venerdì 6 marzo 2026

Amore eterno, lacrime garantite: Sanremo torna al melodramma da confetti



C’è chi, dopo il Festival di Sanremo, si limita a cambiare stazione radio. E poi c’è Aldo Cazzullo, che invece ha deciso di farne - giustamente - una questione quasi antropologica. Perchè va bene che "sono solo canzonette"... ma quando si esagera bisogna sottolinearlo. Il bersaglio, questa volta, è Sal Da Vinci, fresco vincitore del Festival di Sanremo 2026, e la sua canzone Sarà per sempre sì. Secondo Cazzullo non si tratta semplicemente di una canzone che non gli piace. No, sarebbe addirittura l’equivalente musicale di una cartolina stereotipata: la Napoli che immaginano – e forse desiderano – quelli che Napoli proprio non la sopportano.

Insomma, non una critica: una diagnosi culturale.

La lettera del lettore e la risposta piccata

La nuova puntata della saga nasce nella rubrica del Corriere della Sera, dove un lettore – tale Daniele Moro – ha provato a smorzare i toni: possibile, chiedeva, che dietro tanta severità si nasconda un pregiudizio contro Napoli? Risposta di Cazzullo: esattamente il contrario. Lui Napoli la ama. Proprio per questo, sostiene, non può amare quella proposta da Sal Da Vinci. Il ragionamento è semplice: se ami davvero una città, non puoi accontentarti della sua versione più melodrammatica e zuccherosa. Quella fatta di promesse eterne davanti a Dio, struggimenti e cuori spezzati con colonna sonora da matrimonio iper-emotivo.

La Napoli che piace a Cazzullo

Per spiegarsi meglio, Cazzullo tira fuori l’artiglieria pesante della cultura partenopea. Parla della tradizione della canzone napoletana portata nel mondo, dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore, delle grandi voci come Enrico Caruso, fino ad arrivare ai musicisti che hanno reinventato il suono della città: Tullio De Piscopo, Tony Esposito, James Senese, la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Eugenio Bennato, e naturalmente Edoardo Bennato. 

Sanremo 2026, una fraterna chiacchierata con Tullio

E poi lui, l’icona intoccabile: Pino Daniele. Cazzullo ricorda di aver sentito Quanno chiove da ragazzino, in un campeggio a Praia a Mare, e di aver pensato che quella fosse la musica che avrebbe voluto ascoltare per tutta la vita. Il sottotesto è chiarissimo: da lì a Sarà per sempre sì il viaggio sembra aver preso la direzione opposta. Da una pizza fumante, eccellenza all'ombra del Vesuvio, alla melassa pseudo-sentimentale della vittoria sanremese.

Strappacuore, ma all’indietro

La vera accusa è questa: la Napoli musicale proposta da Sal Da Vinci sarebbe un passo indietro. Non una continuazione della tradizione, ma una versione caricaturale. Cazzullo la definisce “strappacuore, enfatica, consolatoria”. Tradotto: lacrime facili, promesse eterne e melodie che sembrano progettate per far partire simultaneamente il lancio di riso e il buffet di confetti. Nel suo ragionamento entrano anche altri nomi: Geolier e Nino D’Angelo possono piacere oppure no, dice, ma almeno hanno una voce riconoscibile, qualcosa di personale. Il problema, invece, sarebbe quel tipo di canzone napoletana che riduce tutto a cliché melodrammatico. Un filone che Cazzullo collega idealmente a Mario Merola, più che alla Napoli creativa e contaminata degli ultimi decenni. E che sembra entusiasmare anche parte della sala stampa dell'Ariston, che dovrebbe essere costituita da esperti del settore...

L'impietoso paragone finale

La chiusura è una stoccata con vista sulla storia della musica italiana. Cazzullo tira in ballo Domenico Modugno e Nel blu dipinto di blu, la canzone che nel 1958 cambiò per sempre il volto del Festival di Sanremo. Popolare sì, ma anche modernissima. E qui arriva il colpo di grazia: se quella era una rivoluzione, Sarà per sempre sì sembra più un nostalgico passo all’indietro. In altre parole: la canzone che ha vinto Sanremo, per Cazzullo, non rappresenta il futuro. Al massimo un becero revival sentimentale – con un leggero profumo di confetti.

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