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mercoledì 9 settembre 2026

Sea Songs, Vittore Baroni e quella rete che esisteva prima di Internet



Trentuno artisti, due CD, il mare come denominatore comune e l’Hotel Acapulco di Forte dei Marmi come porto d’imbarco. Sea Songs – Music for Hotels Vol. 3 è un disco ricco, trasversale e sorprendente. Ma per me è anche l’occasione per ritrovare Vittore Baroni, conosciuto quasi quarant’anni fa attraverso la mail art, quando per fare rete servivano francobolli, fotocopie, acetati e una discreta dose di curiosità.

Ci sono persone che si incontrano una volta, magari senza neppure frequentarsi davvero, eppure rimangono archiviate in qualche cassetto della memoria. Vittore Baroni, per me, è una di queste. Abbiamo parecchie conoscenze in comune e forse non è casuale: anch’io ho sempre creduto molto nel potere della rete. Non quella che oggi misuriamo in follower, condivisioni e algoritmi, ma quella più antica e probabilmente più autentica fatta di persone, contatti, curiosità, scambi e contaminazioni. Vittore quella rete la praticava quando Internet apparteneva ancora alla fantascienza.

Lo conobbi molti anni fa attraverso la mail art, l’arte postale: quel magnifico circuito internazionale nel quale opere, collage, cartoline, fotografie, fanzine e idee attraversavano il mondo dentro una busta.

Jimmy Page deformato dalla Rank Xerox

All’epoca mi divertivo a sperimentare anch’io. Ricordo di avergli spedito alcune fotocopie ottenute con una tecnica rudimentale ma dagli effetti, almeno ai miei occhi, piuttosto suggestivi: muovevo l’originale mentre la macchina stava effettuando la copia.

Il soggetto era una fotografia a figura intera di Jimmy Page. Lo spostamento durante la scansione deformava il corpo del chitarrista e la sua doppio manico, allungandolo, torcendolo e moltiplicandone alcune parti. Una specie di psichedelia analogica ottenuta senza Photoshop, che ovviamente ancora non esisteva



Qualche esempio personale di sperimentazione mail artistica più recente: le vecchie passioni sono difficili da archiviare completamente...

Qualche tempo dopo – credo fossimo nel 1985 o nel 1986 – realizzai invece alcune cartoline stampate su acetato trasparente, ispirate alla parola che in quel momento cominciava a invadere i giornali: glasnostIn russo significa più o meno trasparenza, apertura. Fu il termine adottato da Michail Gorbačëv per indicare quella politica di maggiore libertà d’informazione, critica e discussione pubblica che avrebbe accompagnato gli ultimi anni dell’Unione Sovietica. Mi sembrò divertente prendere il concetto alla lettera e stamparlo proprio sulla trasparenza fisica dell’acetato.

Anche quelle cartoline finirono nella posta di Vittore.

Sono passati quarant’anni e non pretendo naturalmente che ogni dettaglio della memoria sia esatto. Ma ricordo però molto bene la sensazione: dall’altra parte c’era una persona preparatissima, curiosa, disponibile e amichevole, capace di accogliere le idee degli altri senza quell’atteggiamento sacerdotale che talvolta accompagna gli ambienti della sperimentazione artistica.

VHS, autopsie e T.O.P.Y.

Non ci limitammo alla carta. A un certo punto cominciammo anche a scambiarci qualche VHS dal contenuto decisamente poco rassicurante. Ricordo di avergli mandato la registrazione di una vera autopsia umana musicata dagli SPK, gruppo australiano tra i nomi più estremi dell’industrial e della cultura post-industriale. Non esattamente il genere di videocassetta da proporre dopo il pranzo di Natale.

Vittore, se la memoria non mi tradisce – e dopo tutto questo tempo qualche beneficio del dubbio è obbligatorio – rispose inviandomi a sua volta un video legato al T.O.P.Y., The Temple ov Psychick Youth, il network occultistico-artistico nato intorno a Genesis P-Orridge e all’universo Psychic TV.

O forse - boh - era esattamente il contrario, vatti a ricordare. Erano comunque anni strani, meravigliosi e irripetibili. Per trovare qualcosa bisognava cercarlo. Per conoscere qualcuno bisognava scrivergli. Per condividere un video servivano una videocassetta, due videoregistratori collegati per la duplicazione, una busta imbottita, un francobollo e parecchi giorni di attesa.

Forse proprio per questo ogni scoperta sembrava avere un peso maggiore.

Sea Songs, il mare secondo trentuno artisti

Quasi quarant’anni dopo ritrovo Vittore alla barra di un progetto che, in fondo, continua a utilizzare lo stesso principio: mettere persone in relazione.

Sea Songs – Music for Hotels Vol. 3 è il terzo e conclusivo capitolo della serie ideata e curata da lui. Dopo Return to Acapulco – Music for Hotels Vol. 1 del 2024, che chiamava sedici musicisti a immaginare una sorta di colonna sonora per gli ambienti di un albergo balneare, e Summer Fun del 2025, costruito intorno a venti reinterpretazioni di brani estivi, il progetto arriva ora al suo approdo più ambizioso.

Due CD, trentuno artisti italiani e internazionali, uniti da un tema tanto semplice quanto inesauribile: il mare. Mare come vacanza, viaggio, memoria, inquietudine, eros, perdita, gioco. E soprattutto quella malinconia tutta particolare che accompagna la fine dell’estate, quando ciò che abbiamo appena vissuto comincia già a sembrarci lontano.

Il titolo richiama inevitabilmente la splendida Sea Song di Robert Wyatt, qui affrontata dalle imprevedibili Forbici di Manitù, presenza quasi naturale all’interno dell’universo baroniano. Ma la forza del progetto è proprio la sua estrema varietà.

Da Robert Wyatt a Lou Reed, passando per l’industrial

Dentro Sea Songs convivono rock, elettronica, pop, jazz, blues, new wave, punk, surf, rockabilly, industriale e sperimentazione sonora. Ci sono reinterpretazioni e composizioni originali, canzoni vere e proprie, interventi strumentali, recitazioni e derive sonore.

Affiorano titoli come La Mer di Charles Trenet, The Dolphins di Fred Neil, Song to the Siren di Tim Buckley e Ocean di Lou Reed, anche se la sensazione non è mai quella della classica compilation di cover.

C’è piuttosto una pluralità di linguaggi tenuta insieme da un’idea curatoriale molto precisa.

Nel cast convivono musicisti della Versilia e della Toscana – Luciano Federighi, Michela Lombardi e Andrea Garibaldi, Giuseppe Giannecchini con Ugo Cappadonia, Brunilde Galeotti, Elenband, Staindubatta, Dome La Muerte E.X.P., Mirco Magnani, Gabriele Bartolucci, Xayde e The Garden of Love – e personaggi provenienti da territori musicali e generazionali molto diversi.

Ci sono Steve Piccolo, Maurizio Marsico (che conobbi anni fa attraverso la mia ex fidanzata romana Margherita, ritrovato anni dopo attraverso il lavoro di ufficio stampa col cantautore milanese Marco Massa), Teho Teardo, Simon Balestrazzi, Adriano Zanni, Tommaso Leddi, Carlo De Martini, Stefano Saletti, fino agli Spectral Unit di Adi Newton ed Enrico Marani.

Marsico appare persino in doppia veste: con MARSICODITRAPANI in Lunadimare e con la Monofonic Orchestra, insieme a Roger Stanza e Mauro Tondini.

Altrove arrivano gli Shocking Blue riletti dalle Wide Hips 69, il naufragio di Percy Bysshe Shelley evocato da Gianluca Becuzzi ed Elia Ulian, atmosfere lovecraftiane con i Teatro Satanico e il vascello fantasma degli Spectral Unit.

Insomma, più che un genere musicale, una geografia.

Vittore Baroni, professione: collegare mondi

Ed è probabilmente questo l’aspetto che trovo più interessante.

Vittore Baroni non è semplicemente un giornalista musicale – oggi scrive sul sempre pregevole mensile Blow Up (al quale sono felicemente abbonato da anni) dopo una lunghissima attività che lo ha visto passare anche attraverso Rockerilla e la fondazione di Rumore – ma è contemporaneamente musicista, artista, autore, sperimentatore, editore e figura storica della mail art internazionale.

Dalla fine degli anni Settanta partecipa infatti a quella cultura del networking artistico che anticipò di decenni molti dei meccanismi sui quali si sarebbe costruita Internet.

Con Piermario Ciani e Massimo Giacon, all’inizio degli anni Ottanta, diede vita anche all’esperienza di TRAX, grande progetto aperto e collettivo capace di mettere in contatto centinaia di artisti.

Oggi si usa continuamente la parola network. È diventata gergo per riunioni aziendali, da LinkedIn, quasi da ufficio marketing. Allora significava spedire cento lettere e magari riceverne venti. Significava trovare nella cassetta della posta qualcosa che non avevi chiesto ma che cambiava improvvisamente il tuo pomeriggio.

E Sea Songs, in qualche modo, continua quella storia.

Perché guardando l’elenco dei musicisti coinvolti si capisce che Baroni non ha semplicemente compilato una lista di nomi: ha messo in forma musicale una rete di relazioni costruita in decenni di incontri, giornalismo, amicizie, corrispondenze, collaborazioni e curiosità.

Non è un caso che nel progetto compaiano anche personaggi provenienti direttamente dall’antico universo della mail art, come David Greenberger e Grey T. Noise.

L’Hotel Acapulco: quando l’albergo diventa parte del disco

C’è poi un luogo senza il quale probabilmente tutta la serie Music for Hotels non sarebbe mai esistita: l’Hotel Acapulco di Forte dei Marmi, produttore del doppio CD e gestito dalla famiglia Baroni dal 1968.

L’Acapulco non rappresenta semplicemente uno sfondo turistico. Nel corso della sua lunga storia ha avuto rapporti profondi con la musica e con chi la produce. Nei mesi invernali è stato per anni anche sala prove per diverse band locali, mentre tra i suoi ospiti sono passati artisti e personaggi diversissimi.

Qualche nome rende bene l’idea: Cabaret Voltaire, Earth Wind & Fire, Renzo Arbore, Incognito, i già citati SPK e il critico Riccardo BertoncelliMa nell’elenco figurano anche Cochi e Renato, Nocturnal Emissions, Merzbow e Gianni BellaUna promiscuità artistica che probabilmente racconta la struttura meglio di qualsiasi brochure turistica.

Anche la confezione del disco merita attenzione. Copertina e impaginazione sono affidate a Reg Mastice, artista e autore, tra l’altro, de I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rockUn altro dettaglio tutt’altro che secondario in un’epoca in cui la musica rischia di essere ridotta all’icona di una copertina osservata per tre secondi sullo schermo di un telefono.

Prima si chiamava semplicemente "conoscersi"

Sea Songs chiude dunque la trilogia di Music for Hotels nel migliore dei modi: evitando qualsiasi tentazione di uniformità e mettendo invece al centro proprio le differenze.

Ed è qui che la storia torna, almeno per me, al punto di partenza.

A quelle fotocopie deformate di Jimmy Page. Alle cartoline trasparenti dedicate alla glasnost. Alle videocassette spedite per posta. Agli SPK. Al T.O.P.Y. A due persone che allora non potevano immaginare cosa sarebbe diventata, qualche anno più tardi, la parola “rete”.

Di Vittore conservo soprattutto questo ricordo al telefono: una bella persona, colta senza ostentazione, curiosa e amichevole.

Potrei sbagliare qualche dettaglio – dopo quarant’anni la memoria comincia inevitabilmente a montare una sua personalissima director’s cut – ma quella sensazione è rimasta intatta. E forse Sea Songs dimostra che una cosa non è cambiata. Le idee migliori nascono ancora quando qualcuno mette in comunicazione persone che apparentemente appartengono a mondi diversi. Oggi la chiamiamo rete. Allora, molto più semplicemente, ci scrivevamo.

lunedì 6 luglio 2026

Una strada assolata nel cuore della notte: il nuovo viaggio musicale di Andrea Casale



C'è chi pubblica un singolo ogni mese per cavalcare gli algoritmi e chi, invece, preferisce aspettare anni pur di consegnare al pubblico un'opera compiuta. Andrea Casale appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Il musicista veronese torna con A Nightwalk On A Sunny Road, un disco che sfugge alle mode e sceglie la profondità, confermando una personalità artistica capace di muoversi con naturalezza tra rock progressivo, art rock e scrittura d'autore. Un lavoro nato da un lungo percorso creativo e lontano dalle logiche del mercato. Otto brani che raccontano un viaggio interiore fatto di memoria, cambiamento e rinascita.

Sette anni per costruire un album senza tempo

A Nightwalk On A Sunny Road non è nato in poche settimane. Dietro le sue otto tracce c'è un lavoro di lunga elaborazione, sviluppato nell'arco di circa sette anni. Alcuni brani hanno preso forma dopo il ritorno di Casale da un'importante esperienza in Burundi, altri sono maturati durante il lockdown, quando il silenzio imposto dalla pandemia è diventato terreno fertile per riflessioni e composizioni. Il risultato è un album che procede come un racconto, nel quale ogni canzone rappresenta una tappa di un percorso umano prima ancora che musicale.

 

Pubblicato dall'etichetta 045 Records e prodotto da Francesco Ambrosini, conosciuto anche come Duck Chagall, il disco mostra una cura quasi artigianale negli arrangiamenti e nella costruzione del suono.

Il progressive come linguaggio, non come nostalgia

Casale non rincorre il revival del progressive né cerca facili operazioni nostalgiche. Le influenze sono riconoscibili, da Peter Gabriel ai Genesis, passando per David Sylvian e certo rock d'atmosfera britannico, ma vengono assimilate in un linguaggio personale. Le tastiere dialogano con le chitarre, le dinamiche si alternano con naturalezza e la voce accompagna testi che affrontano temi universali: il tempo che cambia le persone, la memoria, le fragilità, la ricerca di una nuova direzione.

Il titolo stesso, A Nightwalk On A Sunny Road, suggerisce un apparente ossimoro: una passeggiata notturna su una strada illuminata dal sole. È proprio questo contrasto a diventare la metafora di un disco che attraversa zone d'ombra senza perdere la fiducia nella luce.

 

Un disco che invita ad un ascolto attivo

In un'epoca in cui la musica viene spesso consumata in pochi secondi, Casale propone l'esatto contrario: un album che richiede tempo, attenzione e disponibilità all'ascolto. Non cerca l'effetto immediato, ma costruisce emozioni che emergono poco alla volta. È un lavoro pensato per chi considera ancora il disco un'esperienza completa e non una semplice playlist. E forse è proprio questa la sua qualità più preziosa: ricordare che la buona musica non ha bisogno di inseguire le mode per riuscire a lasciare il segno.

lunedì 11 maggio 2026

Claudio Milano, il canto distopico di un artista fuori dagli schemi



Con "Flipper (Folk Songs for the Judgment Day)", Claudio Milano firma uno dei lavori più radicali e visionari della musica italiana contemporanea. Cantante, compositore, performer e mente storica dei NichelOdeon, Milano è da anni una figura di culto nell’universo avant-prog europeo: un artista davvero impossibile da etichettare, capace di attraversare rock sperimentale, musica contemporanea, folk, elettronica e teatro sonoro con una libertà creativa rarissima.

Un puzzle sonoro emozionale... ed emozionante

"Flipper” rappresenta la sua ventunesima pubblicazione e probabilmente anche il progetto più ambizioso della sua carriera. Nato da oltre quindici anni di lavorazione insieme al compositore elettronico Teo Ravelli, il disco è un gigantesco collage emotivo e culturale che unisce secoli di musica in una sorta di flusso onirico e distopico. Fondamentale, nella sua realizzazione, anche il contributo dell'amico Paolo Siconolfi, figura chiave nella registrazione e nella finalizzazione di un progetto che Milano stesso descrive come “durato una vita”.

La copertina del disco

Oltre il concetto di cover: la trasformazione della memoria musicale

Dai canti medievali a Monteverdi, da Luigi Tenco a Franco Battiato, da Tori Amos a David Bowie fino a David Guetta e Sia: tutto viene smontato, ricostruito e trasfigurato attraverso la voce di Milano, vero centro magnetico dell’opera. Più che un album di cover, Flipper è una negazione stessa del concetto di “cover version”. Le melodie emergono e scompaiono, si intrecciano come ricordi alterati, frammenti di memoria collettiva e personale immersi in un paesaggio dominato dalla paura, tema centrale del progetto. Curiosa anche la modalità di registrazione: ogni brano nasce inizialmente dalla sola voce a cappella, prima dell’inserimento di qualsiasi elemento sonoro. Un approccio che rende ancora più evidente la centralità interpretativa dell'artista, cantante dalla tecnica straordinaria e dall’espressività fuori scala.

Foto di Alessandra Di Lecce

Dove il Medioevo incontra le macerie del presente

L’originalità di Flipper sta proprio nella capacità di trasformare la tradizione in materia viva. In questo lavoro convivono musica colta, folk europeo, canzone d’autore, avanguardia e sperimentazione elettronica senza mai perdere coerenza narrativa. Ogni frammento sonoro diventa parte di un viaggio fuori dal tempo, dove il Medioevo dialoga con il presente e la memoria musicale occidentale viene filtrata attraverso una sensibilità profondamente contemporanea.

         

In un panorama spesso dominato da produzioni prevedibili e spesso inutili, Flipper si pone come un’opera coraggiosa, stratificata e assolutamente unica. Un disco che non cerca compromessi, che richiede dedizione all'ascolto e che conferma Claudio Milano come uno degli artisti più originali e sottovalutati della scena italiana ed europea.

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lunedì 20 aprile 2026

Angine... Pectoris: una malattia a pois


Parlare di “Vol. II” come se fosse semplicemente un disco è già, di per sé, fuorviante. Perché qui la musica sembra quasi un accessorio, un pretesto utile a tenere in piedi un’operazione molto più ampia: costruire un culto. Un disco a sei tracce, poco meno di trentasette minuti, uscito il 3 aprile per Spectacles Bonzaï. Dati che dovrebbero bastare a inquadrare un album ma che, in questo caso, risultano marginali rispetto al resto del teatrino.

La copertina del nuovo disco

E infatti il punto non è cosa suonano gli Angine De Poitrine... ma come riescono a farne parlare. Perché musicalmente il giochino è chiaro: tecnica, intrecci, tempi dispari, microtoni, tutta quella roba che fa brillare gli occhi agli onanisti del prog più devoti. Il problema è che niente di tutto ciò suona davvero nuovo. Anzi, l’impressione è quella di un collage ben confezionato di idee già sentite altrove, rimesse insieme con mestiere e una certa dose di furbizia. Funziona? Sì. Sorprende? Solo se hai saltato a piè pari gli ultimi trent’anni di musica. King CrimsonGastro Del Sol, Battles, Black Midi, June Of 44, Blind Idiot God, Slint, Primus, Don Caballero, Vulfpeck, Nomeansno, Drive Like Jehu, Rush, Horse Lords, i Joan Of Arc, Lettuce, Mars Volta, A Minor Forest, Mouse On The Keys, Mr. Bungle, Rodan, Shellac, Tortoise. Senza dimenticare, su tutti, lo "zio" Frank Zappa.

Ma il vero spettacolo si svolge fuori dai solchi. Lì dove il valore percepito schizza a livelli surreali e la logica evapora. Perché bisogna avere un rapporto piuttosto creativo con la realtà per spendere oltre 1.800 euro per una prima stampa di un disco che, al momento della sua uscita, non interessava praticamente a nessuno. Soprattutto quando esistono alternative — tipo una quinta stampa — che costano meno della metà. E ancora più surreale è vedere aste in cui, con poco più di 700 euro, qualcuno si porta a casa sia una versione del primo album sia una copia del secondo prima ancora che venga pubblicato. Però poi si parla di crisi. Certo.

A questo punto viene naturale chiedersi quanto ci sia di spontaneo in tutto questo. Il sospetto che il meccanismo si autoalimenti — magari con una regia nemmeno troppo nascosta — è difficile da scacciare. Perché quando i numeri diventano così grotteschi, o siamo davanti a un fenomeno sociologico interessante o a una farsa ben orchestrata. E qui torna il problema iniziale degli Angine De Poitrine: come mantenere alta l’attenzione quando l’effetto novità svanirà? Perché svanirà, fidatevi! I costumi, le trovate visive, l’estetica studiata al millimetro funzionano finché sorprendono. Poi si trasformano in routine. E allora? Le opzioni sono poche: o si reinventa davvero qualcosa, oppure si alza continuamente la posta nella provocazione. Ma anche lì il terreno è già affollato. Qualunque idea venga in mente — maschere improbabili, animali esotici, nudità più o meno simbolica — ha già una lunga storia alle spalle. L’unico modo per distinguersi davvero sarebbe spingersi oltre il ridicolo, trasformando la performance in qualcosa di volutamente eccessivo, quasi autolesionista. Non sarebbe arte rivoluzionaria. ma almeno smetterebbe di fingere di esserlo.

Nel frattempo, il pubblico più coinvolto continua a reagire come previsto: estasi davanti a ogni dettaglio tecnico, celebrazione di ogni scelta stilistica come se fosse una rivelazione. È un copione noto: entusiasmo crescente, sovraccarico sensoriale, catarsi. Poi silenzio. Sipario. E “Vol. II” resta lì, in mezzo a tutto questo. Un disco solido, ben costruito, perfino interessante a tratti — ma che, da solo, difficilmente giustificherebbe il rumore che lo circonda. Il resto lo fanno il contorno, la narrazione, e soprattutto la disponibilità di qualcuno a crederci fino in fondo. Anche quando non ce n’è davvero motivo.

venerdì 13 febbraio 2026

Il doppio ritorno di Jeff Buckley

giovedì 22 gennaio 2026

Mezzo secolo contro ogni definizione tra punk, goth e psichedelia: The Damned



Cinquant’anni senza mai fermarsi, senza mai scegliere una forma definitiva. I Damned non sono mai stati un monumento da conservare sotto vetro, ma un organismo vivo, spesso caotico, sempre in movimento. Lo racconta bene Captain Sensible quando, in una recente intervista al Guardian, ricorda cosa significasse per lui il punk: «Era un modo per creare qualcosa di mio. Pulivo i bagni e, cinque minuti dopo, distruggevo una chitarra su un palco. Il punk mi ha salvato». In quella frase c’è tutta la filosofia della band: il rifiuto delle etichette, la libertà come unico principio, la musica come atto di sopravvivenza.

Nel 2025 i Damned festeggiano mezzo secolo di attività e lo fanno tornando al presente con Not Like Everybody Else, album di cover in uscita il 23 gennaio. Un disco che non è semplice esercizio di stile, ma un gesto affettivo e necessario: un omaggio a Brian James, chitarrista fondatore e figura cardine della band, scomparso il 6 marzo 2025.

Un disco nato di slancio, come agli esordi

Not Like Everybody Else prende forma in modo diretto e istintivo, registrato in appena cinque giorni ai Revolver Studios di Los Angeles. In studio si ritrova la formazione storica allargata: Dave Vanian alla voce, Captain Sensible alla chitarra, Rat Scabies alla batteria, Paul Gray al basso, con Monty Oxymoron alle tastiere. Un evento non banale, perché il disco segna anche il ritorno in studio di Rat Scabies dopo quarant’anni di assenza dai lavori della band.

L’album è dedicato a Brian James e raccoglie brani che, come racconta Sensible a Punknews, appartenevano alla sua educazione musicale: «Sono le canzoni che lo fecero innamorare della musica, quando da ragazzo risparmiava la paghetta per comprare i singoli». Parte della selezione era nota ai membri della band, altre scelte sono arrivate dalla moglie di James, Minna, includendo anche qualche sorpresa.

Lo spirito delle sessioni richiama quello degli esordi: niente registrazioni a distanza, niente sovrastrutture tecnologiche. «Siamo stati tutti nella stessa stanza, circondati da strumenti vintage, affrontando un brano dopo l’altro», racconta Sensible. «Cinque giorni sembravano pochi, non avevamo mai suonato molti di quei pezzi, ma l’energia era quella giusta. Credo che nel disco si sentano l’entusiasmo e il divertimento di quei momenti».

Le radici musicali dei Damned

Il disco funziona come una mappa sentimentale delle influenze che hanno formato l’identità dei Damned. Ci sono i Kinks, gli Stones, gli Stooges, i Pink Floyd dell’era Barrett, ma anche perle garage come i Creation e i Lollipop Shoppe. «L’unico vero punto d’incontro tra noi», ha spiegato Sensible al Guardian, «sono le garage band degli anni Sessanta: poca tecnica, tantissima passione, un suono irripetibile».

Dietro questa scelta c’è anche una reazione a un’epoca musicale che, a metà anni Settanta, sembrava aver perso contatto con l’urgenza. Sensible non ha mai nascosto il suo fastidio per il prog autoreferenziale e per un glam ormai svuotato: «Mentre il mainstream si perdeva in assoli infiniti e testi assurdi, c’erano band straordinarie che suonavano nei pub: Groundhogs, Stray, Pink Fairies. Negli Stati Uniti, invece, c’erano MC5 e Stooges».

Anche il legame con i Pink Floyd ha radici profonde. I Damned avevano persino tentato di coinvolgere Syd Barrett come produttore del loro secondo album, prima di finire a lavorare con Nick Mason. «Avevamo lo stesso editore», racconta Sensible, «e credo che i Floyd provassero un certo disagio per la distanza tra il loro successo e la condizione di Syd. Accettò di produrre il disco, ma poi non riuscì mai a presentarsi alle sessioni».

Un viaggio emotivo brano dopo brano

L’album si apre con una versione nervosa e tesa di There’s a Ghost in My House di R. Dean Taylor, che stabilisce subito il tono. Seguono l’immaginario urbano di Summer in the City dei Lovin’ Spoonful e il beat mod di Making Time dei Creation. Il lato più ruvido emerge con Gimme Danger degli Stooges, mentre la psichedelia britannica riaffiora in See Emily Play, omaggio dichiarato a Syd Barrett.

 

La title track, I’m Not Like Everybody Else dei Kinks, suona come un manifesto identitario perfetto per i Damned, affiancata dalla tensione blues di Heart Full of Soul degli Yardbirds e dal garage psichedelico di You Must Be a Witch. When I Was Young degli Animals introduce una nota più malinconica, prima della chiusura affidata a The Last Time dei Rolling Stones, registrata dal vivo all’Hammersmith Apollo nel 2022 con Brian James sul palco. Un finale che ha il peso di un addio e la forza di una celebrazione condivisa.

Cinquant’anni di instabilità creativa

Quando i Damned nascono, il punk non ha ancora un nome. A metà anni Settanta, Brian James, Dave Vanian, Rat Scabies e Captain Sensible fanno parte di una piccola rete di musicisti che si muove tra band embrionali, prima che il movimento prenda forma. Anche i loro nomi d’arte riflettono quell’attitudine anti-identitaria: Brian Robertson diventa Brian James, David Lett sceglie il nome Dave Vanian ispirandosi all’immaginario gotico, Chris Millar diventa Rat Scabies e Ray Burns assume ironicamente il nome di Captain Sensible.

Fin dall’inizio, la band è una somma di visioni diverse. «Non c’è mai stato un solo autore», ha spiegato Vanian al Guardian. «Captain è un amante del pop, del glam e del prog, io sono più teatrale, Rat veniva dal mondo mod e adorava gli Who. O non avrebbe funzionato affatto, oppure sarebbe stato esplosivo». È stata la seconda opzione.

Questa tensione ha prodotto una storia interna complessa, fatta di scioglimenti e ritorni, soprattutto tra la fine dei Settanta, gli Ottanta e l’inizio dei Novanta. Rat Scabies, in particolare, è rimasto lontano dalla band per ventisette anni, tornando stabilmente solo nel 2022. «La frattura principale era tra lui e Captain», ammette Vanian, «ma a turno tutti abbiamo attraversato una rottura».

Oltre il punk, senza mai rinnegarlo

All’esterno, la storia dei Damned è sempre stata più difficile da raccontare rispetto a quella di Sex Pistols o Clash. Se New Rose, pubblicato nell’ottobre 1976, è spesso ricordato come il primo singolo punk britannico, la band si è subito mossa oltre i confini del genere. Dopo l’esordio Damned Damned Damned (1977), i Damned hanno esplorato il pop psichedelico, il goth e persino strutture prog, come dimostra Machine Gun Etiquette (1979) o la suite Curtain Call da The Black Album (1980).

Negli anni Ottanta arrivano brani iconici come Grimly Fiendish da Phantasmagoria e la cover di Eloise, successi che consolidano la loro aura gotico-psichedelica. Una discografia disordinata, mai veramente canonizzata, che riflette la loro natura irregolare.

Una band come spazio di libertà

Fare tutto a modo loro ha spesso significato disordine, ma anche autenticità. «Non c’erano regole», ricorda Rat Scabies. «Eravamo ragazzi che si divertivano. Molti si riconoscevano in noi proprio perché eravamo imperfetti, non confezionati». Niente uniformi, nessun logo, nessuna idea di band come prodotto.

A cinquant’anni dall’inizio, i Damned non celebrano solo una carriera, ma un’idea di musica come territorio libero, contraddittorio e necessario. Not Like Everybody Else nasce da questo spirito: uno sguardo al passato che non indulge nella nostalgia, ma riafferma, ancora una volta, il diritto di non essere come tutti gli altri.

martedì 5 marzo 2024

Così si festeggia un compleanno!


Si intitola Ghost Stories il nuovo album che la storica band dei Blue Öyster Cult, pubblicherà il 12 aprile 2024 - giorno del mio 61° compleanno - per l'etichetta italiana Frontiers Music. Il disco conterrà vecchie registrazioni risalenti al periodo tra il 1978 e il 1983, il pezzo “If I Fell” del 2016 e la versione in studio di “Kick Out the Jams“, cover degli MC5.

Tracklist

01. LATE NIGHT STREET FIGHT

02. CHERRY

03. SO SUPERNATURAL

04. WE GOTTA GET OUT OF THIS PLACE

05. SOUL JIVE

06. GUN

07. SHOT IN THE DARK

08. THE ONLY THING

09. KICK OUT THE JAMS

10. MONEY MACHINE

11. DON’T COME RUNNING TO ME

12. IF I FELL

Chi sono i BOC

Gruppo hard rock statunitense nato alla fine degli anni '60. Nella loro opera si trovano elementi di diversi sottogeneri del rock, inclusi hard rock, heavy metal, rock psichedelico e progressive rock. Fra i loro brani più celebri citiamo (Don’t Fear) The Reaper (il loro massimo successo, dall’album Agents of Fortune del 1976), Astronomy, Godzilla e Burnin’ for You. La line-up originale della band era composta dal cantante e chitarrista Eric Bloom, dal chitarrista Buck Dharma, dal tastierista Allen Lanier e dai fratelli Joe e Albert Bouchard, rispettivamente bassista e batterista.

lunedì 12 dicembre 2022

Arrivano i brani di Waters registrati in lockdown


Ogni musicista ha vissuto la chiusura forzata causa covid in maniera differente. C'è chi si è goduto l'inaspettato riposo, chi l'ha trascorsa con ansia barricato in casa... e chi, come l'ex bassista dei Pink Floyd ha continuato a registrare materiale. Si intitola The Lockdown Sessions, il nuovo lavoro di Roger Waters, una raccolta di sei brani già usciti in precedenza (come ha chiarato lo stesso Waters, «Ho condiviso tutto, chiunque può trovare su internet il materiale che ho utilizzato») pensati e registrati durante l’apice della pandemia.

Tutte le tracce del disco

Nell’album sono presenti tre brani di The Wall (Mother, Vera e la versione aggiornata 2022 di Comfortably Numb), due di The Final Cut (Two Suns in the Sunset e The Gunners Dream) e uno, The Bravery of Being Out of Range, tratto dal disco solista Amused to Death, risalente al 1992. 

Quattro concerti nel 2023

Waters suonerà in Italia il prossimo anno con il suo This Is Not a Drill Tour, esibendosi in quattro date: il 27 e 28 marzo al Forum di Assago (Milano) e il 28 e 29 aprile alla Unipol Arena di Bologna. 

venerdì 14 gennaio 2022

Con un piccolo aiuto da parte dei miei amici


Dopo aver svelato la tracklist completa del suo imminente album solista "Earthling" (in vendita dall'11 febbraio), Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, ha pubblicato il terzo singolo del disco, intitolato "Brother the Cloud", che fa seguito ai precedenti “Long Way” e “The Haves”.

 

Sempre attraverso le dichiarazioni di Vedder si è saputo che il disco  godrà di alcuni contributors eccellenti come Stevie Wonder, Elton John, l'ex Beatle Ringo Starr, Glen Hansard, il batterista dei Red Hot Chili Peppers Chad Smith e l'ex chitarrista dei Red Hot Chili Peppers Josh Klinghoffer.

Tracklist:

01 Invincible

02 Power of Right

03 Long Way

04 Brother the Cloud

05 Fallout Today

06 The Dark

07 The Haves

08 Good and Evil

09 Rose of Jericho

10 Try

11 Picture 

12 Mrs. Mills

13 On My Way

giovedì 16 dicembre 2021

Echi del passato, splendore del presente


Che bello questo nuovo lavoro di Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, due musicisti che considero fondamentali per lo sviluppo della musica di qualità nel nostro paese!!! Un disco che arriva da lontano, quando nel 1982 i Litfiba - insieme a Bruno Casini - crearono Mephistofesta, una particolarissima, metafisica festa noir, impossibile da dimenticare per chi era presente. 

Trentanove anni dopo Aiazzi e Maroccolo costruiscono una serie di nuove composizioni dal titolo "Mephisto Ballad" (per l'iconica etichetta fiorentina Contempo Records), caratterizzate da un riuscitissimo mix fra suggestioni dark e minimalismo elettronico, nel quale si stagliano per raffinatezza, sontuosità e potere coinvolgente l'apertura di EFS Quarantaquattro (rivistitazione di un brano di allora, forse quello più sperimentale della band), Das Ende, Die Laster (che contiene un frammento di Megaloschemos II, sorta di inno della Chiesa Ortodossa bulgara), lo splendore pianistico del Maestro Aiazzi nella title-track Mephisto Ballad e la conclusiva Doppelganger.

Gli speech di Giancarlo Cauteruccio (celebre l’Eneide portata in scena insieme proprio ai Liftiba) è il simbolo di un dialogo tra il rock e i linguaggi delle arti performative di casa nostra. CONSIGLIATISSIMO!!!


Nel frattempo Piero e Ghigo stanno raccontando ai media della loro nuova reunion e come si stanno preparando ai live del prossimo anno con cui chiuderanno in gloria la carriera: “Sarà il più grande tributo alla nostra storia”. Un percorso lungo 42 anni, qui trovate tutte le date e le informazioni. Per quanto riguarda la scaletta dei futuri show: Stiamo preparando 60-70 canzoni, faremo poi una cernita. Di canzoni nuove per il momento non se ne parla - svela Pelù - sarà un tributo a tutta la nostra storia, ci saranno ovviamente anche degli ospiti. Ogni concerto cambieremo scaletta”. Queste le prime date ufficiali annunciate:

26 aprile 2022 - PADOVA - Gran Teatro Geox

27 aprile 2022 - PADOVA - Gran Teatro Geox

03 maggio 2022 - NAPOLI - Casa Della Musica

04 maggio 2022 - NAPOLI - Casa Della Musica

10 maggio 2022 - ROMA - Atlantico Live

11 maggio 2022 - ROMA - Atlantico Live

16 maggio 2022 - FIRENZE - Tuscany Hall

17 maggio 2022 - FIRENZE - Tuscany Hall

24 maggio 2022 - MILANO - Alcatraz

25 maggio 2022 - MILANO - Alcatraz

La band sul palco comprenderà Luca “Luc Mitraglia” Martelli alla batteria, Fabrizio “Simoncia” Simoncioni alle tastiere e da Dado “Black Dado” Neri al basso. Alla fine la reghiera degli Elio E Le Storie Tese è stata accolta: i Litfiba sono tornai insieme!

lunedì 6 dicembre 2021

CAMMARIERE, dall'inizio alla fine


E' uscito "Sergio Cammariere in concerto al Teatro Sistina", disco che raccoglie l’intero concerto del cantautore nel 2003 presso la location romana. Un lavoro che raccoglie l’intero, straordinario concerto sold out del cantautore del 5 maggio 2003. Solitamente i dischi dal vivo vengono, il più delle volte, compilati attraverso una selezione di vari concerti, spesso di una stessa tournée, con l'intento di inserire le versioni migliori. Sergio (come altri artisti) non ha mai suonato una stessa canzone due volte in maniera identica. Questo perché anche le canzoni sono dentro al flusso del divenire, del “tutto scorre”.

L’idea è stata quella di pubblicare questo unico concerto, questo incredibile evento, con tutta l’energia dell’irripetibile momento, un documento inedito, qualcosa che, tra l’altro, mancava a suggellare e confermare, una volta di più, il grandissimo talento musicale ed interpretativo di Sergio Cammariere (cugino di Rino Gaetano, lo sapevate?), caso unico nel panorama della nostra musica. Una pubblicazione del genere va ad inserirsi nella scia di quei pochi dischi dal vivo (nella storia della musica internazionale) che sono il frutto di un solo singolo evento. E in questa maniera restituiscono tutta la magia che in essi è compresa e contemplata. Canzoni che riportano e restituiscono all’ascoltatore la magia, l’emozione e la grande musica di una sola serata. Un fatto accaduto una volta e che non si ripeterà mai più. 

Ad aprire l’album ''My song'' di Keith Jarrett, un prezioso apripista per altri 13 brani tra i più amati, nati dal pianoforte di Cammariere e la penna di Roberto Kunstler, come Sorella mia, Tutto quello che un uomo, Cantautore piccolino e Dalla pace del mare lontano, singolo di cui è disponibile anche il videoclip ufficiale tratto dal live.

 

Ad accompagnare Cammariere nel live la sua "famiglia musicale": Fabrizio Bosso (tromba), Olen Cesari (violino), Luca Bulgarelli (contrabbasso), Amedeo Ariano (batteria) e Simone Haggiag (percussioni).

venerdì 5 novembre 2021

And Then There Where Three...


Sono trascorsi la bellezza di dodici anni dall’ultimo disco di inediti in studio dei Porcupine Tree. Il gruppo, assente dal panorama discografico dal 2009, anno di uscita di The Incident, ha annunciato per il prossimo 24 giugno un nuovo album di inediti in studio, battezzato Closure/Continuation (Music For Nations/Sony Music), già disponibile in pre-order quiNella nuova formazione - composta, oltre che da Steven Wilson, da Richard Barbieri a tastiere e synth e da Gavin Harrison alla batteria - si nota la mancanza del bassista Colin Edwin. Il disco è stato anticipata dal singolo “Harridan”, un lungo brano in perfetto stile Porcupine, teso e nervoso, già disponibile sulle principali piattaforme digitali:

   

Il disco, composto da sette brani, verrà messo sul mercato sia in formato standard, sia in versione fisica (come CD, doppio vinile, doppio vinile colorato e musicassetta bianca, quest’ultima in edizione limitata) che digitale, oltre che in edizione deluxe in formato Crystal Clear Vinyl contenente tre 45 giri con tutte le tracce della versione standard e due bonus track. In commercio sarà disponibile anche la versione Deluxe CD & Bluray, che include il CD Standard, un secondo CD con 3 bonus tracks, versioni strumentali e versioni stereo ad alta risoluzione 96/24, 5.1 / Dolby Atmos, con in allegato uno speciale booklet. Della serie... spremiamo ben bene i collezionisti come dei limoni!

Il tour promozionale prenderà il via il 21 ottobre 2022 da Berlino e toccherà anche l’Italia quattro giorni dopo, il 24 dello stesso mese, al Forum di Assago. La serie di eventi si concluderà l’11 novembre successivo a Londra, alla Wembley Arena, dopo tappe in Svezia, Danimarca, Polonia, Francia, Germania, Olanda e Svizzera.

venerdì 22 ottobre 2021

Forever Young


L'irriducibile Neil Young e i suoi fidati Crazy Horse hanno annunciato l’arrivo - per il prossimo 10 dicembre - di un nuovo album intitolato Barn, licenziato da Reprise. La notizia è stata data sul sito web del canadese Neil Young Archives, insieme alla tracklist completa.

Barn è il seguito di Colorado, uscito nel 2019. Oltre ad annunciare il nuovo disco, Young ha messo a disponibile in streaming la traccia principale del disco, Song of the Seasons: una bella ballata acustica, nel pieno rispetto del suo stile tradizionale.

 

 TRACKLIST

01 Song of the Seasons

02 Heading West

03 Change Ain’t Never Gonna

04 Canerican

05 Shape of You

06 They Might Be Lost

07 Human Race

08 Tumblin’ Thru the Years

09 Welcome Back

10 Don’t Forget Love


mercoledì 20 ottobre 2021

Cover zuccherose



Il 19 novembre esce Discover, il primo progetto di cover della carriera di Zucchero "Sugar" Fornaciari (Polydor/Universal Music), già disponibile in pre-order e pre-save al seguente link: https://pld.lnk.to/Discover

Per l’occasione l'artista reggiano ha spogliato e rivestito nel suo stile alcune iconiche canzoni del panorama musicale italiano e internazionale. Il compito di anticipare l’uscita dell’album è riservato al singolo Follow you follow me, rilettura di uno dei primi grandi successi a livello mondiale dei Genesis, in radio da venerdì 22 ottobre, giornata che personalmente proporrei di "lutto internazionale" per ogni fan della band attualmente guidata da Phil Collins!

Al disco hanno collaborato collaborano Bono in Canta la Vita (versione italiana con il testo a firma di Zucchero della canzone Let your love be known, firmata dal leader degli U2), Elisa in Luce (Tramonti a Nord Est), canzone del 2001 scritta insieme all’artista e Mahmood in Natural Blues, versione di Moby del brano Trouble So Hard di Vera Hall.

 

 

Ciliegina (necrofila) sulla torta il brano Ho visto Nina volare, in cui Zucchero duetta virtualmente con Fabrizio De Andrè.

Se vi piace il mainstream più bieco in fatto di reinterpretazioni... Discover fa per voi! Se invece volete davvero scoprire la multisfaccettata e creativa essenza del mondo cover... venite a trovarmi sul gruppo Facebook di Coverama!


Ciao Bruno...

 


Negli anni avevo imparato a conoscerlo, da gestore del mitico Disco Club prima (sotto la metropolitana di Cordusio a Milano, trasformato poi in un impareggiabile blog https://discoclub.myblog.it/), da grande esperto di musica e amico nel corso del tempo. In quel negozio ho acquistato i primi album su vinile della mia vita, ricordo distintamente quando acquistai il mitico live del Parco Lambro su etichetta Cramps!

Curiosità - L'ultimo post del blog di Bruno riguarda un bellissimo progetto di "spoken word" ad opera di Marianne Faithfull con Warren Ellis (fidato collaboratore di Nick Cave nei Bad Seeds), She Walks In Beauty, dove la bionda cantante 75enne recupera alcune famose opere dei poeti inglesi del Romanticismo - Keats, Byron, Shelley e altri - declamandole con stile (lei è anche una brava attrice):

   

Bruno Conti sulle prime poteva appariva burbero ed austero, non lesinando mai commenti negativi su un acquisto nel suo negozio che non corrispondeva ai suoi gusti, in perfetto stile... Lester Bangs! Ricordo interminabili discussioni sul suo mito Van Morrison (la cui voce Bruno la paragonava a quella del suo sax), che io non mancavo di lodare per ingraziarmi la sua simpatia... ma anche perchè ho sempre nutrito una grande ammirazione per "Van the Man", nonostante il suo proverbiale caratteraccio.

Da un editoriale - a firma del direttore Guido Giazzi - apparso sul Buscadero di luglio/agosto 2021, avevo appreso delle sue precarie condizioni, in seguito ad un malore. Sul numero attualmente in edicola apprendo della sua scomparsa, attraverso un editoriale che contiene i ricordi di Giazzi, di Marco Verdi e di Paolo Carù sul caro Bruno, colonna portante del "Busca", sul quale la sua firma appariva ininterrottamente dal numero 5, praticamente dall'inizio della quarantennale storia della rivista. 


Come si dice in questi casi... sit tibi terra levis, grazie anche per i preziosi "consigli per gli acquisti" da te ricevuti negli anni! 

Quale migliore celebrazione se non parlare di musica? Sono sicuro che a lui piacerebbe così, in leggerezza. Vi presento alcune cose pregevoli che potete trovare sul Buscadero di ottobre, sul quale campeggia in copertina Massimo Priviero, da poco uscito con l'album / (la sua lunga intervista, curata da Guido Giazzi, la trovate a pag. 54, nella quale viene citato un altro caro amico, Paolo Siconolfi, che si è occupato dei missaggi nel suo studio a Vedano al Lambro).

 

Poteva mancare un ricordo di un altro grande personaggio che ci ha da poco lasciato, ovvero Charlie Watts?!? Certo che no, leggetevi l'articolo che lo riguarda a pag. 26, firmato da Mauro Zambellini.

A pag. 60 Gianfranco Callieri ricorda Nanci Griffith (scomparsa , mentre a pag. 66 si ripercorre la storia dell'ultimo album dei Beatles, Let It Be, oggetto attualmente di una succosa mega-ristampa, aspettando l'attesissimo film di Peter Jackson.

 

Dopo la disamina dell'ennesimo cofanetto di Bob Dylan a pag. 70 (il volume 16 - bellissimo - che questa volta riguarda il periodo fra il 1980 e il 1985), arrivano le consuete pagine dedicate alle recensioni, fra le quali propongo qualcosa di mio gusto.

Impossibile non citare Neil Young e il suo live Carnegie Hall 1970 (pag. 75), uno splendido concerto solitario che ripropone in veste ufficiale (ed estesa) un suo famoso bootleg:

A pag. 77 viene analizzato il nuovo live degli Steely Dan guidati attualmente dal solo Donald Fagen (il chitarrista Michael Becker come sapete non è più fra noi dal 2017), Live! North East Corridor, contenente un brano che adoro far i tanti della band, non presente nel precedente loro live ufficiale, Alive in America, uscito nel 1995:


L'inossidabile Billy Bragg, che continuo a preferire negli esordi degli anni '80 rispetto a quello di oggi, esce con un disco finalmente di grandissimo pregio, The Million Things That Never Happened:


Dal tributo - caratterizzato da alti e bassi - sui Velvet Undeground & Nico Il'l Be Your Mirror, che presenta un cast molto variegato con Kurt Vile, St. Vincent, Thurston Moore (ex Sonic Youth), Iggy Pop e molti altri, vi propongo una bella versione tutt'altro che scontata di Sunday Morning, dal suono etereo ma per nulla nostalgico, ad opera di un  Michael Stipe particolare ispirato:


Chiudo con Elvis Costello e il suo Spanish Model, versione in lingua spagnola di This Year's Model, che riprende le 12 canzoni dell'album uscito nel 1978 (più 4 pezzi provenienti dalle medesime sessions e pubblicate nelle varie ristampe) con il supporto delle voci di artisti provenienti da Messico, Colombia, Argentina, Cile, Puerto Rico e Uruguay. A detta di Elvis, quel suo secondo disco con gli Attractions è sempre stato molto amato da quelle parti. In questa nuova versiona Costello si limita ad aggiungere qualche nuovo backing vocals e qualche brano ha una lunghezza maggiore, come in Pump It Up dove è presente un interplay chitarristico fra lui e Mick Jones dei Clash:


Propongo un brindisi alla memoria di Bruno Conti e al suo preziosissimo lavoro di divulgatore di buona musica... e lo faccio recandomi presso il Clash City Rockers Cafè a Sedriano (MI), un luogo davvero particolare perchè non si tratta solamente di un bar ma un locale che presenta una peculiarità unica: la passione per la musica, in particolare per quella di “the only band that matters”! Alla tua, Bruno... ovunque tu sia.