"E un giorno capiremo tutto": è la scritta che campeggia sulla t-shirt regalatami all'entrata dell'anteprima milanese de Il lungo viaggio, biopic diretto da Renato De Maria, il primo film dedicato alla figura del musicista catanese. Una frase che ben esprime il suo percorso spirituale, per una pellicola che arriverà nelle sale cinematografiche con Nexo Studios solo il 2, 3 e 4 febbraio e successivamente su Rai 1 e Rai Play, in data al momento non ancora comunicata.
Il lungo viaggio è uno di quei film che, già dal titolo, sembrano portare con sé una promessa impegnativa. Raccontare la figura di Franco Battiato, musicista catanese di statura internazionale, significa confrontarsi con un artista complesso, stratificato, spesso inafferrabile. Per questo il mio approccio iniziale, da spettatore e da giornalista, è stato inevitabilmente segnato da una moderata diffidenza, mescolata però a una sincera curiosità. La diffidenza nasceva dal timore di un’operazione celebrativa o semplificata, incapace di restituire la profondità spirituale, intellettuale e umana di Battiato; la curiosità, invece, era alimentata dall’importanza dell’argomento e dalla consapevolezza che raccontare Battiato significa raccontare una parte fondamentale della cultura musicale italiana.
Dubbi che, fortunatamente, vengono fugati già nei primi minuti di visione. Il lungo viaggio si rivela infatti un prodotto eccellente, ben scritto e costruito con intelligenza, capace di evitare le trappole più comuni del biopic. Il film non cerca di “spiegare” Battiato, né di ingabbiarlo in una narrazione lineare e didascalica; al contrario, ne segue il percorso umano e artistico con rispetto e misura, lasciando spazio alle contraddizioni, alle inquietudini, alle continue trasformazioni che hanno caratterizzato la sua vita e la sua musica. Nel film c'è gran parte del suo mondo: la Sicilia, la potenza dell'Etna, il fascino ammaliatore del mare, la Milano di Gianni Sassi, la sperimentazione dei primi album, le logiche del mondo discografico, il suono del dialetto, gli incontri con Giuni Russo, Juri Camisasca e Giusto Pio, perfino i profumi delle arancini o arancine, a seconda che si gustino a Catania o a Palermo. E per un siciliano adottivo come me (mia moglie è originaria della splendida Cefalù) non è certo cosa da poco.
Fondamentale poi risulta l’interpretazione di Dario Aita, semplicemente perfetta. Aita non imita Battiato, non ne costruisce una caricatura, ma ne restituisce l’essenza attraverso gesti minimi, sguardi, silenzi. E permettendosi pure il lusso di cantarlo, in alcune cover convincenti. Il suo Franco è credibile, intenso, mai sopra le righe, capace di trasmettere quella tensione costante verso la ricerca, il senso del viaggio – interiore prima ancora che geografico – che ha segnato tutta l’opera del musicista catanese. Una figura oggi più che mai necessaria: laddove violenza, volgarità e sopraffazione sono diventati il refrain quotidiano... Battiato rappresenta un modello di grande densità ispirativa.
Dario Aita (foto di Lorenzo Silano)
Dario Aita (foto di Azzurra Primavera)
Il lungo viaggio è dunque un film che riesce nell’impresa più difficile: avvicinarsi a una figura monumentale senza schiacciarla sotto il peso dell’agiografia. Ne esce il ritratto di un artista libero, inquieto, profondamente umano, insieme ad un cinema italiano che, quando è fatto con cura e rispetto, sa ancora emozionare e convincere anche gli spettatori più diffidenti.
Cinquant’anni senza mai fermarsi, senza mai scegliere una forma definitiva. I Damned non sono mai stati un monumento da conservare sotto vetro, ma un organismo vivo, spesso caotico, sempre in movimento. Lo racconta bene Captain Sensible quando, in una recente intervista al Guardian, ricorda cosa significasse per lui il punk: «Era un modo per creare qualcosa di mio. Pulivo i bagni e, cinque minuti dopo, distruggevo una chitarra su un palco. Il punk mi ha salvato». In quella frase c’è tutta la filosofia della band: il rifiuto delle etichette, la libertà come unico principio, la musica come atto di sopravvivenza.
Nel 2025 i Damned festeggiano mezzo secolo di attività e lo fanno tornando al presente con Not Like Everybody Else, album di cover in uscita il 23 gennaio. Un disco che non è semplice esercizio di stile, ma un gesto affettivo e necessario: un omaggio a Brian James, chitarrista fondatore e figura cardine della band, scomparso il 6 marzo 2025.
Un disco nato di slancio, come agli esordi
Not Like Everybody Else prende forma in modo diretto e istintivo, registrato in appena cinque giorni ai Revolver Studios di Los Angeles. In studio si ritrova la formazione storica allargata: Dave Vanian alla voce, Captain Sensible alla chitarra, Rat Scabies alla batteria, Paul Gray al basso, con Monty Oxymoron alle tastiere. Un evento non banale, perché il disco segna anche il ritorno in studio di Rat Scabies dopo quarant’anni di assenza dai lavori della band.
L’album è dedicato a Brian James e raccoglie brani che, come racconta Sensible a Punknews, appartenevano alla sua educazione musicale: «Sono le canzoni che lo fecero innamorare della musica, quando da ragazzo risparmiava la paghetta per comprare i singoli». Parte della selezione era nota ai membri della band, altre scelte sono arrivate dalla moglie di James, Minna, includendo anche qualche sorpresa.
Lo spirito delle sessioni richiama quello degli esordi: niente registrazioni a distanza, niente sovrastrutture tecnologiche. «Siamo stati tutti nella stessa stanza, circondati da strumenti vintage, affrontando un brano dopo l’altro», racconta Sensible. «Cinque giorni sembravano pochi, non avevamo mai suonato molti di quei pezzi, ma l’energia era quella giusta. Credo che nel disco si sentano l’entusiasmo e il divertimento di quei momenti».
Le radici musicali dei Damned
Il disco funziona come una mappa sentimentale delle influenze che hanno formato l’identità dei Damned. Ci sono i Kinks, gli Stones, gli Stooges, i Pink Floyd dell’era Barrett, ma anche perle garage come i Creation e i Lollipop Shoppe. «L’unico vero punto d’incontro tra noi», ha spiegato Sensible al Guardian, «sono le garage band degli anni Sessanta: poca tecnica, tantissima passione, un suono irripetibile».
Dietro questa scelta c’è anche una reazione a un’epoca musicale che, a metà anni Settanta, sembrava aver perso contatto con l’urgenza. Sensible non ha mai nascosto il suo fastidio per il prog autoreferenziale e per un glam ormai svuotato: «Mentre il mainstream si perdeva in assoli infiniti e testi assurdi, c’erano band straordinarie che suonavano nei pub: Groundhogs, Stray, Pink Fairies. Negli Stati Uniti, invece, c’erano MC5 e Stooges».
Anche il legame con i Pink Floyd ha radici profonde. I Damned avevano persino tentato di coinvolgere Syd Barrett come produttore del loro secondo album, prima di finire a lavorare con Nick Mason. «Avevamo lo stesso editore», racconta Sensible, «e credo che i Floyd provassero un certo disagio per la distanza tra il loro successo e la condizione di Syd. Accettò di produrre il disco, ma poi non riuscì mai a presentarsi alle sessioni».
Un viaggio emotivo brano dopo brano
L’album si apre con una versione nervosa e tesa di There’s a Ghost in My House di R. Dean Taylor, che stabilisce subito il tono. Seguono l’immaginario urbano di Summer in the City dei Lovin’ Spoonful e il beat mod di Making Time dei Creation. Il lato più ruvido emerge con Gimme Danger degli Stooges, mentre la psichedelia britannica riaffiora in See Emily Play, omaggio dichiarato a Syd Barrett.
La title track, I’m Not Like Everybody Else dei Kinks, suona come un manifesto identitario perfetto per i Damned, affiancata dalla tensione blues di Heart Full of Soul degli Yardbirds e dal garage psichedelico di You Must Be a Witch. When I Was Young degli Animals introduce una nota più malinconica, prima della chiusura affidata a The Last Time dei Rolling Stones, registrata dal vivo all’Hammersmith Apollo nel 2022 con Brian James sul palco. Un finale che ha il peso di un addio e la forza di una celebrazione condivisa.
Cinquant’anni di instabilità creativa
Quando i Damned nascono, il punk non ha ancora un nome. A metà anni Settanta, Brian James, Dave Vanian, Rat Scabies e Captain Sensible fanno parte di una piccola rete di musicisti che si muove tra band embrionali, prima che il movimento prenda forma. Anche i loro nomi d’arte riflettono quell’attitudine anti-identitaria: Brian Robertson diventa Brian James, David Lett sceglie il nome Dave Vanian ispirandosi all’immaginario gotico, Chris Millar diventa Rat Scabies e Ray Burns assume ironicamente il nome di Captain Sensible.
Fin dall’inizio, la band è una somma di visioni diverse. «Non c’è mai stato un solo autore», ha spiegato Vanian al Guardian. «Captain è un amante del pop, del glam e del prog, io sono più teatrale, Rat veniva dal mondo mod e adorava gli Who. O non avrebbe funzionato affatto, oppure sarebbe stato esplosivo». È stata la seconda opzione.
Questa tensione ha prodotto una storia interna complessa, fatta di scioglimenti e ritorni, soprattutto tra la fine dei Settanta, gli Ottanta e l’inizio dei Novanta. Rat Scabies, in particolare, è rimasto lontano dalla band per ventisette anni, tornando stabilmente solo nel 2022. «La frattura principale era tra lui e Captain», ammette Vanian, «ma a turno tutti abbiamo attraversato una rottura».
Oltre il punk, senza mai rinnegarlo
All’esterno, la storia dei Damned è sempre stata più difficile da raccontare rispetto a quella di Sex Pistols o Clash. Se New Rose, pubblicato nell’ottobre 1976, è spesso ricordato come il primo singolo punk britannico, la band si è subito mossa oltre i confini del genere. Dopo l’esordio Damned Damned Damned (1977), i Damned hanno esplorato il pop psichedelico, il goth e persino strutture prog, come dimostra Machine Gun Etiquette (1979) o la suite Curtain Call da The Black Album (1980).
Negli anni Ottanta arrivano brani iconici come Grimly Fiendish da Phantasmagoria e la cover di Eloise, successi che consolidano la loro aura gotico-psichedelica. Una discografia disordinata, mai veramente canonizzata, che riflette la loro natura irregolare.
Una band come spazio di libertà
Fare tutto a modo loro ha spesso significato disordine, ma anche autenticità. «Non c’erano regole», ricorda Rat Scabies. «Eravamo ragazzi che si divertivano. Molti si riconoscevano in noi proprio perché eravamo imperfetti, non confezionati». Niente uniformi, nessun logo, nessuna idea di band come prodotto.
A cinquant’anni dall’inizio, i Damned non celebrano solo una carriera, ma un’idea di musica come territorio libero, contraddittorio e necessario. Not Like Everybody Else nasce da questo spirito: uno sguardo al passato che non indulge nella nostalgia, ma riafferma, ancora una volta, il diritto di non essere come tutti gli altri.
Altro che “rock’n’roll robot”, come cantava l'arlecchino futurista Camerini: in Svezia l'artificialità fa ballare il mondo, ma viene gentilmente accompagnati all'uscita quando si tratta di classifiche ufficiali. È il caso di “Jag vet, du är inte min”, brano pop-folk super orecchiabile firmato dall’artista virtuale Jacub, diventato virale a livello globale e capace di macinare milioni di streaming. Tutto perfetto? Non proprio. IFPI Sweden ha deciso di bandirlo dalla Sverigetopplistan, la chart ufficiale svedese, perché generato – almeno in parte – con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
La canzone è presente nelle classifiche di Spotify, gira ovunque e funziona, ma secondo le regole attuali non può aspirare al timbro di “hit ufficiale”. «Può piacere a tutti, ma non può entrare in classifica», hanno spiegato da IFPI, tracciando una linea netta tra ciò che è ascoltato e ciò che è “regolamentato”.
Eppure Jacub non è un cyborg musicale fuori controllo. I suoi creatori, legati all’editore danese Stellar, precisano che l’AI è stata usata come strumento creativo: voce sintetica e alcuni elementi musicali sì, ma sempre guidati da una visione artistica umana ben precisa. Una sorta di produttore invisibile con il cervello fatto di algoritmi. Non abbastanza, però, per convincere l’industria svedese a fare un’eccezione.
Il paradosso è che, mentre Stoccolma alza il cartello “vietato ai robot”, dall’altra parte dell’Atlantico l’intelligenza artificiale viene ormai invitata sul palco. Negli ultimi due mesi diverse figure musicali basate sull’AI sono entrate nelle classifiche di Billboard, segnando un cambio di passo evidente. Il caso più emblematico è quello di Xania Monet, la prima artista “alimentata dall’intelligenza artificiale” a debuttare in una classifica airplay: una pioniera digitale che, invece di fare vocalizzi, affina i prompt.
E qui ritorna utile Alberto Camerini, che negli anni '80 cantava “Rock’n’roll robot” come una fantasia pop-futurista, tra ironia e sintetizzatori. All’epoca era una metafora giocosa; oggi sembra quasi un documentario musicale. Solo che il robot di Camerini voleva fare rock’n’roll, mentre quelli di oggi puntano dritti alle chart… salvo poi scoprire che qualcuno non li vuole ancora vedere sul podio.
Morale della favola: l’AI sa scrivere canzoni, conquistare streaming e persino entrare nelle classifiche americane... ma in Svezia resta ufficialmente “fuori gara”. Forse è solo questione di tempo. O forse, prima di essere accettati, i robot dovranno imparare anche l’arte più difficile di tutte: compilare correttamente un regolamento.
Ralph Towner, compositore e polistrumentista statunitense tra le figure più poetiche e originali della musica del secondo Novecento, è morto a Roma all’età di 85 anni. Da tempo aveva scelto l’Italia come luogo di vita e di lavoro, stabilendosi nella capitale, dove ha continuato a creare e collaborare fino agli ultimi anni. Avrebbe compiuto 86 anni il primo marzo. Piccola curiosità: condivideva il compleanno con Roger Daltrey dei The Who.
Nato il 1° marzo 1940 a Chehalis, nello Stato di Washington, Towner si è formato inizialmente come pianista, per poi avvicinarsi alla chitarra classica, strumento che ha studiato e perfezionato a Vienna con Karl Scheit. Da quella solida base accademica nasce uno stile del tutto personale: una sintesi raffinata di jazz, musica colta europea, folk ed echi provenienti da tradizioni sonore di tutto il mondo. La chitarra a dodici corde, in particolare, è diventata una delle sue voci più riconoscibili.
Il grande pubblico internazionale lo ha conosciuto soprattutto come fondatore degli Oregon, quartetto acustico nato nel 1970 e destinato a lasciare un’impronta profonda nella storia del jazz contemporaneo. Con gli Oregon, Towner ha contribuito a ridefinire i confini del genere, puntando su un suono cameristico, sull’improvvisazione collettiva e su una forte attenzione al colore timbrico. Il gruppo è rimasto per decenni un laboratorio creativo unico, capace di influenzare musicisti ben oltre l’ambito jazzistico. Accanto all’esperienza con gli Oregon, Towner ha costruito una carriera solista di grande prestigio e ha intrecciato dialoghi musicali con alcuni dei nomi più importanti della scena internazionale: da Gary Burton a John Abercrombie, da Jan Garbarek a Gary Peacock, fino a Keith Jarrett. Ogni collaborazione ha messo in luce la sua capacità di ascolto e la sua naturale inclinazione a far emergere la musica come spazio condiviso, più che come esibizione individuale.
Il legame con l’Italia è stato profondo e duraturo. Qui Towner ha trovato un ambiente fertile, collaborando con artisti come Pino Daniele e Maria Pia De Vito, e avvicinandosi anche al mondo del cinema. Tra i suoi lavori figurano infatti contributi alla colonna sonora dello splendido film Un’altra vita, (guardalo qui per intero) interpretato da Silvio Orlando e diretto dal compianto Carlo Mazzacurati, ulteriore testimonianza della sua versatilità e della sua sensibilità narrativa applicata alle immagini.
La sua discografia, ampia e influente, comprende titoli diventati punti di riferimento, come Solstice (1975), e lavori più recenti come At First Light (2023), salutato dalla critica come un esempio di maturità espressiva e lirismo senza tempo. In ogni fase della sua carriera, Towner ha mantenuto uno sguardo curioso e aperto, lontano da ogni manierismo di sorta. Un vero gigante.
A rendere ancora più singolare la sua eredità c’è un omaggio che arriva addirittura dallo spazio: due crateri lunari portano il nome di altrettante sue composizioni, “Icarus” e “Ghost Beads”, battezzati così da un astronauta della missione Apollo 15 nei primi anni Settanta.
Con la sua scomparsa se ne va un musicista capace di trasformare la chitarra acustica in uno strumento di meditazione, racconto e scoperta. La sua musica continuerà a parlare a chi cerca nel suono non solo virtuosismo, ma profondità e libertà.
Da Gianni Morandi a Malika Ayane, passando per Marco Mengoni, Elisa ed Emma, la musica italiana si stringe questa sera attorno al nome di Ornella Vanoni, celebrata a poco meno di due mesi dalla sua scomparsa. Un omaggio corale, imponente, quasi inevitabile, che dice molto non solo della grandezza della cantante milanese, ma anche del modo in cui media e industria discografica reagiscono alla morte di un’icona: speciali televisivi, ristampe, tributi, duetti postumi e un’improvvisa, fragorosa unanimità di elogi. Un rito ormai codificato, che spesso arriva tardi, quando l’artista non può più assistere né replicare, e che solleva una domanda scomoda: perché tanto clamore solo dopo l’ultimo saluto?
Lo speciale va in onda sul Nove – disponibile anche in streaming su discovery+ – ed è condotto da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. Il titolo, “Ornella senza fine”, sintetizza bene l’intento dell’operazione: restituire al pubblico l’idea di un repertorio immortale, capace di attraversare generazioni e stili senza perdere forza. Sul palco si alterneranno alcuni dei nomi più importanti del pop italiano contemporaneo, chiamati a reinterpretare brani che hanno segnato la storia della nostra canzone.
In scaletta figurano classici assoluti come “L’appuntamento”, “La voglia, la pazzia”, “Domani è un altro giorno”, accanto a titoli più recenti entrati nel canzoniere vanoniano negli ultimi anni: “Eternità”, incisa da Diodato nel 2014 per l’album di cover A ritrovar bellezza; “Sant’allegria”, reincisa da Ornella Vanoni poco prima di morire in duetto con Mahmood; “Un sorriso dentro al pianto”, scritta per lei nel 2021 da Francesco Gabbani. Un percorso che attraversa decenni di musica, stili e collaborazioni, restituendo la complessità di un’artista mai davvero ferma nel tempo.
Tra gli ospiti della serata figurano Fiorella Mannoia, Toquinho, Loredana Bertè, Virginia Raffaele, Annalisa, Arisa, Noemi, Giuliano Sangiorgi e Francesco Gabbani, chiamati a dare nuova voce a canzoni che hanno accompagnato più di una generazione di ascoltatori.
Non mancheranno gli interventi di Vincenzo Mollica, Pacifico, Filippa Lagerbäck, Mara Maionchi e Mario Lavezzi, insieme al sindaco di Milano Beppe Sala. Spazio anche alla dimensione più privata, con la partecipazione dei familiari di Ornella Vanoni: il figlio Cristiano e i nipoti Matteo e Camilla.
Giuliano Sangiorgi e Toquinho – Io so che ti amerò
Diodato e Camilla Ardenzi – Senza fine
Tutti – Musica musica
Un grande tributo televisivo, dunque, che celebra la Vanoni come patrimonio condiviso. Resta però il retrogusto amaro di una liturgia già vista: l’applauso più lungo, il riconoscimento unanime, l’attenzione totale che arrivano solo quando la voce che li ha meritati per una vita intera non può più sentirli.
Se ti chiami Public Image Limited... la logica dell'edizione limitatata è praticamente d'obbligo! Anche nel caso di un disco dal vivo - il secondo della loro carriera -tratto dal loro This Not the Last Tour."Alive", questo il titolo, è già disponibile in preordine e saràdisponibile solo onlinetramite A Way With Media. Non sarà possibile acquistarlo nei negozi o su altri siti web. L'album è stato autoprodotto dai PiL ed è stato registrato durante diversi concerti del tour estivo 2025.
Una realizzazione fatta con grande cura, la copertina e i contenuti interni presentano opere d'arte originali di John Lydon, con una versione estesa in triplo vinile impreziosita da tracce extra e con diversi set firmati - nel caso del vinile con varianti cromatiche differenti - firmati personalmente dai quattro membri della band.
Le copie a disposizione sono davvero poche, chi fosse interessato è meglio che si sbrighi. Personalmente acquisterò la versione in cd autografata, l'ennesimo feticcio da aggiungere alla mia raccolta di memorabilia, da esporre accanto alla copia del 45 giri di Pretty Vacant dei Sex Pistols autografato da Glen Matlock che, nell'apporre la sua firma... bucò letteralmente la copertina al centro!
Queste le differenti track listing di "Alive":
Alive CD Home (Belfast) Know Now (Norwich) Corporate (Portsmouth) World Destruction (Norwich) This is Not a Love Song (Glasgow) Poptones (Glasgow) Death Disco (Newcastle) Flowers of Romance (Dublin) Warrior (Wroclaw) Shoom (Portsmouth) Public Image (Norwich) Rise (Dublin) Annalisa / Attack / Chant (Wroclaw)
Alive Double LP Home (Belfast) Know Now (Norwich) World Destruction (Norwich) This is Not a Love Song (Glasgow) Poptones (Glasgow) Death Disco (Newcastle) Shoom (Portsmouth) Corporate (Portsmouth) Warrior (Wroclaw) Open Up (Dublin) Public Image (Norwich) Rise (Dublin) Annalisa / Attack / Chant (Wroclaw)
Alive Triple LP Home (Belfast) Know Now (Norwich) Corporate (Portsmouth) Deeper Water (Dublin) World Destruction (Norwich) This is Not a Love Song (Glasgow) Poptones (Glasgow) Death Disco (Newcastle) Flowers of Romance (Dublin) Warrior (Wroclaw) Shoom (Portsmouth) Public Image (Norwich) Open Up (Dublin) Rise (Dublin) Annalisa / Attack / Chant (Wroclaw) Annalisa / Attack / Chant (Belfast) Annalisa / Attack / Chant (Cork) Annalisa / Attack / Chant (Trutnov)
Per generazioni di appassionati rockofili e soprattutto chitarrofili, Eric Clapton rappresenta una vera e propria icona della 6 corde elettrica. La sua influenza sulla musica moderna è indiscutibile, anche se lo stesso Clapton non ha mai nascosto di considerarsi il frutto di una lunga tradizione musicale, costruita sulle spalle di chi lo ha preceduto. Tra questi, un nome emerge su tutti: quello di Chuck Berry.
Considerato uno dei padri fondatori del rock'n'roll, Charles Edward Anderson Berry detto Chuck ha avuto un ruolo decisivo nel definire il linguaggio della chitarra ritmica e solista. Clapton ha più volte riconosciuto il debito nei suoi confronti, arrivando a dichiarare, nel documentario Chuck Berry: Hail! Hail! Rock ’n’ Roll, quanto il suo stile sia diventato un riferimento inevitabile per chiunque si avvicini al genere. Secondo il chitarrista inglese, quando si tenta di suonare davvero rock and roll con la chitarra (mica facendo finta con l'air guitar...), prima o poi si finisce per ripercorrere le stesse strade tracciate da Berry, perché le alternative sono sorprendentemente poche.
Clapton ha anche sottolineato l’enorme portata dell’eredità musicale lasciata dal musicista statunitense, scomparso nel 2017 all’età di 90 anni. Berry seppe fondere elementi diversi — dal blues al country, passando per influssi jazz e latini — creando uno stile unico e riconoscibile. Un’impronta così profonda da generare, col tempo, anche un certo risentimento in lui, consapevole di quanto la sua influenza si fosse diffusa ben oltre il dovuto riconoscimento.
Eppure, per Slowhand, eccellere nel rock and roll non equivale automaticamente a essere il miglior chitarrista in assoluto. Quando gli è stato chiesto chi meriti davvero questo titolo, il musicista britannico non ha avuto esitazioni: Albert Lee. Oggi ottantaduenne, Lee è stato definito da Clapton come il più grande chitarrista vivente, un virtuoso completo, dotato di una tecnica fuori dal comune, di un orecchio eccezionale e di una padronanza dello strumento che, a suo dire, non teme rivali. Un giudizio che, ancora una volta, dimostra come anche le leggende sappiano riconoscere l'altrui talento.
Dopo una lunga battaglia con la malattia, si è spento a 74 anni Luciano Manzalini, metà del celebre duo comico dei Gemelli Ruggeri. A dare la notizia è stato Eraldo Turra, compagno di scena e di vita artistica, che ha voluto ricordarlo con un saluto semplice e commosso: un addio all’amico di sempre, colpito quasi un anno fa da un ictus che lo aveva costretto al ricovero.
Manzalini, conosciuto dal pubblico come “lo smilzo” del duo, è stato uno dei protagonisti dell’umorismo più surreale e raffinato emerso negli anni Ottanta. I Gemelli Ruggeri muovono i primi passi al Gran Pavese Varietà, inserendosi in una vivace scena bolognese che vedeva convivere personalità destinate a lasciare il segno, come Patrizio Roversi, Siusi Blady (con la quale anni fa feci un libro dedicato a Moana Pozzi), il caro Freak Antoni degli Skiantos e Vito.
La consacrazione nazionale arriva con la televisione: Antonio Ricci li chiama a far parte del cast di Drive In nel 1983 e, successivamente, di Lupo Solitario nel 1987. Proprio in questi programmi i Gemelli Ruggeri diventano memorabili interpretando due improbabili inviati della televisione di Stato di Croda, fantomatico Paese dell’Europa orientale, personaggi che restano impressi per l’assurdità dei dialoghi e il tono straniante delle loro apparizioni. Nel corso degli anni partecipano anche ad altre trasmissioni di successo, tra cui Quelli che il calcio e Colorado Cafè.
Nel ricordare Manzalini, Eraldo Turra ne traccia un ritratto intimo e affettuoso: una persona riservata, ma tutt’altro che distante dalla scena, capace di osservare il mondo con uno sguardo obliquo e profondamente ironico. Un’ironia fatta di contrasti e complicità, che richiamava quella delle grandi coppie comiche del passato, e che oggi lascia un vuoto difficile da colmare.
Se non arriverà un accordo lontano da toghe e martelletti, Live Nation e Ticketmaster dovranno presto affrontare un’aula di tribunale piuttosto affollata. Ad attenderli non ci saranno promoter rivali o artisti scontenti... ma un esercito di fan di Taylor Swift: circa 350 Swifties che hanno deciso di fare squadra in una class action. Un giudice federale ha infatti stabilito che gran parte delle loro lamentele merita di essere ascoltata.
Nel mirino del colosso del live finiscono accuse tutt’altro che leggere: presunte violazioni delle norme antitrust, infrazioni alle leggi californiane a tutela dei consumatori e mancato rispetto degli accordi contrattuali. Restano invece fuori gioco, almeno per ora, le contestazioni su frode e negligenza, considerate non sufficientemente solide dalla corte.
La causa risale al dicembre 2022 e nasce dal caos che ha accompagnato la vendita dei biglietti per The Eras Tour, diventata ormai una sorta di leggenda (nera) del ticketing. Secondo i fan, Ticketmaster avrebbe sfruttato la propria posizione dominante per tenere il mercato sotto controllo totale, mandando il sistema in tilt, facendo lievitare i prezzi e rendendo i biglietti un miraggio degno di una caccia al tesoro.
Detto questo, la partita è tutt’altro che chiusa. Il giudice ha sottolineato che i querelanti non hanno ancora dimostrato che Ticketmaster avesse garantito misure specifiche per respingere bot e bagarini digitali. Insomma, il processo potrebbe riservare colpi di scena: per ora, l’unica cosa certa è che questa volta gli Swifties non cantano... ma fanno causa!
La band chicana messicano-statunitense dei Los Lobos ha avviato un’azione legale contro Sony Music e Sony Pictures, accusando i due colossi dell’intrattenimento di non aver corrisposto i compensi spettanti per l’impiego di alcuni loro brani in produzioni cinematografiche di successo. I procedimenti, depositati presso un tribunale californiano, chiamano in causa anche Milan Entertainment, etichetta specializzata in colonne sonore, controllata da Sony Music dal 2019. L’ammontare complessivo dei risarcimenti richiesti varia, secondo gli atti, tra 1,5 e 2,75 milioni di dollari.
Una delle controversie riguarda Desperado, film del 1995 diretto da Robert Rodriguez e interpretato da Antonio Banderas. Per quella pellicola i Los Lobos composero e incisero Canción del Mariachi, utilizzata nei titoli di apertura. Il brano fu successivamente incluso da Milan in una raccolta pubblicata nel 2004, Mexico and the Mariachis. Stando a quanto sostenuto dagli avvocati del gruppo, la band non avrebbe mai ricevuto rendicontazioni né pagamenti relativi agli sfruttamenti in streaming digitale della registrazione.
Il secondo contenzioso coinvolge Sony Pictures Entertainment e Columbia Pictures e fa riferimento alla celebre reinterpretazione di La bamba realizzata dai Los Lobos per la colonna sonora dell’omonimo film biografico del 1987 dedicato al compianto Ritchie Valens. Secondo la denuncia, i componenti del gruppo — David Hidalgo, Louie Perez, Cesar Rosas, Conrad Lozano e Steve Berlin — non avrebbero mai incassato compensi per lo streaming del brano al di fuori di Stati Uniti e Canada. In questo caso, il danno economico stimato si collocherebbe tra 1 e 2 milioni di dollari.
Al momento, Sony Music e Sony Pictures rimangono silenti e non commentano...
Viene chiamata “afterlife economy”, ovvero l’economia delle celebrità defunte, un fenomeno che continua a muovere cifre impressionanti. Come ogni anno, la rivista Forbes ha pubblicato la classifica dei personaggi scomparsi che nel 2025 hanno generato i maggiori introiti. In vetta, per l’ennesima volta, troneggia Michael Jackson, in vetta nella lista dei defunti più pagati del mondo.
Jackson ancora imbattuto
Il “Re del Pop” ha incassato nel 2025 ben 105 milioni di dollari, staccando nettamente tutti gli altri nomi in lista. A trainare i suoi guadagni sono le royalty derivanti dallo streaming, gli spettacoli MJ: The Musical e la produzione del Cirque du Soleil a Las Vegas. Dalla sua morte nel 2009, Jackson ha guidato la classifica postuma di Forbes in 13 dei 16 anni considerati, accumulando un totale stimato di 3,5 miliardi di dollari.
Il ritorno di Elvis e l’intruso Dr. Seuss
A distanza di decenni, Elvis Presley continua a figurare tra i più redditizi. Dopo aver dominato la prima edizione della lista nel 2001, The King è rimasto presente in tutte le edizioni successive, raggiungendo nel 2025 il settimo posto con 17 milioni di dollari. Una cifra che rappresenta appena il 15% dei guadagni del suo celebre genero, Michael Jackson. A sorprendere è invece il secondo posto di Dr. Seuss (85 milioni di dollari), grazie al costante successo dei suoi libri, alle licenze commerciali e a un accordo con Netflix che ha rilanciato l’universo del celebre autore per bambini.
I Pink Floyd e la nuova economia dei cataloghi
Il 2025 segna anche l’ingresso di Rick Wright e Syd Barrett, storici membri dei Pink Floyd, entrambi al terzo posto con 81 milioni di dollari ciascuno. I ricavi derivano dalla recente operazione di vendita del catalogo della band, acquisito da Sony Music Publishing per circa 400 milioni di dollari, da dividere tra i tre membri ancora in vita e le famiglie dei due scomparsi. Completano la top ten The Notorious B.I.G. (80 milioni), Miles Davis (21 milioni), Jimmy Buffett (14 milioni), Bob Marley (13 milioni) e John Lennon (12 milioni).
L’impero postumo di Wacko Jacko
Gran parte della fortuna del patrimonio di Jackson deriva dalle sue scelte strategiche compiute in vita. Nel 1985 acquistò il catalogo ATV per 47,5 milioni di dollari, assicurandosi quasi 4.000 brani, tra cui la maggior parte dei successi della coppia Lennon & McCartney. Quell’investimento si trasformò in un affare colossale: nel 2016 la sua estate vendette la quota a Sony per 750 milioni di dollari (pari a circa un miliardo odierno). Restavano però esclusi i diritti editoriali e i master delle opere di Jackson, ceduti poi nel 2024 al 50% - sempre a Sony - per altri 600 milioni di dollari, un’operazione che la madre dell’artista, Katherine Jackson, ha tentato senza riuscirvi di bloccare in tribunale.
Quando la memoria si trasforma in monetizzazione
La classifica di Forbes rispecchia un trend ormai consolidato: la valorizzazione postuma delle opere musicali è diventata una vera asset class. Sempre più patrimoni artistici vengono gestiti come imprese, attraverso strategie di lungo periodo basate su diritti, merchandising e produzioni multimediali. Il caso Jackson è emblematico: il suo legacy management funziona come una major indipendente, in grado di generare valore costante attraverso una pianificazione ventennale. La memoria artistica, oggi, è un prodotto scalabile. La musica “vecchia” offre più stabilità e rendimenti più prevedibili rispetto alle nuove produzioni, perché ha già superato la prova del tempo e del mercato.
L’eternità come modello di business
Viviamo nell’era della cultura dell’eternità, dove la morte non interrompe la carriera... ma la prolunga attribuendole nuove forme. Le icone del passato vengono “riattivate” per il pubblico contemporaneo: non solo attraverso ristampe o biopic ma come veri e propri brand globali. Il corpo muore, il catalogo no. E il mercato lo sa bene... oh se lo sa!
Napoli piange uno dei suoi simboli più autentici e amati: James Senese, il sassofonista che forse più di chiunque altro ha rappresentato l’anima musicale della città. Aveva 80 anni. Nato nel 1945 nel quartiere di Miano da Anna Senese, napoletana, e da James Smith, soldato afroamericano di stanza in Italia, la sua storia sembrava scritta dentro i versi di "Tammurriata Nera". Dalla sua doppia origine, Senese trasse la forza e la ricchezza di un’identità musicale unica: la fusione perfetta tra la melodia mediterranea e le sonorità del jazz d’oltreoceano. I primi passi mossi con gli Showmen, poi con gli Showmen 2, gruppi che mescolavano jazz, soul e brani originali.
Ma la vera svolta arrivò con la nascita di Napoli Centrale, formazione che ha fatto la storia del jazz fusion italiano. Accanto a lui, musicisti di altissimo livello come Agostino Marangolo, Joe Amoruso e Rino Calabritto, solo per citarne alcuni.
Tra le fila di quella band passò anche un giovanissimo Pino Daniele, allora bassista, che suonava proprio con uno strumento donatogli da Senese. Un incontro destinato a cambiare la musica napoletana: da quella collaborazione nacque il suono inconfondibile che avrebbe accompagnato i primi dischi e i tour di Pino. Parallelamente, Senese portò avanti una lunga carriera solista, pubblicando diversi ottimi album che riflettevano il suo linguaggio musicale profondo e meticcio. Il suo sax raccontava la storia di una Napoli popolare e universale, di un uomo cresciuto tra due culture e capace di trasformare quel dualismo in pura arte.
In questo giorni, sui social, un’ondata di affetto attraversa il mondo della musica: artisti, amici e fan ricordano con commozione il “nero a metà”. Io, per rispetto e commozione, ho aspettato un poco prima di dare il mio saluto, unendomi solo a questo coro di gratitudine, cercando di omaggiare James con rispetto e amore. La sua musica continuerà a suonare nelle strade di Napoli, come un soffio eterno di libertà.
Venerdì 7 novembre il Teatro Olimpico di Roma (Piazza Gentile da Fabriano, 17, ore 20.30) accoglierà la voce intensa e raffinata di Silvia Mezzanotte, protagonista di “Silvia Mezzanotte canta Mina”, un nuovo recital che rende tributo alla più iconica interprete della musica italiana. L’artista bolognese, accompagnata sul palco dall’ensemble Le Muse - nove musiciste dirette dal Maestro Andrea Albertini - offrirà al pubblico un concerto dal fascino elegante e potente, dove la musica si intreccia con parole e immagini evocative per dar vita a un racconto tutto al femminile, intriso di emozione e introspezione.
«Mina è stata per me un modello di libertà artistica e di forza interiore – racconta la Mezzanotte –. e cantare le sue canzoni significa attraversare la vita: le cadute, le rinascite, la passione, l’ironia. Non basta la voce per interpretarla, serve l’anima, e quella te la regala solo il tempo.»
Lo spettacolo è una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti della “Tigre di Cremona”, ma anche un dialogo personale tra due donne e due epoche. In scaletta troveranno spazio alcuni dei brani più amati di Mina, da “E se domani” a “Parole parole”, passando per “Amor mio” e “Brava”, riproposti in nuove vesti sonore che uniscono sensibilità contemporanea e rispetto per l’originale. Voce potente e carismatica, Silvia Mezzanotte è stata per anni il volto dei Matia Bazar, con cui ha calcato i palcoscenici più prestigiosi d’Italia e del mondo. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti del calibro di Al Jarreau, Dionne Warwick, Michael Bolton e Massimo Ranieri. Vincitrice dell’edizione 2016 di Tale e Quale Show su Rai1, la sua interpretazione di “Brava” di Mina resta ancora oggi una delle più celebrate della storia del programma.
Prodotto dal Teatro Verdi di Montecatini Terme, il tour “Silvia Mezzanotte canta Mina” toccherà diverse città italiane, secondo questo calendario:
Sony Pictures e Sam Mendes hanno deciso di fare sul serio: The Beatles - A Four-Film Cinematic Event sarà un mastodontico progetto in quattro film, ognuno raccontato dal punto di vista di un Beatle differente. Quattro film. Quattro storie. Un’unica leggenda che torna a vibrare sul grande schermo. E questa volta, sotto i riflettori non ci saranno solo John, Paul, George e Ringo... ma anche le donne che hanno cambiato la loro musica, le loro vite e il loro caos interiore.
Le muse dei Fab Four
Mendes ha scelto un cast femminile che sembra uscito da un festival di premi:
Mia McKenna-Bruce (How to Have Sex) sarà Maureen Cox Starkey, la fan del Cavern Club che conquistò Ringo prima che diventasse “Ringo Starr”. Non glamour, non superstar... solo amore e tamburi, finché il successo non ha fatto troppo rumore.
Saoirse Ronan, quattro nomination agli Oscar e zero paura di sporcarsi le mani, interpreterà Linda Eastman McCartney, fotografa, artista e anima gemella di Paul. Quella che, mentre tutti cercavano il prossimo singolo perfetto, cercava solo la luce giusta.
Anna Sawai, reduce dal trionfo di Shōgun, sarà Yoko Ono — la più fraintesa della storia del rock. Mendes promette di ribaltare il cliché della “distruttrice dei Beatles”, mostrando Yoko per ciò che era: una mente creativa che Lennon non poteva certo ignorare.
Aimee Lou Wood (Sex Education, The White Lotus) interpreterà Pattie Boyd, la musa psichedelica di George Harrison (e sì... anche di Eric Clapton). Pattie è la Swinging London fatta persona, con minigonne, sitar e karma istantaneo.
Quattro film, un unico trip psichedelico
A completare il cast maschile ci saranno Harris Dickinson, Barry Keoghan, Paul Mescal e Joseph Quinn nei panni dei Beatles. Ma la vera rivoluzione è dietro le quinte: per la prima volta nella storia, Apple Corps Ltd. (la società dei Beatles) ha dato via libera all’uso delle loro vite e della loro musica. Tradotto: sentiremo le vere canzoni, non le solite imitazioni con nomi inventati tipo The Beetlez. Ogni film avrà il suo punto di vista: quello di John, Paul, George e Ringo. Quattro percorsi che si intrecciano come una jam session troppo lunga ma impossibile da interrompere. Il tutto arriverà in sala nell’aprile 2028, distribuito da Sony Pictures, che ha fiutato il colpo grosso del decennio.
Sam Mendes e il suo “White Album” cinematografico
Mendes, dopo aver fatto piangere mezzo mondo con 1917 e vinto tutto con American Beauty, torna al rock’n’roll. La sua missione? Smontare il mito dorato e mostrarci “i ragazzi dietro le icone”. In pratica: meno santini, più sigarette spente a metà, più notti insonni, più umanità.
L’attesa sarà lunga e rumorosa
The Beatles - A Four-Film Cinematic Event promette di essere il progetto musicale più ambizioso mai tentato al cinema. Non un semplice biopic, ma un esperimento narrativo che fonde amore, ego e genio creativo con la colonna sonora più perfetta che si possa immaginare. Il conto alla rovescia è iniziato. E nel 2028, quando partirà la prima nota, saremo tutti lì a pensare la stessa cosa: Let it be… finally.
Icona dei Black Sabbath e pioniere del metal, Ozzy Osbourne consegna al suo pubblico un’eredità musicale eterna. In una toccante intervista datata 2023, l'artista aveva previsto la propria morte, chiedendo solo un ultimo concerto prima di andarsene. La sua influenza ha modellato il volto dell’heavy metal, rendendolo una figura indelebile nella storia della musica. Ozzy non è stato solo il cantante dei Black Sabbath, ma il volto identitario dell’heavy metal storico. Con la sua voce cupa e le atmosfere oscure create dalla band, ha dato vita a un genere destinato a segnare intere generazioni. Dopo il debutto dei Sabbath nel 1970, il metal non è più stato lo stesso. La sua immagine trasgressiva e la sua capacità di canalizzare rabbia, dolore e ribellione in musica hanno ispirato band come Metallica, Slipknot, Iron Maiden e molte altre.
L’ultimo desiderio: “Un solo concerto, poi posso morire felice”
Nel 2023, in un’intervista alla testata Rolling Stone, Ozzy dichiarava con lucidità disarmante: «Mi restano al massimo 10 anni. Voglio solo salire su un palco e ringraziare il mio pubblico». Parole che oggi suonano come una profezia. Solo venti giorni prima della sua scomparsa, avvenuta il 22 luglio 2025, Osbourne si era recentemente esibito per l’ultima volta nel leggendario Back to the Beginning, lo show celebrativo a Birmingham. Era il suo ritorno alle origini, il suo vero addio.
Il coraggio della malattia
Dal 2020 Ozzy conviveva con il morbo di Parkinson. Le sue condizioni si erano aggravate nel tempo, soprattutto dopo delicati interventi chirurgici alla colonna vertebrale, che lo avevano reso invalido. Nonostante la sofferenza, il “Principe delle Tenebre” non ha mai perso la voglia di esibirsi. «Non temo la morte», diceva, «ma non voglio vivere una lunga agonia». Il suo riferimento a centri svizzeri per l’eutanasia apriva riflessioni profonde sul fine vita e sulla dignità nella malattia.
Vita al limite, sempre
Ozzy non ha mai nascosto i suoi eccessi: droga, alcol, sregolatezze. Lui stesso scherzava: «Avrei dovuto morire decenni fa». Eppure, è sopravvissuto a tutto, trasformandosi in un’icona culturale anche grazie al reality The Osbournes, che lo ha reso noto anche fuori dai palchi. Dopo aver lasciato i Black Sabbath per problemi di dipendenze, ha lanciato una carriera solista trionfale, salvo poi tornare a esibirsi con la band madre, in una delle reunion più emozionanti della storia del rock.
Sharon, il grande amore
Al centro della sua disordinata vita, una sola costante: Sharon. Moglie, manager e compagna indissolubile. Insieme da oltre 40 anni, Ozzy ha più volte dichiarato: «Senza di lei sarei morto». Una storia d’amore intensa e travagliata, che ha resistito a tutto, persino alla malattia e agli abissi dell’autodistruzione. Ozzy non è solo una leggenda del metal, ma una figura che ha ridefinito i confini tra musica, vita e mito. Il suo ultimo concerto è stato un testamento, un addio consapevole, degno di un artista che ha fatto della sua esistenza un’opera d’arte unica, inconfondibile.
Nel panorama musicale italiano, la scena indie rappresenta una vera e propria fucina di creatività. Troppo spesso trascurata dai media mainstream, continua invece a generare progetti originali, profondi e meritevoli di attenzione. Tra questi, spiccano i Magazzino San Salvario, band torinese che con il loro secondo album conferma la propria unicità e maturità artistica.
“Piace alla Critica”: il nuovo album tra rock e cantautorato
Con Piace alla Critica, i Magazzino San Salvario alzano l’asticella e si affermano come una delle realtà più interessanti dell’attuale scena indipendente italiana. Otto brani intensi per circa 30 minuti di musica che fonde energia rock, ironia tagliente e una profonda sensibilità cantautorale. Il risultato? Un disco coerente, ricco di personalità, capace di parlare sia alla mente che al cuore – e, come suggerisce ironicamente il titolo, anche agli “addetti ai lavori”, categoria che può - e dovrebbe - fare la differenza sul destino di una proposta musicale.
Cura negli arrangiamenti e nella produzione
Registrato con la produzione attenta di Fabrizio “Cit” Chiapello, il disco è un esempio di equilibrio tra urgenza espressiva e cura del dettaglio. Gli arrangiamenti, mai scontati, valorizzano ogni brano con una gamma sonora ampia e raffinata. L’anima rock si intreccia all’introspezione della canzone d’autore, dando vita a un lavoro maturo e sfaccettato.
La vera forza del gruppo sono i testi
Il tratto distintivo dei Magazzino San Salvario resta indubbiamente la scrittura. Le liriche affrontano con lucidità e ironia temi personali, sociali e generazionali, senza cadere nella retorica. L’autenticità ne è la chiave principale: ogni brano comunica con chiarezza e profondità, passando da momenti leggeri e sarcastici a riflessioni intense e commoventi.
Collaborazioni d’eccellenza per un suono ancora più ricco
Il disco ospita alcune figure di spicco della scena musicale torinese, che arricchiscono ulteriormente il progetto:
Monica P, voce nella title track
Paola Perardi, violoncellista dell’Orchestra del Teatro Regio di Torino
Max Acotto, al sax
Le voci bianche dei Piccoli Cantori di Torino
Una rete di collaborazioni che contribuisce a un suono poliedrico, senza perdere coerenza stilistica.Nati nel cuore dell’omonimo quartiere torinese, i Magazzino San Salvario sono una band profondamente legata al proprio territorio. Formatisi nel 2020, i componenti Stefano Caire (voce e basso), Giovanni Caire (chitarra), Dario Scotti (tastiere e voce) e Massimo Tiso (batteria), combinano rock alternativo e songwriting con naturalezza, frutto di anni di amicizia e passione condivisa.
Una band cresciuta "macinando palchi"
Dopo l’omonimo debutto del 2022, la band ha consolidato la propria reputazione grazie a un’intensa attività live, soprattutto nel Nord Italia. Le performance sono il loro punto di forza: energiche, coinvolgenti, autentiche. Il pubblico li segue, la critica li nota, e l’indie italiano si arricchisce di una voce coerente e originale.
L’indie torinese ha ancora molto da dire
“Piace alla Critica”, pubblicato da MoovOn Label, è disponibile su tutte le piattaforme digitali e rappresenta un ulteriore passo avanti per una band che ha scelto di raccontare la realtà con stile, ironia e profondità. I Magazzino San Salvario sono la prova concreta che l’indie italiano – e quello torinese in particolare – non è solo vivo, ma anche in ottima forma.
Queste pagine web non rappresentano una testata giornalistica in quanto vengono aggiornate senza alcuna periodicità. Non possono pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 Marzo 2001 Si declina ogni responsabilità per contenuti, commenti e collegamenti ad altri siti. Sonar è dedicato alla memoria di mio papà Giuliano, scomparso il 28 Agosto 2007. Mi piace pensare che, in qualche modo, lui continui a "vivere" attraverso la musica che amo, la stessa che propongo ai lettori di questo blog. Un particolare ringraziamento all'artista ed amica Kalina Danailova per il disegno dei sottomarini (soprattutto per quello... giallo).