martedì 28 luglio 2026

Boy George canta sulle macerie di Gaza: il vergognoso reggae dell’assoluzione israeliana




«Voi dite genocidio, io dico guerra». È sufficiente questo verso per comprendere la miseria morale di We Will Dance Again, il nuovo brano pubblicato da Boy George. Una canzone che non interpreta la realtà, non la interroga e non prova neppure a comprenderla: la cancella. Il leader dei Culture Club ha scelto un reggae leggero, quasi vacanziero, per accompagnare la negazione della tragedia di Gaza. Una colonna sonora allegra stesa sopra le macerie.

Boy George rivendica il diritto di Israele a difendersi e ricorda l’orrore del 7 ottobre: il massacro del Nova Festival, gli ostaggi, gli stupri, i civili assassinati da Hamas. Tutto vero. Tutto atroce. Tutto indimenticabile. Ma proprio l’enormità di quei crimini dovrebbe impedire di usare le vittime come scudo retorico per giustificare ogni violenza successiva.

La memoria non può funzionare come un interruttore: accesa per gli uni e spenta per gli altri. Non si possono ricordare i ragazzi uccisi al festival e ignorare i bambini palestinesi estratti morti dalle macerie. Non si possono piangere gli ostaggi e voltarsi dall’altra parte davanti agli ospedali distrutti, alla fame, alle famiglie cancellate e a una popolazione costretta a fuggire senza avere più un luogo nel quale rifugiarsi.

Le accuse formulate da Amnesty International e da organismi delle Nazioni Unite non sono slogan da corteo né provocazioni diffuse sui social. Sono rapporti, testimonianze e ricostruzioni che Boy George decide di liquidare con una rima. Non argomenta, non dubita, non approfondisce. Canta. E mentre canta definisce “pecore” gli artisti che espongono la bandiera palestinese. Il conformismo, evidentemente, per lui è sempre quello degli altri.

Quando Boy George ci provò con me a Rock FM

Questa deriva mi colpisce anche per un ricordo personale. Negli anni Novanta, quando lavoravo come autore e conduttore a Radio Rock FM, Boy George venne in radio per promuovere un suo lavoro. Durante l’incontro ci provò con me in maniera insistente e inequivocabile, arrivando a invitarmi a cena.

Non ricambiai, ma l’episodio mi divertì. Conservai il ricordo di un artista brillante, spregiudicato, ironico, capace di sfidare le convenzioni e di non prendersi troppo sul serio. Era decisamente più simpatico. Soprattutto, sembrava appartenere a quella categoria di artisti che stanno dalla parte di chi viene emarginato, perseguitato o schiacciato dal potere.

Oggi ritrovo invece un predicatore con il turbante, impegnato a impartire lezioni morali mentre trasforma un’immensa tragedia umanitaria in una filastrocca ideologica. Non è il suo sostegno a Israele a risultare scandaloso. Non lo è neppure la sua vicinanza agli amici ebrei, che nessuno gli chiede di rinnegare. Lo scandalo è fingere che difendere gli ebrei significhi necessariamente negare la sofferenza dei palestinesi.

Israele completamente assolto

È ripugnante usare il massacro del 7 ottobre come un lasciapassare morale, come una licenza permanente a non vedere, a non ascoltare e a non pronunciare il nome delle vittime successive. È intollerabile pretendere che la solidarietà verso Israele comporti l’assoluzione automatica di qualsiasi scelta del suo governo e del suo esercito.

Nel 2009 George O’Dowd (questo il vero nome di Boy George) fu condannato a quindici mesi di carcere per aver sequestrato un escort norvegese. Quel precedente non serve a valutare la qualità di una canzone e non dovrebbe essere usato come una clava personale. Ma una lezione avrebbe potuto lasciargliela: cambiare il nome alla violenza non modifica ciò che è accaduto.

La violenza resta violenza. Un corpo resta un corpo. Un bambino morto non diventa meno morto perché qualcuno, sopra un ritmo reggae, decide di chiamare tutto semplicemente “guerra”.

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