Da Woody Guthrie a Billy Bragg, passando per Boris Vian e Claudio Lolli, la protesta aveva una colonna sonora. Oggi contro il caro vita risuona Non è l'inferno di Emma Marrone. Il capitalismo trema. Ma solo se l'algoritmo lo consente.
C'erano una volta le canzoni che facevano tremare i potenti. Woody Guthrie cantava per gli sfruttati, Bob Dylan prendeva a schiaffi l'America segregazionista, Bob Marley trasformava il reggae in una dichiarazione d'indipendenza. Billy Bragg ricordava che There Is Power in a Union, Boris Vian, con Le Déserteur, mandava poeticamente al diavolo la guerra e chi la comandava. E in Italia Claudio Lolli prendeva a ceffoni la borghesia, senza neppure preoccuparsi di quanto la cosa potesse compromettere la sua visibilità sui social.
Altri tempi, altre chitarre, altre incazzature.
Oggi, nell'Italia dei camionisti esasperati, degli agricoltori con l'acqua alla gola e delle famiglie che devono scegliere se fare il pieno o la spesa, la rivoluzione ha trovato una nuova voce: Emma Marrone.
Non proprio il naturale proseguimento della tradizione di Pete Seeger, ma bisogna adeguarsi. Anche la lotta di classe, evidentemente, ha bisogno di un restyling. Possibilmente con un buon filtro Instagram.
Emma Marrone, la pasionaria che non sapeva di esserlo
Il nuovo inno della protesta è Non è l'inferno, la canzone con cui Emma trionfò a Sanremo nel 2012. Quattordici anni dopo, il brano risorge su TikTok, trasformandosi nella colonna sonora delle manifestazioni contro il caro carburanti e il costo della vita.
Trattori in corteo, camion immobili, facce disperate e bilanci familiari degni di un film dell'orrore. Il tutto accompagnato dalla voce della cantante salentina. La rivoluzione proletaria in formato verticale, possibilmente sotto i sessanta secondi.
A pensarci bene, Emma non ha alcuna colpa. Il testo affrontava già nel 2012 le difficoltà economiche delle famiglie italiane. Il fatto che nel 2026 risulti ancora attualissimo dimostra due cose: che la canzone ha retto dignitosamente al tempo e che, nel frattempo, chi governa questo Paese ha risolto ben poco.
Del resto, anche Claudio Lolli avrebbe trovato materiale per qualche nuovo disco. Con una differenza: probabilmente avrebbe preteso che il pubblico ascoltasse almeno tutta la canzone, anziché saltare al video successivo dopo undici secondi.
Da Boris Vian all'algoritmo: la rivoluzione sponsorizzata
Immaginate Boris Vian costretto a condensare Le Déserteur in un reel. O Billy Bragg che, prima di intonare un inno sindacale con la sua chitarra, invita i lavoratori a iscriversi al canale e attivare le notifiche. Per non parlare di Guthrie, che sulla chitarra aveva scritto This Machine Kills Fascists: oggi qualche consulente di marketing gli consiglierebbe probabilmente un messaggio meno divisivo, per non perdere gli inserzionisti.
Il problema, naturalmente, non è Emma Marrone. Il problema è un'epoca nella quale perfino l'indignazione deve superare l'esame dell'algoritmo.
Ieri si occupavano le fabbriche, oggi si occupa la sezione Per te. Ieri si distribuivano volantini, oggi si condividono storie. Ieri si gridava «Potere al popolo», oggi «Seguimi per altri contenuti».
E se la protesta non diventa virale, viene il sospetto che non sia mai esistita.
Marracash, Fedez e il proletariato con il guardaroba firmato
A completare il quadro arriva il confronto tra Marracash e Fedez, una sorta di congresso permanente della sinistra musicale con accesso privilegiato alle boutique del lusso.
Marracash rivendica la necessità di denunciare le disuguaglianze, distinguendo la protesta dalla violenza. Fedez solleva il problema della coerenza di chi contesta il sistema mentre ne sfoggia orgogliosamente i simboli più costosi.
Una discussione interessante. Anche perché, quando la lotta al capitalismo passa attraverso abiti firmati, orologi da collezione e contratti milionari, viene spontaneo chiedersi se Marx non sia stato definitivamente sostituito da un consulente d'immagine.
Naturalmente essere ricchi non impedisce di avere ragione. Ma un pizzico di sobrietà, mentre si difendono quelli che non arrivano alla terza settimana del mese, potrebbe evitare qualche involontaria gag.
Intanto Dylan continua a cercare risposte nel vento, Bragg a credere nella forza dei lavoratori e Lolli a ricordarci che la borghesia non diventa progressista soltanto perché ascolta le canzoni giuste.
Emma canta che non è l'inferno. Gli italiani, guardando le bollette, cominciano ad avere qualche dubbio. Ma niente paura, compagni: la rivoluzione è su TikTok. Basta un cuore, una condivisione e, possibilmente, una buona connessione Wi-Fi.
P.S. – Avviso ai fedeli del Sacro Tempio del Cantautorato. La redazione porge preventivamente le proprie scuse a quanti dovessero ravvisare gli estremi della blasfemia nell'immagine di copertina che accosta il Sommo Bob Dylan a Emma Marrone. L'operazione non intende stabilire alcuna equivalenza artistica, musicale o teologica tra i due soggetti. Il signor Robert Allen Zimmerman conserva intatta la propria collocazione nell'Olimpo, mentre Emma rimane legittimamente titolare del proprio Festival di Sanremo. Quanto a noi, confidiamo nella misericordia di Sua Bobbità e nell'intercessione di San Woody Guthrie. Perdonaci, Bob, perché abbiamo peccato. Ma almeno non abbiamo chiamato Fedez il nuovo Boris Vian. Amen.
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