"E un giorno capiremo tutto": è la scritta che campeggia sulla t-shirt regalatami all'entrata dell'anteprima milanese de Il lungo viaggio, biopic diretto da Renato De Maria, il primo film dedicato alla figura del musicista catanese. Una frase che ben esprime il suo percorso spirituale, per una pellicola che arriverà nelle sale cinematografiche con Nexo Studios solo il 2, 3 e 4 febbraio e successivamente su Rai 1 e Rai Play, in data al momento non ancora comunicata.
Il lungo viaggio è uno di quei film che, già dal titolo, sembrano portare con sé una promessa impegnativa. Raccontare la figura di Franco Battiato, musicista catanese di statura internazionale, significa confrontarsi con un artista complesso, stratificato, spesso inafferrabile. Per questo il mio approccio iniziale, da spettatore e da giornalista, è stato inevitabilmente segnato da una moderata diffidenza, mescolata però a una sincera curiosità. La diffidenza nasceva dal timore di un’operazione celebrativa o semplificata, incapace di restituire la profondità spirituale, intellettuale e umana di Battiato; la curiosità, invece, era alimentata dall’importanza dell’argomento e dalla consapevolezza che raccontare Battiato significa raccontare una parte fondamentale della cultura musicale italiana.
Dubbi che, fortunatamente, vengono fugati già nei primi minuti di visione. Il lungo viaggio si rivela infatti un prodotto eccellente, ben scritto e costruito con intelligenza, capace di evitare le trappole più comuni del biopic. Il film non cerca di “spiegare” Battiato, né di ingabbiarlo in una narrazione lineare e didascalica; al contrario, ne segue il percorso umano e artistico con rispetto e misura, lasciando spazio alle contraddizioni, alle inquietudini, alle continue trasformazioni che hanno caratterizzato la sua vita e la sua musica. Nel film c'è gran parte del suo mondo: la Sicilia, la potenza dell'Etna, il fascino ammaliatore del mare, la Milano di Gianni Sassi, la sperimentazione dei primi album, le logiche del mondo discografico, il suono del dialetto, gli incontri con Giuni Russo, Juri Camisasca e Giusto Pio, perfino i profumi delle arancini o arancine, a seconda che si gustino a Catania o a Palermo. E per un siciliano adottivo come me (mia moglie è originaria della splendida Cefalù) non è certo cosa da poco.
Fondamentale poi risulta l’interpretazione di Dario Aita, semplicemente perfetta. Aita non imita Battiato, non ne costruisce una caricatura, ma ne restituisce l’essenza attraverso gesti minimi, sguardi, silenzi. E permettendosi pure il lusso di cantarlo, in alcune cover convincenti. Il suo Franco è credibile, intenso, mai sopra le righe, capace di trasmettere quella tensione costante verso la ricerca, il senso del viaggio – interiore prima ancora che geografico – che ha segnato tutta l’opera del musicista catanese. Una figura oggi più che mai necessaria: laddove violenza, volgarità e sopraffazione sono diventati il refrain quotidiano... Battiato rappresenta un modello di grande densità ispirativa.
Il lungo viaggio è dunque un film che riesce nell’impresa più difficile: avvicinarsi a una figura monumentale senza schiacciarla sotto il peso dell’agiografia. Ne esce il ritratto di un artista libero, inquieto, profondamente umano, insieme ad un cinema italiano che, quando è fatto con cura e rispetto, sa ancora emozionare e convincere anche gli spettatori più diffidenti.



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