lunedì 4 maggio 2026

Roger Waters: quando il rock smette di intrattenere e inizia a fare paura



C’è un momento preciso in cui un artista smette di essere innocuo. Non quando cambia suono, non quando vende milioni di dischi. Ma quando quello che dice inizia a creare disagio reale, non solo applausi. Roger Waters è fermo esattamente lì da decenni. Non è un politico... nessuna candidatura, nessun partito, nessuna legge firmata a suo nome. Non è un politico... eppure divide come pochi politici riescono a fare. Non ha mai cercato voti, ma riesce comunque a spaccare il pubblico in due: chi lo considera una voce necessaria e chi lo vorrebbe, molto semplicemente, zitto. Perché esiste una forma di potere più sottile — e spesso più destabilizzante — di quella istituzionale: quella che passa attraverso la cultura. E Waters, nel bene e nel peggio, è uno di quelli che quella leva l’ha tirata fino in fondo.

Il problema non è quello che dice. È come lo dice.

Prima di diventare un bersaglio mediatico, Roger Waters è stato — banalmente — uno dei cervelli dietro i Pink Floyd, forse "il cervello". Sicuramente non un musicista qualsiasi, uno che ha scritto dischi che ancora oggi funzionano come bisturi. The Dark Side of the Moon, Animals, The Wall. The Final Cut.

Dischi che non sono solo album. Sono manifesti. In Animals il capitalismo diventa zoologia crudele: maiali, cani e pecore. Non serve spiegazione. In The Wall l’alienazione personale si fonde con il controllo sociale, fino a sfiorare il totalitarismo. In The Final Cut la guerra non è retorica: è personale, è familiare, è rabbia pura contro il potere politico, in quel caso incarnato da Margaret Thatcher.

Questa non è musica da playlist. Semmai è politica travestita da rock.

Poi ha smesso di travestirla

Il passaggio è stato inevitabile. A un certo punto, Roger Waters ha smesso di nascondere il messaggio dentro le metafore. Ha iniziato a dirlo apertamente. Soprattutto su un tema: la Palestina. Da decenni sostiene il movimento BDS contro le politiche di Israele. Non da ieri, non per trend, non per algoritmo. E qui il gioco cambia. Perché criticare il potere in astratto è tollerabile. Criticarlo con nomi, bandiere e responsabilità precise — molto meno.

Il momento in cui tutti hanno iniziato a odiarlo

Waters non è diplomatico. Non lo è mai stato. Ha attaccato, tanto per fare qualche none, colleghi come Bono, Thom Yorke, Nick Cave e, naturalmente, il suo ex amico David Gilmour. Non con tweet ambigui ma attraverso dichiarazioni dirette, spesso brutali. In Germania gli hanno cancellato concerti. Negli Stati Uniti è diventato una figura divisiva. In Italia ha definito Giorgia Meloni “la vostra Mussolini”. Mi piacerebbe proprio conoscere il suo pensiero sulla recente iniziativa della Sony che ha legato la sua ex band alla squadra di calcio da ieri campione d'Italia...

Waters non cerca consenso, non lo vuole. E questo, nel 2026, è quasi imperdonabile.

Il paradosso che nessuno riesce a ignorare

Infine c’è il punto più scomodo. Waters è ricco. Molto ricco. Un uomo da centinaia di milioni di patrimonio personale che denuncia il sistema davanti a platee che pagano centinaia di euro per ascoltarlo criticare… quel sistema! Ipocrisia? Forse. Coerenza? Anche. Perché la vera contraddizione non è sua. È del pubblico. Vuole artisti impegnati, ma non troppo. Critici, ma non fastidiosi. Politici, ma senza conseguenze. Waters rompe questo equilibrio. E quindi diventa un problema.

Il punto non è se ha ragione

Roger Waters non è un santo. Non è nemmeno sempre lucido. Ma è una cosa rara: uno che usa la propria irrilevanza politica formale per essere politicamente rilevante. Uno che potrebbe stare zitto... e non lo fa mai. E questo atteggiamento, nel mondo dell’intrattenimento anestetizzato, è più destabilizzante di qualsiasi slogan.

Un muro che non è mai caduto davvero

The Wall raccontava un muro mentale, emotivo, politico. Quel muro, simbolicamente, sarebbe crollato nel 1989. Eppure oggi ne esistono tanti altri. Più concreti. Più reali. Più ignorati. Waters continua a indicarli a modo suo, senza filtri.

Domanda finale

Un artista che usa la propria fama per fare politica è: un individuo libero che esercita il proprio diritto di parola oppure uno che ha superato il confine e non sa più stare al suo posto? La risposta dice molto più di noi che di lui.

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