C’è chi colleziona vinili, chi sneakers, chi cd e vecchie fanzines (come me...) e chi reunion. Il rock italiano, nel 2026, sembra aver scelto quest’ultima opzione. Altro che nuove correnti: qui si va di rientri trionfali, riformazioni improbabili e gloriosi ritorni di nomi che, più che sciogliersi, avevano solo messo la musica in pausa lunga. Prima i Litfiba, poi i Bluvertigo, ora i CSI. L’anno è appena partito e già il calendario dei concerti assomiglia ad un album di figurine vintage. D’altronde il trend era chiaro: nel 2024 erano tornati i CCCP (con annesso pellegrinaggio laico), Il Teatro degli Orrori e gli Afterhours. In Inghilterra, intanto, gli Oasis dimostravano che la nostalgia rappresenta ancora il miglior business plan possibile.
Gli ultimi a rimettere insieme i pezzi del puzzle sono stati i gloriosi CSI. Una notizia che non ha colto nessuno di sorpresa, visto che se ne parlava da mesi, tra un concerto dei CCCP e una chiacchiera di corridoio. Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco torneranno sul palco nell’estate 2026 per una serie di concerti, un documentario e – speriamo – nuova musica. L’ultima volta che avevano suonato insieme era il 2002. Per capirci: prima di Instagram, prima dello streaming, prima che il rock fosse dato per disperso.
Qualche ora prima, i Bluvertigo avevano fatto sapere di aver scongelato il marchio per un live-evento all’Alcatraz di Milano. Era atteso da tempo: il trentennale di Acidi e basi era passato senza festeggiamenti, complice l’eterna difficoltà di Morgan e soci a trovarsi d’accordo prima di litigare di nuovo. Ma va bene così: nel rock italiano, la puntualità non è mai stata un valore fondante. I Litfiba, dal canto loro, celebrano i quarant’anni di 17 re rimettendo insieme anche Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, membri fondatori dispersi dal 1989. Cinquantamila biglietti già venduti: praticamente uno stadio, o comunque un ricordo molto nitido degli anni Novanta. Nel frattempo, la cosiddetta Gen Z osserva la scena con una certa perplessità. Per ascoltare del “vero rock” deve aspettare che band i cui componenti superano abbondantemente i cinquanta tornino insieme. Non esattamente l’ideale per costruire un immaginario nuovo.
Il caro Gianni Maroccolo, 65 anni, non ha mai nascosto la speranza di vedere emergere nuove avanguardie capaci di entrare a gamba tesa nel mercato. Quando i Måneskin vinsero Sanremo e poi l’Eurovision, fu tra i pochi veterani a esultare pubblicamente, difendendoli con entusiasmo sui social e invitando i puristi del rock a farsi una camomilla. Giovanni Lindo Ferretti, invece, dal suo eremo appartato sull’Appennino, si è sempre mostrato più scettico: secondo lui, certe esplosioni sono destinate a spegnersi in fretta. E in effetti, dopo il boom globale, i Måneskin si sono fermati. Damiano David si è trasformato in popstar solista, il rock è tornato orfano e il “nuovo che avanza” ha perso rapidamente la bussola. Risultato: oggi il rock italiano mainstream è un grande album dei ricordi. Funziona, emoziona, riempie i palazzetti. Ma guarda più indietro che avanti.
Detto questo, sarebbe ingiusto parlare di deserto. Esiste una solida “generazione di mezzo” che continua a tenere in piedi la scena con dignità, sudore e chilometri macinati in tour. Band che pubblicano dischi credibili, suonano dal vivo con continuità e hanno un pubblico fedele. Zen Circus, Ministri, Negrita, Tre Allegri Ragazzi Morti, Sick Tamburo: nomi che non fanno più scandalo, ma garantiscono qualità. Gli Zen Circus hanno firmato Il male, i Negrita Canzoni per anni spietati, i Ministri Aurora popolare. Dischi diversi, ma con una cosa in comune: l’identità. Nessuna di queste band, però, sta aprendo una nuova fase. Tengono acceso il fuoco, senza però cambiare il paesaggio. Orbitano attorno a loro anche Baustelle e Subsonica, centrali nella musica italiana ma ormai altrove per linguaggio e traiettoria. I Marlene Kuntz, invece, hanno scelto apertamente la strada della memoria, celebrando Catartica e Il vile come capitoli fondamentali di una storia già scritta. I Verdena restano un caso a parte: una delle poche band capaci, nel tempo, di modificare davvero il linguaggio del rock italiano. Ma attualmente il loro futuro è incerto, soprattutto dopo l’uscita di Roberta Sammarelli. Una ferita non da poco per una band che ha sempre fatto della compattezza la sua forza.
Qualcosa, comunque, si muove. Nel sottosopra, lontano dai riflettori principali, ci sono realtà interessanti. Post Nebbia, Elephant Brain, Tamango, Neoprimitivi: progetti giovani, coerenti, personali. Nessuno di loro ha ancora acceso un incendio, ma almeno stanno lavorando coi fiammiferi. Un discorso a parte meritano le Bambole di Pezza, che approderanno fra qualche settimana a Sanremo. Non certo una novità assoluta, ma comunque una rarità: una band rock tutta al femminile con una reale visibilità mainstream. Anche qui, però, più consolidamento che rivoluzione.
All’estero il rock sembra attraversare una nuova fase di fermento. In Italia, invece, continua a muoversi con cautela, come se avesse paura di disturbare il vicino. Forse perché, come dice Ferretti, un tempo c’era una scena, una comunità, una filiera. Oggi ci sono playlist, smartphone e algoritmi. Il risultato? Un rock che resiste, che sopravvive, che si riforma. Ma che fatica tremendamente a immaginare se stesso tra dieci anni.

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