giovedì 14 maggio 2026

Tori Amos, quando il talento basta ancora

Ci sono ritorni che somigliano a un’operazione nostalgia guidata dal desiderio del "vil denaro" e altri che possiedono il peso specifico di una riaffermazione artistica. In Times of Dragons appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Tori Amos non si limita a riprendere il filo della propria storia: lo intreccia nuovamente con lucidità, trasformando il passato in materia viva, ancora capace di ferire e illuminare.

Forse è la libertà conquistata dopo decenni di carriera, forse l’urgenza generata dal clima politico e sociale americano, o forse semplicemente la consapevolezza di chi conosce ormai perfettamente il proprio linguaggio. Sta di fatto che il disco restituisce un’artista centrata, intensa, sorprendentemente vitale. La sua scrittura continua a muoversi fuori dalle mode, ma senza mai risultare distante dal presente.

 

L’album mette in comunicazione le diverse anime della Amos: quella più irregolare e visionaria degli esordi e quella elegante, melodicamente accogliente, affinata negli anni successivi. Gli arrangiamenti, ricchi e stratificati, conservano un gusto teatrale quasi barocco, ma convivono con refrain immediati e linee melodiche che rimangono addosso dopo pochi ascolti. Tutto ruota attorno al racconto di una donna in fuga da un matrimonio con un magnate divorato dall’ambizione e dal controllo: un concept che il disco porta avanti con coerenza, senza mai sacrificare l’emotività o la precisione delle parole. Ogni verso sembra cesellato con cura maniacale. È anche un lavoro che mostra la convivenza definitiva tra la figura pubblica, austera e iconica, e la donna fragile, ironica, profondamente umana che da sempre abita le sue canzoni. Song of Sorrow e Flood colpiscono con una delicatezza quasi disarmante; St. Theresa ha il calore di una confessione notturna; Shush guarda direttamente agli anni di Silent All These Years, interrogandosi su ciò che resta della ragazza di allora. E viene spontaneo immaginare il brano manipolato dalle mani oscure di Trent Reznor.

            

Altrove la Amos si diverte a deformare le strutture, accumulare suoni e cambiare pelle (Blue Lotus), oppure si concede deviazioni rétro sorprendenti come Fanny Faudrey, sospesa in un’eleganza da cabaret anni Trenta.  

Non ci sono singoli costruiti per imporsi immediatamente, perché In Times of Dragons rifiuta l’idea stessa di playlist. È un disco pensato come esperienza compatta, da attraversare senza interruzioni, lasciandosi trascinare per oltre un’ora dentro le sue correnti emotive e narrative. Chiede attenzione, e la ripaga. Eppure, se un momento va isolato, 23 Peaks merita una menzione speciale: una chiusura magnifica, tra le cose più riuscite scritte dalla Amos degli ultimi anni. Visionaria ma concreta, sognante senza diventare evanescente, sostenuta da arrangiamenti che le impediscono di disperdersi nell’atmosfera. Resta invece qualche rimpianto per Black Is the New Black, confinata a una versione speciale dell’album distribuita da HMV: scelta discutibile, visto quanto il pezzo riesca a lasciare il segno...

 

Capolavoro definitivo? Probabilmente no. Ma è difficile immaginare oggi un disco più completo, sincero e ispirato da parte di un’artista di questa statura. 

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