giovedì 22 gennaio 2026

Mezzo secolo contro ogni definizione tra punk, goth e psichedelia: The Damned



Cinquant’anni senza mai fermarsi, senza mai scegliere una forma definitiva. I Damned non sono mai stati un monumento da conservare sotto vetro, ma un organismo vivo, spesso caotico, sempre in movimento. Lo racconta bene Captain Sensible quando, in una recente intervista al Guardian, ricorda cosa significasse per lui il punk: «Era un modo per creare qualcosa di mio. Pulivo i bagni e, cinque minuti dopo, distruggevo una chitarra su un palco. Il punk mi ha salvato». In quella frase c’è tutta la filosofia della band: il rifiuto delle etichette, la libertà come unico principio, la musica come atto di sopravvivenza.

Nel 2025 i Damned festeggiano mezzo secolo di attività e lo fanno tornando al presente con Not Like Everybody Else, album di cover in uscita il 23 gennaio. Un disco che non è semplice esercizio di stile, ma un gesto affettivo e necessario: un omaggio a Brian James, chitarrista fondatore e figura cardine della band, scomparso il 6 marzo 2025.

Un disco nato di slancio, come agli esordi

Not Like Everybody Else prende forma in modo diretto e istintivo, registrato in appena cinque giorni ai Revolver Studios di Los Angeles. In studio si ritrova la formazione storica allargata: Dave Vanian alla voce, Captain Sensible alla chitarra, Rat Scabies alla batteria, Paul Gray al basso, con Monty Oxymoron alle tastiere. Un evento non banale, perché il disco segna anche il ritorno in studio di Rat Scabies dopo quarant’anni di assenza dai lavori della band.

L’album è dedicato a Brian James e raccoglie brani che, come racconta Sensible a Punknews, appartenevano alla sua educazione musicale: «Sono le canzoni che lo fecero innamorare della musica, quando da ragazzo risparmiava la paghetta per comprare i singoli». Parte della selezione era nota ai membri della band, altre scelte sono arrivate dalla moglie di James, Minna, includendo anche qualche sorpresa.

Lo spirito delle sessioni richiama quello degli esordi: niente registrazioni a distanza, niente sovrastrutture tecnologiche. «Siamo stati tutti nella stessa stanza, circondati da strumenti vintage, affrontando un brano dopo l’altro», racconta Sensible. «Cinque giorni sembravano pochi, non avevamo mai suonato molti di quei pezzi, ma l’energia era quella giusta. Credo che nel disco si sentano l’entusiasmo e il divertimento di quei momenti».

Le radici musicali dei Damned

Il disco funziona come una mappa sentimentale delle influenze che hanno formato l’identità dei Damned. Ci sono i Kinks, gli Stones, gli Stooges, i Pink Floyd dell’era Barrett, ma anche perle garage come i Creation e i Lollipop Shoppe. «L’unico vero punto d’incontro tra noi», ha spiegato Sensible al Guardian, «sono le garage band degli anni Sessanta: poca tecnica, tantissima passione, un suono irripetibile».

Dietro questa scelta c’è anche una reazione a un’epoca musicale che, a metà anni Settanta, sembrava aver perso contatto con l’urgenza. Sensible non ha mai nascosto il suo fastidio per il prog autoreferenziale e per un glam ormai svuotato: «Mentre il mainstream si perdeva in assoli infiniti e testi assurdi, c’erano band straordinarie che suonavano nei pub: Groundhogs, Stray, Pink Fairies. Negli Stati Uniti, invece, c’erano MC5 e Stooges».

Anche il legame con i Pink Floyd ha radici profonde. I Damned avevano persino tentato di coinvolgere Syd Barrett come produttore del loro secondo album, prima di finire a lavorare con Nick Mason. «Avevamo lo stesso editore», racconta Sensible, «e credo che i Floyd provassero un certo disagio per la distanza tra il loro successo e la condizione di Syd. Accettò di produrre il disco, ma poi non riuscì mai a presentarsi alle sessioni».

Un viaggio emotivo brano dopo brano

L’album si apre con una versione nervosa e tesa di There’s a Ghost in My House di R. Dean Taylor, che stabilisce subito il tono. Seguono l’immaginario urbano di Summer in the City dei Lovin’ Spoonful e il beat mod di Making Time dei Creation. Il lato più ruvido emerge con Gimme Danger degli Stooges, mentre la psichedelia britannica riaffiora in See Emily Play, omaggio dichiarato a Syd Barrett.

 

La title track, I’m Not Like Everybody Else dei Kinks, suona come un manifesto identitario perfetto per i Damned, affiancata dalla tensione blues di Heart Full of Soul degli Yardbirds e dal garage psichedelico di You Must Be a Witch. When I Was Young degli Animals introduce una nota più malinconica, prima della chiusura affidata a The Last Time dei Rolling Stones, registrata dal vivo all’Hammersmith Apollo nel 2022 con Brian James sul palco. Un finale che ha il peso di un addio e la forza di una celebrazione condivisa.

Cinquant’anni di instabilità creativa

Quando i Damned nascono, il punk non ha ancora un nome. A metà anni Settanta, Brian James, Dave Vanian, Rat Scabies e Captain Sensible fanno parte di una piccola rete di musicisti che si muove tra band embrionali, prima che il movimento prenda forma. Anche i loro nomi d’arte riflettono quell’attitudine anti-identitaria: Brian Robertson diventa Brian James, David Lett sceglie il nome Dave Vanian ispirandosi all’immaginario gotico, Chris Millar diventa Rat Scabies e Ray Burns assume ironicamente il nome di Captain Sensible.

Fin dall’inizio, la band è una somma di visioni diverse. «Non c’è mai stato un solo autore», ha spiegato Vanian al Guardian. «Captain è un amante del pop, del glam e del prog, io sono più teatrale, Rat veniva dal mondo mod e adorava gli Who. O non avrebbe funzionato affatto, oppure sarebbe stato esplosivo». È stata la seconda opzione.

Questa tensione ha prodotto una storia interna complessa, fatta di scioglimenti e ritorni, soprattutto tra la fine dei Settanta, gli Ottanta e l’inizio dei Novanta. Rat Scabies, in particolare, è rimasto lontano dalla band per ventisette anni, tornando stabilmente solo nel 2022. «La frattura principale era tra lui e Captain», ammette Vanian, «ma a turno tutti abbiamo attraversato una rottura».

Oltre il punk, senza mai rinnegarlo

All’esterno, la storia dei Damned è sempre stata più difficile da raccontare rispetto a quella di Sex Pistols o Clash. Se New Rose, pubblicato nell’ottobre 1976, è spesso ricordato come il primo singolo punk britannico, la band si è subito mossa oltre i confini del genere. Dopo l’esordio Damned Damned Damned (1977), i Damned hanno esplorato il pop psichedelico, il goth e persino strutture prog, come dimostra Machine Gun Etiquette (1979) o la suite Curtain Call da The Black Album (1980).

Negli anni Ottanta arrivano brani iconici come Grimly Fiendish da Phantasmagoria e la cover di Eloise, successi che consolidano la loro aura gotico-psichedelica. Una discografia disordinata, mai veramente canonizzata, che riflette la loro natura irregolare.

Una band come spazio di libertà

Fare tutto a modo loro ha spesso significato disordine, ma anche autenticità. «Non c’erano regole», ricorda Rat Scabies. «Eravamo ragazzi che si divertivano. Molti si riconoscevano in noi proprio perché eravamo imperfetti, non confezionati». Niente uniformi, nessun logo, nessuna idea di band come prodotto.

A cinquant’anni dall’inizio, i Damned non celebrano solo una carriera, ma un’idea di musica come territorio libero, contraddittorio e necessario. Not Like Everybody Else nasce da questo spirito: uno sguardo al passato che non indulge nella nostalgia, ma riafferma, ancora una volta, il diritto di non essere come tutti gli altri.

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