"Il cielo d’Irlanda…”, cantava Massimo Bubola, e la voce intensa di Fiorella Mannoia ha reso quelle parole familiari a tutti noi. Ma finché non ci metti piede davvero, in Irlanda, non capisci fino in fondo quanto quella frase sia vera. Il mio recente viaggio tra Dublino e i suoi dintorni è stato molto più di una semplice visita: ha rappresentato un’immersione continua in un paese dove la musica non è solo intrattenimento, ma linguaggio, memoria e identità.
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| In posa presso Tower Records, 40 O'Connell Street Lower a Dublino |
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| The Irish Rock'n'Roll Museum in Curved Street a Dublino |
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In memoria di Shane MacGowan dei Pogues
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A Dublino la musica è ovunque. Esce dalle porte socchiuse dei pub di Temple Bar, si diffonde tra le strade acciottolate, accompagna il passo dei passanti senza mai essere invadente. È qualcosa che sembra appartenere all’aria stessa. Basta entrare in un locale qualsiasi per ritrovarsi dentro una session improvvisata: violini, chitarre, bodhrán che si accordano tra loro come se si conoscessero da sempre. Non c’è palco, non c’è distanza tra chi suona e chi ascolta. Tutti partecipano, anche solo battendo il tempo col piede, con una pinta di Guinness in mano.
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| Praticamente in ogni pub c'è musica dal vivo |
Quello che colpisce è che ogni melodia racconta qualcosa. L’Irlanda è un paese che ha attraversato invasioni, carestie, migrazioni, lotte per l’indipendenza. E ogni evento, ogni ferita, ogni speranza si è trasformata in musica. Le ballate popolari non sono solo canzoni: sono cronache. Parlano di amori perduti e di navi che partono, di ribellioni e di sogni mai spenti. È come se la storia qui non fosse scritta solo nei libri, ma cantata, tramandata di voce in voce.
Anche fuori dalla capitale, nei piccoli centri e lungo le coste battute dal vento, questa sensazione non cambia. Anzi, si rafforza. Nei villaggi sembra che il tempo scorra più lentamente, ma la musica resta un punto fermo. Non importa quanto sia piccolo il posto: ci sarà sempre qualcuno pronto a suonare, a condividere una canzone, a raccontare una storia in forma di melodia. E poi c’è un altro aspetto che sorprende, soprattutto per chi viene dall’Italia: i negozi di dischi. Resistono. Non come reliquie nostalgiche, ma come luoghi vivi. Entrarci è un’esperienza: scaffali pieni di titoli, consigli appassionati dei proprietari, clienti che si fermano a chiacchierare. Non è solo commercio, è cultura. È il segno di un rapporto con la musica che non è stato completamente travolto dal digitale, ma che continua a valorizzare l’ascolto, la scoperta, il contatto diretto.
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Io e Phil...
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Come per esempio da Hickey's Music, situato nel paesino di Sneem, nel Ring of Kerry, un piccolo e accogliente negozio di musica famoso per la sua vasta selezione di musica irlandese, fischietti (whistles) e artigianato locale. Dove ho trovato alcuni cd degli Altan e dei Moving Hearts che cercavo da tempo.
Oppure nel minuscolo Mojos Records a Dublino, dove ho trovato alcune chicche di
Van Morrison e dei Thin Lizzy.
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L'ingresso di Mojos Records al 2 di Merchant's Arch
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| Alla ricerca di musica irlandese |
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| Un doppio bootleg di Van "The Man" che mi mancava... oltretutto ad un ottimo prezzo! |
Forse è proprio questo il segreto dell'Irlanda: la musica non è mai separata dalla vita quotidiana. Non è qualcosa da consumare distrattamente, ma da vivere. È memoria collettiva, è identità condivisa, è un modo per tenere insieme passato e presente. E allora sì, sotto il cielo d’Irlanda c’è davvero tanta musica. Ma non è solo una questione di quantità. È la profondità, l’intensità, la naturalezza con cui ogni nota trova il suo posto nella vita delle persone. Ed è questo che, tornando a casa, resta più di ogni paesaggio: una colonna sonora che continua a suonare, anche a distanza.
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