mercoledì 18 marzo 2026

Li mortacci nostri: anche Phil ci lascia...



Il mondo del rock piange la scomparsa di Phil Campbell, iconico chitarrista dei Motörhead, morto all’età di 64 anni. Il musicista gallese si è spento in ospedale dopo una lunga permanenza in terapia intensiva, resa necessaria da complicazioni successive a un intervento chirurgico. Secondo quanto comunicato dalla famiglia e dai canali ufficiali della band, Campbell è morto serenamente nella sua città natale in Galles. I familiari lo hanno ricordato come un marito e padre amorevole, profondamente legato alla moglie Julie e ai figli Todd, Dane e Tyla.

La carriera nei Motörhead e il legame con Lemmy

Nato il 7 maggio 1961, Phil Campbell entrò nei Motörhead nel 1984, scelto direttamente dal frontman Lemmy Kilmister insieme al chitarrista Michael “Würzel” Burston. Da quel momento diventò una colonna portante della band, restando il membro più longevo della formazione. Nel corso di oltre tre decenni, Campbell ha contribuito alla realizzazione di 16 album in studio, accompagnando il gruppo in tournée in tutto il mondo. Dopo l’uscita di Würzel nel 1995, rimase l’unico chitarrista dei Motörhead fino allo scioglimento nel 2015, avvenuto dopo la morte di Lemmy.

Dalle origini al successo internazionale

Prima della fama globale, Campbell aveva fondato nel 1979 la band Persian Risk, inserendosi nella scena heavy metal britannica emergente. Tuttavia, è con i Motörhead che raggiunse il successo internazionale, diventando uno dei chitarristi più riconoscibili del genere. Dopo la fine della storica band, il musicista continuò a esibirsi con il progetto familiare Phil Campbell and the Bastard Sons. Nel 2019 pubblicò anche l’album solista "Old Lions Still Roar", confermando la sua energia artistica anche negli ultimi anni.

L’eredità musicale

Nel 2020 i Motörhead avevano ricevuto una candidatura alla Rock and Roll Hall of Fame, senza però ottenere l’ingresso ufficiale. Nonostante ciò, l’impatto della band e di Phil Campbell sulla scena rock e metal resta indiscutibile. La scomparsa del chitarrista segna la perdita di una figura fondamentale per la storia dell’heavy metal, capace di influenzare generazioni di musicisti con il suo stile potente e inconfondibile.

P.S (magari un po' lungo ma doveroso) - Inserire una notizia come questa nella categoria “Mortacci nostri” potrebbe sembrare, a una lettura superficiale, un azzardo linguistico o addirittura una mancanza di rispetto. In realtà è esattamente il contrario. È una formula ironica, amara quanto basta, che appartiene a un certo modo tutto italiano — e molto “da fan” — di vivere la musica: viscerale, diretto, senza filtri. Quando se ne va un artista come Phil Campbell, non si perde solo un musicista, ma un pezzo di colonna sonora personale. “Mortacci nostri”, in questo senso, non è un insulto ma una presa d’atto collettiva: è come dire “ci tocca anche questa”, “ce ne va un altro dei nostri”. Quel “nostri” è la chiave di tutto: dentro ci stanno anni di dischi consumati, concerti, notti rumorose e una certa idea di appartenenza al mondo del rock. Un tag che può suonare irriverente, certo... ma solo in superficie. Sotto c’è affetto, complicità e persino rispetto. Perché chi ascolta band come i Motörhead sa bene che il linguaggio non è mai stato educato o patinato — ed è proprio così che deve restare anche nel racconto. In fondo, chiamarlo “Mortacci nostri” è quasi un tributo: un modo per non trasformare la perdita in qualcosa di freddo o distante, ma per tenerla dentro il proprio mondo, quello degli appassionati veri. Dove anche un’espressione ruvida può diventare, senza troppi giri di parole, una forma di affetto.

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