musicista completa, con un linguaggio personale fatto di groove sofisticati, perfetta indipendenza degli arti e una musicalità che va oltre la tecnica pura. Negli anni è diventata anche un punto di riferimento nella didattica, costruendo una comunità globale di batteristi che guardano a lei non solo per l’abilità, ma per l’approccio creativo allo strumento.
Eppure, qui il contesto era di quelli che possono schiacciare anche i più grandi: un palco gigantesco, una legacy ingombrante e, soprattutto, il ritorno dei Rush con Geddy Lee e Alex Lifeson di nuovo insieme dopo oltre dieci anni. Non un semplice concerto, ma un momento simbolico, quasi rituale. Il debutto è avvenuto a sorpresa durante i Juno Awards, i Grammy canadesi, tenutisi a Hamilton. Una scelta tutt’altro che casuale: casa, identità, memoria. Ed è proprio lì che i “nuovi” Rush hanno deciso di ripartire. Il brano scelto è stato Finding My Way, apertura dello storico album di debutto del 1974. Una canzone che non veniva eseguita dal vivo dalla metà degli anni ’80, quasi a chiudere un cerchio: tornare all’inizio per poter andare avanti. Secondo quanto emerso, la band era indecisa su cosa suonare, finché il management non ha suggerito proprio questo pezzo, trasformando il debutto in un gesto carico di significato. Accanto a loro, sul palco, anche Loren Gold, già noto per il lavoro con gli Who e con Roger Daltrey, a completare una formazione pensata per rispettare il passato ma con uno sguardo aperto al presente.
Dopo la scomparsa di Peart, la scelta di Anika Nilles è arrivata con il benestare della famiglia del batterista, un dettaglio che pesa quanto — se non più — delle capacità tecniche. Perché qui non si trattava solo di trovare qualcuno in grado di suonare quelle parti, ma di trovare qualcuno capace di farlo con rispetto, sensibilità e identità. E Anika, in questo debutto, ha fatto esattamente questo: non imitare, ma interpretare. Non sostituire, ma proseguire.
Tra un anno esatto, il 30 marzo 2027, i Rush sono attesi anche in Italia, all’Unipol Dome, per quella che al momento è l’unica data annunciata del tour “Fifty Something”. Un altro capitolo di una storia che, contro ogni previsione, continua a scriversi.
Se cercavate il colpo di scena, vi conviene cambiare genere: qui siamo più dalle parti del podcast zen che dell’interrogatorio serrato. L’ospitata di Giorgia Meloni al Pulp Podcast — andata in onda ieri su YouTube — è stata venduta da Fedez come un momento “storico” per la comunicazione politica. E, a dirla tutta, un po’ lo è stato davvero. Non tanto per le domande (che non hanno morso nessuno), quanto per il contesto: una premier che abbandona i salotti TV e si infila in un format digitale frequentato da under 35. Già questo basta a fare notizia.
Strategia perfetta (prima ancora di parlare)
Prima ancora di aprire bocca, la mossa era già vincente. Perché? Tre motivi semplici, quasi banali:
Presenza batte assenza
Se gli altri — tipo Elly Schlein o Giuseppe Conte — dicono “no grazie”, chi si presenta ha già mezzo punto in tasca: la solita pseudosinistra poco reattiva...
Pubblico nuovo, rischio calcolato
Il Pulp Podcast parla a una fascia che la destra frequenta poco: giovani, digitali, spesso più progressisti che conservatori. Tradotto: territorio ostile ma con alto potenziale.
Formato rilassato = controllo narrativo
Niente studio ingessato, niente giornalisti pronti a incalzare. Solo chiacchiera, qualche battuta e la possibilità di sembrare “umana”. E qui la Meloni - che non è certo una stupida - gioca bene le sue carte.
L’effetto “non l’ho mai votata, ma…”
Il vero risultato non è nelle risposte, ma nei commenti sotto al video. La frase più ricorrente? “Non ho mai votato la Meloni, ma…”. Quel “ma” rappresenta oro puro. Non è ancora consenso, ma è apertura. È curiosità. È esattamente il target che questa operazione voleva colpire. Nel frattempo, Fedez resta sorprendentemente in secondo piano, mentre Francesco Marra ogni tanto prova ad accendere il dibattito- soprattutto sulla giustizia - senza però trasformare davvero la conversazione in un confronto. Da notare che la Premier ad un certo punto si rivolge a Marra dandogli del tu, poi scusandosi. Facendo in seguito la stessa cosa con Fedez ma senza chiedere venia: cje ci sia del feeling intellettuale fra i due?
Il problema è che nessuno incalza davvero
E qui arriva il punto dolente, ma nemmeno troppo: il format. La struttura è sempre la stessa: domanda > risposta della premier > domanda successiva. Nessun follow-up, nessun “mi spieghi meglio”. Nessun momento in cui l’ospite viene davvero messo alle corde. Ora, chiariamoci: non è necessariamente un difetto. È semplicemente un altro tipo di prodotto. Più intrattenimento che intervista, più storytelling che giornalismo. Ma il risultato è evidente: Meloni non è mai costretta a uscire dalla sua comfort zone. Nessuna pressione, nessuna deviazione, nessuna sorpresa.
Conclusione amara
Se la domanda è “l’intervista è stata incisiva?”, la risposta è secca: no! Se invece chiedete “è stata efficace?”, allora cambia tutto. Perché alla fine, la Meloni entra in un territorio nuovo, parla a un pubblico che non è il suo, esce senza graffi e e con qualche “quasi convincimento” in tasca. Non male per un’ora di chiacchiere soft con due pirloni. Morale della favola? Nel dubbio, meglio un podcast senza contraddittorio che un talk show con troppe domande. Almeno, se sei tu l’ospite. Finalino col botto: Fedez... lascia stare la politica e torna a cantare le tue stupidaggini, anzi... lascia stare tutto e sparisci, comunista col Rolex!
La nuova classifica Celebrity Billionaires 2026 pubblicata da Forbes fotografa in modo chiaro l’evoluzione della ricchezza nell’industria dell’intrattenimento, con un focus sempre più marcato sul peso economico della musica globale.
Beyoncé e Jay-Z: la prima “power couple” da quasi 4 miliardi
Il dato più rilevante riguarda la coppia formata da Beyoncé e Jay-Z, che si afferma come la famiglia più ricca nella storia della musica. Il patrimonio combinato raggiunge infatti i 3,8 miliardi di dollari, un traguardo senza precedenti. Per Beyoncé si tratta del debutto ufficiale tra i miliardari secondo Forbes, dopo aver superato la soglia del miliardo nei mesi precedenti. Jay-Z, invece, consolida la sua posizione con un patrimonio stimato in 2,8 miliardi di dollari, quasi triplicato rispetto al suo ingresso nel club nel 2019. Nella classifica generale occupa il sesto posto, risultando il musicista più ricco in assoluto.
Taylor Swift: crescita record tra tour, catalogo e royalties
Alle sue spalle avanza rapidamente Taylor Swift, che nel 2026 si posiziona al settimo posto con un patrimonio di circa 2 miliardi di dollari, raddoppiato in soli tre anni.
Secondo Forbes, la sua ricchezza deriva da:
circa 1 miliardo generato da tournée e diritti musicali
circa 100 milioni in asset immobiliari
un catalogo musicale valutato circa 900 milioni di dollari
Il caso Swift rappresenta uno dei modelli più avanzati del music business moderno: un’artista capace di trasformare diritti, brand personale e proprietà intellettuale in valore economico sostenibile nel lungo periodo.
Gli altri musicisti miliardari nel 2026
Oltre ai nomi principali, la lista include altri protagonisti della musica globale:
In totale, sono sei i musicisti miliardari nella classifica Forbes 2026. Particolarmente significativo è il caso di Dr. Dre: per anni associato simbolicamente al titolo di primo miliardario dell’hip-hop, entra ufficialmente nella lista solo ora, rafforzando il ruolo del rap come settore capace di generare enormi patrimoni.
Perché la musica domina sempre più la classifica
La presenza dei musicisti tra i miliardari non è più un’eccezione, ma riflette un cambiamento strutturale. Oggi la ricchezza nel settore musicale nasce da una combinazione di fattori:
tournée globali multimiliardarie
cataloghi musicali valorizzati come asset finanziari
diritti di proprietà intellettuale
brand personali e partnership commerciali
investimenti imprenditoriali
Un modello, questo, che ha trasformato gli artisti in veri e propri imprenditori culturali, capaci di competere con cinema, sport e televisione.
I musicisti più ricchi del 2026
Ecco la lista completa degli artisti presenti tra i miliardari:
Jay-Z - 2,8 miliardi
Taylor Swift - 2 miliardi
Bruce Springsteen - 1,2 miliardi
Rihanna - 1 miliardo
Dr. Dre - 1 miliardo
Beyoncé - 1 miliardo
Quasi miliardari
Nonostante la crescita del settore, il club resta estremamente ristretto. Diversi artisti iconici si collocano appena sotto la soglia:
Queste differenze dipendono spesso dai criteri di valutazione: Forbes tende a considerare solo asset concretamente monetizzabili, escludendo stime più speculative.
Il futuro della ricchezza nella musica
I dati confermano una tendenza chiara: diventare miliardari nella musica oggi richiede molto più del successo artistico. I patrimoni più elevati derivano da un mix di musica, business, investimenti e gestione strategica del brand. In questo scenario, gli artisti non sono più solo performer, ma veri costruttori di valore economico e culturale su scala globale.
Dopo anni di assordante silenzio e la perdita di Neil Peart, i Rush annunciano il ritorno sui palchi con un nuovo tour mondiale e una formazione rinnovata. Per molto tempo l’idea di vedere di nuovo il trio canadese dal vivo è sembrata impossibile. Dopo l’ultimo concerto del R40 Live Tour nel 2015 e soprattutto dopo la morte del leggendario batterista nel 2020, la storia della band canadese sembrava definitivamente conclusa. Oggi, invece, qualcosa è cambiato. Geddy Lee e Alex Lifeson hanno deciso di riportare il nome dei Rush sul palco con un nuovo progetto live.
Il “Fifty Something Tour” partirà il 7 giugno da Los Angeles e attraverserà diverse città di Stati Uniti, Canada e Messico. L’Europa sarà raggiunta nel 2027, con una tappa già annunciata anche in Italia: il 30 marzo 2027 all’Unipol Dome di Milano, la nuova Arena Santa Giulia inaugurata per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Accanto ai due membri storici ci saranno nuovi musicisti: la batterista Anika Nilles e il tastierista Loren Gold.
Perché i Rush hanno deciso di tornare
La decisione di tornare a esibirsi dal vivo non è stata improvvisa. Per Lee e Lifeson si è trattato di un processo lungo, maturato lentamente dopo anni di riflessione personale e artistica. Secondo Geddy Lee, nei primi anni dopo la scomparsa di Peart l’idea di tornare in tour sembrava semplicemente irrealistica. Il punto di svolta è arrivato nel 2022, quando i due musicisti hanno partecipato ai concerti tributo dedicati a Taylor Hawkins, storico batterista dei Foo Fighters. Suonare nuovamente insieme sul palco e condividere la musica dei Rush con altri batteristi ha avuto un effetto inatteso.
Lee racconta che durante quei concerti è riemerso un forte senso di orgoglio per il repertorio della band e per l’eredità musicale lasciata da Neil Peart. Nonostante il contesto emotivamente difficile, gli spettacoli si sono trasformati in una celebrazione della musica e della comunità che la circonda.
Il ruolo di Paul McCartney
Durante il tributo londinese a Taylor Hawkins è avvenuto anche un incontro destinato a lasciare il segno: quello con Paul McCartney. I due membri dei Rush ricordano che l’ex Beatle, dopo aver assistito al loro set dal lato del palco, li ha avvicinati con una domanda molto diretta: se avessero intenzione di tornare in tour. Quel momento, raccontano, ha piantato un seme nella loro mente. L’idea non si è concretizzata subito, ma è riemersa con forza alla fine del 2024, quando Lee e Lifeson hanno iniziato a discutere concretamente nuovi progetti legati alla musica dei Rush.
Alex e Geddy
La nuova formazione: chi sono Anika Nilles e Loren Gold
Uno dei passaggi più delicati della rinascita della band è stato trovare una batterista capace di affrontare il repertorio complesso dei Rush. La scelta è caduta su Anika Nilles, musicista con un background molto diverso rispetto alla tradizione del gruppo. Secondo Geddy Lee, la decisione è arrivata quasi immediatamente dopo aver suonato insieme per alcuni giorni in Canada. La batterista ha portato energia, disciplina e una prospettiva nuova alle composizioni storiche della band. La Nilles era già conosciuta nel mondo musicale per il suo talento e per le collaborazioni con artisti di primo piano. Durante le prove del tour, racconta Lee, la musicista ha dimostrato una crescita continua fino a diventare una presenza fondamentale per il nuovo progetto. Accanto a lei, alle tastiere, ci sarà Loren Gold, musicista statunitense noto per il lavoro con numerosi artisti rock internazionali.
Come saranno i concerti del nuovo tour
Il nuovo spettacolo dei Rush sarà costruito come una celebrazione della loro lunga carriera musicale. Il concerto sarà diviso in due set con intervallo, una scelta pensata per ripercorrere diverse fasi della storia della band. All’interno dello show ci saranno anche momenti dedicati alla memoria di Neil Peart. Alex Lifeson ha spiegato che non si tratterà di un tributo malinconico, ma piuttosto di una celebrazione del talento e della personalità del batterista. L’obiettivo è ricordarlo con affetto e gratitudine, mantenendo viva la sua presenza nella musica e nello spirito della band.
Nuova musica in arrivo? Forse è pretendere troppo...
Per il momento, Geddy Lee e Alex Lifeson sono completamente concentrati sulla preparazione del tour. Il repertorio previsto include circa quaranta brani, un lavoro impegnativo che richiede grande preparazione e concentrazione. Per questo motivo, al momento non ci sono piani concreti per nuova musica o per celebrazioni speciali legate al cinquantesimo anniversario dell’album “2112”. Lee lascia comunque aperta la possibilità per il futuro: una volta concluso il tour, tutto potrebbe succedere. Il ritorno dei Rush non è soltanto una reunion, ma una nuova fase della band. Con una formazione rinnovata e uno spettacolo pensato per celebrare la loro storia, Geddy Lee e Alex Lifeson sono pronti a riportare sul palco uno dei repertori più influenti del rock progressivo.
Un duro colpo per uno dei punti di riferimento della scena musicale indipendente romana. Il negozio di dischi Blutopia, storico spazio dedicato ai vinili nel quartiere Pigneto, è stato vittima di un furto mirato: centinaia di dischi, molti dei quali rari o autografati, sono stati portati via. Per aiutare i proprietari a recuperare i danni è stata avviata una raccolta fondi online.
Il furto nel negozio di vinili al Pigneto
Il colpo è avvenuto all’alba del 26 febbraio in via del Pigneto 116, dove dal 2011 si trova Blutopia. Secondo quanto raccontato dai gestori del negozio, i ladri hanno forzato l’ingresso e selezionato con precisione centinaia di dischi in vinile. L’azione, spiegano i proprietari, sembra essere stata pianificata con attenzione, probabilmente dopo uno o più sopralluoghi preparatori. Non si tratterebbe quindi di un furto casuale, ma di un’operazione mirata a oggetti di alto valore. Il danno economico stimato supera i 20mila euro.
Rubati vinili rari e autografati
Tra i dischi sottratti ci sono numerosi vinili rari e da collezione, alcuni addirittura firmati dagli artisti. Il negozio ha pubblicato sui propri canali social l’elenco completo dei titoli rubati, nel tentativo di rendere più difficile la rivendita nel mercato del collezionismo. Secondo i gestori di Blutopia, chi ha compiuto il furto sapeva esattamente cosa prendere. A dimostrarlo è anche un dettaglio significativo: tutti i supporti con valore commerciale inferiore — come CD, DVD e libri — sono rimasti sugli scaffali. Per i proprietari si tratta quindi di un’azione deliberata, portata avanti da persone che conoscono bene il mercato dei vinili o che sono state indirizzate da qualcuno esperto del settore.
Raccolta fondi per aiutare Blutopia dopo il furto
Per fronteggiare le perdite, uno dei titolari, Fabrizio Spera, ha avviato una campagna di raccolta fondi su GoFundMe. Nel messaggio pubblicato sulla piattaforma si legge che il colpo subito è troppo pesante da assorbire con le sole risorse del negozio, motivo per cui è stato chiesto il sostegno della comunità di appassionati. L’obiettivo della raccolta è di 20mila euro, pari alla stima dei danni causati dal furto. Al 15 marzo la campagna ha già raccolto 7.168 euro grazie a 124 donazioni. Un segnale importante di solidarietà da parte di clienti, collezionisti e amanti della musica.
Cos’è Blutopia
Blutopia ha aperto alla fine del 2011 con l’obiettivo di diventare molto più di un semplice negozio di dischi. I fondatori lo hanno immaginato come uno spazio di incontro dedicato alla cultura musicale, dove la passione per i vinili potesse favorire socialità e confronto. L’idea alla base del progetto era infatti quella di creare un equilibrio tra consumo culturale e comunità, offrendo agli appassionati un luogo dove condividere ascolti, scoperte musicali e discussioni. I proprietari non sono nuovi alla scena culturale romana: in passato hanno animato realtà importanti come Disfunzioni Musicali e Rinascita, contribuendo alla diffusione della musica indipendente nella capitale.
Al Just Me Garda Lake arriva “2010’s Memories”, una serata pensata per chi non ha mai smesso di cantare a squarciagola le hit di quel decennio e per chi vuole rivivere l’energia di una stagione musicale che ha fatto ballare il mondo. Dalle 23:00 fino a notte fonda, il club affacciato sulle rive del Lago di Garda si trasforma in una vera e propria macchina del tempo musicale.
Le hit che hanno segnato una generazione
In console e in pista tornano i grandi successi pop, dance ed elettronici degli anni 2010: brani che hanno dominato le classifiche, colonne sonore di notti indimenticabili, inni generazionali capaci ancora oggi di accendere immediatamente l’atmosfera. È il tipo di serata in cui basta l’intro di una canzone per far partire un coro collettivo, tra ritornelli iconici e drop che riportano direttamente a momenti speciali.
Un luogo iconico sul lago di Garda
Il fascino dell’evento non è solo nella musica, ma anche nella location. Just Me Garda Lake è infatti uno dei locali più suggestivi del territorio, un punto d’incontro tra lifestyle, ristorazione e nightlife che riprende la tradizione di successo del brand nato tra Milano e Porto Cervo.
Tra cucina d’eccellenza e nightlife
Qui l’esperienza della serata si costruisce passo dopo passo: si può iniziare con una cena elegante, lasciarsi conquistare da sushi e cucina d’eccellenza, sorseggiare cocktail signature accompagnati da appetizer ricercati e poi tuffarsi nella dimensione più festosa della notte.
Gli spazi del locale permettono di vivere la serata in modi diversi: tavoli sulla terrazza affacciata sul lago, posti direttamente a bordo pista per chi vuole respirare l’energia del dancefloor o aree privé per chi cerca un’esperienza più esclusiva. A completare l’atmosfera ci pensano le luci, la musica internazionale e il pubblico che negli ultimi mesi ha reso il locale uno dei punti di riferimento del divertimento sul Lago di Garda e in tutta la Lombardia.
“2010’s Memories” è quindi molto più di una semplice festa a tema. È un viaggio sonoro fatto di nostalgia, ritmo e condivisione, dove ogni traccia diventa un frammento di memoria collettiva. Una notte, una colonna sonora e centinaia di emozioni che tornano a vivere sulla pista. Perché certi ricordi non basta raccontarli: bisogna ballarli di nuovo.
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