mercoledì 23 settembre 2026

Rock, pop e spremitura: ora il concerto te lo rivendono pure al cinema. E l'industria fa la "ola"



Da Ultimo agli Oasis, passando per Queen e Jovanotti: il live non è più un evento irripetibile, ma un prodotto da riciclare con cura. Cambia il contenitore, resta intatto l’obiettivo: incassare ancora. 

C’è qualcosa di irresistibilmente moderno nel modo in cui l’industria musicale riesce a trasformare qualsiasi emozione in un secondo scontrino. Il vecchio concerto, un tempo celebrato come rito irripetibile, oggi è diventato un prodotto riutilizzabile: prima lo vendi dal vivo, poi lo infiocchetti, lo rimonti, gli dai una fotografia più epica, due backstage, tre lacrime ben dosate e lo rimetti sul mercato al cinema. Il fan, come da copione, paga due volte e spesso si convince pure di aver fatto un affare. E l’evento irripetibile, alla fine, si trasforma nell’ennesimo articolo da scaffale con l’etichetta del sold out.

Benvenuti nell’età dei film-concerto, dove la retorica dell’“esperienza condivisa” copre a malapena la realtà: un’operazione perfetta per spremere fino in fondo ciò che ha già funzionato. Il caso di Ultimo è illuminante. Il film sul kolossal di Tor Vergata ha mostrato subito che il pubblico è pronto a comprare non solo il concerto ma anche la sua replica cinematografica. Gli Oasis hanno sfruttato lo stesso schema: reunion, nostalgia, grande schermo, botteghino. La memoria, se impacchettata bene, diventa merce di pregio.

Il live non basta più: serve il secondo giro di cassa

Il meccanismo è semplice e quasi geniale nella sua spudoratezza. Se un concerto è andato bene, perché lasciarlo morire? Molto meglio trasformarlo in evento cinematografico, concentrato in pochi giorni, sostenuto da fanbase disciplinate e già pronte alla mobilitazione social. Così arrivano in sala i Linkin Park, i Queen, George Michael, Jovanotti. Artisti diversi, copione identico: prendere un live, dargli un’aura definitiva e rivenderlo come appuntamento imperdibile.

Per le sale cinematografiche, in affanno cronico, è ossigeno puro. Per gli artisti è un modo quasi indolore di allungare la vita commerciale di un evento già consumato. Per il pubblico, invece, è il trionfo dell’illusione ben confezionata: credere di partecipare ancora a qualcosa che, in realtà, è già stato trasformato in prodotto.

Altro che celebrazione della musica: qui parla solo il fatturato

Sia chiaro: non c’è nulla di scandaloso nel voler guadagnare. Ma raccontare questo fenomeno come una romantica festa del live è un esercizio di ipocrisia. Qui non siamo davanti alla sacralità del concerto che continua... ma nella diabolicità dell’industria di monetizzare anche il ricordo del concerto. Taylor Swift lo ha fatto in grande, Beyoncé pure, e il mercato ha capito subito la lezione: il palco finisce, il business no.

Alla fine, il film-concerto è la fotografia perfetta del nostro tempo: tutto deve restare disponibile, rivendibile, replicabile. Anche ciò che, per definizione, doveva essere unico.


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